19 settembre 2014

O di qua o di là: a las cinco de la tarde

19 settembre 2014


Il sessantenne Spacca si allontana per qualche ora dalla ridotta fabrianese e piomba in città il quarantenne Comi, segretario regionale del Pd che vuole sfrondare Gianmarione d’ogni gloria e alloro. Già perché c’è anche una componente generazionale in questa faida interna ai democratici marchigiani, una declinazione territoriale di quel vitalismo rottamante che Renzi ha inoculato, come veleno, nel corpo di una Nazione avvilita. E di questo Spacca deve tenere conto, perchè il desiderio di “spazzare via” attraversa trasversalmente fazioni e schieramenti e condiziona scelte e processi elettorali. Un sessantenne è anagraficamente ed esistenzialmente giovane ma replicare ai diktat dei giovanilisti con la prevedibile ribollita sull’esperienza acquisita e sulla ponderata saggezza consegnata dagli anni, non è più sufficiente. Ma Spacca, in quanto uomo di roccioso potere, sa bene quanto contino la fortuna e il culo al quadrato per mantenersi in sella in una fase in cui la politica è talmente liquida e volubile da rendere incerto e vago ogni disegno e investimento di medio e di lungo periodo. E il Governatore ha davvero un gran culo perché sul versante della battaglia generazionale si sta letteralmente spiaggiando l’ideologia renziana del giovane bravo e capace per dono anagrafico e prerogativa di nascita. Ed è anche per questa ragione non secondaria che il Governatore può permettersi il lusso di lasciare sguarnito il suo presidio fabrianese durante la capatina del segretario regionale, per recarsi in quel di Viterbo a discettare di Sanità che funziona col gotha del PD nazionale e con l’esponente del partito che decide le candidature che contano sul territorio. E già dal punto di vista simbolico si tratta di un asso nella manica per il Gov, perchè Gianmarione frequenta quei piani alti dove è possibile perorare una causa politica e personale mentre Comi deve accontentarsi di un giro a Fabriano, accolto da un segretario cittadino suo sicuro sodale ma in evidente ed enorme difficoltà – per lapalissiana inesperienza e modesto spessore  – nel sostenere un’abile politica di mediazione in una fase di conflitto che rischia di sfociare in una guerra civile a bassa intensità. Di certo la presenza di Comi a Fabriano in un culmine di tensione come questo – al di là delle spiegazioni formali che tendono a dare all’iniziativa il sapore della routine programmata – restituisce il sentore di una chiamata alle armi, di una cartolina precetto consegnata agli iscritti e ai militanti del partito democratico cittadino. Chi stasera sarà presente al Museo della Carta assumerà in automatico il profilo del firmaiolo, la fattezza di un congiurato antiGov, di fabrianese arruolato nell’azione fratricida nei confronti del Gianmarione locale. O di qua o di là: mai semplificazione fu più vera di questa. Stasera. A Fabriano. A las cinco de la tarde.

18 settembre 2014

Il Gianca chiama il Mise per JP: piange il telefono!

