24 luglio 2016

Il Pd fa Ciaone a Sagramola e punta alle Primarie

 
Tempo qualche settimana e usciremo dal limbo dell'attesa. Già, perché a partire da settembre non saranno la discrezione e la prudenza i sentimenti politici prevalenti in città ma piuttosto l'ansia trattenuta a stento, le ambizioni personali raccontate come forze del destino, le discese ardite e poi le risalite, i debutti arrapati e le rinunce annunciate ma sempre un po' clamorose quando coinvolgono personaggi che per un istante di celebrità avrebbero donato pure una fetta di culo vicina all'osso.

La prima mossa, come è naturale che sia, toccherà al Pd che ha poco tempo a disposizione per decidere come gestire il consuntivo dell'esperienza Sagramola.

La carenza di risultati apprezzabili di un mandato amministrativo scontroso, esattoriale e drammaticamente inadeguato, indeboliscono una proposta politica basata sulla rivendicazione della continuità e sulla prosecuzione di un buon governo che non si è visto neanche per un solo istante.

Di conseguenza la soluzione meno probabile, ad oggi, è una ricandidatura di Sagramola anche se attorno a questo processo politico e decisionale aleggia il referendum costituzionale d'autunno che spingerà i papabili alla candidatura a Sindaco a schierarsi, legando parte del proprio destino politico locale all'esito della consultazione referendaria.

Al Pd fabrianese, realisticamente, restano due percorsi possibili: investire su una continuità senza Sagramola oppure farsi carico di una rottura profonda rispetto al più recente passato.

Nel primo caso il candidato potrebbe essere l'assessore Giovanni Balducci, il meno "sagramolizzato" dell'attuale Giunta Comunale e rafforzato dal successo del Mondiale Enduro che lo ha visto tra i protagonisti nell'organizzazione dell'evento motociclistico.

Diversamente si va alla rottura politica del PD con sé stesso, ovvero alla conta, dove a decidere la candidatura del partito renziano saranno direttamente gli elettori attraverso le Primarie.

Secondo fonti ben informate è proprio il ricorso alle Primarie l'opzione politica che va per la maggiore; una mossa che consentirebbe al Pd di uscire dall'attuale cul de sac, di godere di un validissimo diversivo mediatico e di chiudere senza spargimenti di sangue la sfortunata parentesi sagramoliana.

In questo quadro ci sarà da capire l'exit strategy di Giancarlone che potrebbe anche tentare una corsa solitaria. Magari giocando di sponda con alcuni ambienti merloniani. In fondo Enrico Letta, antico capo corrente e amico di Sagramola, è stato appena nominato Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Merloni.

E come diceva Sherlock Holmes, l'arma del delitto è sempre dove non ti aspetti: ovvero esattamente avanti agli occhi!
    

12 luglio 2016

La Fabriano del denaro sparita di colpo

Fabriano è stata per lungo tempo una città attenta al denaro, ritenuto misura del successo, elemento di invidia sociale e lubrificante comunitario di un potere che compensava attraverso i soldi il deficit strutturale di idee.

Un approccio piccolo borghese, perchè la borghesia vera - nella sua vicenda secolare - ha sempre cercato di trovare un punto di congiunzione tra il denaro e le idee, tra gli affari e una prospettiva di egemonia culturale.

In qualche modo la Fabriano piccolo borghese - per quanto esteticamente poco seducente - trovava nel denaro una sua ragione, un suo collante sociale, lo strumento fondamentale nella costruzione dei propri equilibri interni.

La crisi ha fatto deragliare ogni riferimento e ogni eredità del passato al punto che oggi, in città, il denaro non rappresenta più una sfida primaria di assertività personale e un lubrificante sociale condiviso ma è stato confinato in un circuito ristretto di sopravvivenza, di elemosine, di sovvenzioni e di piccoli e piccolissimi rigagnoli di lucro.

