27 aprile 2015

La "ragion centrista" che muove Renzi e il PD contro Spacca


"Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo». Il sarcasmo di Bertold Brecht somiglia alla scarpetta di Cenerentola, tanto calza a pennello per inquadrare il movente che spinge il Partito Democratico a una campagna furente contro Spacca; una campagna incentrata sul tradimento, categoria demonologica che include tutto il repertorio della delegittimazione morale e della criminalizzazione del libero arbitrio, ossia i classici del pensiero totalitario.

Visto che Spacca non era d'accordo a essere buttato nell'armadio dei cani il PD ha pensato di sbianchettarlo: innanzitutto ricorrendo al cavillo della "posizione dominante" per ostacolargli la ricandidatura; poi, tramontata questa ipotesi, cercando di lavorare ai fianchi Area Popolare, di cui la contesa sull'utilizzo del simbolo UDC incarna, in modo emblematico, il lavoro e l'energia investita nelle azioni di sabotaggio.

Ovviamente non scandalizza il tentativo di dare a una rappresaglia politica il crisma solenne della legalità e poi quello del sabotaggio politico. Si tratta, infatti, di un metodo antico ed efficace di azzoppamento dell'avversario perchè consegna all'opinione pubblica due motivazioni spendibili: la violazione delle regole e la consunzione del consenso, che sono parte integrante di una machiavellica arte di governo.  

Senza ipotizzare una qualche "ragione superiore", però, è difficile comprendere l'accanimento dei democrat anche perchè a Renzi non serve drammatizzare le elezioni in una regione minore attribuendogli un rilievo nazionale che, diversamente, non avrebbero. 

Alzare la temperatura significa, infatti, correre un rischio politico e cioè che possa convergere su Spacca un fronte ampio di elettori decisi a saldare motivazioni territoriali ed elementi di contestazione nei confronti delle scelte del Presidente del Consiglio

La "ragione superiore" che anima le mosse del Premier, in realtà, sembra essere una "ragion di partito": scongiurare a tutti i costi una divaricazione tra il PD e l'area centrista, impedendo al centro di sviluppare un'iniziativa autonoma e puntando al fallimento di Area Popolare, specie laddove essa fa riferimento a figure competitive come Spacca nelle Marche e Flavio Tosi in Veneto.

Puntando i piedi in questo modo il PD e Renzi hanno ridefinito, di fatto, il profilo del bipolarismo marchigiano, circoscrivendolo allo scontro tra Marche 2020/Area Popolare e il Partito Democratico

Un nuovo perimetro che ridisegna anche la geografia del voto utile e lo spazio di attrazione potenziale di Spacca che può ampliare i confini della sua proposta politica anche in settori di opinione pubblica non riconducibili alla tradizione dei cattolici democratici e alla storia centrista del Governatore.
Questo scenario politico può rappresentare per Spacca una grande opportunità politica: trasferire sulla sua persona l'essenza dello scontro e caratterizzarsi come l'antirenzi marchigiano che non si oppone sul filo della demagogia ma si mantiene saldamente nel campo del fare e dell'azione di governo.

Una sfida di difficile realizzazione ma che può cambiare segno alla campagna elettorale e al voto di fine maggio.
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21 aprile 2015

Whirlpool: il sindacato in rotta di collisione con sé stesso

Il primo confronto tra sindacati e Whirlpool si è consumato con una rottura immediata del tavolo negoziale. Ad abbandonare il confronto sono state alcune sigle sindacali (Cisl, Uil e Ugl) mentre la Fiom era dell'avviso di proseguire nel faccia a faccia e ha deciso di lasciare l'incontro solo a seguito della decisione delle altre organizzazioni sindacali, per non dare vita a un confronto separato che avrebbe potuto incrinare l'unità sindacale.

Le sigle che hanno formalizzato la rottura hanno chiesto che il confronto venisse aggiornato con la presenza del Governo, mentre la Fiom era dell'avviso che l'autonomia delle parti non potesse prescindere dalla necessaria valorizzazione del livello aziendale di negoziazione. 

In pratica la Fiom ha fatto propria la linea riformista del confronto e della relazione bilaterale mentre le altre sigle si sono incartate in un massimalismo che non promette niente di buono. Anche perchè, come mi ha confidato ieri un amico sindacalista, quando si fanno i tavoli al ministero c'è sempre il rischio della "sola".

A lato di questo inedito scambio di ruoli tra sigle sindacali c'è da dire che Whirlpool era pronta a proseguire il confronto anche con la sola Fiom, a riprova che la multinazionale ha una concezione pragmatica e non ideologica delle relazioni industriali.

Abbiamo già spiegato qualche giorno fa per quali ragioni, di fronte a un Piano industriale, al sindacato corra l'obbligo di cambiare schemi e concezioni e di non ricorrere - come invece è puntualmente accaduto - all'arma sicuramente identitaria ma poco negoziale dello sciopero.

In realtà c'è un problema cronico che va oltre il caso Whirlpool e riguarda tutti i tavoli di trattativa e cioè che il sindacato si presenta al negoziato frammentato in mille rivoli: livelli confederali nazionali, livelli categoriali nazionali, livelli confederali regionali e territoriali e, ancora, livelli categoriali regionali e territoriali. Il tutto replicato per ciascuna delle quattro confederazioni.

Ciò significa che la controparte si presenta con due o tre manager coesi e rappresentativi delle intenzioni dell'azienda mentre il sindacato esprime una rappresentanza tanto articolata e numerosa da risultare pletorica.  

A titolo di esempio: sul Messaggero di giovedì scorso un sindacalista casertano ha dichiarato: "Il ritorno dei piani di cottura a Fabriano è un autentico scippo industriale" (Messaggero 16 aprile 2015). E' assai probabile che un sindacalista marchigiano, corrispondente per funzioni e per sigla, sarebbe propenso a leggere come opportunità quel che il collega definisce scippo.

Evidentemente non si tratta di "guerra tra poveri" ma di debolezza strutturale della rappresentanza sindacale: mentre Whirlpool, attraverso il Piano Industriale, delinea una prospettiva unitaria il sindacato è costretto dalla sua struttura organizzativa e di rappresentanza a fornire risposte parziali: i casertani pensando a Caserta, i fabrianesi a Fabriano e i lombardi a Cassinetta.  

