23 luglio 2014

Se Spacca corresse da Sindaco di Fabriano

23 luglio 2014



GIANMARIO...TELEFONO...CASA...
Ultimamente, un po’ per culo e un po’ per calo, Spacca bazzica più che spesso la natìa Fabriano che l’incarico di Gov ha tenuto per anni lontana e periferica dal suo orizzonte di supremo decisore marchigiano. Prima la premiazione di un Palio ormai ridotto a camomilla, quindi l’inaugurazione d'una Biblioteca futuribile nella città più librofoba delle Marche. E ancora il convegno sulla Macroregione Adriatica proprio in culo all’Appennino, lo spottone naif per Indesit con Milani e Poletti sugli 83 milioni di investimenti che vanno e vengono come nuvole perturbate e venerdì il ciack a Giotto e compagnia, gomito a gomito con Vittorio Sgarbi che lo ha incornato senza fare il Miura sui soldi dati a Dustin Hoffman e su come bisognerebbe spenderli per fare bene nella "Regione al plurale". Per chi non si balocca in retroscena e dietrologie, l'ingobbito presenzialismo del Gov appare come il frutto di una casualità sgranata dal sopraggiungere di eventi di rilievo, il tentativo incerto di rilanciare i declamati benefici della filiera di governo territoriale. 

DA GIANCARLO A GIANMARIO?
Ma per chi si diverte assai con le complicazioni e con l'intricato gnommero gaddiano, questo Gov che si ripropone in città, come una testa d'aglio del Guangzhou, fa pensare ad altro, ad altre mire forse inverosimili ma alla fine manco tanto fantasiose. Mi sono quindi figurato Spacca Sindaco di Fabriano e l'ipotesi, forse politicamente ardita, non ha davvero l'arsomijo con un esilio o con un confino a Ponza. A pensarci bene, infatti, il Gov è a corto di ossigeno per il terzo mandato e pare che per lui sia diventato più difficle parlare con i pesaresi del Pd che con gli americani di Whirlpool perchè Matteo Ricci, nonostante l'omonimia, non è il gesuita evangelizzatore in Cina amato da Spacca ma un alto dirigente piddino pappa e ciccia con Renzi che, per contrappasso nominale, forse maneggia per segare Gianmarione nostro. Ma se salta il seggiolone democratico Spacca non può vincere nè di corsa solitaria nè di riciclo a destra perchè il turno unico punisce una volta sola e tutta assieme. 

UN TRIS CHE SPACCA
A quel punto, visto l'andazzo della legislatura in corso e di questo nuovo Senato un giorno elettivo e un giorno no, Spacca non disporrebbe neppure di una finestra elettorale su Palazzo Madama. Le alternative possibili sarebbero tre: un'uscita di scena, probabile quanto che io mi svegli primo ballerino della Scala al posto di Bolle; una conversione dello Spacca politico in tecnocrate europeo e magari bruxellizzato in lode e gloria della sua passione per i viaggi; e per finire una fascia tricolore in casa per rimpiazzare, vincendo a mani basse, lo smunto Giancarlotto e cimentarsi in una sfida epocale: fare di una città morta il palcoscenico di una resurrezione in stile Lazzaro, mettendo a frutto un capitale oggettivo di conoscenze, relazioni, canali, contatti e magari anche linee di finanziamento. Del resto se un gigante come Luciano Lama ha chiuso la sua carriera di uomo pubblico da Sindaco di Amelia non si capisce perchè un politico di buona statura come Spacca non possa e non debba lasciare un qualche segno nella città da cui molto ha avuto e a cui non troppo ha dato.

