29 gennaio 2016

Il Lodo Sagramola e la politicizzazione del parto

La sospensiva concessa dal TAR non salva il punto nascite di Fabriano ma ne garantisce il funzionamento fino al 19 febbraio, data in cui il Tribunale Amministrativo entrerà nel merito della questione. 

Si tratta, quindi, non di un salvataggio ma di una sospensiva tecnica che consente al punto nascite di funzionare anche nei giorni successivi alla chiusura prevista per il 31 gennaio 2016, evitando un disservizio che sarebbe stato compensato soltanto attraverso il parto disobbediente da tempo annunciato dal primario Pasquale Lamanna.

Il punto, adesso, è capire cosa succederà nelle prossime tre settimane sul versante politico anche se un fatto è certo: il punto nascite di Fabriano chiuderà. La battaglia politica, quindi, non è incentrata sul se ma soltanto sul come e sul quando

Di fatto, ad oggi, i sostenitori del "No alla chiusura" non hanno molte stellette al bavero perchè si sta consolidando il cosiddetto lodo Sagramola, ossia l'istituzione di un'Area Funzionale Omogenea con equipe itinerante tra Fabriano e Jesi; proposta che è stata sostanzialmente accolta da Ceriscioli perchè abilmente connessa al completamento della Quadrilatero, tema buono sia come strumento di rinforzo della richiesta che come sponda per evitare al Governatore il rischio mediatico di una mezza ritirata.

Da quel che si mormora è probabile che il lodo Sagramola venga ufficializzato nel giro di qualche giorno da un pronunciamento della Regione che dovrebbere confermare la chiusura del punto nascite prorogandone l'operatività fino al completamento della Quadrilatero previsto per la seconda metà del 2017, ossia qualche mese dopo le elezioni comunali di Fabriano.

Il Lodo Sagramola, quindi, appare come una soluzione compromesso politico nel PD che consente al Governatore di accreditarsi come riformatore del sistema sanitario regionale e al Sindaco di Fabriano di giocarsi il risultato ottenuto nell'ottica di una ricandidatura che per funzionare ha bisogno di narrazioni efficaci e di suggestioni popolari adeguate alla mobilitazione elettorale, come appunto quella attivata attorno al punto nascite.

C'è anche un altro elemento da comprendere in questo scenario di politicizzazione dei parti e cioè se l'eventuale ratifica del Lodo Sagramola costituisca un cessate il fuoco temporaneo, un patto di non aggressione o il preludio di un altro capitolo del conflitto che si è aperto attorno alla sanità fabrianese in quanto simbolo della lunga stagione spacchiana che il Partito democratico sta cercando di rimuovere a colpi di damnatio memoriae.


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12 gennaio 2016

Consiglio non richiesto al DG ASUR: non vada al tavolo PD sui punti nascita


Nella fase finale della Prima Repubblica, quella che secondo Zalone non si scorda mai, in  Rai dettava legge un signore di Gualdo Tadino, ormai quasi giunto alla soglia dei 90 anni: Gianni Pasquarelli.

Pasquarelli fu nominato Direttore Generale della Rai nel 1990 e per tre anni interpretò il suo ruolo con un'energia divenuta proverbiale, sostenendo senza finte obiettività le ragioni del suo azionista di riferimento - la Democrazia Cristiana -  e di quel patto tra democristiani e socialisti passato alla storia con l'acronimo di CAF (Craxi, Andreotti, Forlani).

I comunisti fecero di Pasquarelli il simbolo della compenetrazione tra lo Stato e la DC e l'emblema della gestione partitica delle aziende pubbliche, al punto che un'intera generazione di militanti e di simpatizzanti della sinistra fece propria quella critica antipartitocratica, fino a sostenere il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni nel 1992.

Sono passati molti anni e molta acqua sotto ai ponti e ci voleva un post pubblicato su Facebook dal giovane segretario del PD di Fabriano per farmi tornare in mente la vicenda Pasquarelli; un post che spiega bene come il Partito Democratico incarni alla perfezione il ruolo di nuova Democrazia Cristiana, fermo restando che la seconda volta le cose si presentano sempre sotto forma di farsa.

Ecco cosa ha scritto, testualmente, il buon Michele Crocetti: "A seguito della richiesta effettuata da parte del Partito Democratico di Fabriano e della Zona Montana tutta di convocare gli organismi di partito sulla questione della soppressione dei punti nascita, è stato deciso di organizzare un incontro tra i segretari dei Circoli interessati, il Direttore Generale ASUR, la Segreteria regionale ed il Presidente Luca Ceriscioli per il giorno di Venerdì 15 Gennaio."

E' evidente che non c'è nulla di strano se il PD organizza un incontro politico per discutere della soppressione dei punti nascita annunciata dal Governatore, visto il peso che quel quel partito esercita nel Consiglio Regionale e nella maggioranza che governa le Marche. 

Così come niente è anomalo nella richiesta di un confronto con Ceriscioli che, a differenza di David Bowie, non arriva da un altro pianeta ma dal Partito Democratico di cui è diretta espressione e da cui dipende la sua permanenza in sella come Presidente della Giunta Regionale.

Quel che colpisce - oltre alla insostenibile leggerezza con cui lo si comunica - è un "dettaglio", un elemento che, per essere notato, presuppone senso delle istituzioni e della cosa pubblica, ossia che a un tavolo di partito sia stato invitato il Direttore Generale dell'Asur, il massimo Dirigente di un'azienda pubblica che credo non debba contrattare alcunchè con un partito politico, associazione privata estranea alla "gestione operativa" della sanità e dei settori in cui si manifesta l'intervento pubblico.

