Ultimamente abbiamo raccolto lo stimolo e le immagini di una pratica sindacale fortemente motorizzata e di un conflitto sociale a “quattro ruote”, che ha spinto le federazioni metalmeccaniche locali a organizzare, di frequente, spolette automobilistiche tra Fabriano e Ancona. Sia sul versante Indesit, con accalorate riunioni in Regione, sia su quello Jp con proteste avanti a Unicredit e incontri consultivi co l'autorità prefettizia. Qualcuno, malignamente, ha evocato il rischio di una lotta di classe geneticamente modificata in attività di tour operator, ma ovviamente si tratta di linguaggi abrasivi vincolati ad ambienti che intendono il sindacato più come problema che come corpo intermedio, comandato a una essenziale funzione di cerniera sociale. Anche perché sulle "trasferte" dei lavoratori – al di là di ogni possibile ironia - si stanno scomponendo e disarticolando equilibri che, in una logica di sistema, ricadranno direttamente sui contenuti negoziali della vertenza Indesit. Giovedì 31 ottobre, al Ministero dello Sviluppo Economico, si terrà, infatti, una riunione del tavolo tra azienda, sindacati e governo che, secondo fonti autorevoli, potrebbe risultare cruciale per lo sblocco la trattativa con la multinazionale fabrianese del bianco. Intanto da Radio Fabbrica trapela un dato interessante: pare siano sei i pullman di lavoratori che raggiungeranno Roma la vigilia di Ognissanti per svolgere un inevitabile ruolo di pressione psicologica sul negoziato e sulle modalità di confronto tra le controparti. Si tratta di un'opzione che altera oggettivamente il clima negoziale, se non il corso stesso delle cose, e assume particolare rilievo proprio perché era sembrato che la trattativa dovesse svolgersi senza il fiato dei lavoratori sul collo e facendo deliberatamente a meno della loro presenza fisica. Il sindacato sa bene che se da un lato la presenza dei lavoratori ne rafforza il potere negoziale nei confronti della Indesit, dall’altro l’assembramento di lavoratori vocianti costituisce anche un monito per le federazioni metalmeccaniche, che si sentiranno guardate a vista e quindi costrette a restringere e incanalare, senza variazioni sul tema, lo spazio della propria fantasia negoziale, con pesanti ripercussioni in termini di qualità e legittimità della rappresentanza. Le novità, come sempre, arrivano direttamente dalla fabbrica dove si è fatto improvvisamente fluido il rapporto tra le sigle sindacali e i lavoratori. In modo particolare ad Albacina, che è stata a lungo considerata la Vandea del conflitto per la sua ritrosia ad alimentare un confronto sistematico e aspro e per la sensibilità rispetto alle eredità simboliche e di appartenenza del merlonismo. Il primo segno di cedimento dell’egemonia moderata su Albacina ha preso forma dopo le ferie, quando la sigla sindacale maggioritaria accettò di anticipare il rientro per recuperare una parte della produzione perduta con gli scioperi di fine luglio. E un’altra scossa pare si sia verificata di recente, quando un gruppo di lavoratori, a schiacciante maggioranza al bacinella,ha deciso di recarsi a Roma per la riunione del tavolo ministeriale pare senza il placet sindacale. L’impressione sempre più fondata e solida è che ci siano anche questi decisivi fenomeni di bradisismo sindacale dietro l’effervescenza degli ultimi giorni. Una variabile imponderabile che diventa parte integrante del senso di queste giornate e cioè la possibilità di un’incrinatura profonda della rappresentanza, dovuta a uno strappo di coscienza dei lavoratori in relazione ai rischi connessi a un accordo che si profila punitivo per il sistema produttivo fabrianese e per l’occupazione del territorio. E questi movimenti, la cui sismografia aiuta certamente a comporre un quadro analitico più mosso e articolato, non potranno che incidere sulla qualità dell’accordo. Perché un accordo dovrà essere comunque siglato, sia per evitare azioni unilaterali da parte dell’azienda sia a tutela dei lavoratori che hanno bisogno come l’aria di prospettive trasparenti e certe. Un accordo di garanzia del lavoro e di tutela della produzione che dovrà necessariamente essere presentato in tutti i dettagli ai lavoratori, agli stakeholders e alle comunità locali e sui cui i lavoratori dovranno esprimere un voto di ratifica. Un voto che, nelle attuali condizioni, sancirebbe una spaccatura tra Fabriano e Caserta e tra lavoratori fabrianesi e sigle sindacali locali. Ed è anche per questo insieme di ragioni che dietro il “sindacalismo a quattro ruote” si intravede parecchia polpa su cui meditare e soffermarsi. Così come sarà interessante osservare e valutare il simbolismo della annunciata contestazione al Presidente Enrico Letta, in città a metà novembre per festeggiare i cinquanta anni della Fondazione Aristide Merloni. A distanza di pochi metri, nel cuore della città, avremo il Teatro Gentile affollato di signore e signori in tiro e gli operai che provano a difendere la dignità del lavoro. Ancora una volta i croissant sbattuti in faccia a chi richiede pane. E un’altra occasione per vedere chi sta con chi.
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