15 dicembre 2014

La tentazione gramsciana di Spacca e del Partito delle Marche

L'operazione realizzata da Spacca con Marche 2020 - mettendo temporaneamente da parte alcuni riflessi fabrianesi su cui torneremo a riflettere in un altro momento - merita una valutazione politica spassionata e non militante, perchè in essa convergono diversi elementi politici, culturali e territoriali.

L'aspetto più rilevante è di natura "ideologica", perchè siamo di fronte alla nascita di un partito che trasforma le Marche nel proprio orizzonte fondativo e ne fa le coordinate spaziali dell'azione politica.

Il partito regionale è apparso sulla scena con la Lega al Nord, nascendo su basi etnofederaliste e su una mitologia sovraregionale e identitaria - la Padania - sostenuta, in quanto priva di confini geografici definiti, da un sistematico ricorso alla minaccia mobilitante dell'indipendentismo e della secessione.

Il Partito delle Marche, teorizzato da Spacca e Solazzi, nasce da una visione più concreta di territorio, visto non come sistema territoriale unitario ma in forma di mosaico in cui ogni tassello rappresenta un interesse subregionale, un frammento di legittimo particolarismo, la particella elementare di una polifonia da coordinare e dirigere in forma orchestrale.

In questo senso lo scenario di riferimento diventa la Regione nella sua accezione istituzionale e amministrativa piuttosto che in termini di delimitazione geografica, identitaria e di confini.

Un "regionalismo orchestrale" che, per la sua natura, finisce per convergere attorno alla figura direttiva ed equilibratrice del Governatore, che, non a caso, ha incardinato l'ipotesi del terzo mandato in un contesto che lo caratterizza come necessità storica del territorio e solo in seconda istanza come legittima declinazione d'un disegno personale.

In questo modo Spacca ha potuto rovesciare il sistema corrente delle priorità politiche: prima ha costruito il contenuto e poi ha chiuso il cerchio, ufficializzando la forma partito del contenitore

Un'operazione bifase resa climaticamente possibile dall'immobilismo politicista del PD, culturalmente incapace di cogliere la finalità destrutturante del progetto spacchiano, e consolidata sottoponendo i molti tasselli del mosaico territoriale a una vigorosa "cura trasversale", finalizzata a consolidare la percezione di subterritori uniti da fattori comuni di natura non politica: la fiction su Fabriano, l'ospedale Urbani su Jesi o il Tartufo nell'entroterra pesarese. Ma si potrebbe proseguire, su questo versante, con molti altri contesti e circostanze.

Insomma, un "su misura" territoriale capitalizzato da Spacca attraverso la formazione di un consenso composito e trasversale, un patto tra i produttori che ha rotto l'equilibrio politicista ossessivamente ricercato da un PD convinto di vincere nelle Marche per inerzia storica e sull'onda del "nuovo" brand renziano.

Spacca poteva creare divisione nel PD e tra i cespugli in tanti modi. Ha scelto di giocare su un terreno su cui nessuno lo avrebbe inseguito, perchè la sinistra marchigiana ha una classe politica di renziani senza storia e senza memoria che non si sono mai preoccupati di studiare a fondo la mentalità morotea del Governatore: un pensiero sottile ma contorto; un'istintiva predilezione per i tempi lunghi e un'esperienza di governo che ne ha consolidato il profilo anfibio di tecnocrate tentato da disegni di egemonia culturale.

Il Partito della Regione, per risultare compiutamente attrattivo, aveva, infatti, bisogno anche di un'operazione gramsciana come quella realizzata attorno al rilancio regionalpopolare di Giacomo Leopardi, utile per dare un'anima e un'identità ai marchigiani e far convergere sul demiurgo Spacca il sussulto di campanilismo regionale animato dal recupero del "giovane favoloso". Un'azione integrata dall'orizzonte europeo della Macroregione Adriatico Ionica, costruzione prettamente politica in cui si combinano denaro e visione, materialità e illusione.

Spacca ha compreso che in tempi di crisi si vince miscelando gli interessi e le prospettive, lo spirito e la carne. Ciò, ovviamente, non vuol dire che Spacca ha la strada spianata ma che è stato il primo a dare le carte. Ora tocca agli altri convincere i marchigiani che c'è qualcosa di meglio del Partito delle Marche e del suo leader dalle sette vite.
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12 dicembre 2014

Indesit: i creduloni e il gioco delle nomine

Quello fabrianese è un popolo credulone, in apparenza cinico e scafato ma tutto d'un pezzo quando si tratta di prendere per buona una versione ufficiale o se qualcuno comanda di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Un anno e mezzo fa, quando Indesit annunciò il Piano di Salvaguardia furono fuoco e fiamme: manifestazioni, cortei, picchetti, gatti selvaggi, magliette col "Dottor Vittorio che ci manca"e striscioni con "la Storia siamo noi". 