22 luglio 2014

Quel rischio d'acciaio nel cuore di Fabriano

22 luglio 2014

Foto G.Simonetti Via Cialdini
Foto M.Corte Corso della Repubblica

L'INCIDENTE DI FOSSATO DI VICO
Spostiamoci di qualche chilometro per raccontare una storia. Nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Fossato di Vico ci fu per parecchi anni un vecchio rudere, una costruzione diroccata che verso la fine dell’800 fu capolinea della Ferrovia dell’Appennino Centrale, tratta che collegava Fossato di Vico con Arezzo passando per Gubbio, Città di Castello e San Sepolcro. Dopo decenni di abbandono qualcuno si prese la briga di ristrutturare il vecchio scheletro della stazione per farne, seguendo la rinomata fantasia dei costruttori, appartamenti comprensivi d’immancabile spazio verde condominiale. Ma come spesso accade in un settore speculativo come quello dell’edilizia, l’opera rimase incompiuta. Forse per mancanza di acquirenti o magari per il sopraggiungere di un fallimento. Fatto sta che tutto rimase fermo e cristallizzato, come in una Polaroid, e a nessuno venne in mente di smontare i ponteggi e di trasferire altrove la gru che rimase inutilizzata per anni, come un solitario simulacro d’un’opera interrotta. Fin quando il 6 aprile del 2011 un cittadino si accorse casualmente della rottura di un asse della gru e avvisò i Carabinieri che fecero in tempo a ordinare l’evacuazione della zona coinvolta. La gru collassò su se stessa, riducendosi a un cumulo di ferraglia ma senza danni per cose e persone. Insomma una tragedia evitata più per caso che per accortezza. Le gru abbandonate per anni, arrugginite dalle intemperie, senza controlli e manutenzioni rappresentano pericoli latenti, tonnellate di acciaio e cemento che possono diventare bombe senza detonatore. Prevenire è meglio che curare. 

UNA BOMBA D'ACCIAIO SUL CENTRO STORICO DI FABRIANO
Il rischio Fossato di Vico incombe anche su Fabriano e ha fatto bene l’amico Maurizio Corte su Facebook a sollevare il problema, rafforzando l’allarme con tanto di allegati fotografici. Stiamo parlando della gru che da circa dieci anni sovrasta la zona compresa tra Via Ramelli e via Cialdini e “accompagna” i ponteggi abbandonati relativi alla ristrutturazione del vecchio edificio Ravazzini. Scendendo da Corso della Repubblica – come testimonia la foto scattata da Maurizio Corte – ci si rende conto che la gru è diventata parte dello skyline cittadino, un elemento di inquinamento visivo inglobato nel senso comune a cui non si dedica più la minima attenzione. Ma qual che colpisce è la sensazione di rischio che sembra incombere su un quartiere cittadino densamente popolato e battuto. La foto di Maurizio Corte viene pubblicata sulla bacheca dell’URP del Comune di Fabriano il 18 luglio e restituisce un posizionamento della gru in cui il braccio più breve, ossia quello che funge da bilanciere coi blocchi di cemento all’estremità, è collocato sul lato destro, ossia sul versante di Via Ramelli. La seconda foto, scattata il 21 luglio dal sottoscritto evidenzia, invece, un diverso posizionamento del braccio più breve, rivolto sul lato di via Cialdini. A riprova che la gru ruota su se stessa, sopra i tetti di case abitate e sopra la testa di cittadini ignari di quanto accade. 

UNA GRU DA RIMUOVERE SUBITO
Siccome prevenire è meglio che curare mi rivolgo direttamente al Sindaco Sagramola a cui chiedo quali provvedimenti intende adottare, nei confronti del committente e dell’azienda incaricata di realizzare i lavori, per ordinare la rimozione immediata dei ponteggi e lo smontaggio della gru. Non è, infatti, possibile che una struttura in acciaio di queste dimensioni possa essere lasciata in stato di abbandono, in pieno centro storico, determinando un rischio potenziale per cose e persone. Sulla sicurezza, caro Sindaco, non si scherza perché è cosa assai più seria di una cacata di cane o di u bimbo di sette anni che entra in bici ai Giardini Margherita.