La cosa più imbarazzante è che, ad oggi, sembra confermata la presenza del Direttore Generale dell'Asur all'incontro piddino di venerdì prossimo. Il Dott.Marini, seguendo un criterio di rispetto delle forme che è assolutamente sostanziale, è ancora in tempo per declinare l'invito, mettendo in salvo quella fondamentale distinzione tra politica e gestione che costituisce un punto fermo dell'etica pubblica e della buona amministrazione. In fondo basta poco: volendo c'è sempre un imprevisto dell'ultima ora a togliere le castagne dal fuoco e ad assumere il profilo di un'uscita di sicurezza tardiva ma provvidenziale.
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1 gennaio 2016

Il punto nascite che fa rinascere Sagramola

La virtù di un politico è legata anche alla fortuna. Lo ha detto Nicolò Machiavelli, il fondatore della scienza politica moderna, e credo sia sufficiente la fama e la nobiltà del pensatore a farne un postulato. 

Il peso della fortuna aumenta per i politici eletti a cariche amministrative che devono rendere conto alla collettività di scelte e omissioni, ed è tanto più rilevante quanto più la dea bandata si manifesta verso la fine del mandato. Giancarlo Sagramola, da questo punto di vista, è un politico fortunato.

Avete presente l'onda perfetta che i surfisti inseguono come un Sacro Graal indispensabile per dare senso al proprio bagaglio emotivo? Ebbene, al netto di ogni emozione oceanica e di ogni avventura da brivido, anche Sagramola è un surfista perchè coltiva il sogno di un miracolo liquido o cinetico che lo faccia uscire dall'insipienza delle sue azioni e lo sollevi verso l'alto.

L'onda di Sagramola è uno sciame in cui non esiste un leader che indica una direzione ma tante interazioni che producono un comportamento collettivo. Il Sindaco ha rincorso diversi di quesi sciami, sincerandosi sempre che fossero i più rumorosi, i più capaci di produrre una ricaduta mediatica in grado di occultare i deficit di comunicazione del primo cittadino: le incursioni in fascia tricolore durante la vertenza Indesit, il protagonismo barocco attorno al caso Tecnowind, l'ira funesta ma non troppo sulla chiusura del Tribunale e su quella del Deposito Ferroviario, fino alla minaccia di dimissioni - fulmineamente rientrata - buona per veicolare coraggio e noncuranza rispetto al proprio destino personale.

Solitamente Sagramola è uscito male dalla ricerca spasmodica di un'onda da surfare. Emblematica, da questo punto di vista, fu la big wave montata nel dicembre 2013 sul caso Tares quando, in una drammatica mattina di dicembre, Sagramola - immortalato con il viso nascosto tra le mani - venne travolto da una protesta scomposta ma efficace, che ha rappresentato il preludio politico e mediatico di una frattura profonda tra la città e la sua Giunta.

Dallo shock di quel sabato mattina Sagramola non si è mai ripreso, inanellando un errore dopo l'altro fino all'equilibrismo spettacolare e suicida che nella primavera del 2015 lo vide presente, il venerdì sera, alla chiusura della campagna elettorale di Spacca e il sabato mattina al pranzo fabrianese di Ceriscioli.

Come abbiamo detto all'inizio, tra tanta sfiga - cercata, voluta e talvolta subita - alla fine è arrivata l'onda a lungo attesa, lo sciame governabile che ha permesso a Sagramola di esercitarsi come potente aspirapolvere, catturando istanze e battaglie altrui fino a farne il marchio di un proprio, inatteso, ritorno sulla scena.

L'onda è stata la chiusura del punto nascite di Fabriano, una vertenza nata dal movimento Sveglia Fabrianesi e che si è sviluppata attraverso una improvvisa mobilitazione di donne, stimolate anche dall'intervento politico-pastorale della Curia e del Vescovo Vecerrica.

Sagramola ha fatto come i cuculi: si è intestato questa vertenza non sua e ha cominciato a surfarla fino a diventarne l'unico protagonista. Il Sindaco ha costruito a tavolino una vera e propria escalation: prima il no a Ceriscioli; poi l'autosospensione dal partito; quindi la lettera inusuale ma strategica alla Boldrini e la possibilità di una proroga non legata al suo piglio volitivo ma a qualche dettaglio, sfuggito ai più, che Spacca ha seminato nella celebre delibera del 2010, sapendo che i dettagli importanti non si vedono perchè stanno davanti agli occhi di chi guarda ma cerca altrove.

Se Sagramola dovesse strappare una proroga alla chiusura del punto nascite non sarebbe per merito suo ma ne risulterà pubblicamente l'unico artefice. Per una volta il Sindaco è stato capace di intercettare l'onda e di sfruttare la dea bendata.

Quando cinetica e culo girano dalla stessa parte il successo diventa meno improbabile. Sagramola era un politico fottuto dalla sorte, dagli errori e dal malgoverno. L'opposizione urlante delle mamme, delle gestanti, dei comitati e degli indignati, senza volerlo, lo ha rimesso in sella. Si chiama judo: fare leva sull'aggressività degli altri usandola per sviluppare un'autodifesa vincente.

Il 29 dicembre 2013 su questo blog scrissi un post intitolato "Perchè Sagramola comunica male ma non sa il perchè" che concludevo con queste parole: "una cattiva comunicazione non è mai un problema di comunicazione ma un limite di mentalità e di empatia.". E' una tesi che confermo: la mitica "gente" non desidera una classe dirigente ma una politica che sappia inseguirne gli umori nel contesto di uno sciame senza leader

Sagramola ci ha messo parecchio tempo ma alla fine ha capito il meccanismo. Per questo sarei prudente primo di considerarlo un rottame eliminato dalla forza delle cose o un pezzo d'annata da rinchiudere nell'armadio dei cani.
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30 dicembre 2015

Comunali 2017: non tutte le ciambelle vengono col buco

L'espulsione di Serenella Fucksia dal Movimento 5 Stelle ha fatto salire il livello di confusione politica in città. In tanti, troppi, pensano giorno e notte alle comunali del 2017 e ogni cosa che accade nel globo terracqueo viene interpretata come il segno di una profezia locale, la conferma di una previsione che rimanda sempre a Palazzo Chiavelli.