Dopo così tanto ruggire, a dicembre 2013, si giunse alla prevedibilissima firma: gli esuberi rimasero 1.400, accompagnati dagli immancabili ammortizzatori sociali e da un referendum confermativo influenzato da metaforiche pistole, puntate alla tempia dei lavoratori.

Sei mesi di mobilitazione inutile e poi più nulla. Solo la placida attesa di quel che veniva definito partner ed era un acquirente - ora turco, ora cinese, infine americano - intenzionato a esercitare un controllo totalitario sulla multinazionale merloniana.

Non furono più lotte ma furono sospiri all'annuncio dello sbarco americano, coi sindacati e i fabrianesi convinti che quello del dicembre 2013 non fosse carta straccia - anzi carta da culo - ma accordo esigibile: su investimenti, prodotti, ammortizzatori sociali. Come se chi compra casa fosse costretto dal precedente padrone a mantenere le piastrelle del bagno, i sanitari e anche qualche vecchio mobile d'annata.

Gli americani di Whirpool sono entrati in scena massicci e sornioni: l'OPA totalitaria con le azione rastrellate a Piazza Affari e casa per casa tra i piccoli azionisti; il delisting dalla Borsa di Milano e adesso la nomina, al posto del traghettatore Milani, della manager Esther Berrozpe.

Come previsto il popolo credulone si è soffermato sul dettaglio, sulla curiosità di genere della prima donna al comando della Indesit, dimenticando che il dietro le quinte del grande potere merloniano era già governato da un'altra donna, da un'altra Ester, non spagnola ma fabrianesissima sorella dei tre capitani d'industria eredi del vecchio Aristide.

Qualche dirigente sindacale si espresso a sproposito, affermando che la nomina di Berrozpe non attiene alla sostanza delle cose importanti ma al formalismo intrigante dei giochi societari. Ingenuità imperdonabile e gravissima perchè quella che viene denominata "integrazione dei business" prelude a una fusione, con Indesit fagocitata dalla company americana e i vecchi marchi merloniani ridotti a variabile del disegno strategico della grande Whirlpool.

Gli americani di Whirpool sono entrati in scena massicci e sornioni ma il pugno di ferro fa capolino dietro il guanto di velluto. Nel frattempo i fabrianesi aspettano e sperano. Come sempre. Confidando che restino quanto meno in piedi gli accordi sugli ammortizzatori sociali senza mobilità fino al 2018. Perchè magari un po' di costo del lavoro pagato dalla collettività non fa così schifo neanche agli americani del Michigan.

E allora andiamo avanti così, digerendo tutto, cartesiani al cubo e più realisti del re, sperando nella palude eterna e che l'oblò delle lavatrici Whirlpool sia ora e sempre mezzo pieno come il bicchiere del metalmezzadro. In fondo tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia no?!
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7 dicembre 2014

E se Giulio permettendo lo Sceriffo Sagramola diventasse Robin Hood?

E' politicamente intelligente l'iniziativa lanciata dal Sindaco Sagramola sulla questione IMU applicata ai terreni agricoli non coltivati dei comuni di montagna. Per una volta Fabriano ha cercato di ritagliarsi un ruolo di capofila reale dell'entroterra. E lo ha fatto su una questione che riguarda i cittadini e non la sopravvivenza di enti pletorici da tenere in piedi giusto per dare un po' di biada e di reddito integrativo a qualche politico vorace.

E sono azzeccate anche le parole utilizzate dal Sindaco perchè il linguaggio è sempre un elemento rivelatore del pensiero e delle intenzioni. Di solito Sagramola - alla terna ricerca di una realtà edulcorata e senza spigoli - tende a farsi interprete di un linguaggio sbiadito e anaffettivo

Stavolta il Sindaco ha istintivamente esondato dal proprio alveo dialettico, ricorrendo a una metafora incisiva e immaginifica. Per dare forza visiva al documento sottoscritto da diversi sindaci di comuni montani sul caso IMU, Giancarlone ha esplicitamente affermato che i primi cittadini sono stanchi di agire come lo Sceriffo di Nottingham.

Si tratta di una metafora efficace perchè lo Sceriffo di Nottingham è il nemico giurato di Robin Hood, il braccio armato del Re che deve garantire i privilegi della Corona dando la caccia ai fuorilegge, ossia a coloro che sono titolari di diritti conculcato da un potere ingordo e dissipatore.

Fino ad ora Sagramola si è comportato in più di una circostanza come lo Sceriffo di Nottingham, valorizzando più la componente precettiva ed esattoriale del suo ruolo che quella di protettore della comunità locale e della collettività che il suo incarico dovrebbe incarnare. 

Se Giancarlone si è stancato di fare lo Sceriffo di Nottingham non possiamo che esserne felici. Ma questa volontà di uscire da una routine quasi esclusivamente precettiva comporta un cambio di passo e un atteggiamento radicalmente diverso.