Questa dissoluzione dello spirito piccolo borghese dei fabrianesi ha trovato riscontro empirico in due recentissimi episodi: il salasso finanziario subito dai risparmiatori e dalla Fondazione a seguito del deprezzamento totale delle azioni di Veneto Banca e il fallimento del bando di accesso ai fondi per la reindustrializzazione delle aree colpite dalla crisi della Antonio Merloni.

Nel caso Veneto Banca sono andate in fumo alcune decine di milioni di euro senza che ciò producesse una reazione: né a livello istituzionale né tra i risparmiatori privati. Come se perdere una montagna di soldi fosse una cosa di poco conto, un incidente di percorso da chiudere in fretta e senza agitarsi troppo.

Il fabrianese di una volta, quello coi soldi nel materasso che era capace di essere miliardario e di vivere in una catapecchia, avrebbe fatto guerre puniche per poche decine di euro. Oggi ne perde migliaia e migliaia e non batte ciglio. Dappertutto partono azioni di responsabilità. Qui manco l'ombra. Segno che la vecchia impronta piccolo borghese e ossessionata dal denaro non c'è più. Il vecchio è morto - e forse è anche un bene -  ma il nuovo non nasce.

Un atteggiamento che, in forme diverse, ha trovato sponda e conferma nel sostanziale fallimento del bando di accesso ai fondi dell'Accordo di Programma. Fatta eccezione per un piccolo intervento di Elica nessuna azienda fabrianese ha presentato progetti di reindustrializzazione, nonostante fossero disponibili risorse pubbliche non banali destinate al nostro territorio (ci sarebbe anche un progetto della JP ma tutto ciò che riguarda quell'azienda merita considerazioni e valutazioni a parte).

Sicuramente hanno inciso i vincoli e i parametri di accesso così come è probabile che si sia fatto sentire un bisogno di prudenza che spinge gli imprenditori a meditare e ponderare le scelta. Resta il fatto, però, che anche in questo caso si registra un fenomeno interessante e cioè che il denaro non esprime più quel magnetismo legato al fare che in un passato anche recente avrebbe scatenato appetiti e interessi.

Come si diceva all'inizio l'ossessione del denaro è un tratto patologico dell'ideologia piccolo borghese ma nella nostra città aveva consentito di costruire una traiettoria di sviluppo. Oggi, a Fabriano, questa concezione del denaro e del risparmio si è persa di colpo. E' rimasta intatta soltanto l'idea del saccheggio individuale, del gratta e vinci, dell'ossicino da spolpare.

Si perdono allegramente migliaia di euro, si rinuncia inopinatamente a milioni di euro e ci si scanna vogliosamente per qualche decina di euro di sovvenzioni. Una fenomenologia tutta da scoprire e da capire.
    

29 giugno 2016

La Fabriano sporca non è cosa da galateo

Viviamo una stagione di contraddizioni profonde in città, uno stato confusionale concreto, inquietante, visibile. Il centro storico, nonostante si sia trasformato in uno spazio periferico con occasionali ripopolamenti serali, è tuttora lo scenario prediletto e naturale dei più plateali contrasti materiali ed estetici.

Ed ecco, allora, Piazza del Comune che si tira a lucido per farsi nuovamente scenario di fiction e  monachelle problem solver, mentre a poche centinaia di metri si consuma il rito notturno di una città in crisi: bottiglie di birra sparse, rottami vari ed eventuali ed ora anche le famigerate e periodiche siringhe con aghi, pronte a evocare simbolicamente il precipizio morale di una gioventù impigrita e disoccupata.

Il problema è che ci si sofferma solo sullo sporco, sul vandalismo che si scaglia contro le cose, sullo stato di abbandono che fa proliferare il peggio e lo diffonde. Tutto vero e giusto ma sarebbe necessario andare più in profondità, perchè lo sporco e l'abbandono sono effetti collaterali, il lato B della crisi cittadina, il culo non proprio a mandolino di una comunità che comincia a dubitare della propria sopravvivenza.