Siccome la politica è una scienza quasi esatta, perchè basata sui rapporti di forza - compresa quella nevrotica e gregaria di Fabriano - può essere utile qualche considerazione, giusto per diminuire il livello di polveri sottili presenti nel cervello collettivo dei fabrianesi.

La prima considerazione riguarda la Fucksia. Che ci sia qualcuno tentato di utilizzarla per accendere un fuoco contro il Movimento 5 Stelle è comprensibile e scontato. Per nulla plausibile è che la senatrice si presti al gioco. Il suo voto, visti i numeri del Senato, le consegna un qualche potere contrattuale a Palazzo Madama che la Fucksia cercherà di mettere a frutto trattando con Renzi e non certo per candidarsi a Sindaco di un paesello del Centro Italia. Insomma Parigi val bene una messa. Fabriano no.

Un altro elemento di confusione politica è riconducibile alla cosiddetta illusione civica, ossia alla convinzione che per battere il PD e i suoi alleati, la soluzione vincente sia la formula della lista civica, capitanata da una figura di candidato estranea al circuito dei partiti.

L'illusione civica si basa su una considerazione vera e su una deduzione falsa. La considerazione vera è che i partiti non tirano; la deduzione falsa è che se i partiti non tirano, al posto loro, a tirare sono sicuramente i raggruppamenti civici.

In realtà l'elettorato detesta i partiti ma quando si vota segue marchi conosciuti sia perchè l'appeal del noto prevale su quello dell'ignoto sia perchè un marchio affermato muove il meccanismo dell'identificazione e del voto d'opinione. 

Fabriano, come è naturale che sia, non si discosta molto da questa logica. Non è un caso, in tal senso, che nel 2012 i candidati a marchio nazionale  - Sagramola del PD, Urbani del PDL e Arcioni del 5 Stelle - furono i più votati, mentre l'esperimento civico di Ottaviani, dato inizialmente a valori da ballottaggio, si concluse con un risultato nettamente inferiore alle aspettative.

In questi tre anni e mezzo lo schema a marchio nazionale ha modificato la sua natura tripolare perchè i partiti del centrodestra sono spariti dal panorama fabrianese, rimpiazzati da un progetto civico che fa capo a Urbani e che ha tagliato ogni legame con l'area politica berlusconiana. 

Di fatto gli elettori di centrodestra sono oggi atomi vaganti tentati dall'astensione ma sedotti anche dalla voglia di fare la guerra al PD utilizzando la leva del Movimento 5 Stelle. Di conseguenza la partita elettorale del 2017 finirà per essere un confronto a due: da una parte il Pd e i suoi cespugli attestati intorno al 35%; dall'altra il 5 Stelle che senza la competizione del centrodestra potrebbe fare l'aspirapolvere - arrivando tranquillamente al 30% - e sparigliare al ballottaggio.

Questo schema che somiglia a un destino può trovare ostacoli d'applicazione solo se tra i due litiganti arriva il terzo che non gode, una candidatura di disturbo indicata da ambienti che vogliono controllare la città, in grado di creare attrito nell'area del 5 Stelle e di spostare voti da far convergere al ballottaggio sul candidato del PD.

La Fucksia poteva essere l'interprete adatta di questo disegno, ma lo spazio potenziale che l'espulsione le ha aperto in Senato ne sancisce oggettivamente l'indisponibilità. Come spesso accade non tutte le ciambelle vengono col buco, ma siamo certi che dal cilindro usciranno presto altri nomi scalpitanti e pronti a immolarsi per perdere con la convinzione di vincere.

Nel frattempo Sagramola - autosospeso dal Pd ma pronto per una seconda candidatura rispetto alla quale nel partito non ha rivali - porterà all'incasso l'operazione Ostetricia, tempesta in un bicchiere divenuta opportunità politica per il Sindaco grazie allo spirito gregario dei fabrianesi che, senza saperlo e senza volerlo, hanno lavorato alacremente per lui.

Insomma, in apparenza grande è la confusione sotto il cielo ma non abbastanza per chi prova a scandagliarla a occhi aperti. Fossi grillino avrei di che godere, consapevole che l'ultimo miglio è quello in cui i pentastellati sono più deboli e autolesionisti. Ed è esattamente su questo che contano tutti gli altri.
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26 dicembre 2015

Note sparse ma non troppo su Veneto Banca

Proviamo, per qualche istante, a spegnere le luminarie, a interrompere le libagioni della coda natalizia e ad accendere un piccolo riflettore sul caso Veneto Banca

Con il prezzo di recesso a 7,3 € stabilito per chi non aderisce alla quotazione in Borsa, i risparmiatori fabrianesi, titolari di molte azioni dell'istituto di Montebelluna, hanno subito una perdita che dovrebbe ammontare a parecchie decine di milioni di euro.

Tredici milioni di svalutazione della partecipazione sono riconducibili, con certezza, alla sola Fondazione Carifac che sul tema tace e sembra più interessata ad accreditarsi come governo non elettivo della città e commissario di fatto della Giunta Sagramola che a riflettere pubblicamente sulla situazione che si è venuta a creare.

Quando parliamo di Veneto Banca siamo, ovviamente, in un contesto molto diverso da quello che ha prodotto il salvataggio governativo delle famigerate quattro banche canaglia (Chieti, Ferrara, Banca Marche ed Etruria), ma il modo in cui Veneto Banca ha gestito le relazioni con i risparmiatori lascia sul campo un cumulo di macerie finanziarie e un patrimonio di fiducia e di reputazione che avrà bisogno di molto tempo per essere ricostruito.