In questo modo trovare la quadra diventa difficilissimo e nel frattempo si sciopera perchè dire no è più facile e meno invasivo che conciliare esigenze occupazionali e territoriali destinate a entrare inevitabilmente in rotta di collisione.
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18 aprile 2015

La linea del Piave del Piano Whirlpool


Ieri è stato il giorno della "rabbia e dell'orgoglio", delle reazioni a caldo, del sussulto anarcoide e dei no che risalgono brutali e istintivi. A partire da oggi non potrà essere l'emozione la bussola più adatta per orientarsi in una vertenza complicata, ma una razionalità lucida e calma fondata sul principio di realtà.

La prima cosa da fare è distinguere. Il Piano Indesit del 2013 era un disegno di riorganizzazione finalizzato a creare le condizioni per una vendita del gruppo che fosse il più remunerativa possibile per gli azionisti. Di fatto si trattava di un'operazione a breve termine e senza prospettiva futura, in cui l'unico orizzonte era un recupero di redditività capace di condurre Indesit all'abbraccio con l'acquirente: bella, acchittata e in abito da sposa.

In quel contesto la conflittualità sociale fu una risposta comprensibile - perchè i lavoratori e le forze sociali avevano intuito che si profilava un cambio di scenario su cui era necessario intervenire da subito con energia - ma sostanzialmente sterile perchè Indesit aveva fretta di vendere, mentre le parti sociali agivano come se il Piano fosse ancora dentro la storia merloniana e il cambio di proprietà non fosse altro che un'ipotesi apocalittica e remota.

Oggi siamo in un'altra situazione che non può essere affrontata col classico schema degli scioperi e dei blocchi stradali. Le differenze con il 2013 sono enormi: innanzitutto perchè Indesit non esiste più come soggetto autonomo ed è stata annessa e incorporata a Whirlpool; e poi perchè siamo di fronte a un Piano Industriale. 

Ma che cos’è un Piano Industriale? Sostanzialmente un documento economico, industriale, commerciale e organizzativo che delinea le intenzioni del management in merito alle strategie competitive del gruppo, alle azioni che saranno realizzate per raggiungere gli obiettivi strategici e alla stima dei risultati attesi.

Nella fattispecie il Piano Industriale presentato giovedì è la carta d'identità di Whirlpool e per questa sua natura non può essere modificato dall'esterno, perchè il modello di business, che piaccia o meno, viene scelto in autonomia dalla proprietà e dal management del gruppo.

Di fronte a questo punto fermo l'unico margine di trattativa può essere creato e sfruttato prendendo realisticamente atto del Piano Whirlpool e individuando nel polo dei piani di cottura la linea del Piave.  

Ciò significa due cose: che non ci si arrocca in difesa dello stabilimento di Albacina e che non si contesta la scelta di Melano come centro dei piani di cottura ma si va a direttamente a contrattare sulle prospettive di sviluppo di quel segmento di produzione e su come riassorbire la quota di esuberi generata dalla chiusura di Albacina.

Per gestire in modo serio e robusto questa operazione bisogna superare due certezze ormai prive di fondamento: che Indesit esista ancora e che Fabriano sia sempre il centro di quell'universo. Una rivoluzione di mentalità urgentissima ma che non può prendere corpo in pochi giorni. Ancora una volta è il tempo, risorsa scarsa, il nemico più insidioso del nostro territorio.
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17 aprile 2015

Il Piano Whirlpool oltre le proteste e le polemiche


Come era prevedibile sul Piano Whirlpool si sono immediatamente scatenate le polemiche politiche, una polverone in cui l'intensità delle accuse e il profilo degli accusatori è direttamente proporzionale all'ignoranza sulla materia del contendere.

E' quindi opportuno riportare la discussione sul binario dei fatti, ricordando agli osservatori - sempre polemici ma molto disattenti - che la politica e le sedi istituzionali possono sviluppare azioni concertative ma, in un sistema di libero mercato, non possono imporre alle imprese il proprio punto di vista né dettare i contenuti della pianificazione strategica di una multinazionale.

Whirlpool ha annunciato 1.350 esuberi, la chiusura dello stabilimento di Caserta, del centro di ricerca di None (più altri cento impiegati dell'area progettazione distribuiti tra Fabriano, Cassinetta e Comerio) e dello stabilimento di Albacina, con i lavoratori di quest'ultimo che verranno spostati nello stabilimento di Melano

Lo stabilimento di Cassinetta si caratterizzerà come polo europeo dell’incasso e la sua produzione di piani cottura a gas ed elettrici verrà spostata a Fabriano. Su Cassinetta convergerà invece la produzione di frigoriferi di Carinaro mentre la progettazione del lavaggio rientrerà dalla Germania in direzione Fabriano - Cassinetta.

Il trasferimento dei lavoratori da Albacina a Melano, secondo Whirlpool, comporterà 250 esuberi nonostante Melano sia destinata a diventare un grande polo produttivo per i piani di cottura

Si tratta di una prospettiva industriale seria quella focalizzata su Melano o di un rimpastone produttivo che prelude a nuovi tagli? E lo sviluppo di Melano sarà in grado di riassorbire i 250 esuberi ipotizzati? Questi lavoratori possono "sopportare" la transizione attraverso un ricorso agli ammortizzatori sociali o sono condannati alla mobilità e all'espulsione dal processo produttivo? 

Si tratta di un pacchetto di domande non oziose, a cui occorre dare risposte serie e razionali, di quelle che magari non eccitano le folle ma che forse aiutano a trovare soluzioni praticabili. Anche perchè ricordiamo bene come finì la grande mobilitazione dei lavoratori Indesit dell'estate 2013: uno stillicidio di scioperi articolati, carovane, fiaccolate e manifestazioni che fecero da contorno a quel che si era capito sin dall'inizio e cioè che la vertenza si sarebbe chiusa con una resa sindacale di fronte a un accordo; accordo che, tra l'altro, in caso di cambio di proprietà dell'azienda, sarebbe diventato oggettivamente inesigibile.

La reazione al Piano Whirlpool da parte dei sindacati, dei lavoratori e delle istituzioni, da questo punto punto di vista, è il frutto di una rimozione freudiana del passato perchè il Piano Whirlpool, che piaccia o meno, ha tolto dal congelatore gli esuberi che Milani aveva magicamente messo in formalina per convincere i sindacati a firmare l'accordo del dicembre 2013.