Il Sindaco di una città in profonda crisi deve ribaltare l'ordine delle priorità: prima proteggere i suoi cittadini in tutti i modi possibili e immaginabili e solo dopo aver assolto a questo gravosissimo compito, rivolgere le proprie deferenti attenzioni ai livelli istituzionali superiori.

Sulla questione IMU Sagramola ha ipotizzato anche un'operazione di aggiramento creativo: spostare la sede legale del Comune a Castelletta in modo tale da collocare Fabriano oltre la soglia dei seicento metri previsti dal Decreto Governativo per l'applicazione dell'imposta sui terreni agricoli non coltivati.

Si tratterebbe di un'iniziativa in stile Robin Hood che consentirebbe al Sindaco di recuperare qualche decimale di quella credibilità politica che ha allegramente dilapidato inanellando un errore dopo l'altro.

Personalmente mi gioco una falange che non lo farà perchè chi nasce tondo non muore mai quadrato. Vedrete che Giancarlone si accontenterà di posticipare a febbraio 2015 il pagamento, vanificando l'unità dell'entroterra montano e la sopraggiunta stanchezza rispetto allo stile Nottingham

Una tipicità andreottiana che ha sempre il suo appeal, l'antico credo cociaro che un problema rimandato è mezzo risolto. Ma c'è da dire che in questo cronico prendere tempo c'è pura un'irriducibile fabrianesità che oltrepassa di molto il Sindaco e i suoi limiti di decisore senza pathos.

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5 dicembre 2014

E' il Generale Inverno il vero nemico della Giunta

Uno si e uno no. E così l'amministrazione comunale ha deciso di tagliare la pubblica illuminazione nelle fasce notturne, nonostante la colata di denaro che i cittadini versano al Comune per contribuire alla gestione dei servizi indivisibili.

Una decisione nobilitata dal concetto astruso ma dignitoso di spending review, definizione anglofona e politicamente corretta che sta per "siamo alla canna del gas". Già perchè quando si comincia a tagliare l'illuminazione vuol dire che mancano pochi passi al default.

Ed è anche alla luce di questa ennesima mossa sintomatica che viene da chiedersi chi sia il vero spauracchio della Giunta Sagramola, la forza di opposizione capace di spezzare in poche ore la resistenza del piccolo Putin di Palazzo Chiavelli

Non stiamo parlando del Movimento 5 Stelle, del Nuovo Centrodestra, di Forza Italia, di Sel o di Fabriano 3.0 ma del Generale Inverno, con le sue storiche durezze che rimandano miticamente alla potenza dei disastri napoleonici ed hitleriani in terra russa.

Il nemico giurato di Giancarlo Sagramola non sono i partiti dell'opposizione ma i pupazzi di neve. Se nei prossimi mesi - i più duri dell'inverno appenninico - il lungo e dolciastro autunno che stiamo ancora attraversando verrà archiviato da qualche nevone per la Giunta sarà la fine perchè, secondo me, non ci sono i soldi per finanziare il Piano Neve.

A quel punto, visti anche i continui tagli ai trasferimenti statali che costringono a un assestamento di bilancio permanente, si determinerà il corto circuito finale tra chi governa la città e i cittadini che saranno chiamati a spalare e a pagarci pure sopra

Una situazione da jacquerie che questa amministrazione non è politicamente in grado di gestire senza approfondire ulteriormente il fossato che la separa dal comune sentire dei fabrianesi.

A me la neve non piace, perchè nella vita di tutti i giorni porta soltanto fatica aggiuntiva, problemi e disagi di vario ordine e grado. Per dirla con Rimbaud non è altro "che del bianco a cui badare". Ma per una volta mi concedo il piacere di invocarla come fatto politico, come opportunità metereologica per dare un'altra spallata a questa amministrazione.

I pupazzi di neve di solito si addobbano con una sciarpa, due castagne a mo' di occhi e una carota a rappresentare il naso. Se il Generale Inverno fa il suo dovere stavolta la carota la utilizzeremo in modo diverso e indicibile.
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3 dicembre 2014

Fabriano, la Fisarmonica e le Piaghe d'Egitto

Alla fine l'emendamento è passato e ci ha pensato l'Assemblea Legislativa delle Marche a riparare il vaso dell'Unione Montana maldestramente rotto lungo l'asse Fabriano - Genga. Il Consiglio, emendando una legge regionale, ha esercitato una sua prerogativa decisionale.

L'atto è, quindi, giuridicamente legittimo e ineccepibile ma politicamente devastante perchè consegna all'opinione pubblica l'idea che la norma sia qualcosa di liquido, di incerto, una variabile che si può utilizzare come sanatoria ex post di incomprensioni e di errori di natura politica

La legge che si distende e si restringe a mo' di fisarmonica è sicuramente essere utile per sbrogliare un caso politico ma è un pessimo investimento sul futuro: innanzitutto perchè amplifica il distacco dei cittadini dalla cosa pubblica e poi perchè fa nascere l'Unione Montana con un peccato originale che ne mina all'origine il consenso e la credibilità. 