Sicuramente è stato cancellato, in poche ore, il concetto di "banca del territorio", utilizzato come un ossessivo driver di comunicazione per costruire un senso di vicinanza, di appartenenza e di identificazione tra i fabrianesi e il gruppo che aveva rilevato la Carifac.

In una città abituata alle cordate familiste, alle transazioni omertose e alle "cene per farli conoscere" la crisi di Veneto Banca se da un lato aggrava le condizioni economico-finanziarie del territorio, dall'altro introduce un elemento di modernizzazione forzata che costringerà i fabrianesi ad affrontare il tema del risparmio, degli investimenti e del rapporto con le banche con più responsabilità personale e rigore e meno delega in bianco al conoscente di rango a Palazzo e all'uomo di fiducia in filiale.

Di fatto si è conclusa l'epoca del monopolio bancario della ex Carifac nel comprensorio fabrianese e la nuova Veneto Banca - che si appresta alla quotazione in Borsa - dovrà fare concretamente i conti con gli effetti prodotti dal calo di fiducia e di reputazione dell'istituto, ossia una diminuzione della raccolta e, di conseguenza, degli impieghi e dei margini

Ciò significa che si addensa nell'area fabrianese l'ennesimo rischio occupazionale, aggravato da voci di corridoio che accreditano una scelta strategica di focalizzazione operativa di Veneto Banca nell'area del nordest, con conseguente penalizzazione di quella che veniva pomposamente definita la dorsale adriatica di sviluppo del gruppo.

Si tratta di un radicale cambiamento di scenario a cui corrisponde, nel corpaccione inerte della città, una lettura comoda e rassicurante dei fatti, un'interpretazione cronachistica incentrata su un postulato secondo cui la crisi è da addebitare, in via esclusiva, al vecchio management di Veneto Banca che gestì l'acquisizione della Carifac

Sicuramente il vecchio board di Veneto Banca ha compiuto scelte spericolate, tipiche di un certo capitalismo finanziario aggressivo, basate sull'adozione di un modello strategico di crescita rapida, tramite fusioni e acquisizioni, che se ha risolto - in modo corsaro - la questione dello sviluppo dimensionale ha evidenziato effetti collaterali che hanno messo a ferro e fuoco l'istituto; effetti efficacemente definiti dal Sole 24 Ore, in un articolo apparso il 22 febbraio 2015, "danni da shopping" (Veneto Banca conta i danni dello shopping).

Leggendo la cronistoria delle acquisizioni emergono con nettezza due elementi: la rapidità quasi vorace delle operazioni e le condizioni di profonda difficoltà in cui versavano le banche acquisite, costrette dalla propria situazione a mettersi sul mercato a prezzi di saldo.

Carifac - quando decise di cercare un partner, come vengono ipocritamente definiti gli acquirenti, in situazioni di stringente necessità - aveva un disperato bisogno di trovare un compratore e quando prevale questo imperativo, il potere contrattuale del venditore si riduce e quella che viene definita "svendita" è solo l'effetto di un meccanismo di mercato che riflette i rapporti di forza dei soggetti che partecipano alla transazione.

Insomma, Carifac fu svenduta non per dolo ma perchè non poteva porre condizioni di alcun genere. Di questa situazione sono prova i risultati del 2008, quando la vecchia banca fabrianese - succube di potentati in crisi e artefice di operazioni da brivido - perse circa 16 milioni di euro, come si evince dal bilancio di quell'anno (Carifac Bilancio 2008), e fu costretta a firmare un accordo con Veneto Banca che aveva un prevedibile e inevitabile sapore di resa.

E qui si apre un altro capitolo e cioè quali ragioni e quali processi storici, politici e clientelari spinsero Carifac sull'orlo del baratro. Come ha scritto Emanuele Macaluso "dopo la Liberazione, i dirigenti della Dc capirono più degli altri che le banche erano essenziali per costruire un sistema politico-elettorale. E la Dc governò il sistema delle banche rurali, locali, delle Casse di Risparmio...”. 

E' esattamente ciò che è accaduto a Fabriano dato che la Carifac, assieme all'Ospedale, al Comune e alle industrie Merloni - fu uno dei quattro pilastri del consenso e del potere della Democrazia Cristiana nella nostra città. 

Attraverso la Cassa di Risparmio è stata costruita una ramificata parentopoli locale - fatta di assunzioni mirate e di concorsi farsa - che serviva per oliare il sistema, per stabilizzarne il consenso, per dare una prospettiva di mobilità sociale ai figli meritevoli dei coltivatori diretti e per fornire un passatempo remunerato ai figli e alle figlie di una certa borghesia stracciona. 

Lavorare in Cassa di Risparmio significava stabilizzare il proprio ruolo nella società fabrianese ed esercitare una funzione di gendarmeria del blocco sociale, di vigilanza in nome e per conto della Democrazia Cristiana: gettando un occhio sui conti dei concittadini, monitorandone croci e delizie economiche, applicando - attraverso un mormorio felpato ma pervasivo e invasivo - un controllo sociale al limite dell'apartheid, verificando le discese ardite e poi le risalite, inquadrando i meritevoli di luce e i destinati all'ombra, i degni d'invito a cena e quelli da scansare per non correre rischi di vicinanze e confidenze. 

Di fatto Carifac non ha mai smesso, neanche per un solo istante della sua storia, di essere il braccio secolare della Democrazia Cristiana. Anche quando la Dc è sparita dalla scena politica i democristiani hanno continuato a governarla, ad assediarne i consigli di amministrazione, a farne il luogo di inveramento di una loro precisa volontà: sopravvivere e comandare.

