24 marzo 2014

I vagiti della Fabriano nuova



Il post sulla Fabriano che risorge di sabato sera ha stimolato commenti contrastanti e di diversissima natura. Alcuni più profondi e meditati; altri più istintivi e viscerali. E, come spesso accade, è proprio l’asprezza dei commenti negativi a risultare più istruttiva e rivelatoria, perché attraverso di essa si intravedono nuclei di pensiero in cui la conservazione dell’esistente si connota come richiamo urgente e primario. Il ragionamento sviluppato nel post era, sostanzialmente, legato a una sensazione: i fabrianesi più giovani e quelli delle generazioni di mezzo stanno producendo un’istintiva e inconsapevole strategia di sopravvivenza alla crisi della città; una risposta inconscia, incentrata su una socialità di tipo ludico e non partecipativo che, consolidandosi, potrebbe determinare una vera e propria riscrittura culturale e urbanistica della città e un cambio di percezione degli spazi e del loro utilizzo. La socialità ludica – ossia fine a se stessa - è davvero la quintessenza dell’antifabriano, perché la nostra è una realtà in cui il sistema delle relazioni si è strutturato sul primato delle transazioni, ossia sul valore di scambio delle frequentazioni, sui vantaggi possibili dei rapporti e su un materialissimo do ut des. Ed è straordinario ed emblematico che sia proprio la socialità ludica e non il commercio a configurarsi come l’elemento di traino rispetto a questo barlume di cambiamento. E’ naturale, quindi, che in molti abbiano cercato di sminuire, di ridurre questo visibilissimo fenomeno a sbronza collettiva e a improvvisato baccanale, ovviamente rimarcando che mai e poi mai la socialità ludica sarà sostitutiva dell’ordine militare della fabbrica e delle sue massicce e strutturate economie. Tema, quello delle alternative economiche, che l’autore del post non ha trattato neanche di sfuggita, ma che sta diventando una sorta di mazza ferrata con cui costringere la città a riversare lacrime ininterrotte addosso alla sua crisi. Ogni spunto, ogni attività e ogni proposta che non prevedano lamiere, stampi e cablaggi vengono seppellite da una vera e propria litania ferrigna secondo la quale la disoccupazione di massa non può essere riassorbita per il tramite di enoteche, locali e musica dal vivo. Un’ipotesi che nessuno suppone e propone, ma che fa presa, istintiva e corale, sui cervelli più sensibili alle quantità e su quelli ossessionati dal timore di una città che approfitta della crisi per vivere diversamente anche le proprie difficoltà e per chiudere col vecchio postulato conservativo “o Merloni o morte”. Se apre un locale dobbiamo cominciare a pensarlo come occasione aggiuntiva di socialità e non come una risposta ovviamente minimalista alla disoccupazione di massa e alla crisi del fordismo merloniano. Fabriano è vissuta in un lungo e stagnante bipolarismo urbanistico: da un lato il magnetismo esercitato dagli stabilimenti produttivi, che ha favorito la nascita di quartieri senza disegno e senza anima come Santa Maria; dall’altro un centro storico ridotto alla sola Piazza del Comune. La crisi ha tramutato gli antichi e gloriosi stabilimenti in pezzi di archeologia industriale e ha consumato l'attrattività sociale e commerciale della Piazza principale. Il nuovo bipolarismo della crisi si focalizza sull’area del centro commerciale e su un centro storico che tenderà, invitabilmente, a recuperare e rivitalizzare la straordinaria medina dei Vicoli del Piano e tutta l’area che si trova a ridosso del Giano scoperchiato, con un probabile focus sui Vicoli del Borgo e su entrambi i lati di via Ramelli. Sono cambiamenti di impronta culturale e urbanistica che vanno colti e interpretati, per i mille riflessi concreti che possono generare. Ridurre un cambiamento forse profondo agli effetti collaterali della ragazzina ubriaca che vomita è riduttivo e fuorviante. Così come è insensato rinunciare al poco che può nascere perché quel poco non è sufficiente a compensare il tanto e il tutto che si è perduto.
    