Vladimir Sagramola - punzecchiato dal consigliere di minoranza Solari, che ha parlato di "sconfitta sul campo" - invece di restare immobile a pelo d'acqua, in attesa che passi la piena, ha subito rilanciato: prima accusando di tradimento il collega Medardoni, poi  respingendo l'invito a dare le dimissioni e quindi paventando, addirittura, la possibilità di una ricandidatura a primo cittadino. 

Un'ipotesi che rappresenterebbe per Fabriano l'equivalente delle Piaghe d'Egitto narrate nel Libro biblico dell'Esodo e che già da ora - anche se posta per ora solo in termini ipotetici - costituisce un oggettivo elemento di drammatizzazione e di peggioramento del clima politico cittadino, perchè Giancarlone è politicamente divisivo, una sorta di Romano Prodi in salsa pedemontana.

Nei sistemi democratici gli equilibri politici cambiano per tre ragioni: 
  • trasformazioni radicali di scenario;
  • meriti dell'opposizione;
  • demeriti di chi governa 
Le trasformazioni di scenario - col passaggio da città a ricca a città povera - a Fabriano non hanno spostato un becco di nulla. La ragione l'ha spiegata qualche secolo fa Niccolò Machiavelli: "Ma, quando le città o le provincie sono use a vivere sotto uno principe, e quel sangue sia spento, sendo da uno canto usi ad obedire, dall’altro non avendo el principe vecchio, farne uno infra loro non si accordano, vivere liberi non sanno; di modo che sono più tardi a pigliare l’arme, e con più facilità se li può uno principe guadagnare et assicurarsi di loro."

Idem con patate per i meriti dell'opposizione che in questi due anni non ha sciolto un nodo di fondo e cioè se essere opposizione radicale oppure opposizione di Sua Maestà, perennemente tentata di trattare, transare e risultare costruttiva agli occhi dei suoi avversari nominali.

Per fortuna abbiamo un'amministrazione con una fortissima vocazione a commettere errori che le hanno fatto perdere progressivamente popolarità e consenso. Da questo punto di vista il fallimento dell'Unione Montana e la riedizione pasticciata e posticcia per via d'emendamento spinge verso un cambio di equilibri politici.

Qui non si tratta più di destra e sinistra, ma di difendere quel che resta degli interessi di Fabriano. Un concetto apparentemente semplice ma assai complesso dal punto di vista politico, perchè presuppone un cambio di mentalità per ora improponibile: anteporre gli interessi della comunità a quelli della propria parte politica. Insomma un'unione di cittadini montani per cui non si spenderanno nè intelligenze nè emendamenti e leggi istitutive. Così è, se vi pare.
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2 dicembre 2014

L'Unione Montana resuscitata e il coltello nella schiena di Spacca


Non più tardi di qualche giorno fa la Segreteria Regionale del PD ha attaccato duramente il Governatore, affermndo che Spacca trama clandestinamente per siglare un accordo con le forze politiche della destra. Un'accusa pesante, che ha ulteriormente approfondito il solco, già profondissimo, che divide Spacca dal vertice del Partito Democratico.

Il segretario del PD di Fabriano Michele Crocetti è membro della Segreteria Regionale del PD e non risulta si sia dissociato dal j'accuse pronunciato nei confonti di Spacca. Quindi il vertice del PD locale è, di fatto, apertamente schierato contro il Governatore.  

Sagramola, invece, per difendere la proposta spacchiana di tenere primarie di coalizione ci ha rimesso la Presidenza della Provincia. Un fotografia della situazione che torna utile per comprendere meglio quale ballo si balla attorno al fallimento dell'Unione Montana.

Un fallimento che ha visto in campo due protagonisti: il Sindaco, nei panni evanescenti del piccolo Putin intenzionato a farla pagare ai gengarini medardonici e irredenti, e il segretario Crocetti che si è subito mosso utilizzando le linee interne del PD regionale.

E' verosimile e plausibile che Crocetti, ma non solo lui, sia tempestivamente intervenuto sulla segreteria regionale del PD, tanto che oggi in Consiglio Regionale il gruppo renziano dovrebbe presentare un emendamento alla legge che istituisce le Unioni Montane per consentire la costituzione dell'Unione Affondata, bypassando in questa maniera il dissenso formale espresso con voto unanime dal Consiglio Comunale di Genga.

In questo modo il segretario del PD fabrianese segherebbe l'albero in cui è seduto il Sindaco, oltre a rifilare una coltellata nella schiena del Governatore perchè, di fatto, con l'inziativa dell'emendamento "salva Unione" risulterà che gli interessi dell'entroterra montano non li tutela il fabrianese Spacca ma quella segreteria regionale del PD che ha come obiettivo rimuovere il Governatore e cancellare il ruolo storico di Fabriano nella politica regionale.