Ciò che sta accadendo ha un'impronta ferocemente moderna e le comunità in crisi economica non diventano più delicate e gentili ma inaspriscono i propri lati peggiori: il consumo di alcool viene sdoganato socialmente, sotto la denominazione politicamente corretta di apericena si manifesta e si riproduce il rito pagano della bevuta compensativa, la bamba rimbalza trasversalmente tra i ceti in una sorta di grande democratizzazione della dipendenza e fare casino è un modo per riempire gli spazi vuoti di una solitudine assordante. 

Qualcuno si era illuso che con un tasso di disoccupazione al 30% e con tantissimi giovani che non trovano lavoro fosse possibile andare avanti a capo chino come sempre, col buonsenso arcaico, con la sopportazione paziente e le locandine dei giornali che martellano i santissimi paventando rilanci inesistenti e sparando cubitali su vertenze fantoccio. 

Sicuramente Fabriano sta conoscendo una modernizzazione distorta - come certe città inglesi dopo la chiusura delle miniere - perché il trauma dell’impoverimento di rado è virtuoso mentre è spesso luddista e distruttivo ma si tratta di un passaggio ineludibile: è il serpente che soffre per cambiare pelle

In questo frangente ridurre ogni negatività a vandalismo, richiamando moralisticamente l’assenza cronica delle famiglie e dei genitori, significa condannarsi all’incomprensione dei fenomeni. La città sporca, rotta, abbandonata: è uno stato d’animo prima che un problema igienico ed estetico e non saranno i controlli, le telecamere, lo scandalismo mediatico, l’ira dei negozianti e dei residenti a rallentare la proliferazione di fenomeni che sono anche un rimbalzo naturale della crisi. 

La “città sporca” è una grande questione politica, perché non sono sufficienti le manutenzioni, i controlli e il decoro urbano; strumenti utili, di supporto, ma mai integralmente risolutivi. La sfida politica è riaprire i canali di dialogo con una generazione incazzata e isolata che, per motivi anagrafici, non ha conosciuto sudditanze ma fa i conti con un gigantesco furto di futuro.
 
Diversamente si proseguirà a tempo indeterminato con le invettive del giorno dopo, con le scritte da cancellare, coi vetri rotti da raccogliere e quel civismo morbido e rassicurante che tutto declina in una dialettica da galateo e in uno scorno senza politica tra virtuosi e maleducati.
    

23 giugno 2016

E se fosse metalmezzadra un po' della nostra salvezza?

La scomparsa di Vittorio Merloni ha chiuso il cerchio di una lunga fase della nostra storia: quella di un'industria con le radici profonde, con gli stabilimenti ubicati a ridosso della città, quasi a garantire una stabilità fisica e visiva del lavoro e delle sue sedi; l'industria di un fare e un produrre di prossimità e di relazioni amicali che ha consentito ad alcune generazioni di fabrianesi di vivere il proprio percorso professionale tutto all'interno di una stessa azienda, in una logica capace di mescolare fedeltà quasi giapponesi e radicamenti tipicamente marchigiani.

Quel panorama industriale e produttivo, che era anche e soprattutto una forma mentis, è totalmente inattuale perchè la cifra prevalente del nostro tempo è il "nomadismo del capitale". 

Il territorio gode ancora della presenza di grandi realtà industriali produttive - basti pernsare a Whirlpool, Ariston Thermo Group, Elica, Franke, Cartiere Miliani - ma l'elemento dirimente è la consapevolezza che la loro presenza sul territorio si prolungherà fin quando sarà compatibile con le esigenze di competitività, in uno scenario che rende sempre meno influenti le motivazioni di carattere "affettivo".

Ciò significa che l'attuale tasso di disoccupazione - attestato attorno al 30% - potrebbe essere soggetto a ulteriori spinte verso l'alto, che determinerebbero pesanti fenomeni migratori in uscita e un brutale effetto algebrico sul saldo demografico.

Salvare Fabriano, in questo contesto, significa prevenire il rischio emorragico attraverso un approccio improntato al realismo minimalista, ossia sapendo che migliorare la situazione è al momento impossibile. L'obiettivo a breve, quindi, non può essere una prospettiva di rilancio ma soltanto una cronicizzazione stabilizzante dell'attuale stato di cose.