23 marzo 2014

La Fabriano che risorge di sabato sera

La società e la politica. Spazi diversi e in tensione permanente. Di natura osmotici ma irriducibili alla simbiosi. Quando prevale la società la politica prende atto e traduce fermenti e pulsioni in atti e decisioni compatibili con la tenuta del sistema. Quando è la politica a imporre orientamenti e linee la società rattrappisce e diventa prigioniera degli umori di una minoranza al potere. E' una dialettica inevitabile e per certi versi necessaria. L'importante è mantenere sempre funzionante l'osmosi. A Fabriano non c'è più un elastico a tenere in tensione politica e società. Il rapporto si è interrotto e si voltano le spalle. La società fa i conti con la crisi economica, con metà della sua forza lavoro inattiva e mantenuta dallo Stato, con prospettive di benessere sempre più remote. Nostalgia del passato, spensieratezza presente e disinteresse per il futuro sono i tratti comuni e unificanti. La politica è altrove: solitaria e distaccata. Dominano la scena piccoli lavori, grandi marchette, modeste ambizioni dei protagonisti e la natura morta di impegno sempre più sfocato e dopolavorista. Ma è proprio dalla inedita combinazione di nostalgia, spensieratezza e disinteresse che ha cominciato a farsi largo qualcosa di nuovo, un germoglio inatteso di socialità che potrebbe riscrivere un diverso modo di stare assieme e di concepire lo spazio urbano. Una socialità senza partecipazione civica, senza impegno pubblico e senza retoriche sull'essere cittadini: apolitica e leggera, spontanea e fru fru. Se si desidera coglierne il tratto basta fare un giro in centro. Dopo le otto del sabato sera. Piazza Garibaldi pullula di auto e persone. Il Mercato Coperto trasversalmente invaso da tavoli e tavolate di giovani e meno giovani che consumano aperitivi lunghi. Via Cialdini trasformata in "quartiere della pizza". E poi a salire verso la Piazzetta di San Domenico che, grazie a un paio di pubblici esercizi gestiti con intelligenza e cura, calamita flussi di persone in uno dei punti più belli e caratteristici della nostra città, per lungo tempo ridotto a improduttiva e barbarica zona di transito. Da Piazza Garibaldi ai vicoli del Piano si sta, quindi, delineando spontaneamente una vera propria "area della nuova socialità cittadina" che andrà a ridefinire la città anche dal punto di vista urbanistico e della viabilità. Si sta consolidando un bisogno sempre più trasversale e diffuso di uscire dalle mura domestiche, il superamento embrionale di quella cultura della produzione incentrata sul binomio casa-lavoro che si è scolpita fin nei volti di quella generazione, ormai prossima ai settanta, che venti anni fa è stata garante e protagonista di quell'asfissiante equilibrio produttivistico. E non è un caso che questo bisogno di socialità notturna, di chiacchiere, di vini di taglio buono da consumare in allegria coincida con il punto più basso di visione del futuro e col massimo livello di rischio economico e sociale che incombe sulla città: una ungarettiana allegria di naufragi. Nell'estate del 1999 Biljana Srbljanovic - una giovane drammaturga serba che allora aveva 28 anni - raccontò, in un diario quotidiano pubblicato dal quotidiano La Repubblica, la vita di tutti i giorni in una Belgrado in guerra e sottoposta ai bombardamenti della Nato. Di quei molti e interessanti resoconti me ne colpì uno che spiegava come i giovani della capitale serba continuassero a frequentare allegramente bar e ristoranti del centro cittadino nonostante gli allarmi aerei e la certezza dei bombardamenti notturni. A dimostrazione di come l'allegria dei naufragi si manifesti proprio quando il futuro sembra un tempo che non riserva nulla e il presente un regalo gradito e inatteso. Ed è in quel punto che avviene la metamorfosi dell'istinto, una sopravvivenza che diventa istinto lieve e si adagia sul presente dando sapore e colore e togliendo impacci e pesi. La nostra città bombardata dalla crisi economica e da un domani incerto forse sta ricominciando a vivere e a tirare "una freccia al cielo per farlo respirare". E la riapertura del Giano sarà un altro tassello di questo presente che riconquista il suo spazio di una socialità sana in quanto disimpegnata. Quali che siano le intenzioni pigre e dimesse di quelle nature morte che popolano la politica cittadina.
    