E questo è ciò che riguarda la politica. Nel merito l'emendamento "salva Unione" di cui parlano i giornali costituirebbe una ragione assoluta di scandalo perchè promosso da un partito come il PD che ci è diventato grasso a forza di parlare di rispetto delle istituzioni, delle regole e della democrazia

La democrazia delle regole ha bocciato la costituzione dell'Unione Montana e si dovrebbe rispettare questo pronunciamento. Invece si fa rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta, semplicemente cambiando a proprio comodo la legge istitutiva.

Nel quinto canto dell'Inferno Dante Alighieri ha stigmatizzato questo comportamento antichissimo e peccaminoso con una terzina in cui parla di Semiramide, regina assiro-babilonese che per eliminare la pessima fama che accompagnava i suoi comportamenti fece una cosa semplicissima: legalizzò quei medesimi comportamenti. Scrive il Fiorentino: "A vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta".

Fuor di metafora: non si è riusciti a costituire l'Unione Montana attraverso le regole? Non c'è problema, si cambiano le regole ed ecco che l'Unione Affondata diventa l'Unione Resuscitata. Vergognatevi tutti!
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1 dicembre 2014

Siamo tutti Medardoni!

Dare le colpe agli altri è un modo straordinariamente comodo per mettersi al riparo dall'autocritica. La parola d'ordine del momento è il frutto di questa semplificazione centrifuga che spinge all'esterno ogni responsabilità: tutti contro Genga e contro il Sindaco Medardoni.

La propaganda del Partito Democratico - per la verità delegata a figure che non conoscono neanche l'abc della comunicazione politica -  è entrata in azione sue due temi che secondo i renzini possono funzionare e convincere i cittadini dell'entroterra: 
  1. far credere al popolo bue che l'Unione Montana era una straordinaria occasione di tutela e di autogoverno del territorio
  2. additare l'amministrazione gengarina lasciando intendere che il suo diniego è l'effetto del complesso verghiano dei Malavoglia, con Medardoni nei panni di un Padron 'Ntoni attento solo alla difesa della roba, ossia le Grotte di Frasassi e il loro sostanzioso giro di liquidità.
Il nervosismo del PD è del tutto comprensibile perchè l'Unione Montana rientrava in un quadro di equilibri politici ovviamente legato alla distribuzione di incarichi e poltrone. E quando un tassello viene a mancare ne risente tutto il disegno e bisogna reinventare, nella sua interezza, l'intero mosaico.

Il segretario del PD di Fabriano Crocetti, come al solito, ha divulgato un comunicato tronfio e ingenuo che peggiora il clima, perchè censura l'irresponsabilità istituzionale del Sindaco di Genga senza rendersi conto che in questo modo mette la sezione fabrianese del PD contro la principale carica istituzionale di un altro comune. 

Insomma l'ennesimo errore politico di un giovanotto volenteroso ma inadatto al ruolo che ricopre. Problema questo che riguarderebbe solo il PD e i suoi iscritti, se non fosse che Crocetti mette in mezzo istituzioni che sono patrimonio di tutti i cittadini.

La verità è che l'Unione Montana era una baracchetta che non serviva a un cazzo e Medardoni ha il merito politico di aver fatto saltare la finzione. Lo ha fatto per difendere gli interessi di Genga? Può darsi ma quel che conta è che con quel voto è stato sfondato un altro muro di "casa PD".

Sagramola, come al solito, ha sbagliato tutto, ma non lo ammette perchè da vecchio democristiano ignora la funzione dell'autocritica. Evidentemente ha gestito male il suo ruolo di Sindaco capofila, non è stato in grado di comporre un quadro di relazioni istituzionali in grado di reggere il voto dei consigli comunali e non ha lavorato su una dimensione bipartisan, perchè è un assertore dello spoils system, ossia del sistema secondo il quale chi vince mangia tutto, anche a costo di violente indigestioni.

Sagramola non ha coinvolto seriamente l'opposizione ma ha preferito giocarci attraverso il trucchetto del voto tecnico. Una richiesta che ha scatenato le ire della minoranza e su cui ha fatto leva anche il Consiglio Comunale di Genga, che ha capito al volo che l'operazione era stata gestita a porco proprio a Fabriano e che la divisione a Palazzo Chiavelli era una leva straordinaria per far saltare l'operazione.

Adesso Sagramola e il PD minacciano ritorsioni su Genga, manco Giancarlone fosse un Vladimir Putin che invia le truppe in Ucraina e fa valere la legge del più forte. Diciamolo: quella di Sagramola è, a tutto tondo, una sconfitta politica. 