In questo quadro bisogna fare, metaforicamente, ciò che suggeriscono i giallisti: cercare la prova del delitto sopra il camino, ovvero osservare con attenzione consapevole quel che di solito tendiamo a trascurare e a tenere in disparte. Nel caso di Fabriano l'uovo di Colombo è ciò che siamo stati dal dopoguerra ad oggi: un territorio industrializzato che ha consentito la formazione di una classe operaia fortemente ruralizzata.

Non si tratta di imbastire l'ennesima sociologia polemica sul metalmezzadro ma di focalizzare lo sguardo su un aspetto e cioè che quel continuo tornare alla terra, all'orto e ai campi ha consentito al nostro territorio di essere soggetto a una continua manutenzione che ha garantito valorizzazione fondiaria e tenuta dei suoli e dei terreni.

Ciò significa che Fabriano – che dispone di 300 km quadrati di territorio – può concretamente pensare a una rivitalizzazione dell’agricoltura. La cultura rurale nel nostro territorio, infatti, non si è estinta perchè non si è verificato fino in fondo l’esodo dalle campagne anche in ragione della natura particolare del modello industriale affermatosi con i Merloni.


Abbiamo una storica cultura salumiera, un prodotto spendibile come il salame di Fabriano che per un banalissimo gioco di invidie è stato criminosamente privato di riconoscimento DOP, un istituto agrario prestigioso che sforna competenze agronomiche di primo livello, un sistema di comunanze agrarie potenzialmente utile anche se ridotto a poca cosa, una realtà associativa importante come la Coldiretti, enogastronomi di portata nazionale come il Dott.Piergiorgio Angelini e alcuni soggetti della ristorazione di cui sono riconosciuti i livelli di eccellenza.

Con questo retroterra di cultura, di tradizioni, di tipicità e di competenze possiamo immaginare un territorio capace di ragionare su un'agricoltura moderna e con potenzialità occupazionali o continuiamo a costruire alibi dicendo che questa è terra cattiva, senza resa, e che il massimo che si può fare è spendere qualche euro su pochi ettari di orti urbani?

Tornare a investire nel settore primario, pensare a start up agricole, cercare fondi europei per lo sviluppo rurale non è una sconfitta epocale o un ritorno alla vita agra dei campi e delle produzioni di sussistenza, ma uno spazio di imprenditorialità e di innovazione che vale la pena considerare e che dovrebbe occupare un grande capitolo della nostra agenda politica a breve-medio termine.

In fondo le fabbriche vanno e vengono e per fermarne il moto non serve a nulla implorare e imprecare. La terra, invece, resta. Valorizzarla o lasciarla incolta non è un destino ma una scelta.
    

19 giugno 2016

Il mio saluto di fabrianese non merloniano a Vittorio Merloni



Vittorio Merloni con Luciano Lama
Non sono mai stato un merloniano. Non ho mai subito il fascino e l'allure del "Dottor Vittorio" come lo chiamavano gli ammiratori più zelanti, ricorrendo a una formula confidenziale retorica e stucchevole. Non avrei mai indossato un t-shirt col suo volto stampato e la scritta "uno di noi". Vengo da un'altra storia, da un'altra tradizione e da un'altra cultura e sarebbe ipocrita, oltre che intellettualmente poco onesto, trasformare il cordoglio in adesione postuma.

Eppure, come tutti i fabrianesi, ho la netta sensazione che con la scomparsa di Vittorio Merloni si chiuda un'epoca nonostante fosse il meno fabrianese della famiglia e il più estraneo al perimetro stretto dei riti locali: quella prodiana del "piccolo è bello", di un capitalismo familiare che ce la fa e decolla, di una storia industriale nata tra quattro cantoni ma capace di spingersi fino a una dimensione globale, di una comunità che si emancipa da uno spazio impervio e da un destino marginale, di un distretto che affascina i sociologi e li riempie di stupore di fronte all'epica del metalmezzadro, il soggetto anfibio prestato alla modernità e fedele alla tradizione.