E' bene ricordare che il Piano di Salvaguardia e Razionalizzazione presentato da Milani il 4 giugno 2013 prevedeva 1.425 esuberi di cui 480 a Fabriano. Forse non sarà molto popolare dichiararlo apertamente ma l'impressione è che il Piano di Milani fosse assai più sanguinoso, per il nostro territorio, di quello presentato ieri da Whirlpool.

La verità su cui nessuno si vuole esporre è che Milani, come era naturale visto il ruolo ricoperto, si era mosso con l'obiettivo di creare le migliori condizioni possibili di vendita dell'azienda e con l'accortezza managerialmente scaltra di trasferire sull'acquirente, ossia su Whirlpool, la brutta gatta degli esuberi. Il fatto che sindacati, lavoratori e cittadini avessero creduto al gioco di prestigio degli "esuberi spariti" non significa che quel problema fosse realmente risolto. E come spesso accade dietro i vestiti nuovi dell'imperatore c'è sempre un re nudo, ossia una verità che torna prepotentemente a galla.


Da questo punto di vista ricordiamo agli smemorati che il 22 novembre 2013, di fronte a una drammatica rottura notturna della trattativa coi sindacati al MISE, l'allora Presidente e Amministratore Delegat di Indesit Milani comunicò a tutti i soggetti coinvolti l'avvio della procedura di licenziamento collettivo ex artt.2 e 24 legge 223/91 per 1.400 dipendenti:

  • 194 nello stabilimento di Albacina
  • 286 nello stabilimento di Melano
  • 540 nello stabilimento di Caserta
  • 230 nello stabilimento di Comunanza
  • 150 nei diversi uffici e direzioni
Ieri, a guardare le reazioni, sembrava che il passato fosse stato cancellato, con la sua storia, i suoi numeri e le sue verità messe nero su bianco e rapidamente archiviate. La storia di Indesit/Whirlpool va, invece, vista sul medio periodo e con la consapevolezza di ogni passaggio altrimenti si abbaia alla luna e si finisce col danneggiare i lavoratori invece che difenderli.
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15 aprile 2015

Piano Whirlpool: Fabriano a un bivio

Domani è il giorno del Piano Whirlpool, l'appuntamento più atteso per l'industria e l'economica marchigiana dopo i mesi di low profile che hanno scandito il comportamento della multinazionale dopo l'acquisizione di Indesit Company.

Immaginare un "tutto come prima" è solo un auspicio fantasioso e per questo l'attenzione di tutti è essenzialmente concentrata sul "come sarà" e con quali scenari produttivi e occupazionali di medio periodo dovranno confrontarsi lavoratori, parti sociali, istituzioni e cittadini.

Quali che siano gli orientamenti e gli indirizzi del Piano, Fabriano ne uscirà comunque ridimensionata e sarà fondamentale capire se si tratterà di una penalizzazione sostenibile o se, invece, il management del gruppo americano considera gli stabilimenti fabrianesi e la sede centrale un vero e proprio ramo secco all'interno del processo complessivo di acquisizione e di integrazione in atto.

Nel primo caso si rientrerebbe nel campo della negoziazione sindacale mentre nel secondo sarebbe necessaria un'azione corale e di sistema da parte di tutti gli attori politici, economici e sociali coinvolti.

Per ora di certo c'è soltanto la scelta di Whirlpool di delimitare il perimetro dell'incontro di domani al MISE alle sole rappresentanze sindacali nazionali. Ciò significa che il gruppo americano è aperto a un confronto di sistema in cui ai territori coinvolti spetta soltanto il ruolo di variabili dipendenti rispetto alle strategie del gruppo e non quello di protagonisti del tavolo negoziale.

Secondo alcuni osservatori il Piano Whirlpool potrebbe anche contemplare una prima fase di intervento blando per non inasprire troppo gli animi in vista delle elezioni. Non certo perchè americani siano interessati all'esito delle Regionali marchigiane ma perchè, probabilmente, non vogliono che il Piano venga strumentalizzato politicamente e trasformato in un elemento centrale della campagna elettorale.

Nel frattempo allo stabilimento di Albacina è stata rinnovata la RSU e il voto dei lavoratori ha garantito la maggioranza dei delegati alla FIOM. Segno evidente di una profonda preoccupazione degli operai che hanno compreso che si è chiusa l'epoca delle trattative amicali e di prossimità e si prepara una stagione in cui, forse, è necessario pure mettere qualche sacco di sabbia alla finestra.

Comunque vada non sarà un successo. E bene che vada ci saranno molte ferite e profonde da curare.
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9 aprile 2015

Il centro che non fa crock e lo storytelling del Governatore


La politica, essendo prosieguo della guerra con altri mezzi, si nutre anche di tattica. Ma una tattica che si prolunga troppo è rischiosa perchè fa perdere di vista le potenzialità dello scenario e diventa guerra di posizione, un passo avanti e due passi indietro. 

I rischi della tattica stanno dirottando su Spacca che, nell'ultimo mese e mezzo, è stato come risucchiato dalla routine degli equilibri politici, delle geometrie personali e dei tira e molla di coalizione. 

Si tratta di tagliole inevitabili, perchè senza una definizione delle forze in campo non c'è battaglia ma solo testimonianza. Il punto è che le necessità di struttura vanno incardinate in un arco temporale politicamente sostenibile, altrimenti l'energia dell'azione politica si infrange e rischia di tramutarsi in una pericolosa corrente di risacca.

Attendere che si plachino i capricci anemici e poco amletici dell'UDC e soprassedere davanti ai singulti di Forza Italia, infatti, rinchiude Spacca nel perimetro della tattica e di tattica, notoriamente, si può anche morire.

La coalizione centrista, infatti, è una forza di sostegno sicuramente necessaria ma non sufficiente. E in più non fa crock. Il sentore del croccante è legato all'azione del candidato Presidente, a condizione che Giammarione decida, finalmente, di uscire da sé stesso, andando oltre il profilo del governante capace e fin troppo paziente. 

E' tempo di inoltrarsi in un campo d'azione più rischioso, legato alla capacità di generare scosse ed emozioni nell'elettorato. A questo proposito scriveva, saggiamente, lo psicologo americano James Hilman: "se saltiamo dove ci sono sempre braccia ad accoglierci, non c'è un vero salto". 