Il giochino ha funzionato fin quando ha resistito la Antonio Merloni. Con la fine della Ardo, e del suo microcosmo di ex coltivatori diretti divenuti terzisti monocliente, i nodi sono venuti improvvisamente al pettine e la Carifac è stata costretta a fare i conti con la sua storia e la sua identità di istituto governato solo di sfuggita da logiche creditizie e bancarie.

La Carifac che arriva a trattare con Veneto Banca è un istituto col fiato corto, che ha consumato la sua ragione storica ed è costretto dalle circostanze a entrare, obtorto collo, in un circuito di competizione bancaria di cui non gli appartengono né la logica né il sentimento. 

Nonostante ciò, in questa nuova dimensione di gruppo, Carifac porta un patrimonio intatto di fiducia di tanti risparmiatori fabrianesi, ereditato dai lunghi decenni del consenso bulgaro alla Democrazia Cristiana. 

Gli ultimi eventi - a partire dalla perdita di valore delle azioni di Veneto Banca - hanno prodotto una distruzione creatrice di questo residuo fiduciario, eliminando le ultime incrostazioni di democristianeria e abbattendo il nostro piccolissimo Muro di Berlino. 

Molti fabrianesi hanno perso soldi in questa giostra del risparmio tradito. Ed hanno perso anche l'innocenza. Per i soldi dispiace perchè non crescono nel campo dei miracoli. Dell'innocenza perduta assai meno perchè perderla aiuta a diventare più adulti, più liberi e consapevoli. Diciamocelo: non tutto il male viene per nuocere.
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16 dicembre 2015

Il dramma di Fabriano tra modelli psichiatrici ed equazioni gestionali

Riprendendo il poeta francese Arthur Rimbaud potremmo dire che Fabriano sta vivendo "una stagione all'inferno". L'elemento demoniaco di questa fase è il radicale cambiamento che ha investito la nostra comunità, ma più ancora la velocità in cui esso si è manifestato e le accelerazioni che lo hanno caratterizzato.

In pochi anni una città ricca è diventata povera, un centro di grandi produzioni si è trasformato in uno scenario di dismissione e di archeologia industriale, il valore astronomico dei depositi bancari si è consumato fino a prefigurare il collasso, le protezioni politiche sono sparite e non c'è più quella monarchia costituzionale che garantiva ricchezza, stabilità e piena occupazione.

Che tutto ciò fosse nell'ordine delle cose possibili era già scritto nella maledizione del monoprodotto, ma ciò che ha scosso i fabrianesi è stata la sequenza ininterrotta e brutale dei crolli, che possiamo interpretare ricorrendo alla curva del cambiamento elaborata nel 1960 dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross; un modello che aiuta a capire i comportamenti delle persone di fronte al cambiamento, valutandone la reazione nel tempo e la tendenza a guardare al passato o al futuro.

La curva del cambiamento si basa su tre stadi. Il primo è quello di shock e negazione. In questo passaggio si subisce il colpo in maniera brutale, la capacità di reazione crolla bruscamente e si cercano disperatamente indicazioni e rassicurazioni. A dominare sono la mancanza di informazioni, la paura dell'ignoto e il timore di fare qualcosa di sbagliato. E nel caso di Fabriano fu questa la reazione che si ebbe di fronte al crollo della Ardo, che, non dimentichiamolo, è stata la madre e la sorgente di tutte le crisi.  

Alla fase immediata di shock subentra quella della negazione, in cui si rifiuta di vedere quanto sta accadendo e il cambiamento radicale in atto. Le persone si convincono che tutto andrà per il meglio e che emergeranno soluzioni capaci di riportare la situazione allo status quo ante. E se ci pensiamo è quanto è accaduto in città nella lunga stagione delle ombre cinesi e delle soluzioni persiane al caso Ardo.

La seconda fase è quella della rabbia e della depressione. In questo passaggio appare, di norma, un capro espiatorio che può prendere la forma di un'organizzazione, di un gruppo o di una persona, come è accaduto con Sagramola. Concentrare la colpa su qualcuno consente di proseguire nella negazione della verità, individuando un punto di riferimento, seppur negativo, su cui scaricare le paure e le ansie che l’impatto del cambiamento sta provocando. I sentimenti dominanti di questa fase sono il sospetto, lo scetticismo e la frustrazione.

Il punto più basso della curva giunge quando la rabbia comincia a svanire e prende corpo la consapevolezza del cambiamento che genera depressione, in quanto ciò che si è perso viene chiaramente individuato e riconosciuto. Fabriano - con la protesta per Ostetricia e la rabbia per le luminarie natalizie - è appena entrata nello stadio della rabbia ed è bene essere consapevoli che ci approssimiamo alla fase di depressione, ossia al punto più basso della curva del cambiamento. Inoltre, nella fase depressiva si tende a concentrarsi su piccoli problemi a scapito delle grandi questioni.

Seguendo il modello di Elisabeth Kübler Ross - ormai ritenuto universalmente un punto di riferimento nell'analisi degli effetti prodotti dal cambiamento - possiamo sostenere che Fabriano non è ancora giunta al suo culmine negativo ma, di certo, siamo ormai prossimi al raggiungimento del punto più critico della curva.

Il modello prevede una fase conclusiva di accettazione e integrazione in cui comincia ad emergere uno stato d'animo più ottimista e subentrano sentimenti positivi di speranza e fiducia. 

Le modalità e la tempistica di affermazione di questa fase positiva sono condizionati da un fattore, ossia dalla consistenza della resistenza al cambiamento. I guru americani Richard Beckhard e Reuben T.Harris, a questo proposito, hanno messo a punto una equazione del cambiamento, espressa dalla formula D x V x F > R: Dissatisfaction x Vision x First Steps > Resistance to Change.