Come dicevamo Vittorio Merloni era il più giovane e il meno autoctono dei quattro fratelli della seconda generazione; il più proiettato all’esterno, il cosmopolita inserito in quel vertice di relazioni sindacali e industriali in cui, nei primi anni ’80, si prendevano le grandi decisioni economico-sociali e di sistema, l'innovatore incuriosito dalle potenzialità del rapporto tra elettrodomestici e tecnologia informatica.

In linea con questa inclinazione imprenditoriale – che era anche suddivisione complementare e familiare di ruoli – Vittorio Merloni fece della Merloni Elettrodomestici un’azienda originale e diversa rispetto all’impronta più fordista e tradizionale data alle proprie attività dai fratelli Antonio e Francesco; una realtà industriale moderna e attrattiva, una vetrina produttiva legata alle politiche di brand e capace di affermarsi dimensionalmente grazie ad acquisizioni e a operazioni geopolitiche come l’apertura del mercato russo già in epoca sovietica.

Il risultato di questo modus operandi fu che la Indesit divenne la “multinazionale tascabile” di cui si è tanto parlato: troppo grande per evitare uno scontro perdente coi player più importanti e troppo piccola per competere da sola in un mercato condizionato da gruppi di enormi dimensioni e smisurate risorse.

Di questa condizione transitoria e anomala Vittorio Merloni aveva intuito il rischio ma ha affrontato il cambiamento di scenario che s stava profilando senza preparare il necessario ricambio generazionale, forse perché convinto che sarebbe stata sufficiente la sua vision per organizzare una risposta efficace rispetto a rivolgimenti profondi e di sistema.

Quella di Vittorio Merloni è stata, quindi, una storia imprenditoriale di successo a termine, tutta inscritta in una dimensione industriale, produttiva e geopolitica che è quella del secolo scorso, coi suoi mercati stabili e le sue dinamiche competitive lente e gestibili. Il consuntivo storico della sua vicenda terrena è una grande azienda che non c’è più, sparita di scena a distanza di pochi anni dal passo indietro obbligato del suo deus ex machina e fusa per incorporazione in un gruppo più grande e capace di competere.

Secondo lo storico francese Francoise Furet per misurare il valore di un’esperienza occorre osservare il modo in cui quell’esperienza si esprime nella propria fase di declino. E di certo Indesit si era talmente identificata con il tessuto e l'orizzonte di un'idea di capitalismo e di comunità che la sua fine poco gloriosa e repentina ha costituito un motivo di sorprendente contrasto con il suo lungo processo di crescita e di sviluppo.

Sarebbe andata diversamente se Vittorio Merloni avesse potuto continuare la sua opera? Non possiamo saperlo, ma abbiamo qualche buona ragione per dubitarne perché anche gli uomini più ispirati devono fare i conti con il peso dei vincoli, delle turbolenze e gli scenari che cambiano.

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Una t-shirt con stampata la foto di Vittorio Merloni e la scritta “ci manchi”. Il 28 giugno del 2013 diversi lavoratori coinvolti nella vertenza Indesit si presentano con una maglietta dedicata a lui ai cancelli di Melano e Albacina, per dare il cambio ai colleghi che avevano partecipato ai presidi notturni.

Credo sia questa la sintesi più esauriente del rapporto tra Fabriano e Vittorio Merloni: i lavoratori della Indesit che scelgono come emblema della loro vertenza il proprietario dell’azienda contro la quale stanno conducendo la lotta. 

Una scelta sicuramente poco ortodossa ma comprensibile perchè Vittorio Merloni ha dato spessore e finezza al mito della città-stato fondata sull’Oblò, incarnando il volto elegante e spendibile del merlonismo, inteso non solo come modello di industrializzazione senza conflitto sociale ma come prassi di controllo pervasivo e totale della comunità, una sorta di deformazione scandinava "dalla culla alla tomba" che ha dato alla città una lunga fase di ricchezza senza cultura, un presente di benessere con innestato il dispositivo dell’autodistruzione e della desertificazione di cui oggi vediamo i segni, le rughe e le macerie.