Personalmente avrei potuto chiedere le sue dimissioni se l'Unione Montana fosse stata costituita, perchè il Vladimiro Fabrianese sarebbe stato l'artefice di un'altra infornata di statalismo locale. Oggi invece è l'artefice di un disastro e mi piace pensarlo leopardianamente "combattuto e vinto" e con la barba bianca e tremula. Medardoni uno di noi!
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30 novembre 2014

L'Unione Montana e il Tafazzi in fascia tricolore

La politica fabrianese ha smesso da tempo di essere un'attività presentabile. Per questo motivo seguirla, giorno dopo giorno come una medicina, ripropone sentori che sono un misto di frustrazione e di spatacco; ingredienti che si combinano dando vita a effetti esilaranti, quasi degni, nella loro fantasiosa leggerezza, di un Italo Calvino comandato a narrare le minute gesta di un piccolo e singolarissimo centro d'entroterra.

Lo ammetto: il fallimento dell'Unione Montana mi ha donato qualche ora di divertimento cazzeggiante, letteralmente lucrato alle spalle dei protagonistiun gruppetto di politici convinti che la ricostituzione sotto mentite spoglie di un ente demenziale fosse meritevole di sfrenata passione e di conflitto muscolare tra schieramenti altrimenti anemici.

Nel Dopofestival - ormai stabilmente alloggiato sui social media e degno di gustosa attenzione - sono volate parole grosse: dalle accuse di fascismo a quelle di magheggio, con un abbassamento sostanziale della qualità del linguaggio e dei contenuti politici del confronto.

L'elemento umoristico della vicenda è che mentre a Fabriano volavano stracci, con ben tre Consigli Comunali in tre giorni - e la sessione di sabato sera trasformata in un'alternativa pirotecnica al ristorante o alla serata al cinema - in quel di Genga si era ben lungi dal trasformare l'adesione all'Unione Montana in un cimenti vitale e in una frontiera di sopravvivenza territoriale.

Totalmente indifferenti al surplus consiliare di testosterone fabrianese, i gengarini adottavano con pronunciamento bipartisan la decisione più naturale: votare contro lo Statuto e affondare il progetto. Il tocco di beltà è che l'operazione si è consumata sabato mattina, ossia 12 ore prima che a Palazzo Chiavelli andasse in scena l'ennesima figuraccia targata Sagramola e Pd e accompagnata dal diniego rombante e un tantinello folkloristico della minoranza.

Sagramola, invece di mordersi i gomiti per la propria incapacità di incarnare ed esercitare la leadership territoriale di Fabriano, ha accusato il Sindaco di Genga di aver tradito gli accordi (saremmo curiosi di conoscerne contenuti e natura ma si tratterà sicuramente di poltrone e gettoni), annunciando di volersi rivolgere alla Regione nella speranza che Gianmarione - in tutt'altre faccende affaccendato - gli tolga dalle mani la patata bollente che il Sindaco non è stato in grado di pelare da solo.

In poche settimane Sagramolone Nostro ha bruciato la Presidenza della Provincia, l'Unione Montana e la possibilità di un secondo mandato targato PD. E' sbagliato, quindi, chiederne le dimissioni perchè di fatto il Sindaco - da vero Tafazzi in fascia tricolore - si sta dimettendo un po' alla volta ogni giorno. Evidentemente, come da fiction, Dio non solo c'è ma ha pure deciso di aiutarci.
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28 novembre 2014

Comunità o Unione Montana? Another brick in the wall



Ieri sera, in Consiglio Comunale, si è discusso dell'adesione del Comune di Fabriano all'Unione Montana - che sostituirà la Comunità Montana Esino Frasassi - e dell'approvazione del relativo Statuto.

Il Sindaco, su una materia che chiama in causa il mantenimento di un carrozzone dato per morto e poi risorto come Lazzaro col solo miracolo di una volontà di conservazione politica, ha chiesto alla minoranza un voto tecnico e non politico, per ottenere la maggioranza qualificata necessaria in prima istanza per approvare l'adesione.

Il voto tecnico è una invenzione della cattiva politica, escogitata per togliere dalla scena quell'assunzione di responsabilità che è l'essenza stessa di una politica che può qualificarsi soltanto attraverso scelte piene e meditate.

Ha fatto bene, quindi, la minoranza a non accettare la polpetta avvelenata abilmente propinatagli da Giancarlone, perchè essa conteneva anche una complicità politica in relazione ai debiti accumulati dalla Comunità Montana, di cui si faranno carico i Comuni che aderiranno alla nuova Unione Montana pronti, con Fabriano malauguratamente in testa, a sgraffignare l'ammontare della mala gestio direttamente nelle tasche dei cittadini, bancomat rassicurante, paziente e molto ben disseminato.