Le braccia pronte ad accogliere Spacca sono il colore crepuscolare del buon governo e della buona amministrazione e l’idea di un terzo mandato incentrato sulla continuità. Di certo si tratta di richiami forti, che marcano una differenza profonda con gli altri candidati, di cui risaltano la visuale ristretta e il deficit di prospettiva; temi che sono le fondamenta del discorso politico ma non la sua architettura, la linea di cui ha bisogno un elettorato che concepisce la razionalità del progetto solo se è mediata da una narrazione capace di scuoterlo e coinvolgerlo. 

Non è casuale che, in queste prime fasi di campagna elettorale, gli avversari abbiano attaccato Spacca fuori dal campo delle competenze tecniche e di Governo, insistendo su un duplice tallone d’Achille: il terzo mandato come pretesa di inamovibilità e i giovani al comando come fatto anagrafico oggettivamente antispacchiano. Argomenti politicamente insulsi ma sempre in grado di ancorare, negli elettori, suggestioni capaci di influenzarne l’orientamento politico ed elettorale.

A questo attacco ai fianchi Spacca non può pensare di reagire fornendo solo una risposta elitaria, basata sulla razionalità dei contenuti, perchè anche il leone rischia grosso quando è accerchiato dall'azione concentrica delle iene. 

Per sparigliare il Governatore deve adottare la tecnica del judo, trasformando gli attacchi in leve di difesa attiva, ossia rimarcare il fatto che si candida perchè ha più numeri degli altri e non intende lasciare un milione e mezzo di persone in mano a gente che impiegherebbe due anni per capire come funziona una Regione, mentre la crisi avanza per strappi improvvisi e accelerazioni brutali. 

Rivendicare la leadership è, quindi, la prima mossa politica che andrebbe messa in campo. Una mossa individualizzata, solitaria, senza mediazioni di coalizione, con cui sbaragliare i confini verticali dell'appartenenza e costruire una suggestione politica in cui possa riconoscersi anche chi non ama il centro che non fa crock

Siccome non c'è leader senza una meta, è anche fondamentale che la rivendicazione della leadership da parte di Spacca si leghi a un sogno che non sia di una notte di mezza estate ma di lungo periodo. Ma il leader e un sogno non bastano senza un ingrediente che deriva da una constatazione di sistema e cioè che la politica funziona se è capace di individuare un nemico

Di conseguenza Spacca non può essere solo un attore della coesione ma deve anche chiarire contro cosa vuole combattere, individuando una didattica del nemico e le parole migliori per inquadrarlo e divulgarlo tra gli elettori.

Il leader, la meta e il nemico hanno bisogno del supporto di un linguaggio mosso, vibrante, brutale e senza perifrasi, perchè la parola secca ed essenziale -  Papa Francesco docet - è l'unica in grado di uscire dalle secche di quel vocabolario amministrativo e di governo che i cittadini percepiscono come braccio linguistico della burocrazia e della casta.

Per questo leader, progetto, nemico e linguaggio sono componenti di una narrazione unitaria che punta sul futuro e fa crock. Spacca, dal canto suo,  se vuole avere una chance non può bypassare questa frontiera politica e il suo storytelling. A prescindere da ciò che fanno e faranno Cesa, Pettinari e Ceroni.
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31 marzo 2015

Udc, Area Pop e quel che si pettina per Pettinari


Per chi guarda la politica dall'esterno può apparire singolare la battaglia smisurata che accompagna le scelte dell'UDC nelle Marche. Si tratta infatti di un partito lontano dai vecchi splendori politici ed elettorali; una forza politica che non è dimensionalmente in grado di esprimere quell'utilità marginale che potrebbe decidere le elezioni e rendere, di conseguenza, più comprensibile e spiegabile la contesa attorno al simbolo dello scudo crociato.

Per quale ragione, insomma, il successo dell'operazione Spacca sembra essere intimamente vincolato alle decisioni di Cesa? E per quale strana alchimia politica il segretario regionale del Pd Francesco Comi ha bruciato ogni prudenza pur di annunciare il sostegno dell'UDC a Ceriscioli nonostante l'appoggio provenisse soltanto dalla maggioranza del partito marchigiano?

Il motivo è molto semplice: le Marche, come abbiamo scritto qualche giorno fa, sono una regione moderata e cattolica ed è politicamente difficile prevalere senza una qualche legittimazione centrista

Il PD, ossessionato da una sorta di Reconquista castigliana, ha capito che il partito pigliatutto non funziona e senza l'appoggio dell'UDC è costretto ad ampliare la coalizione dando al centro la forma di un cespuglio inventato a tavolino attraverso il gioco delle liste civetta. Spacca, dal canto suo, ha bisogno come l'aria di presidiare interamente l'area centrista, per evidenti ragioni di posizionamento politico.

Ad oggi, infatti, tre dei cinque raggruppamenti che parteciperanno alle elezioni regionali nelle Marche fanno fatica a parlare con l'elettorato moderato e centrista: Cantiere Sociale, per via della sua ispirazione di sinistra radicale; il Movimento 5 Stelle per brutalità di linguaggio e visione giustizialista; la destra leghista e di Fratelli d'Italia per le sempre più evidenti e dichiarate simpatie lepeniste.

Rappresentando questo scenario in una mappa del posizionamento politico emergerebbe visivamente un dato politico decisivo e cioè che il PD è quello che subisce di più la pressione competitiva delle forze radicali, nello specifico del Cantiere Sociale e del 5 Stelle. Ed è anche per liberarsi da questa morsa, che è anche e soprattutto elettorale, che il segretario Comi ha estremo bisogno di ricevere dal centro dello schieramento politico una qualche apertura di credito.

Spacca, da questo punto di vista, se tiene ancorata l'UDC può ritenere completata la sua operazione politica di egemonia completa sul centro politico, perchè la distanza dal raggruppamento lepenista - filtrata dal sostegno di Forza Italia - rappresenta un valore aggiunto in quanto toglie dall'arco del PD un micidiale argomento di campagna elettorale oltre che un possibile richiamo della foresta capace di drenare voti dal Cantiere Sociale in nome della vecchia ma sempre comoda pregiudiziale antifascista

La Direzione Regionale dell'UDC ha votato un documento di sostegno al PD e al suo candidato a Presidente della Regione. Cesa ha invece dichiarato che in ogni regione - Puglia esclusa per accordi pregressi - sarà presente Area Popolare. Di fatto, se non si verificherà una ribellione filo Pettinari della base dell'UDC, il segretario regionale del Partito e l'assessore Viventi non potranno utilizzare il simbolo dell'UDC. Ed è esattamente quel simbolo che vogliono sia Spacca che Comi. 