Ciò significa che un cambiamento può affermarsi in termini positivi quando il prodotto del malcontento per la situazione attuale, della vision di ciò che si può fare nel futuro e i primi passi in direzione della vision è maggiore della resistenza al cambiamento. Se uno dei tre fattori è uguale a zero o vicino allo zero, anche il prodotto sarà zero o vicino allo zero e la resistenza al cambiamento risulterà prevalente. 


Nella nostra città il valore del malcontento è altissimo e quasi fuori scala; la vision del futuro è inesistente per l'assenza di un guida politica all'altezza dei problemi e di conseguenza anche i primi passi in direzione della vision risultano a valore zero. 

Ciò significa che a prevalere, tra i fabrianesi, è la resistenza al cambiamento e senza una guida all'altezza dei problemi e dotata di una vision del futuro la fase depressiva si prolungherà, compromettendo quell'accettazione speranzosa del cambiamento che è necessaria per produrre nuove idee e cambiare nel profondo il nostro tradizionale modo di essere, evidente concausa del dramma economico e sociale che viviamo.

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10 dicembre 2015

Cosa ci aspetta nel dopo Sagramola

A iene e avvoltoi non importa che animale muoia. Gli interessa che la vittima stiri gli zoccoli rapidamente per spartirsi le carni e beccare le spoglie quando il banchetto finisce. Sagramola sta diventando come uno gnu isolato dal branco, grosso e corazzato ma circondato da chi ha cominciato a fiutare l'odore del sangue. 

E come suggeriva, con cinismo rivoluzionario, Mao Tze Tung, è invitabile che si bastoni il cane che affoga.

Di fatto il destino politico di Sagramola è una cosa che riguarda solo lui e l'eventuale sistema di convenienze politiche contingenti che è ancora in grado di aggregare attorno a sé.

Il suo modus operandi da capro espiatorio designato ha prodotto, come effetto politico di rimbalzo, una vera e propria corsa alla successione, basata sull'annullamento di ogni raziocinio e sulla gara a chi piscia più lontano ed è più munito di minzioni magiche e risolutive.

Il percorso che ci condurrà alle elezioni comunali sarà, quindi, lastricato di buonissime intenzioni e di puttanate siderali e si concluderà non con l'elezione di un nuovo Sindaco ma con l'investitura di un sedicente Re Taumaturgo, guaritore della comunità ferita e riduttore di complessità ferrigne.

In verità, che piaccia o meno, anche i successori dello Gnu Caracollante dovranno fare i conti con i vincoli del Patto di Stabilità, con i debiti fuori bilancio e con la rigidità della spesa corrente. Elementi che hanno praticamente azzerato qualsiasi margine di discrezionalità della decisione politica.

Ciò vuol dire che si sta procedendo, sempre più speditamente, verso un concetto di decisione unica e obbligata a cui un Sindaco è obbligato a conformarsi, a prescindere dalla sua volontà e dal colore politico dello schieramento che lo ha espresso.


Ciò significa che la figura del Sindaco perderà sempre più peso dal punto di vista politico a vantaggio di un profilo più tecnico e commissariale, ossia estraneo alla natura e alla dinamica dei processi politici ed elettorali.

La conseguenza naturale è che i cittadini sceglieranno tra chi spara la cazzata più grossa e avremo un Re Taumaturgo che potrà fare le stesse cose del candidato sconfitto. Con la prevedibile decadenza d'immagine di metà mandato e il solito rimpallo tra chi certifica le promesse non mantenute e chi si difende riparandosi dietro l’ombra lunga del Patto di Stabilità.
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9 dicembre 2015

Perchè prendersela con Sagramola andrà sempre più di moda

 

Giancarlo Sagramola, dopo il colpo della sentenza Penzi, ha annunciato dimissioni che non darà. Non le darà perchè non è tipo da immolarsi per la bellezza del "gesto" e perchè sa bene che se lascia la sua carriera politica è finita e dovrà rientrare in un cono d'ombra che i politici fanno fatica ad accettare e digerire.

Eppure ha provato a simulare una reazione estrema, per uscire dall'angolo in cui si è cacciato in tre anni di solitaria ostinazione.

Il problema di Sagramola, infatti, non sono i debiti fuori bilancio, non sono i margini di manovra ridotti a zero, non è il funzionamento perverso di un ente comunale che non offre servizi e pratica la spoliazione sistematica dei sudditi. 

Il problema di Sagramola si chiama Sagramola. In tre anni è riuscito a concentrare su di sé tutti i mali della nostra comunità, a fungere da unico capro espiatorio, a rappresentare - nell'immaginario collettivo - la summa dei problemi irrisolti, di quelli risolvibili e di quelli insolubili.

Abbiamo dato al Sindaco la colpa di tutto: della crisi industriale, delle imprese che chiudono, del Natale senza luci, della città abbandonata, dei cessi che non funzionano, dei giardini pubblici abbandonati, della tristezza che ci assale e delle partorienti costrette a girare per ospedali limitrofi. 

Giancarlone meritava oggettivamente un carico di negatività così unanime e corale? A mio avviso gli si può attribuire solo una parte di responsabilità, ma è riuscito a realizzare il capolavoro di polarizzarsela addosso tutta intera.

Un capolavoro psicologico e di comunicazione, prima che politico, che ha consentito ai fabrianesi di fare quel che sanno fare meglio: rimuovere la verità, banalizzarla, semplificarla e riproporla, sminuzzata e digerita, in forme collettivamente sostenibili e commestibili.