Il cordoglio di questi giorni e di queste ore è, quindi, comprensibile e umano; è l’omaggio della città ai suoi anni perduti, al suo antico lignaggio economico e ai tempi in cui tutti vissero felici e contenti. Vittorio Merloni non era “uno di noi” ma sembrava lo fosse perché Fabriano ha sempre guardato a Menenio Agrippa, ai patrizi e plebei uniti da un destino comune, all'idea dannatamente retrive di un'azienda che si fa guscio, rifugio e famiglia.

La verità, come sempre accade, corre anche su altri binari e si arricchisce di luoghi meno comuni e più feroci: l’intero ciclo merloniano, che si chiude simbolicamente con la scomparsa di Vittorio Merloni, é stato scandito e dalla più naturale delle logiche d’impresa, il tornaconto economico.

Se Fabriano è diventata una company town non è stato per amore ma per profitto e per calcolo, perchè il capitale non va dove lo porta il cuore ma dove ci sono le condizioni migliori per la sua remunerazione. Le condizioni vantaggiose che spingevano Vittorio Merloni e i suoi fratelli a restare nel territorio, con il tempo, sono diventati i nodi gordiani di un modello industriale che conteneva alcuni degli elementi del suo declino: bassi salari che si moltiplicavano nelle famiglie generando cumulativamente remunerazioni borghesi; un paternalismo fondato su rapporti di lavoro diretti e senza mediazione sindacale; un esercito di capi e capetti, elevati al rango di pretoriani, selezionati in base a fedeltà e obbedienza e spinti ad agire col fare occhiuto del fattore nel podere; il rifiuto di qualsiasi diversificazione che potesse diluire il rischio del monoprodotto e spingere verso l'alto la dinamica retributiva; la progressiva merlonizzazione della politica, con una classe dirigente concepita come estensione e protesi del contesto merloniano. 

E tutto intorno un consenso larghissimo ed entusiasta: lo sguardo appenato verso chi non "non faceva domanda da Merlò", i conti grassi alla Carifac, la casa a Torrette o a Marotta, il velato compiacimento nel dire che la Famiglia di certo non tollerava svaghi, divertimenti e cazzeggio però, grazie al cielo, manco puttane, scansafatiche e delinquenti.

In realtà ciò che per i Merloni era remunerazione del capitale per i fabrianesi era sogno e dimensione onirica. Una convergenza di interessi che impediva di riconoscere e comprendere il rovescio della medaglia e cioè che quelle industrie erano insediate qui perché il gioco valeva la candela e i benefici del radicamento superavano ampiamente i costi della permanenza. Non aver compreso queste dinamiche ha impedito di vedere che quel sistema conteneva un gigantesco rischio prospettico

La città che piange Vittorio Merloni e che, giustamente, ne ricorda le opere non può limitarsi a un'apologia nostalgica, evitando una lettura critica degli ultimi decenni, perchè riconoscere la verità storica di un modello industriale - con i suoi momenti di gloria e i suoi limiti strutturali  - rende più nitida e puntuale la memoria, aiuta a fare del lutto un'esperienza di crescita e a capire che stavolta nessun "piccolo padre" ci farà riveder le stelle.

Che la terra gli sia lieve.
    

15 giugno 2016

Paradossi fabrianesi: la Fondazione è in crisi ma fa più gola di prima

La deputata fabrianese del M5S Patrizia Terzoni è intervenuta sul caso Veneto Banca chiedendo il risarcimento dei risparmiatori coinvolti nel recente salasso

A corollario delle sue dichiarazioni la parlamentare ha anche sottolineato il silenzio della politica nazionale e locale, definendo la vendita di Carifac a Veneto Banca, una "svendita".

Sul silenzio della politica e sull'esigenza di un risarcimento nulla da obiettare. Sulla presunta svendita della Carifac, invece, ci sarebbe molto da eccepire perchè la Cassa di Risparmio, a partire dal 2000, ha vissuto convulsioni che ne hanno disastrato i fondamentali.