18 settembre 2014

Al Ministero del Lavoro ha squillato il telefono. Qualcuno ha risposto ma dall’altra parte non c’era nessuno: era Sagramola. Ho tradotto in una scena un po’ pirandelliana – e con parole riprese dal mitico corsivista dell’Unità Fortebraccio - il resoconto giornalistico della telefonata del Sindaco al Ministro Poletti. Un tentativo di aggancio sul caso Ardo descritto dai giornali come un mondo rovesciato in cui il primo cittadino di un piccolo comune del centro Italia telefona a un Ministro con fare da paccamutande, come se la relazione gerarchica dei ruoli pubblici ricoperti consentisse confidenze e imperativi sulla direttrice Fabriano-Roma. Quale che sia la verità di questa ipotetica telefonata - con destinatario sbagliato visto che della materia si occupa il Mise ovvero il MInistro Guidi - il dato politico è che Giancarlone il Paccamutande si è nuovamente mosso sul fronte sociale, ridando la stura a una visione anacronistica della concertazione, che non è più uno strumento di risoluzione consensuale e creativa dei problemi connessi alle relazioni industriali ma un culo della serva in cui tutti mettono le mani: governo, sindacati, aziende, comuni, province, regioni e chi più ne ha più ne metta. Sagramola ha chiamato Poletti perchè, a suo dire, sarebbe giunto il tempo di siglare l’accordo con le banche, per scongiurare il verdetto della Cassazione e consentire a JP di andare avanti, nonostante due pronunciamenti del Tribunale che hanno annullato la vendita a Porcarelli del perimetro produttivo della ex Antonio Merloni. In occasione dell’incontro tenutosi a fine luglio il Ministero si era, infatti, impegnato a riconvocare le parti per la metà di settembre e tanto era bastato ai nostri valenti e ingenui amministratori e sindacalisti per trascorrere una speranzosa estate, come se il periodo agosto-prima metà di settembre fosse il più propizio dell’anno solare per costruire accordi che non riguardano il comò e la madia della nonna Maria, ma alcune decine di milioni di euro da iscrivere a bilancio come crediti esigibili o inesigibili. Insomma, anche il gatto avrebbe coltivato il legittimo sospetto di un rimando studiato ad arte, di quel prender tempo che è modus operandi di una certa burocrazia ministeriale quando la soluzione del problema non è propriamente dietro l’angolo. La verità più plausibile è che l’accordo con le banche sia più un desiderio che una realtà declinabile a breve perché il punto di debolezza dell’operazione risiede nelle prospettive della JP Industries che, visti i processi di concentrazione in atto nel settore degli elettrodomestici (con Whirlpool che acquisisce Indesit ed Electrolux che acquista la divisione elettrodomestici di General Electric), non presenta i requisiti dimensionali necessari per competere in un settore in cui, oramai, “piccolo non è bello”. Ciò significa che, con ogni probabilità, non sussistono le condizioni di mercato necessarie per generare redditività e, quindi, lo stock di liquidità necessario per finanziare un eventuale accordo compensativo tra la JP e gli istituti di credito. Ma a questo scenario Sagramola si guarda bene dal fare riferimento e non è chiaro se l’omissione sia frutto di comodità o espressione di un deficit di approfondimento settoriale. Certo è che l’unica sfida che sembra appassionare Giancarlone il Paccamutande è quella di strappare un appuntamento, di garantirsi una casella certa nell’agenda di qualche sottosegretario del Mise. Al punto da dichiarare ai giornale: “Da Roma devono capire che la situazione non è che migliora se non viene affrontata. Anzi, al contrario continua a peggiorare. E non possiamo permetterci ulteriore perdita di tempo”. La situazione caro Sagramola volge in merda da almeno un lustro. E non devono capirlo a Roma ma a Fabriano, dove c’è ancora troppa gente che crede agli asini che volano, al diavolo che è morto dal freddo e alle prospettive di sviluppo della ex Ardo.

17 settembre 2014

Fabriano...amare pillole di turismo

17 settembre 2014


 
Sostiene Balducci che siamo ai prodromi di una riconversione economica, rispetto alla quale la Mostra “Da Giotto a Gentile” rappresenta il punto di svolta, la ragione di un effetto domino destinato a stimolare un’inedita moltiplicazione di iniziative. Sicuramente negli ultimi mesi si è un po’ ristretta la patina triste e sconfortante che ha fatto da sfondo alla deriva economica del territorio. Così come, grazie al cielo, si sono perdute le tracce del meriggiare sbracato degli anni che la Berta filava. Il grande poeta perugino Sandro Penna avrebbe scritto che si percepisce “un po’ di febbre”, la lieve alterazione di un corpaccione comunitario costretto dalla necessità a rimettersi in moto e a scandagliare qualche possibilità aggiuntiva di tenuta e di sopravvivenza. Ma siamo a quella febbriciattola malarica che è ben lontana dalle alte temperature che sarebbero necessarie per accreditare un cambio di rotta e di prospettive. Piano, allora, con gli entusiasmi turistici, col credere strutturale ciò che è congiunturale e con l’illusione di trasformare un evento a termine, per quanto suggestivo e ricco di sogni del dugento, in una rendita di posizione permanente e autopropulsiva. Le riconversioni economiche sono processi complicati e non sempre destinati a buon fine, esperienze di programmazione e sperimentazione che non ammettono rimozioni ma piuttosto verità, magari amare, da cui far muovere un tragitto diverso e un percorso di cambiamento. Sostiene Balducci che taluni esercizi, in questo quadro di pelli che cambiano, non hanno brillato per accoglienza e sensibilità, preferendo chiudere i battenti quando era più allineato alla bisogna il tenerli lindi, pinti e spalancati. Libere scelte degli esercenti che in parte scelgono di serrare perché sanno far di conto e in parte in quanto eredi d’antico carapace metal_mezz, con la loro cultura del buono pasto e con la logica del dirigente merloniano e forestiero che tanto “do va, alla fine pure lui qualcosa tocca che magna”. Ma il vero problema è un altro e cioè che manco uno tra gli autoctoni si mette mai nei panni del turista che arriva a Fabriano. Il guru del pensiero laterale Edward De Bono ci ha scritto un libro sul bisogno di guardare le cose da diversi punti di vista: “Sei cappelli per pensare”. Nel nostro caso di cappelli ne sarebbero sufficienti un paio, ma la città impigrita preferisce lasciarli appoggiati in qualche sofà. Si dice che Fabriano abbia una bella piazza. Verissimo. Secondo qualche esagerato, un po’ campanilista e non avvezzo al viaggio, addirittura tra le dieci più belle d’Italia. Ma una piazza è qualcosa che trattiene, che dà occasione di soffermarsi. Arrivateci da turisti verso le tre di pomeriggio a Piazzalta. Sicuramente un bel colpo d’occhio, ma roba da “guarda e passa”: il Loggiato San Francesco rinserrato e chiuso come una prigione, il Palazzo del Podestà ridotto a scatolone vuoto e inerte, il Palazzo Vescovile non visitabile in quanto sede operativa del cristianissimo pastore. Ora, in una piazza ci si sofferma anche se si ha la possibilità di sedersi e mangiare qualcosa, consumando qualche scampolo di giornata dedicato all'otium contemplativo. E su questo aspetto di Piazzalta soprassediamo per onore e carità di patria. Di fatto, a voler essere ottimisti, in mezzora Piazza del Comune estingue, agli occhi del turista, la sua funzione di gioiello e di salotto buono. A corollario di questo passaggio oggettivamente sbrigativo vale la pena ricordare che il Teatro Gentile è sempiternamente chiuso, che l’Oratorio della Carità idem con patate e che San Benedetto odora di muffa tanta è l’abitudine di sottrarlo agli occhi del viandante, del curioso e del fedele. Mettiamo pure che un’altra mezzoretta la si dedichi al gironzolo tra i vicoli del centro storico. Per carità graziosi, ma come se ne trovano in mille borghi d’Italia. Di fatto, cessato l’effetto spugna di Giotto e di Gentile, sarà sufficiente passeggiare un’ora per chiudere la pratica turistica in quel di Fabriano. Un po' poco per radicare una controtendenza economica e un flusso di turismo minimamente remunerativo. Sostiene Balducci che il nostro futuro sarà popolato di forestieri con la cartina in mano, di cercatori d’arte e di cultura e di gaudenti sedotti dal salame 80% di prosciutto. Sperarci è dovere civico,  ma il crederci pura e inestimabile scioccheria