Senza quel simbolo è difficile immaginare che il Pd possa sacrificarsi per Pettinari. Il gruppo dirigente del PD può morire per Pesaro e non certo per Danzica.
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26 marzo 2015

Perchè il Centro è al centro del voto marchigiano

La politica è una sovrastruttura ballerina che, spesso, vive di vita propria e segue percorsi poco prevedibili e lineari. Nonostante ciò la continuità e i movimenti di lungo periodo ne condizionano gli orientamenti, agendo come una mano invisibile anche quando i protagonisti non ne sembrano del tutto consapevoli.

La storia politica delle Marche del dopoguerra ha risentito della struttura economico sociale della regione e di un'identità, anche produttiva, segnata in primis dalla centralità del mondo rurale e poi dal trasferimento della sua cultura all'interno di un contesto di industrializzazione diffusa.

Diversamente dall'area umbro-toscana della mezzadria organizzata in grandi fattorie e dall'universo bracciantile della Romagna, il mondo contadino marchigiano non ha fornito alla sinistra un retroterra sociale solido e profondo. Di conseguenza le Marche si sono delineate come regione politicamente moderata - per molti aspetti d'impronta "veneta" - nonostante la presenza di un partito comunista forte ma mai egemone anche a causa della sua concentrazione territoriale nel centro nord della regione.

Storicamente, quindi, è stato il "centro" lo spazio politicamente determinante; un centro che ha cooptato la sinistra al governo della Regione a partire dal 1970, con i socialisti di Emidio Massi - poi Presidente dal 1978 al 1990 - passando per la Presidenza del democristiano Ciaffi, appoggiato dall'esterno dal Pci, che consentì al comunista anconetano Renato Bastianelli di ricoprire la carica di Presidente del Consiglio Regionale dal 1975 al 1980.

L'unico momento di rottura dello schema politico fondato sul "centro che guarda a sinistra" si ebbe nel 1995 con la prima Giunta D'Ambrosio, che spostò radicalmente a sinistra l'asse politico regionale, anche grazie alle convulsioni che avevano lacerato e consumato la vicenda politica della Democrazia Cristiana. Un'esperienza che, però, ebbe vita breve, tanto che già nel 1998 il patto tra centro e sinistra recuperò una sua dimensione concreta, con l'allargamento della maggioranza al Partito Popolare, nato dalla componente progressista e morotea della Democrazia Cristiana.

L'operazione di reinsediamento della componente centrista e cattolica nel governo della Regione giunse a compimento nel 2005 con l'elezione alla Presidenza di Gian Mario Spacca. Vista in un'ottica di lungo periodo la vicenda politica marchigiana consegna, quindi, agli osservatori una sostanziale linea di continuità in cui la fantasia delle formule non cancella mai il significato politico e di governo del rapporto tra il centro cattolico e la sinistra.

Le elezioni regionali del 2015 con la frattura tra Spacca e il PD rappresentano, di fatto, la prima esperienza politica ed elettorale in cui il centro e la sinistra si presentano l'un contro l'altro armati, evidenziando una divisione che è strutturale ed oltrepassa di molto la questione del terzo mandato di Spacca.

In questo senso il desiderio di autosufficienza del PD sembra essere in conflitto con la storia politica marchigiana e ciò spiega, almeno in parte, un duplice bisogno del Partito Democratico: cancellare l'equazione tra Spacca e centro politico e proporre, come fa oggi Ceriscioli, un Pd che contiene al suo interno sia la sinistra che il centro e in questo modo cerca di replicare il classico schema politico regionale.

Di converso non è un caso che Spacca abbia scelto di giocare una partita centrista, anche se politicamente ed elettoralmente rischiosa, aprendola a istanze civiche e liberali: perchè conosce il moderatismo dei marchigiani e sa che la sinistra da sola, tra l'altro territorialmente sbilanciata sul progetto divisivo di Pesaro Capitale, fa fatica a comprimere quel profilo veneto che ne fa una regione particolare e anomala rispetto allo schema classico di un'Italia Centrale schierata a sinistra senza se e senza ma.
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23 marzo 2015

Per un Sorci che va un Sagramola che resta


Sagramola conferma la sua amicizia con Spacca ma resta nel PD. La candidatura del Governatore, come era prevedibile, sta producendo i primi smottamenti politici anche nel territorio fabrianese, epicentro del terremoto politico in corso.  

Roberto Sorci, che non ha mai fatto mistero della sua adesione al progetto di Spacca, ha lasciato il Pd e la sua defezione dal partito ha aperto un varco che costringe gli esponenti del PD fabrianese a uscire allo scoperto, dopo mesi di ambiguità e di silenziosa speranza in una miracolosa rinuncia di Giammarrione che avrebbe garantito equilibri, galleggiamenti e status quo.

Di fronte all'accelerazione impressa dalla candidatura di Spacca e dalla decisione di Sorci, Sagramola si è improvvisamente trovato in prima linea. In quanto Sindaco non poteva continuare a bypassare il problema politico della sua collocazione: per il ruolo ricoperto e perchè fu il primo, mesi fa, a convergere su Spacca chiedendo le primarie di coalizione; una richiesta che ne bruciò la nomina già sancita a Presidente della Provincia e ne indebolì la posizione nel PD in prospettiva di un secondo mandato da Sindaco.

Sagramola, tra le altre cose, è sempre stato presente alle convention anconetane di Marche 2020, anche se la presenza non significa adesione e può sempre essere derubricata a gesto di cortesia, a curiosità politica o a manifestazione di amicizia. 

Alla luce di questi elementi in molti davano per certa la scelta spacchiana di Sagramola, con rapide dimissioni da Sindaco e candidatura in consiglio regionale, ma la politica ancora una volta ha seguito le sue geometrie non euclidee ed è probabile che il Sindaco abbia optato per la "ditta" in base a considerazioni e calcoli di natura politica e personale.

Schierandosi con Spacca il PD regionale avrebbe inevitabilmente reagito. I percorsi di rappresaglia potevano essere due: sfiduciare Sagramola in Consiglio Comunale, con conseguente ritorno alle urne, oppure proseguire fino alla scadenza del mandato ma senza possibilità di una ricandidatura a Sindaco. In più, come dicevamo, va collocato sulla scena del delitto l'endorsement di Sorci, che ha messo la freccia rispetto a una possibile candidatura a consigliere regionale.