Cliccando su questo link istituzionale, quindi valido come fonte, (http://marchentilocali.regione.marche.it/Unionimontane.aspx) si può leggere che "La procedura per la costituzione delle Unioni montane prevede che i Comuni interessati possono recedere o aderire all'Unione montana, approvandone lo statuto". E scorrendo la pagina fino a giungere al paragrafo riguardante la Comunità Montana Esino Frasassi si scopre che "con nota prot. 3322 del 31/7/2014, il Comune di Rosora ha comunicato di non aderire alla costituenda Unione montana, conformemente a quanto deliberato dal Consiglio Comunale con atto n. 46 del 25/10/2012."

Il che fa pensare che non sussistono condizioni di "necessità dell'adesione" da parte del Comune di Fabriano, ma soltanto la volontà politica di tenere in piedi un ente da incardinare in ciò che resta della rete territoriale del potere locale.

Il Consiglio Comunale è stato convocato anche per oggi e domani, in modo tale da rispettare la scadenza fissata per domenica 30 novembre con un voto in zona Cesarini a maggioranza semplice.

Sagramola ha fatto bene a spingere sull'acceleratore, perchè nel farlo ha rispettato la sua natura di conservatore dell'esistente e di uomo dell'apparato pubblico a cui appartiene politicamente, culturalmente e professionalmente.

E ha fatto bene anche per un'altra ragione e cioè che questa scelta "is another brick in the wall", un altro mattone nel muro che lo separa dai cittadini fabrianesi e che prima o poi lo travolgerà.
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27 novembre 2014

Il Giotto infranto sulla Linea del Bagnasciuga

La Mostra "Da Giotto a Gentile" ha avuto un grande successo di pubblico, che ha consentito di superare di molto la previsione iniziale dei 40 mila biglietti. Sono diverse le ragioni di questo risultato, non ultimo il rimbalzo prodotto dalla fiction delle monachelle che, piaccia o meno, ha saldato attorno a una Mostra per palati fini pure una fascia non preventivata di visitatori nazionalpopolari.

Come da scontatissima profezia operatori, commercianti, artigiani e politici hanno cominciato a cullarsi negli allori, dimenticando che il turismo è genere ondivago quando si produce attorno a un evento e che le belle Mostre, appena si concludono, lasciano repentinamente col becco asciutto - e per lungo tempo -  chi fa conto su un miracolo di semplice rinculo.

Accadde già dopo la Mostra del 2006 su "Gentile e l'altro Rinascimento", ma la lezione è stata prontamente dimenticata, giustificando l'oblio con la tesi secondo la quale otto anni fa la città non era pronta per sostenere un'esperienza culturale tanto impegnativa e qualificante. Invece adesso, per chi ha la fortuna di crederci, è tutto un fiorire di intelletti e di nativi rimpinzati di sapere.

Fatto sta che la Mostra "Da Giotto a Gentile" si concluderà il 18 gennaio 2015 e sarebbe alquanto saggio che si da subito si ragionasse a partire dal giorno dopo, senza farlo diventare una roba tipo The day after.

I fabrianesi probabilmente ignorano che la Pinacoteca dovrà chiudere i battenti per lavori che si protrarranno non si sa per quanto tempo, col rischio concreto che l'onda lunga di Giotto si infranga, nel giro di un paio di mesi, sulla solita linea del bagnasciuga. Tra l'altro Vittorio Sgarbi ha dichiarato, in più di una circostanza, di voler agire per trattenere a Fabriano alcune opere del Maestro di Campodonico; operazione che non si capisce bene da chi debba essere ufficialamente portata avanti e che, di certo, non si rafforza con la prospettiva di chiusura sine die della Pinacoteca.

Si porranno, inoltre, problemi relativi all'allestimento della Pinacoteca e anche una questione che conta proprio perchè è un conto, e cioè chi paga. Il foraggio continuerà a fornirlo la tuttora grassa Fondazione Carifac o se ne farà carico il Comune che già sbudella il bilancio per pagare luce e gas della bellissima ed esagerata Biblioteca Comunale?

E se sarà la Fondazione a foraggiare avrà voce in capitolo nella gestione o si dovrà accontentare di garantire il "fondo perduto" senza nulla domandare e pretendere? E l'ottimo Vittorio Sgarbi sarà solo una parentesi dorata o gli si darà la possibilità materiale di prolungare l'onda lunga, magari attraverso un'altra Mostra altrettanto prestigiosa e altisonante?

Non è per ora il saperlo, perché gli applausi prevalgono sulle domande e ai punti interrogativi si preferiscono, da sempre, quelli esclamativi, di certo meno faticosi e più festaioli. Un vero peccato per una "città di fabbri" che dovrebbero sapere bene che si batte il ferro quando è ancora caldo.
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26 novembre 2014

La Cittadella dello Sport e il delitto dei Cento Passi

La foto che mi ritrae di spalle non è stata scattata nella Striscia della Morte che costeggiava il lato est del Muro di Berlino ma nella libera e occidentale Fabriano. Precisamente nel pieno della Cittadella dello Sport, come è stata grottescamente ribattezzata le vecchia zona degli impianti sportivi, a riprova che giocare coi nomi è un tic irresistibile quando c'è da impacchettare il nulla o quando, invece, è necessario costruire qualche finzione funzionale ad altro.