La grande colpa di Sagramola è aver consegnato ai fabrianesi l'idea che eliminato Sagramola finiranno d'incanto pure i problemi e che per risolverli basti l'opera di un Re Mida che prometterà, senza uno straccio di denari da spendere, un Municipio sorridente, efficiente e amico.

Ci sono due situazioni - che sono politiche e sociali e non di bilancio - che hanno spinto il Sindaco ad accelerare prendendo le distanze da quella fascia tricolore che ha curato e coccolato con una passione quasi materna; due situazioni che ne radicalizzeranno il ruolo di capro espiatorio fino a renderlo gigantesco e insostenibile: la manifestazione a difesa del reparto di Ostetricia e la quotazione in Borsa di Veneto Banca.

La manifestazione rappresenterà un'occasione interessante per vagliare l'applausometro politico e misurare i decibel di consenso dedicati a figure più interessate alla candidatura a Sindaco che alle "doglie di prossimità". Ed è possibile che la contestazione a Sagramola trovi, nella manifestazione, un innesco brutale come quello che si verificò all'Oratorio della Carità nel mese di dicembre del 2013.

La quotazione in Borsa di Veneto Banca rappresenterà un altro elemento di crisi perchè oltre al prezzo di recesso (7,3 €) anche il probabile valore di listino a Piazza Affari sarà ben lungi dal valore nominale delle azioni possedute da tantissimi fabrianesi che, assieme alla Fondazione, rischiano un salasso che troverà nel Sindaco il più rapido e comodo degli alibi.
Parafrasando uno slogan grillino potremmo dire che prendersela con Sagramola andrà sempre più di moda. Ed è per questo che il Sindaco cerca di uscire dall'angolo mostrandosi vittima di un contesto su cui non può intervenire. Ma ha aspettato troppo e ha dosato malissimo il mix di scelte compiute e vincoli subiti. E forse, giunti a questo punto, neanche un dio potrà salvarlo.
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27 novembre 2015

Ostetricia: una difesa legittima ma insostenibile

E' giusto e comprensibile che tante persone si siano mobilitate a difesa del reparto di Ostetricia dell'Ospedale di Fabriano

E' giusto e comprensibile perchè se una comunità non difende i propri servizi collettivi, specie quelli sanitari, vuol dire che ha perso ogni barlume di socialità e di appartenenza

Si tratta, quindi, una legittima difesa che non può essere contestata e criticata, fatta di petizioni, di appelli, di sindaci in fascia tricolore, di consigli comunali aperti, di moral suasion istituzionale, di battage giornalistico, di primari che fanno ricorso alla leva mediatica. 

Il problema non è la legittimità della difesa ma la difendibilità del Reparto e, più in generale, la funzione di un Ospedale sovradimensionato rispetto al bacino d'utenza e al peso economico-sociale di Fabriano, ormai al centro di un trend di progressiva marginalizzazione.

Come mi è capitato di scrivere alcune settimane fa su questa pagina, Fabriano è una città che sta invecchiando anche in ragione di un consistente flusso di giovani in uscita che non trovano, nel territorio, opportunità economiche e di lavoro adatte ai loro sogni, alle loro ambizioni e alla loro idea di futuro.

Una comunità che subisce un'emorragia crescente di giovani generazioni brucia potenzialità demografiche e riduce il necessario ricambio generazionale. Per questo a Fabriano nasceranno sempre meno bambini se non si verificherà, sul breve periodo, una svolta economica e imprenditoriale capace di rigenerare benessere e prospettive.

In questo senso la legittima difesa di Ostetricia è materialmente insostenibile, in quanto la funzionalità del Reparto è oggettivamente condannata dal combinato disposto di processi demografici e di tagli di spesa pubblica. Rimandare la chiusura è, forse, l'unico obiettivo possibile, sapendo però che non si può più contare sull'antico adagio andreottiano secondo il quale "un problema rimandato è mezzo risolto".

L'unica partita possibile è contrattare il ruolo complessivo dell'Ospedale di Fabriano, sapendo che sono i reparti e i servizi essenziali la vera linea del fronte. Del resto ogni territorio del nostro Paese ha mille buone ragioni per chiedere che non si modifichi lo status quo e i fabrianesi - come già fecero negli anni delle vacche  grasse - non possono chiedere trattamenti speciali e corsie preferenziali.

E, purtroppo per noi, non saranno le parole "accorate" di Sindaci in fascia tricolore e di pastori benedicenti l'elemento in grado di cambiare le dure leggi dell'economia, di ridurre gli effetti della disoccupazione e di arginare il peso devastante e decisivo dei trend demografici.
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24 novembre 2015

JP vince in Cassazione ma il Piano Industriale è un'araba fenice


Alla fine Porcarelli l'ha spuntata ribaltando, sulla vendita di Ardo a JP, sia il pronunciamento di primo grado della sezione fallimentare del Tribunale di Ancona, sia la conferma dell'annullamento  sancita in secondo grado dal Tribunale del Riesame.

Attendiamo di conoscere le motivazioni della sentenza della Suprema Corte, che chiude definitivamente il contenzioso aperto con gli istituti bancari, ma sin da ora è possibile esprimere una valutazione di consuntivo su una vicenda che si trascina da almeno cinque anni ed ha assunto, nel tempo, il profilo di una commedia che nulla ha a che vedere con una strategia industriale supportata da scelte ragionevoli e di prospettiva.

Gli ottimisti fanno quel che devono spargendo ottimismo, immaginando un brutto capitolo del capitalismo italiano che si chiude e una nuova pagina che si apre con JP che inizia a produrre, a riconquistare redditività, a saturare capacità produttiva, a conquistare quote di mercato vendendo auto elettriche, nuova frontiera produttiva dopo il declino dei piccoli elettrodomestici e la fine di un'illusione di competività sul bianco che il mercato non ha concesso neanche a Indesit.