21 marzo 2014

La politica desnuda e il complotto inesistente



Sono passati meno di due anni dall’elezione a Sindaco di Giancarlo Sagramola e già ha cominciato a muovere i primi passi l’interpretazione dei sogni, ovvero quel sistema di minuscole oscillazioni che lasciano trapelare candidature supposte, nomination desiderate e posizionamenti mediatici opportunisticamente legati a tutt’altri ambiti di intervento. Per comprendere gli andazzi e registrare l’andamento delle sgomitate occorre munirsi di sguardo da orefice, di pupille minuziose e di quell’istinto fondamentale che è la curiosità. Ecco allora giornali e settimanali che si affollano di volti che non sono lì per caso, i social media che grondano di cavalieri e cavallerizze letteralmente infettati di presenzialismo, di cuculi che appena scorgono un nido altrui vi si gettano a capofitto dentro, fino a sfrattarne i legittimi proprietari, di dame invecchiate e lise che si credono un incrocio tra Venere e Minerva ma al massimo somigliano a simulacri da circo equestre. Un movimento disordinato, dove ognuno balla da solo ma sempre convinto di avere un seguito, una claque pronta a srotolare il tappeto rosso e a brindare ai prossimi successi. E’ impressionante quanto sia attrattiva una candidatura a Sindaco in questa città col culo a terra! E’ un magnetismo irresistibile nonostante il raziocinio delle cose sconsigli vivamente discese in campo, malgrado siano i tempi duri delle sovranità dirigenziali, d’una politica che langue e di una libertà del decidere in cui la creatività è stata brutalmente scalzata dal freddo trionfo della regola. E c’è chi, in questo scomposto movimento di egocentrici, riesce pure a scorgere le orme di un complotto, di un gioco ordinato dove tanti soggetti convergono in una stessa direzione e reggono il moccolo a qualche emergente che si sbraccia da mane a sera per farsi vedere. E il bello è che pure questo blog farebbe parte del disegno. Anzi ne rappresenta un fiore all’occhiello, un’officina sulfurea e professionale pronta a rifinire, conto terzi, fattezze e incastri di un disegno infondato e mattoide. Il complottismo aiuta qualcuno a vivere meglio, fa sempre pensare a manine e manone che si incontrano, a purezze deviate dal raggiro, a interessi materialissimi che violentano il buon selvaggio e lo trasformano in spietato cecchino di una guerra non sua. Mi spiace molto per chi ama coinvolgermi sempre in qualche leggenda nera, ma i Bicarbonati non amano acconciarsi a gregari d’altri, non tireranno la volata a terzi, non si strapperanno peli in testa e capelli in culo per il primo/a ribaldo che si agita scompostamente su una scena locale patetica e diroccata. C’è un solo candidato che potrebbe godere del mio assoluto sostegno: me stesso. Ma ho già dichiarato che non mi candiderò, perchè la politica è desnuda ma senza il fascino di Maja e perchè il non esserci salva ed emancipa da tutti i condizionamenti. Sporcarsi le mani per Fabriano non ha più senso. Continueremo a vederci qui. Nello stesso modo e alla stessa ora.
    

20 marzo 2014

Fabriano si gioca tutto con Giotto e con Gentile


 