Cittadella è termine di origine rinascimentale e fa riferimento a fortezze difensive, ad ambienti di cui viene rimarcata la separatezza e l'impenetrabilità. Denominazione correttissima e azzeccata perchè si ha davvero la sensazione di essere in un pezzo di città separata, abbandonata e tendenzialmente moribonda.

La Cittadella dello Sport è un'invenzione sagramoliana, quindi tendenzialmente triste. Ma è anche la scena di un “delitto amministrativo”. L’ennesimo che si verifica nel corso di questo anemico mandato di governo cittadino. E come tutte le scene del delitto va guardata con occhio prospettico, cercando di capire se ciò che si vede rivela qualcosa che non si vede, che si intravvede o che va scoperta con metodi e prassi deduttive.

Cosa è accaduto di tanto rilevante da trasformare un’anonima concentrazione di impianti sportivi in una pomposa Cittadella dello Sport? E’ successo che il Sindaco – pare con ampio dissenso all’interno della Giunta – ha deciso di chiudere cento metri di strada. E quei “cento passi” sono stati sufficienti per un ribattezzo in stile sovietico dell’intera area. Cento passi inutili ai pedoni ma utilissimi agli automobilisti perché consentivano il deflusso delle auto su Via Dante dalla zona popolosa di Via Aldo Moro e l’ingresso da tutta l’area a ridosso di Via Profili.

Sagramola, con tigna degna di miglior causa, ha invece deciso di chiudere in via permanente quei cento metri di strada e di congestionare il traffico. Una decisione che si presume assunta per garantire un beneficio maggiore rispetto al sacrificio di un traffico in tilt. Ed è esattamente in questo punto che si profila il delitto, perché, come asseriva Pascal, talvolta ci sono ragioni che la ragione non conosce

E la ragione si rifiuta di credere che un Sindaco possa decidere di complicare la vita dei suoi cittadini solo per ribattezzare una zona Cittadella dello Sport. Anche perché ogni fabrianese sa che quella era già di suo un’area interamente pedonalizzata, tranne i cento passi, dove è davvero difficile immaginare l’afflusso festante di masse di cittadini liberati dal fardello dei motori

E non regge neanche la tesi di una chiusura che risolve il problema della pista di pattinaggio, perché dalla notte dei tempi la zona veniva chiusa in occasione di gare e  competizioni senza che questo generasse polemiche e senza che circa 2.000 concittadini firmassero una petizione per riaprire il tratto dei “cento passi”.

Ecco allora che la zona degli impianti sportivi si fa scena e i “cento passi” diventano l’arma del delitto. Chi ama il colore giallo del poliziesco sa bene che non c’è delitto senza movente e che il movente è spesso ciò che chiarisce il senso di un’indagine.

Abbiamo detto che la chiusura di quei cento metri non solo non era necessaria ma anche pretestuosa, in quanto ininfluente. Se si voleva davvero dare vita a una Cittadella dello Sport sarebbe stato più logico chiudere il tratto di strada che dalla pista ciclabile costeggia l’antistadio e conduce al parcheggio del PalagGuerrieri. Una soluzione che personalmente non avrei comunque condiviso – per deficit di comprensione rispetto alle isole pedonali realizzate in periferia - ma che sarebbe risultata di certo più logica e più cartesiana rispetto al desiderio del ribattezzo.

E allora quale potrebbe essere il movente? Per provare a immaginarlo o a supporlo dobbiamo seguire l’indicazione di Marcel Proust: guardare le cose con altri occhi, provare ad attivare un acino di pensiero laterale

Chi proviene da Via Campo Sportivo e procede in direzione Cittadella dello Sport non trova più nessuno deviazione a destra disponibile per rientrare su Via Dante. L’unica possibilità è proseguire fino al Palaguerrieri. Ciò significa che il flusso del traffico si sposta inevitabilmente su via Bruno Buozzi. E chi conosce le dinamiche del commercio sa bene che l’affollamento delle vie di prossimità avvantaggia gli esercizi che si affacciano su quelle vie affollate. 

La Cittadella dello Sport, dal punto di vista del movimento delle auto, è un vero toccasana, anzi una vera e propria botta di culo per alcuni operatori economici che lavorano a ridosso di Via Buozzi, a partire dal supermarket cinese. Del resto basta farci un salto per capire e magari anche per leggere più lucidamente sostegni e decisioni. Sarà questa la pista da seguire per risolvere il rebus di una decisione in apparenza incomprensibile? Lo scopriremo solo vivendo.
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