21 luglio 2014

I timidi segni d'una Fabriano Fru Fru

21 luglio 2014



LA FORZA DEL PIAGNISTEO
Siamo abituati a una Fabriano spenta e cimiteriale, sobborgo operaio senza socialità, se si esclude il rito del barbecue e del chiacchiericcio purtroppo non sempre innocuo. Cambiare pelle non è facile e la necessità non rende l’operazione più serena e lineare. Servono tempo e apertura mentale. Il primo scarseggia per natura e la seconda per cultura. La città metalmezzadra è stata conformista e rocciosa, simpatica e lieve come un dito insabbiato nel culo, sempre in bilico tra consenso e piagnisteo. Il consenso è sparito, perché si sono estinte le casate che lo pretendevano come condizione vitale, ma resta intatto il piagnisteo, oramai enclave morale di politici e sindacati che, a forza di appelli, lacrimucce e lagne, somigliano sempre di più a una processione di flagellanti incapaci di emanciparsi dalle comodità del pessimismo e del pianto rituale. 

LA FABRIANO FRU FRU
Ma al di sotto di questo sudario di nostalgie infeltrite, s’intravvede il segno flebile di qualcosa di diverso, il vagito di una Fabriano fru fru che, come i Prigioni michelangioleschi, prova a liberarsi dal crudele vincolo della materia e dall’indomito bisogno di cablaggi, sgraffignando momenti effimeri e piccole zone franche di ludica leggerezza. Una Fabriano che prova a rimpiazzare la centralità del Maragone tirando per aria colori a Collamato, che prova a fare tardi tra Via Balbo – ritrovo di locali collaborativi e a concorrenza zero – e Cialdini Street, oramai focus enogastronomico dopo un lungo destino di anonima via di transito. Una Fabriano che si fa centro d’arte inseguendo Giotto, Allegretto e Cimabue, che discute di polittico e mette in un angolo il polanco, che promuove un Festival sullo Spirito e la Terra archiviando il tempo delle lamiere e la gigantesca solitudine del monoprodotto. Una Fabriano che festeggia lo scoperchiamento del suo fiume, dopo averlo a lungo confiscato, che si interroga sull’accoglienza dopo aver coltivato, con ardore e convinzione, il sospetto e il rifiuto per il viandante e il forestiero. 

IL SENEX E IL PUER
Lo psichiatra Jung forse avrebbe intravisto, anche in questa assopita dialettica dei centri minori, l’eterna lotta tra il senex e il puer, tra il vecchio che divora, consuma e conforma e il bambino irriverente che cerca l’anello che non tiene e il punto debole d’ogni catena. L’arrivo degli americani è stato casuale ma tempestivo e si inserisce come un cuneo determinante nel cuore di questa dialettica tra il passato e il futuro della città. Gli americani di Whirlpool, per ora, rappresentano l’incognita, il punto interrogativo, un fenomeno d’importazione non ancora inquadrabile e prevedibile. A loro modo alimentano la logica del puer, del fanciullo che suscita sospetto e viene accolto con la serrata e col pianto rituale delle prefiche che hanno nostalgia dei tempi buoni e delle buone concertazioni. 

LA NOSTALGIA METALMEZTECA
La Fabriano Fru Fru ha, sicuramente, qualcosa di ingenuo e irritante, una tendenza leggiadra a non fare i conti col passato, a sentirsi ripulita e assolta per rimozione e presunzione. Ma altrettanto sicuramente rappresenta, oggi, l’unico lievito possibile, perché senza un qualche fattore che disarticola la continuità climatica non puo esserci socialità. Ed è la socialità che genera la comunità, ossia il collante che attrae le produzioni e le allinea agli urgentissimi bisogni dell’effimero. Diversamente c’è solo la lotta residuale per ciò che resta del bottino  - che pare stia diventando la cifra prevalente e cattiva di ciò che resta della borghesia locale – e la lagna seriale di chi crede che era meglio quando i Metalmeztechi invocavano fiduciosi la loro Divinità Solare, il Dio degli Oblò e la periodica ostensione del corpo mistico merloniano

GERONTOCRAZIA LOCALE E TRAUMI ESTERNI
La morte del vecchio e l’eclissi della gerontocrazia locale non potevano nascere da consunzione interna, perché troppo esteso e profondo era il consenso. Serviva un trauma esterno, uno stravolgimento di contesto che precipitasse fin nelle viscere dell’illusione monoproduttiva. Il Muro, alla fine, è caduto ma c’è ancora chi, bizantino, si preoccupa delle mura di San Donato e dei bisogni infrastrutturali della Festa di Santa Maria perchè il sesso degli angeli è sempre oggetto di decisioni e dispute. “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.” (A.Gramsci).