16 settembre 2014

Fabriano e l'annessione all'Umbria

16 settembre 2014


Fabriano è stata per lungo tempo l’epicentro economico delle Marche, con le grandi aziende del bianco prime in tutte le classifiche dimensionali e di fatturato, col suo distretto delle cappe aspiranti capace di concentrare sul territorio gran parte della produzione mondiale e la cartiera Miliani, ricca di prestigio internazionale e di storici specialismi. Questa concentrazione di potere reale – conseguito nonostante la sfiga geografica, il destino pedemontano e un’infrastruttura viaria da transumanza– ha fatto della città della carta un’enclave presuntuosa, una repubblica d’entroterra capace di governare un territorio vastissimo e di esprimere parlamentari, ministri, governatori di regione, presidenti di provincia e assessori di ogni risma, fino a determinare un sovrapposizione quasi plastica di forza economica e influenza politica. Un “potere di fatto”, indipendente da qualsiasi riconoscimento ufficiale di ruolo, che invece di creare rispetto ha indispettito il resto della comunità regionale, che negli anni d’oro del merlonismo si limitava a esprimere una deferenza condita d’invidia e un risentimento destinato a ingrossarsi e cumularsi nel tempo. La crisi della Ardo, l’implosione del distretto metalmeccanico e la vendita della Indesit alla Whirlpool hanno modificato nel profondo la geografia socioeconomica di Fabriano e la percezione del suo ruolo nel contesto complessivo della Regione. Una trasformazione di scenario rapida e imprevista, un cataclisma che ha colto tutti di sorpresa, lasciando un certo potere politico privo di quella copertura economica che era necessaria per poter esercitare un’egemonia incontestata. Le vicende di questi giorni, il conflitto che si è aperto tra Spacca e il resto del Pd e la bocciatura di Sagramola vanno viste all’interno di questa dimensione economica e sociale. Bloccare il terzo mandato di Spacca non è, quindi, soltanto un legittimo desiderio politico di rinnovamento del governo regionale, ma anche l’azione propedeutica necessaria per togliere definitivamente a Fabriano ogni ambizione di primato e sancire il definitivo tramonto della sua antica centralità. Si tratta di un ridimensionamento che è nell’ordine delle cose e che, in qualche modo, concorre a rigenerare equilibri regionali di nuovo connessi al peso reale delle comunità e delle loro economie territoriali. Il problema è che il superamento di una Regione Fabrianocentrica avverrà in forma traumatica e senza fare prigionieri, ossia chiudendo il rubinetto delle risorse destinate al nostro territorio e restituendo la città, già colpita dalla crisi economica ed occupazionale, al suo destino originario di zona periferica e di comune di confine. E a quel punto non ci sarebbe nulla di catastrofico nel chiedere l'annessione all’Umbria a cui ci accomuna morfologia, deindustrializzazione, terremoti e bisogno di riconversione turistica.