La Mostra del Gentile del 2006 portò in città circa 90 mila visitatori. Un numero rilevante per le nostre abitudini di provinciali ma assai opinabile in termini di successo della manifestazione. Quel che allora colpì più di ogni altra cosa, fu che la Mostra non lasciò in eredità nulla di significativo e di strutturale alla città in termini di cultura turistica, di ricettività e di accoglienza. Le ragioni del lascito inesistente derivarono dalla tempistica di quella rassegna pittorica perchè Fabriano, nel 2006, era come il Titanic qualche miglio prima dell'incontro con l'iceberg: allegra, benestante e ignara dei primi scricchiolii che cominciavano a provenire dal sistema Ardo. Per questa ragione la Mostra del Gentile fu mediamente percepita come un'occasione aggiuntiva rispetto alla logica ancora trionfante della produzione industriale, come un evento bomboniera, un tocco di colore di cui compiacersi senza preoccuparsi di mettere a frutto, in termini strategici, quella che poteva essere una straordinaria opportunità di diversificazione economica. Fu quindi un deficit di consapevolezza - espressione di un senso comune fortemente industrialista - a sancire il fiato corto di quella importante manifestazione di turismo e di conoscenza artistica. In questi giorni è stato ufficialmente annunciato da Vittorio Sgarbi che a partire dal 25 luglio si terrà a Fabriano una grande Mostra di arte medievale, dedicata a quella complessa e ramificata corrente pittorica che conduce da Giotto a Gentile passando per per Cimabue e per il Maestro di Campodonico. Ancora una volta, quindi, Fabriano sarà al centro della scena artistica nazionale e internazionale con effetti di sicuro richiamo su visitatori mediamente colti e di nicchia. Ma a differenza di quanto accadde nel 2006 questa Mostra non si caratterizzerà come un elemento di decoro che va a sommarsi al profilo di una città ricca e serena, ma un fiore nel deserto, un'eccezione vitale che va a posarsi su una realtà sempre più decadente e ripiegata nonostante le etichette e gli opinabili riconoscimenti dell'Unesco. Da questo punto di vista è fondamentale non cullarsi sugli allori pensando che il risultato positivo sia garantito soltanto dalla qualità delle opere, dalla probabile presenza di opere giottesche e dalla presidenza del comitato scientifico opportunamente affidata a Vittorio Sgarbi. Il successo di questa manifestazione dipenderà, infatti, anche da come la città sapra affrontare questo appuntamento: se sarà in grado di fare rete, di superare gli egoismi marchettari, di non ridurre il tutto a qualche occasione di lavoro temporaneo da immolare sull'altare di relazioni amicali e parentali, di superare certe presunzioni bottegare e di tenere la politica il più lontano possibile da tentazioni interventiste e di coordinamento. Ma la vera sfida che attende la città è quella dell'accoglienza, che è concetto che oltrepassa di molto l ruolo fondamentale che spetta alle strutture turistiche e ricettive. L'accoglienza coinvolgerà, infatti, ciascuno di noi, perchè spetterà a tutti i fabrianesi fare la loro parte per non dare la solita idea di una città sfigata, popolata da collinari introversi ed erti, sempre soggetti a un analfabetismo di ritorno e a una concezione del forestiero come intruso, estraneo da tollerare e accompagnare rapidamente all'uscio dandogli giusto il tempo di mollare qualche centinaia di euro per ticket, pasti e soggiorno. Conoscendo ciò che siamo da sempre e ciò che siamo diventati in questi anni di crisi è fortissima la sensazione che la Mostra sgarbiana possa risolversi, allo stesso tempo, in un successo artistisco e in un flop turistico, ossia l'ennesimo evento da archiviare nel grande raccoglitore delle occasioni perse. Da questo punto di vista sarà dirimente capire come verranno strutturate le azioni di coordinamento, chi saranno i protagonisti dell'organizzazione, quali elementi di coinvolgimento e di condivisione verranno messi in campo, quale ruolo si ritaglieranno le istituzioni, quale funzione intenderà svolgere la Fondazione e chi si incaricherà di gestire le dolenti note dell'accoglienza e della ricezione che saranno, senza ombra di dubbio, i punti deboli di questa straordinaria rassegna di pittura medievale. Potrebbe essere l'ultima occasione per Fabriano. Proviamo a non buttarla nell'armadio dei cani.
    

19 marzo 2014

Il Giano scoperto, le foto ricordo e le spillette


Foto: EVVIVA!!! Il fiume GIANO (a #Fabriano) si scopre! ...e se uscisse una CREATURA PRIMITIVA!? GIOCHIAMO insieme: SCRIVETE (nei commenti) i dialoghi al posto delle lettere "A" e "B" - *** La storia è nelle vostre mani!!! *** Come potrebbe il Sindaco gestire questo evento!?
Il montaggio di Radio Canaja