Di conseguenza Carifac fu "svenduta" perchè quando sei alla canna del gas non puoi contrattare condizioni favorevoli. Basta leggere i risultati del 2008, quando la banca fabrianese - succube di potentati in crisi e artefice di operazioni da brivido - perse 16 milioni di euro e anche per questo fu costretta a firmare un accordo con Veneto Banca che aveva un inevitabile sapore di resa.

Nella valutazione della parlamentare grillina non si fa, invece, alcun cenno all'azzeramento della partecipazione della Fondazione, quinto azionista della banca di Montebelluna. Sul tema i grillini fabrianesi sono sempre stati curiosamente prudenti e magari un giorno ci spiegheranno anche il perchè di questa inedita discrezione.


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La Fondazione è stata, ed in parte è ancora, un potere cittadino rilevante, ma la dimensione reale della sua influenza non può essere definita e descritta in assoluto ma va correlata anche al peso esercitato, nel tempo, da altri soggetti.

Finchè il potere merloniano è stato forte e indiscusso a livello industriale e politico, la Fondazione ha svolto un ruolo complementare, poi a partire dal 2001 si è caratterizzata come riserva indiana soggetta alla governance del Prof. Abramo Galassi, figura esterna al circuito classico del merlonismo ma non certo alternativo al sistema.

Il momento di gloria della Fondazione - che l'ha trasformata nell'approdo più appetitoso per politici in disuso e borghesi in cerca di glorie decadenti - è coinciso con la fine del merlonismo e con il default finanziario del Comune degli ultimi anni, che hanno reso la Fondazione l'unico rubinetto finanziario ancora in grado di annaffiare una città prosciugata economicamente e socialmente dalla crisi

Visto che il potere locale è intimamente legato alla disponibilità di risorse finanziarie si è passati da un potere dislocato su più soggetti a un potere monocefalo, con il paradosso di una città più povera e meno pluralista che nel passato. La ravanata subita dalle azioni di Veneto Banca, se da un lato ha bruciato risparmi e investimenti dall'altro ha svolto anche una originale funzione democratica, decretando la fine del potere residuale della Fondazione.

Il potere di erogazione della Fondazione deriva, infatti, dal ritorno che essa riesce ad ottenere dai suoi investimenti; ritorni che la crisi finanziaria globale ha spinto ai minimi termini. Di conseguenza è più che mai necessario disporre di una struttura patrimoniale che consenta di bilanciare investimenti più sicuri ma a bassa remunerazione con investimenti ad alto rischio ed elevato ritorno.

L'azzeramento della partecipazione a Veneto Banca - oltre ad aver bruciato ogni coinvolgimento nella ricapitalizzazione dell'istituto di Montebelluna - di certo riduce anche le risorse disponibili per attività e iniziative sul territorio perchè quel che accade al patrimonio non risparmia di certo la gestione delle erogazioni. Anche perchè la Fondazione ha iscritte a bilancio obbligazioni subordinate Veneto Banca, a rischio bail in, per un ammontare di 15 milioni di euro .

Per rigenerare i livelli di risorse disponibili servirebbe, quindi, una gestione finanziaria a rischio elevato ma dopo il salasso degli ultimi mesi la Fondazione non può permettersi di percorrere questa strada.

Di fatto la Fondazione finirà per operare con una drastica riduzione del proprio livello di erogazioni che secondo alcuni osservatori potrebbe passare da 2 milioni di euro a circa 600 mila. Ciò significa che se la Fondazione decidesse di finanziare programmi di welfare compensativi rispetto ai buchi del Comune resterebbero a sua disposizione risorse che non permetterebbero di applicare la linea del Presidente Ottaviani: finanziare pochi progetti e rilevanti.

E', quindi, assai probabile che il futuro a breve avrà un profumo d'antico e si tornerà a distribuire poche risorse in mille rivoli. Ed è anche per questo che c'è molta battaglia attorno alla Fondazione. In fondo 600 mila euro sono sempre 600 iniziative da 1.000 euro. E con le elezioni alle porte è più arrapante gestire briciole elettorali che arrovellarsi sui grandi numeri.