15 settembre 2014

Un Sindaco è buono quando non può essere rieletto

15 settembre 2014


A lanciare il sasso è stato un amico su Facebook, che ha postato un commento nel quale afferma che non darà più il proprio voto a chi ha già ricoperto una carica pubblica e si ricandida per il medesimo ruolo. Si tratta di una posizione saggiamente pessimista, che costituisce la reazione a quanto accaduto nella politica negli ultimi venti anni, con particolare riferimento alla vicenda politica ed elettorale degli enti locali. Nei primi anni novanta – a seguito di Tangentopoli e come effetto della fine delle grandi categorie di pensiero novecentesche – più o meno tutti fummo sedotti dalla cosiddetta politica di prossimità, ossia dall’idea che fosse possibile rimuovere le macerie ideologiche del secolo breve recuperando una dimensione prevalentemente locale del fare politica. Fu in quel contesto di brutale semplificazione e rimozione che trovò la sua ragion d’essere la trionfale “stagione dei Sindaci” quando - complici una legge elettorale incentrata sulla dimensione plebiscitaria del candidato vincente e una riscoperta del localismo territoriale di derivazione leghista - gli italiani si convinsero che la scelta del Sindaco fosse l’atto politico più rilevante e più denso di ricadute per i cittadini e per le famiglie. Nel giro di pochi anni si affermò e si diffuse una consuetudine che, mano a mano, venne inglobata nei ragionamenti politici come dato di natura, qualcosa di condiviso trasversalmente e a prescindere dagli schieramenti e cioè che al primo mandato elettivo dovesse per forza seguire una scontata riconferma, perché è il secondo giro che consolida quanto è stato seminato nel corso della prima esperienza di Sindaco. Questo modo di ragionare ha generato cariche e carriere politiche di lunghissimo corso che hanno agito come un tappo, determinando un livello minimo di turnover della classe dirigente e sovvertendo ogni previsione di efficacia e di efficienza del mandato. Quel che puntualmente si profila, infatti, è uno scenario talmente rituale nelle sue mille repliche territoriali, e senza sostanziali diversità di approccio tra sindaci di centrodestra e di centrosinistra, da configurare un vero e proprio modello di comportamento politico: il primo mandato si consuma in parte nel tentativo, spesso vano, di apprendere meccanismi amministrativi e schemi di funzionamento di una macchina pubblica letteralmente kafkiana, e in parte in un immobilismo decisionale dovuto alla necessità di non prendere posizioni divisive che possano intaccare la base dei consensi necessaria a garantirsi la rielezione. Una volta ottenuta la riconferma viene meno la cosiddetta “spinta motivazionale” e l’eletto traccheggia e giocherella in attesa di concludere la missione amministrativa, senza lasciare segno del suo passaggio, perché magari a fine corsa si profila un salto politico più prestigioso e remunerativo che, di certo, non trarrebbe vantaggio da una base elettorale urticata e imbufalita da precedenti decisioni o da azioni impopolari. Il sistema della scontata rielezione è, quindi, la migliore garanzia di enti locali governati male da una nomenklatura che ha un solo imperativo: durare. Abbiamo quindi bisogno come l’aria di candidati che, come atto politico e programmatico, escludano la propria ricandidatura. Un Sindaco che ha un solo mandato a disposizione sa che ha poco tempo per lasciare il segno. E, come si dice, il perder tempo a chi più sa più spiace. Un buon Sindaco che escluda dal proprio orizzonte una carica decennale sa che deve fare più cose possibile nei primi cento giorni, ovvero quando un primo cittadino fresco di nomina ma convinto di avere due giri a disposizione dedica il suo tempo ad eccitarsi pensandosi in fascia tricolore; ma sa anche che non può perdersi tra le sabbie mobili dei regolamenti, delle norme e delle procedure perché si tratta di attività mangia tempo che restringono drammaticamente l’azione politica e le decisioni strategiche. Ma più di ogni altra cosa un buon Sindaco che escluda dal proprio orizzonte una carica decennale, sa che può prendere le decisioni che ritiene necessarie alla comunità senza subire l’influenza delle mediazioni e dei veti corporativi. Per la semplice ragione che non ha più bisogno di quei voti e di quei sostegni in quanto non parteciperà più a quella gara politica. Quando c’è una volontà vera e profonda di cambiamento cinque anni sono un tempo sufficiente per prendere una città e rigirarla come un calzino. Dieci anni, invece, sono il lasso temporale di chi intende la carica elettiva come un modo per tenere caldo il proprio culo e anteporre un destino personale alle esigenze collettive della comunità. Da oggi in poi seguirò il consiglio del mio amico: non voterò e non sosterrò più nessun candidato Sindaco che non inserisca, nero su bianco, nel suo programma la volontà di non ricandidarsi più alla stessa carica per la quale concorre e chiede il consenso.
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