Le prime operazioni di scoperchiamento del Giano sono cominciate, alla presenza del Sindaco Sagramola e dell’assessore ai lavori pubblici, che si sono subito fatti immortalare, imbolsiti e sorridenti, in alcune foto ricordo immediatamente postate su Facebook per la gioia dei fans politici e dei sostenitori a oltranza del sagramolismo, corrente politica che combina poco ma finge di fare molto. In realtà c’è poco di questa amministrazione nei lavori in corso "lungo il fiume e sull'acqua", visto che lo stanziamento previsto per l’opera proviene, addirittura, dai fondi per il terremoto del 1997. Ma in politica si sa, la memoria ha vita breve e profilo basso e si pascola in un eterno presente che dispensa medaglie e riconoscimenti al valore anche se i medagliati non erano presenti sul campo di battaglia. Anche perché, notoriamente, questa amministrazione è sempre stata molto ondivaga e un tantino omertosa sul tema della scopertura definitiva del fiume, come ben sanno gli amici del Comitato del Giano che hanno speso la meglio gioventù a rincorrere un cenno sagramoliano o una timida apertura sempre accompagnata da gelido e puntuale contrordine. Il brevissimo e sintetico rammento di cui sopra, non contiene alcun intento polemico, ma soltanto un riassunto delle puntate precedenti che dovrebbe suscitare un ulteriore acino di cautela a una politica smemorina che “pija e monta su” come se i cittadini fossero forgiati nell'oblio e muniti di anello al naso. Ma quale significato politico desiderano restituire quegli scatti che immortalano felici e contenti il Sindaco e il suo fido scudiero e su cui i perfidi ragazzacci di Radio Canaja hanno ideato il gustoso montaggio riportato in apertura? A voler essere fiscali e capziosi a questa amministrazione va riconosciuto di aver sempre rimarcato la centralità delle opere di collettazione fognaria rispetto alla scoperura come scelta di bellezza; una scopertura che i "compagni" - degni eredi del realismo socialista - hanno costantemente interpretato come presupposto funzionale piuttosto che come rifondazione urbanistica. Ma visto che sulla scopertura si è coagulato un grande consenso tra i cittadini, la foto in questione serve per impacchettare e lanciare un messaggio di strumentalizzazione politica: cari fabrianesi èm questa Giunta, tanto criticata e bastonata, la vera artefice della scopertura. Altro che quei quattro rompipalle che andavano a fare esplorazioni telecamerate tra i miasmi e che perdevano i sabati mattina a raccogliere firme e a suscitare adesioni! E che di strumentalizzzione si tratta lo dimostra un un documento del Partito Democratico di Fabriano che nel mese di maggio del 2013  scriveva testualmente: “il problema vero, che divide e fa discutere, è che dopo una la rimessa in luce del Giano e la concomitante sistemazione delle fasce laterali e le opere strutturali, una piccola parte di esso verrà ritombato. Tutto ciò non per insensibilità politica o per ottusità tecnica ma perché, dal punto di vista idrologico, gli interventi riguardo al fiume, sono quelli indicati nelle risultanze dello studio idrologico e idraulico del Giano per la valutazione del rischio esondazione e pertanto con questa situazione, la zona a monte di Via Fratti sarà utilizzata come eventuale area di espansione delle piene, per aumentare il grado di sicurezza nel centro storico dove verrebbero garantiti i franchi di sicurezza adeguati, migliorandone le condizione ambientali e inoltre verrebbero realizzate opere strutturali di argine, costituite da muri in conglomerato cementizio armato addossato, che migliorerebbero la sezione di imbocco del Giano entro il tratto chiuso.” A distanza di soli dieci mesi la puntigliosa e ostinata disamina piddina - non smentita da altri e diversi documenti di indirizzo -, sembra essere sprofondata in qualche roccia carsica, rapita da una evidente convenienza politica e dal tentativo di questa amministrazione di fare come il cuculo e ivi depone il proprio uovo. In questo frangente, infatti, non c’è stato un solo gesto e un solo atto sagramoliano che abbia lasciato supporre la scopertura del Giano come preludio di una nuova stagione urbanistica, come prima istanza di un disegno finalizzato a una ristrutturazione filosofica e concettuale del centro storico. Se Sagramola e il suo scudiero sono davvero tanto estasiati di fronte alla seduzione della bellezza perché, tanto per dire, non si impegnano a istituire un assessorato all’urbanistica in grado di definire e orientare anche le attività dei lavori pubblici? Per quale ragione, visto che è tutto un fiorire di consulte, non si dà vita a un pool di architetti e di tecnici del settore per studiare la Fabriano del futuro invece di soggiacere ai diktat e agli indirizzi di un Ufficio Tecnico comunale obeso e inerte? Se si cominciasse a ragionare di questo, caro Sindaco, saremo ben lieti di appuntarvi una spilla d'oro al petto. Ma fino a quel momento evitateci l'affronto delle Polaroid, dei sorrisi di circostanza e delle buone intenzioni di chi plaude ma sotto sotto s'incazza e mastica amaro.
    