Se si fosse schierato con Spacca Sagramola avrebbe messo a rischio il suo presente e il suo futuro politico senza contropartita certa e di rilievo. La sua dichiarazione di fedeltà al PD è, quindi, il frutto di un bilancio di costi e benefici legati a prospettive individuali più che a un disegno politico di più ampio respiro.

Sagramola, in sintesi, ritiene più probabile una vittoria del Pd che di Spacca e lega al successo di Ceriscioli il suo desiderio di un secondo mandato da primo cittadino. E viene da chiedersi se Giancarlone si sia imbattuto in queste parole del grande Nelson Mandela: "Possano le tue scelte riflettere le tue speranze, non le tue paure."
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22 marzo 2015

Perchè il PD "impazzisce" per Spacca


La candidatura di Spacca ha scatenato nel PD una reazione al limite della crisi di nervi, una collera canina animata da parole d'ordine che sembrano mutuate da un Vaffanculo Day. Spacca, dal canto suo, avrebbe di che ringraziare Ceriscioli per la rumorosa accoglienza per almeno tre motivi: innanzitutto perchè è risaputo che chi insulta, per ogni voto in più che prende ne perde almeno tre; secondo, perchè il PD, buttata alle ortiche l'ipotesi socialdemocratica incarnata da Marcolini, può solo giocare sui decibel e questa opzione trasformerà le elezioni in un referendum su Spacca, che nel bene e nel male occuperà per intero la scena politica e mediatica; infine perchè un Pd rancoroso ed estremista tenderà a contendersi il medesimo spazio politico con un competitor molto più credibile e attrattivo come il Movimento 5 Stelle, consegnando inevitabilmente a Spacca il monopolio politico, e forse anche elettorale, di quell'opinione pubblica che predilige il cervello alle interiora.

L'atteggiamento assunto ieri dai vertici del Partito Democratico dipende da alcune ragioni. La prima è di natura culturale. La nomenklatura del PD marchigiano è fatta da uno zoccolo duro di ex bersaniani, sensibilissimi al primato e agli interessi materiali e politici della "ditta" e convertiti a un renzismo insincero e di circostanza. L'essere renziani fuori ma piacentini sulla pelle si evince da un elemento e cioè che nei comportamenti del quadro dirigente del PD marchigiano non si trova segno della più importante innovazione politica del renzismo, ossia la fine di una concezione demonizzante dell'avversario che nasce sempre da una presunta, seppur inesistente, superiorità morale della sinistra.

Il PD delle Marche vuole vincere facile, senza ostacoli e senza avversari, perchè la "ditta" è una comunità del bene e chi ne complica il cammino può essere solo un traditore e uno scilipoti, specie se a mettersi di traverso è qualcuno che gioca per vincere e ha i mezzi e i consensi per farlo. Ragion per cui l'unico confronto possibile per un democratico marchigiano è quello tra il PD e una lista di cui il PD si riserva di scegliere l'allenatore e di giudicare la formazione.

Ma ancora più in fondo c'è una corposa ragione politica e di governo nella rabbia dei democratici: il desiderio, tutto pesarese di fare, delle Marche un'interessante elemento negoziale nel processo di riaggregazione delle regioni italiane; un negoziato che prevede anche l'apertura di una "nuova hera", ossia l'ingresso della multiutility nel mercato marchigiano.

Insomma, nel PD marchigiano non c'è nessuna delusione per la scelta di Spacca, nessuna amarezza, nessun trauma da distacco, ma solo una rabbia consapevole e fredda. Aveva ragione il poeta inglese William Blake: "Non perdere mai la calma se non di proposito."

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13 marzo 2015

Su Indesit siamo alla Sacher Torte

E' il capitalismo, bellezza! Si potrebbero commentare così le parole di Marc Bitzer, supermanager Whirlpool, in merito alla situazione dei cassintegrati Indesit. Cosa ha detto di così scandaloso il vice chairman della multinazionale americana, da meritare la solita reprimenda indignata e un po' piagnona? Semplicemente che per i 1.700 cassintegrati di Indesit non c'è lavoro, perchè il settore esprime un eccesso di capacità produttiva rispetto alle tendenze del mercato, e che è necessario trovare una soluzione.

E' il capitalismo, bellezza! Un sistema economico e sociale sicuramente in crisi, ma per ora l'unico possibile in questo mondo. E il capitalismo funziona in base alle logiche di mercato: se i consumi impennano la capacità produttiva viene saturata e i costi fissi riassorbiti da un margine di contribuzione che li rende sostenibili; se il mercato frena o stagna il circolo virtuoso si interrompe e nasce il problema degli esuberi.

Dov'è quindi lo scandalo Bitzer se non nel fatto che, da buon americano, ha detto cose semplici e chiare senza ripararsi, come amiamo fare noi italiani, dietro fumisterie e bizantinismi? 

Uno scandalo inesistente perchè gli esuberi Indesit - i famosi 1.425 - non li ha inventati Bitzer ma furono l'essenza del Piano di Salvaguardia sviluppato da Milani nella primavera del 2013, al punto che la situazione degli esuberi venne dettagliata, in termini di profili professionali, livello contrattuale e numero di eccedenze, come allegato della comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo in data 22 novembre 2013.

Con un gioco di prestigio mediatico, necessario per far uscire i sindacati dall'angolo e convincerli a sottoscrivere l'accordo, gli esuberi, come per miracolo, sparirono dalla scena dall'ormai celebre accordo del dicembre 2013. 

Ma fu una sparizione farlocca e teorica, perchè l'esubero è tale rispetto alla struttura, agli obiettivi e alla concretezza del mercato dell'impresa e non si cancella artificiosamente con il magicabula della cassa integrazione, dei contratti di solidarietà e dei prepensionamenti.

La verità è che l'indignazione rispetto alle parole di Bitzer è, come al solito, provinciale, retoricasenza respiro. E allora, per dirla alla Nanni Moretti con la Sacher Torte, "continuiamo così. Facciamoci del male".




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11 marzo 2015

Spacca si, Spacca no. A sabato l'ardua sentenza.

Negli ultimi giorni, in alcuni ambienti politici, sono improvvisamente lievitati i rumors circa una possibile rinuncia di Gian Mario Spacca alla candidatura a Governatore delle Marche. E non a caso sono iniziati a circolare altri nomi: Francesco Casoli e Vittoriano Solazzi su tutti gli altri.