18 luglio 2014

Indesit tra accordi in bilico e piani industriali

18 luglio 2014



L'ACCORDO IN BILICO
Il passaggio di proprietà della Indesit lascia insoluta una questione che sta diventando il punto focale della riflessione di tutti i soggetti coinvolti, ovvero la validità del Piano industriale inglobato nell’Accordo sottoscritto da azienda, sindacati e Governo il 3 dicembre 2013 (clicca per il testo dell'accordo del 3 dicembre 2013). L’accordo definisce la dislocazione delle produzioni nei singoli siti produttivi, la specifica degli investimenti del periodo 2014-2016 per tipologia d’intervento e stabilimento, l’impegno delle istituzioni e le modalità di gestione degli ammortizzatori sociali, a partire dai contratti di solidarietà. 

ESIGIBILITA' E FORZA LEGALE
Le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali sono naturalmente preoccupate dall’esigibilità dell’accordo, ossia se esso verrà rispettato e applicato anche in presenza di un fatto nuovo, come il cambio di proprietà recentemente verificatosi in casa Indesit, che modifica in termini radicali lo scenario e la prospettiva in cui quell’accordo si colloca. Si tratta, quindi, di una questione assai delicata, innanzitutto dal punto di vista giuridico, perché occorre capire la forza legale dell’accordo sottoscritto e quali conseguenze si possano determinare nel caso in cui una delle parti contraenti decidesse di svincolarsi dai propri impegni

LA TENTAZIONE DI WHIRLPOOL
Gli interrogativi sono diversi: ad esempio se Whirlpool decidesse di non riconoscere l’accordo del 3 dicembre 2013, determinandone di fatto la decadenza, sarebbe comunque confermato il ricorso agli sistema di ammortizzatori sociali? In quel caso Whirlpool avrebbe tutto il vantaggio di procedere a una rottura perché avrebbe mani libere su Piano industriale e investimenti, godendo dell’oggettivo e allettante vantaggio di ammortizzatori sociali che consentono un taglio del costo del lavoro in grado di garantire un recupero immediato di redditività. In questo senso la forza di Whirlpool risiede nelle difficoltà strutturali del territorio e del Paese perché senza ammortizzatori sociali si porrebbe nuovamente la questione dei 1400 esuberi, nei confronti dei quali, è bene ricordarlo, Indesit aprì una procedura di mobilità giusto qualche giorno prima che il Governo di facesse carico – attraverso gli ammortizzatori sociali – di una quota consistente del costo del lavoro dell’azienda. 

LA NATURA DEL PIANO INDUSTRIALE
Inoltre c’è da considerare un altro aspetto e cioè che non esiste una norma specifica che possa imporre una continuità tra il Piano Industriale della Indesit e quello di Whirlpool. Ma che cos’è un piano Industriale? Sostanzialmente si tratta di un documento che ha l’obiettivo di attrarre investimenti e di definire le strategie più efficaci per generare valore per gli azionisti. Il Piano inquadra l’azienda all’interno del suo settore di appartenenza e dell’ambiente competitivo, e illustra le intenzioni del management relative alle strategie competitive dell’azienda, alle azioni che saranno realizzate per raggiungere gli obiettivi strategici e alle stime dei risultati attesi. Ma se questa è la sua natura riconosciuta e intrinseca, è del tutto evidente la possibile non esigibilità della parte di accordo relativa alla dislocazioni delle produzioni e degli investimenti. Se il Piano formulato da Indesit dovesse coincidere con i disegni strategici di razionalizzazione della multinazionale americana, allora l’accordo risulterà probabilmente esigibile quanto meno per i prossimi tre anni; diversamente nisba, perché in un sistema di libero mercato politica e sindacati non possono imporre, a un’impresa, vincoli di gestione relativi alle strategie produttive, commerciali e di investimento senza cadere in un dirigismo economico senza basi legali che può solo determinare una rapida e e comprensibile fuga di capitali. Ma è davvero così complicato e blasfemo raccontare ai lavoratori e ai cittadini queste verità basilari?