Sicuramente, al di là di una strage del diritto dal sapore pannelliano e che dipende soltanto dalla continua interferenza della politica sulla vicenda, è inutile rimuginare sul passato e su quanto si sarebbe dovuto fare e non si è fatto. 

Da oggi JP Industries non ha più alibi e ha il dovere di informare istituzioni, cittadini, lavoratori e parti sociali su cosa intende fare, a livello industriale, per giustificare le condizioni di favore dell'acquisto della Ardo e togliere di mezzo la sensazione nettissima e brutale di un'acquisizione in stile IRI in cui è lo Stato e non l'imprenditore a farsi carico delle componenti negative dell'operazione.

Non è un caso, in questo senso, che la notizia del pronunciamento della Cassazione sia uscita giusto qualche ora dopo la firma del prolungamento per altri 21 mesi della cassa integrazione per i 700 lavoratori migrati dalla Ardo alla JP

Una coincidenza dal significato lapalissiano: la produzione in JP continuerà a procedere a singhiozzo, senza riassorbimenti stabili e significativi di manodopera e con un Piano Industriale che, come l'araba fenice, è ormai entrato a pieno titolo nel campo della mitologia economica del territorio fabrianese.

Gli amici delle organizzazioni sindacali, che guardano il dispositivo della Cassazione sul lato delle esigenze immediate dei lavoratori coinvolti, hanno comprensibilmente la notizia rimarcandone la sostanziale positività. 

Per chi guarda, invece, la vicenda pensando più in generale al futuro del territorio, la vera notizia sarebbe l'esistenza di un Piano Industriale della JP Industries, perchè solo attraverso di esso è possibile misurare la prospettiva, valutare l'andamento dell'azienda e collocare i risultati a medio termine in un quadro di ripresa economica del territorio. 

Per ora non c'è segno di pianificazione e di progettualità, ma il tempo è scaduto e gli alibi consumati. Tirare avanti per non tirare le cuoia non è più sostenibile. Non è più possibile.
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13 novembre 2015

Triplo filotto alla Best: uccisi solidarietà, posti di lavoro e sindacati

Alla Best hanno ucciso, in pochi istanti, la solidarietà, i posti di lavoro e il sindacato. Un triplo filotto reale che mancava dai tempi dello storico e metaforico match, al tavolo verde, tra il Rag.Fantozzi e il Conte Catellani.

Il caso Best è in piedi da un paio di anni ed è basato su un elemento chiarissimo per ogni osservatore e per tutti i soggetti coinvolti: l'azienda ha intenzione di smobilitare. Di fronte a questa volontà la negoziazione tra sindacati e azienda non può che essere profondamente asimmetrica, con le organizzazioni dei lavoratori confinate nel recinto stretto di una contrattazione difensiva.

Ciò significa che l'azienda punta a dividere i lavoratori, utilizzando l'arma efficacissima dei licenziamenti coattivi mentre i sindacati sono costretti a trovare mediazioni risicate che, inevitabilmente, scontentano una parte dei lavoratori, sempre più divisi in una partita ambigua tra "sommersi" e "salvati".
La contrattazione difensiva, proprio a causa della sua natura minimalista, rende il sindacato più fragile e soggetto a critiche ma tende comunque a mantenere un certo grado di agibilità fin quando non si rompe il filo della rappresentanza esercitata dalle organizzazioni dei lavoratori.

Questo filo sottile ma necessario si è rotto alla Best l'altra sera e certifica un orizzonte negoziale a tinte fosche per i lavoratori di quell'azienda. Le tre sigle sindacali dei metalmeccanici (Fiom, Fim e Uilm) avevano sottoposto ai lavoratori un documento, sulla cui base andare a contrattare con l'azienda.

Il documento sindacale era fondato su un principio: scongiurare la linea aziendale dei licenziamenti formulando ipotesi, sicuramente difensive, ma di certo meno traumatiche e più solidali: trenta dimissioni volontarie entro due anni accompagnate da un consistente incentivo. 

Qualora non si fosse raggiunto questo risultato, al termine dei due anni previsti, gli altri lavoratori avrebbero accettato una riduzione sostenibile dell'orario di lavoro per garantire l'ammontare di economie richieste dall'azienda.
Il 40% dei dipendenti ha detto no, forse convinto di appartenere alla categoria dei "salvati" e dimenticando che, nelle ristrutturazioni aziendali nessuno si salva da solo, e che quando si rompe il patto non scritto di solidarietà tra i lavoratori si precipita in un darwinismo capace di rendere il naturale istinto di autoconservazione e di sopravvivenza una vero e proprio oggetto contundente, da utilizzare contro chi vive il medesimo disagio.

Il risultato di questo "no" è, appunto, triplice: solidarietà a puttane; sindacati delegittimati e quindi a rappresentatività dimezzata; licenziamenti a go go impugnabili solo individualmente. 

Ciò che è accaduto alla Best è il frutto di una convergenza di elementi che restituisce un quadro più sociologico che sindacale: il peso della crisi mondiale, la smobilitazione industriale del territorio, la persistenza di un familismo amorale arcaico e contadino, l'assenza di una cultura operaia capace di produrre solidarietà orizzontali e la totale inesistenza di una classe politica locale in grado di svolgere un ruolo di mediazione, di dialogo e di moral suasion.

Forse peccheremo di pessimismo ma siamo di fronte a un segnale che è grave anche da un punto di vista prospettico, perchè la ricostruzione economica di un territorio tanto colpito non potrà avvenire senza un impegno comune, certificato innanzitutto da forme di solidarietà attiva tra i lavoratori e tra i cittadini. 

E di certo dalla Best non è arrivata una buona prassi ma soltanto una manifestazione plateale di egoismo che non porterà fortuna a nessuno.
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