Questo improvviso incremento di panna montata attorno alle sorti di Area Popolare nasce da un fatto politico: l'ambiguità dell'Udc, che a livello nazionale dice di sostenere il raggruppamento centrista ma poi prende tempo e rimanda le decisioni, in attesa di una quadra con i vertici regionali del partito che non ci sarà perchè questi ultimi propendono decisamente per un accordo con il Pd.

Questo impasse dell'Udc, paradossalmente, consegna al partito di Cesa e Casini un potere di interdizione politica di molto superiore al suo peso elettorale, perchè lega il destino di un'area politica alle dinamiche interne di una sola forza politica consegnandole un potere contrattuale che mette a rischio equilibri e redistribuisce influenze.

Il dato politico è che Area Popolare è un raggruppamento ancora fluido e su un un corpo non ancora consolidato e stabilizzato ritardi e indecisioni determinano un abbassamento dei livelli motivazionali e una moltiplicazione delle spinte centrifughe.

Per arginare questo rischio Marche 2020 - che ha consolidato un asse forte con l'NCD di Quagliariello - ha annunciato, per sabato prossimo, una conferenza stampa nel corso della quale verranno presentati il programma e il candidato Governatore

In questo modo gli spacchiani si propongono di condizionare e sparigliare l'esito del confronto interno all'Udc previsto per giovedì, offrendo al segretario Cesa un elemento di accelerazione in vista dello showdown (?) con i vandeani marchigiani capitanati da Viventi e Pettinari.

E qui si apre anche la questione del candidato Governatore. E' difficile immaginare un politico di lungo corso come Spacca che si fa dettare l'agenda dall'Udc, vincolando le sue decisioni personali e politiche agli atteggiamenti di una forza politica che ha fatto parte del Modello Marche ma che non è la sua e non rappresenta il suo orizzonte politico più prossimo.

Sembrerebbe quindi un'operazione di buonsenso politico separare le decisioni di Spacca dalle scelte politiche dell'Udc. E questo è un primo punto di deduzione. Il secondo riguarda il nome che verrà fatto sabato da Marche 2020. Ora, in politica tutto è possibile e uno più uno raramente fa due. Ma nonostante le imperfezioni la politica è anche una scienza, con le sue geometrie, le sue leggi e i suoi comportamenti che non spiegano tutto ma di certo aiutano a prevedere.


Questo senso delle geometrie non euclidee ci dice alcune cose. Innanzitutto che Casoli e Solazzi difficilmente potranno essere i candidati. Casoli perchè ha fatto un endorsement chiarissimo a favore di Spacca - sostenendo che solo il Governatore in carica può essere il punto di equilibrio di un'operazione moderata e di governo - e perchè, in quanto ex senatore del PDL, sarebbe una candidatura sbilanciata a destra e destinata a non muovere quel "malcontento di sinistra" che consente di far scattare il meccanismo dell'utilità marginale.


Allo stesso modo non funzionerebbe la candidatura di Vittoriano Solazzi, che in questi mesi si è ritagliato un ruolo politico di frontiera: quello dell'incursore che aggira la diplomazia politica, l'estremista di centro che dice quel che Spacca non può dire. E notoriamente gli incursori sono adatti allo sfondamento - che è azione spesso necessaria per aprire varchi -  ma non a quella paziente tessitura che genera equilibri e stabilizza alleanze.

A consuntivo delle nostre deduzioni Spacca sembra l'unico destinato a restare in gioco, ma fino a sabato nessuno può dire con certezza quali siano le sue reali intenzioni, anche se ci si può cimentare con qualche considerazione di geometria politica non euclidea.

Spacca ha avuto modo e tempo di mettere in campo una exit strategy. Almeno fino allo scorso autunno, quando avrebbe potuto contrattare e ottenere dal PD una qualche onorevole formula di promoveatur ut amoveatur. Non lo ha fatto, seppur consapevole che questa scelta avrebbe progressivamente consumato il suo spazio negoziale con il PD, spingendolo inevitabilmente verso un bivio: ricandidarsi o ritirarsi dalla politica senza contropartite ragionevoli e spendibili.

Ora, chi fa politica a un certo livello sa bene che l'una scelta piuttosto che l'altra non sono la pura e semplice espressione di un'ambizione o di un'inclinazione personale ma coinvolgono persone, relazioni, progetti politici, sistemi di consenso e percorsi motivazionali.

La domanda che ci si deve porre in questi giorni, in attesa del prununciamento di sabato prossimo, è semplice: al punto in cui siamo giunti Spacca può permettersi di rinunciare senza inficiare il progetto politico di cui si è fatto assertore? Area Popolare è in grado di essere ugualmente competitiva nelle Marche con un altro candidato? Spacca può permettersi il lusso di uscire di scena senza apparire un Celestino V che per viltade fece il gran rifiuto?  

La ragione, il buonsenso e le geometrie non euclidee della politica direbbero di no, ma siamo ben lungi da una scienza esatta perchè un conto è analizzare e dedurre e un conto è entrare nella testa di chi deve decidere e sciogliere i nodi. A sabato, quindi, l'ardua sentenza.
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6 marzo 2015

Il tallone oltrista del candidato Ceriscioli

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"Venite, amici, che non è mai troppo tardi per scoprire un nuovo mondo. Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte". Queste parole del poeta inglese Alfred Tennyson furono uno dei refrain di successo attorno ai quali Achille Occhetto costruì la narrazione della svolta che condusse allo scioglimento del PCI.

L'invito ad andare oltre conteneva un'indicazione che avrebbe condizionato la storia della sinistra: uscire dal comunismo senza approdare alla socialdemocrazia, ma con l'alibi di una ricerca tutta da compiere e da inventare. A rileggerla oggi può sembrare una citazione anacronistica come il contesto politico a cui si riferisce, ma paradossalmente contiene un potenziale descrittivo che riguarda il presente e può essere utile anche per interpretare un elemento di cronaca politica come il risultato delle Primarie del Pd marchigiano.

La sfida tra Ceriscioli e Marcolini è stata letta e interpretata in tanti modi: melodramma di partito, frattura interna a un gruppo dirigente, riflesso politico della rottura di equilibri territoriali, conclusione di un decennio di subalternità alla leadership centrista.