17 luglio 2014

Il cavallo di Morgan, americano di nome e forse di fatto

17 luglio 2014



LA CONFERMA DI MORGAN
Morgan Clementi è stato confermato alla guida del Comitato Territoriale di Confindustria e, vista la situazione economica dell’entroterra e i livelli di deindustrializzazione del territorio fabrianese, è letteralmente eroico che ci siano ancora imprenditori che si interrogano operativamente sulla rappresentanza e sulla funzione democratica dei corpi intermedi. Di norma le rielezioni sono sempre accompagnate da parole all’aspartame e da intenzioni gentilmente espresse e il Presidente col  nome da attore non si è sottratto alle pressioni del cerimoniale e ai dettami del bonton associativo. 

LA FRASE COLGATE
Ma mentre rimarcava i bisogni di energia e progettualità da soddisfare, Clementi ha pronunciato, sulla vendita di Indesit a Whirlpool, la frase Colgate e gli è fiorita in bocca una di quelle affermazioni che sembrano di corollario ma che, istante dopo istante, lievitano e rombano fino a incrinare gli equilibri del non detto e dell’appena accennato: “la vendita è un’opportunità da cogliere perché, alla fine di tutto, gli americani vengono a investire qui”. Dopo giornate di unanime doglianza - popolate da istituzioni con turbe da scavalcamento, da un sindacalismo infettato da preoccupata e preoccupante logorrea e da associazioni di categoria pervase di ostracismo – Il Presidente col nome da attore ha fatto come il bambino della favola di Andersen, che rompe l’unanime finzione dicendo alla mamma che non c’è nessun vestito nuovo dell’imperatore, semplicemente perché l’imperatore è nudo. 

CIO' CHE NON ATTIRA NON TRATTIENE
Le parole di Clementi hanno rovesciato un approccio che stava diventando contagioso e che poteva coagulare un fronte trasversale del rifiuto, intenzionato a fare di Whirlpool il punto di convergenza di una resistenza conservativa e condannata a sterile testimonianza. Affermare che con l’acquisto di Indesit gli americani sono venuti a investire qui significa cogliere un elemento di innovazione e in controtendenza, perché fino ad ora il territorio fabrianese ha solo fatto i conti la perdita di circa un miliardo di euro di fatturato e con il collasso degli investimenti. Rovesciare l’approccio, accogliendo gli americani con un’apertura di credito, significa prendere di petto anche un dilemma splendidamente sintetizzato dall’economista Giacomo Vaciago: ciò che non attira non trattiene.  

CONTRATTARE CON WHIRLPOOL SENZA CANINI IN MOSTRA
La sfida è quella di trattenere Whirlpool risultando attrattivi, offrendo condizioni vantaggiose, pensando a una contrattazione decentrata in grado di risultare conveniente, coinvolgendo la multinazionale in progetti di valorizzazione ambientale, urbanistica e territoriale, formulando le linee guida di possibili accordi di compensazione, specializzando il territorio – come dice un mio amico imprenditore – non sulla solita solfa della meccanica ma sull’ingegneria dei materiali che potrebbe anche giustificare l’esistenza di un distaccamento dell’Università Politecnica delle Marche. Prevale invece l’idea fasulla che si possa contrattare con Whirlpool mettendo in bella mostra i canini, diffondendo messaggi e comunicati ostili, solleticando l’umor nero delle maestranze e alimentando un clima ostile che aiuta ad andarsene quanto un ipotetico piano industriale di pura delocalizzazione. 

IL CAVALLO DI MORGAN
Per adesso Morgan Clementi è stato l’unico capace di fare la mossa del cavallo e scartare di lato rispetto al pregiudizio tutto verticale dei fabrianesi. Dubito che tale posizione possa generare un effetto domino e cambiare questo sussulto generalizzato di pessimismo rurale. Di certo è una prima incrinatura nel muro ostile innalzato in città. Staremo a vedere sei i forni Clementi serviranno per cuocere nuovo pane o se, invece, serviranno per bruciare il culo di Morgan, americano di nome e forse di fatto.
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