18 marzo 2014

Sostiene Pereira e la politica che non c'è


 

La stampa locale non ha mai brillato per indipendenza, autonomia e coraggio ma ci sono occasioni in cui viene spontaneo assolverla da alcuni dei suoi peccati. Stamattina, tanto per dire, è interessante confrontare il diverso modo di interpretare e titolare un stesso articolo che appare contemporaneamente sia sul Messaggero che sul Corriere Adriatico. La firma in calce è quella di Claudio Curti, giornalista notoriamente incisivo e professionale, e tratta senza finzioni l’aspra risposta data dal Sindaco alla CNA sulla questione del sostegno al sociale e alle attività produttive. Il Messaggero titola: “Sagramola: ridurremo la pressione fiscale”. Il Corriere Adriatico, invece, propone un  approccio totalmente diverso: “Sagramola tranquillizza la CNA: non ci saranno aggravi fiscali”. L’articolo, come si diceva, è lo stesso fin nelle virgole ma consente un’interpretazione fortemente contrastante tra chi fa riferimento alla riduzione della pressione fiscale e chi si appiglia all’assenza di aggravi. Si tratta, quindi, della classica applicazione della teoria del bicchiere: mezzo vuoto per il Messaggero; mezzo pieno per il Corriere Adriatico. Qualcuno potrebbe essere tentato di dire che, come al solito, i giornali non raccontano la verità, preferendo dimezzarsi per ragioni politiche ed editoriali. In questo caso specifico, però, il baco non è nel titolo ma nel contenuto dell’articolo perché Sagramola, come sempre, gioca a fare il cerchiobottista permettendo, quindi, alla contraddizione e all’ossimoro di prendere la forma di titoli e di interpretazioni del tutto remoti e contrastanti tra loro. Cosa sostiene, in sintesi, il nostro Pereira in fascia tricolore? Che non è intenzione dell’amministrazione comunale procedere a inasprimenti fiscali ma anzi essa, se possibile, si impegnerà per ridurne la pressione. La notizia di oggi, giocando abusivamente a rubare il mestiere a Messaggero e Corriere Adriatico, è la rottura tra CNA e amministrazione ma nella città della buona digestione e delle buone maniere si preferisce dare spazio all’altalena fiscale che, come abbiamo visto, permette di fare contenti tutti a colpi di buoni propositi e dichiarazioni di intenti. 

Sulla frattura tra CNA e Giunta Sagramola sono già intervenuto sabato scorso e, a tale proposito, il Presidente Cucco ha postato un lungo e articolato commento che è a disposizione dei lettori dei Bicarbonati. Non ritorno quindi sul tema e mi soffermo, invece, sulla questione fiscale. Sono sincero: non mi sento di condannare gli indugi del Sindaco perché la libertà di manovra della politica locale è praticamente ridotta a zero, a causa del combinato disposto tra il potere assoluto dei dirigenti, il tallone d’acciaio del Patto di Stabilità e una rigidità della spesa corrente che immobilizza una porzione schiacciante delle risorse disponibili. Di fatto i potere decisionali del Sindaco sono soltanto teorici e alla politica spetta soltanto una funzione ancillare in un sistema che ricerca senza sosta immobilismo e ingessamenti. Questo quadro di vincoli rappresenta un’attenuante anche per un pasticcione come Sagramola, che ha il torto soggettivo di metterci del suo nel peggiorare la percezione generale della situazione, ma che non può disporre delle risorse necessarie a dare vera sostanza alle scelte politiche e a offrire ai cittadini la possibilità di esprimere un giudizio articolato e compiuto circa le sue capacità di politico e di amministratore. Quando Sagramola afferma che cercherà di abbassare la pressione fiscale adombra una promessa che non potrà mantenere. Riguardo ai trasferimenti statali, infatti, è già tanto se, da un anno all’altro, si riesce a confermarne l’ammontare. Sul versante delle tasse e dei tributi la pressione è al massimo e non può essere aumentata senza generare quell’effetto di diminuzione del gettito ampiamente segnalato dalla Curva di Laffer. Sul lato delle uscite il Bilancio Comunale fa i conti con la rigidità della spesa corrente, ossia con spese del personale e spese generali che monopolizzano e consumato quasi tutte le risorse. Resta a disposizione soltanto una polpa sottile, consumata da quei servizi al cittadino che dovrebbero essere il core business dell'ente locale e che, spesso, vengono garantiti ed erogati in perdita. Ma se il quadro è questo ci sono soltanto due linee di azione possibile: aumentare le tasse per incrementare le entrate oppure tagliare brutalmente le spese per rigenerare risorse e sostenere i settori in crisi e la ripresa economica. Ma in questo caso si pone pure un altro problema e cioè quale debba essere la mission di un ente locale, ossia se a un Comune spetti il compito di fornire servizi alla persona e al cittadino o se debba anche investire per sviluppare e stimolare specifici settore produttivi locali. E su questo bivio si torna prepotentemente ai vizi e ai limiti di una politica che non c'è.