A me pare che oltre al tema fondamentale della frattura territoriale ci sia anche quel riflesso oltrista che emerse con la fine del PCI. E non inganni l'accaduto di questi ultimi tempi. Due anni fa, per dire, furono in molti a leggere il risultato delle Primarie del Pd per la scelta dei candidati alle elezioni politiche, come il primo step della riconquista del partito da parte della componente ex comunista. Un percorso che, a detta di qualcuno, si sarebbe completato con la rottura politica con Spacca e con la scelta di Ceriscioli come candidato Governatore. 

In realtà l'esito delle Primarie di domenica scorsa non sembra configurare la rinascita di un monolite di derivazione diessina in quanto lo scontro tra Ceriscioli e Marcolini sembra piuttosto la rappresentazione della "dialettica eterna" che segna da tempo il passo della sinistra più che il ritorno a un vecchio modello di egemonia d'apparato: quella tra la componente oltrista e tennysoniana incarnata da Ceriscioli - animata da quello che Sartori definisce "novitismo", ossia un cambiamento fine a se stesso, spinto fino all'estrema teorizzazione del rottamare come disegno riassuntivo del nuovo - e la solida linea della destra migliorista di Amendola e Napolitano, con la sua passione del realismo e della gradualità, che ha trovato in Marcolini un valido interprete a prescindere dalla sua collocazione nella vicenda correntizia dei comunisti marchigiani. 

Quando Marcolini ha messo in guardia Ceriscioli dal rischio del grillismo non ha fatto altro che rimarcare la divisione profonda tra una sinistra socialdemocratica che si interroga sul governo della Regione e una che nella ricerca ostinata "dell'andare oltre" riduce inevitabilmente il proprio assalto al cielo al bisogno di rimpiazzare una elite con un'altra, ossia con sè stessa. 

Una vittoria di Marcolini avrebbe messo in difficoltà il disegno politico del centro perchè un Pd a trazione socialdemocratica era in grado di riassorbirne la dialettica tecnocratica e moderata. Con la vittoria oltrista di Ceriscioli nel PD si delinea, invece, una deriva dei continenti che spinge la socialdemocrazia verso il centro: per affinità di linguaggio, sensibilità di approccio, cultura razionalista e lettura dei problemi. 

E alla fine se è certo che in politica contano i numeri, il potere e i rapporti di forza, è anche vero che si tratta di elementi che nascono sulla base delle culture politiche, in ragione della loro affinità e della geometria dei loro posizionamenti. Ed è per questo che la lotta tra vecchio e nuovo non spiega mai i processi profondi della politica e le sottili alchimie che inevitabilmente li accompagnano.
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4 marzo 2015

Le Marche e il "territorio contro la politica"


 Alle Primarie del Pd va riconosciuto un merito: aver riportato al centro del dibattito politico la "questione territoriale", tema sottovalutato ma decisivo per il futuro delle Marche. Riprendendo un concetto elaborato da Ilvo Diamanti, si potrebbe dire che l'esito della recente competizione interna al Partito Democratico ha generato una situazione in cui il territorio si dispone contro la politica, intesa come mediazione possibile tra i diversi particolarismi.

La vittoria di Luca Ceriscioli - come ha spiegato con acume cartesiano l'ex Sindaco di Pesaro Oriano Giovannelli in un articolo che vale la pena leggere con attenzione http://www.orianogiovanelli.it/alle-regionali-dipende/ - appare, infatti, come l'OPA ostile lanciata dalla città Pesaro contro il resto della Regione

Uno scenario che spoliticizza il conflitto, rompe il gioco verticale tra destra e sinistra e tende a coagulare un fronte di opposizione ampio, tenuto assieme da una difesa di equilibri territoriali che diventa un primum vivere trasversale e attrattivo sia per i marchigiani che per forze politiche di diversa ispirazione.

Senza volerlo il Pd marchigiano ha, quindi, assunto un profilo tecnicamente "leghista" ma non federalista, nel senso della centralità politica di una piccola patria rispetto a tutte le altre senza mediazione e senza disegni di compensazione territoriale. E, da questo punto di vista, è bene ricordare un precedente importante e cioè che l'unico esperimento di "secessione riuscita" nel nostro Paese è stato realizzato nelle Marche, grazie ad alcuni comuni della Valmarecchia.  

Segno che le spinte centrifughe presenti in alcuni territori non erano fatti episodici e di superficie come si era pensato, ma rappresentavano qualcosa di più radicato, una sorta di "humus frontaliero" pronto a riemergere anche in organizzazioni politiche come il PD storicamente più sensibili alla "politica nel territorio" piuttosto che al "territorio contro la politica".

Il rischio è che un certo afflato centrifugo, che sembra essersi impadronito del Partito Democratico con la vittoria di Ceriscioli, finisca per saldarsi con quel colbertismo istituzionale - centralista e dirigista - che ha ripreso a prosperare grazie alla crisi economica e al binario morto su cui si è oggettivamente arenato il regionalismo

In questo senso le ipotesi di riordino delle regioni italiane, con le Marche smembrate e soggette ad aggregazioni senza retroterra storico e antropologico, e ridefinite in base alle esigenze neutrali della spending review centralista (pecunia non olet), sembrano trovare nella leadership di Ceriscioli un corridoio allo stesso tempo efficace e divisivo.

Ma sarebbe un errore politico e culturale pensare che il "territorio contro la politica", incarnato dalla vittoria di Ceriscioli, non abbia radici e tradizioni pregresse. Tutto passa per la contestazione del ruolo di Ancona, la repubblica marinara incompiuta, vissuta come punto di equilibrio artificiale di una marchigianità altrettanto artificiale

Per questo contestare il ruolo di Ancona e del suo entroterra significa muovere la leva che rigenera le condizioni politiche e territoriali della frammentazione delle Marche e ritornare al Marchia est omnis divisa in partes: galli e piceni; longobardi e bizantini. E in questo senso il PD marchigiano, che rivendica la coesione come proprio valore fondativo, rischia di diventare una sorta di "partito catalano" che divide invece che unificare.

Il particolarismo è parte integrante dell'identità marchigiana ma il sistema può reggere solo se la frammentazione dei suoi territori e delle sue comunità converge verso un punto di equilibrio e di mediazione. Diversamente il sistema regionale è destinato a frantumarsi assumendo anche forme pesantemente subalterne. A questo punto, che piaccia o meno, sarà questo il grande tema di confronto tra i marchigiani e tra le forze politiche nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
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