5 aprile 2014

La saga rosa di PPP e il Turcomanno in scimitarra e smoking gun



 
Prosegue senza sosta l’inutile crociata del Sindaco Sagramola (voto 4) per la stazione ferroviaria aperta. A riprova che ha ragione da vendere Massimo Cacciari quando sostiene che le amministrazioni locali perdono la gran parte del tempo e delle risorse a redigere appelli, a votare mozioni sulla Crimea e a inoltrare a destra e a manca vibranti proteste a tutela di una idea di campanile spesso insostenibile ed equivoca. A tentare un qualche bilanciamento tematico ci prova, stamattina, l’avvocato ai lavori pubblici, recentemente tornato sugli scudi sia in ragione della sua specialità, ossia le rotatorie Motta, sia sull'onda di scoperchiamenti fluviali di cui risulta, per ora, soltanto un mero esecutore. Stamane, tanto per diversificare l'offerta e ricordarsi di esistere è la volta dell’immondizia sparita dal giro dopo gli smadonnamenti e gli esorbitanti costi della Tares. A Fabriano si differenzia poco e male e non sono certo quattro numeri da stombolata a smentire l’empirismo dell’esperienza e degli occhi del cittadino attento e curioso. Ma invece di fare mea culpa Alianello (voto 3) gioca a fare il politico navigato e scaltro e rilancia. Differenziazione spinta, personalizzata, su misura: ciascuno paga solo per quel che smaltisce. Però oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente! Perché promettere rimandando le attuazioni alle calende greche fa chic e non impegna. Nel frattempo la città si balocca rincorrendo Pariano il Parcheggiatore (voto 5), un vero Presidente con poche stelle e tante  strisce: bianche, blu e adesso anche rosa perché all’Ospedale Profili le signore in stato interessante potranno fruire di appositi e riservati parcheggi con strisce e cartelli rosa. La città si interroga – divertita e curiosa – sul segno di riconoscimento da apporre sul cruscotto per confermare, ai controllori in divisa, lo stato di gravidanza mentre PPP – che non sta più, come un tempo, per Pier Paolo Pasolini ma per Pino Pariano il Parcheggiatore – medita su ulteriori innovazioni di sosta e di fermata, facendo strippare il Comandante Strippoli (voto 6) sempre solerte d’animo e di sanzione. E mentre la politica gioca e la stampa sta al gioco e tira la volata, il notizione locale del giorno tocca cercarselo sul Sole 24 Ore. Haier si sfila dalla lista degli acquirenti Indesit, spiazzando svariati fabrianesi (voto 2) già pronti a disconoscere la erre, ad adottare la elle e a farsi gli occhi a mandorla, pur di trovare un posto a sedere sul carro del possibile vincitore. Si dice che Roberto Sorci (voto 2) – al secolo Sor Ci Min per il rinomato gusto delle cineserie – sia stato il primo ad adattarsi al contrordine. Qualcuno sostiene d’averlo visto, in prossimità del Giano scoperto, vestito da ottomano.Con pizzetto e scimitarra turcomanna in attesa di Arcelik. Altri giurano che, invece, che fosse verso le Cortine tutto acchittato da sceriffo, con tanto di stellone e pistola fumante. Non sia mai che dovesse arrivare l'americana Whirpool. Prevenire è meglio che curare. intanto buon sabato a tutti.
    

4 aprile 2014

Il Sindaco che invano s'incazza per la Stazione chiusa



Claude Monet "Gare Saint Lazare"


La stazione ferroviaria di Fabriano, da un po’ di tempo a questa parte, è diventata un luogo che è preferibile non frequentare. Specie in seconda serata, come ormai accade nella gran parte delle stazioni ferroviarie italiane, quando le sale d’attesa si trasformano in dormitori e gli androni cominciano ad adattarsi perfettamente alle esigenze di spacciatori e di gente non propriamente raccomandabile. Chiudere le stazioni ferroviarie nelle ore notturne rappresenta, quindi, una decisione da tripla C: corretta, comprensibile e condivisibile, perché la sicurezza, oltre che con la repressione, si alimenta anche prosciugando le piccole paludi spaziali in cui la devianza trova condizioni ottimali di humus per mettere radici. Faccio quindi fatica – una fatica ormai divenuta più antropologica che politica – a comprendere la reazione irata di Sagramola di fronte alla decisione di Trenitalia di chiudere la stazione di Fabriano dalle 22.45 di sera alle 5.30 di mattina. Si tratta, infatti, di un arco temporale in cui, di norma, i bravi cittadini riposano o socializzano, attività che non mi pare prevedano una presenza stanziale presso gli androni delle stazioni ferroviarie. E sicuramente non regge la tesi del disservizio, utilizzata dal primo cittadino per fare la voce grossa contro Moretti – ormai molto di moda dopo le incaute dichiarazioni dell’amministratore delegato delle Ferrovie sul proprio stipendio -, che non dimentichiamolo è uomo di origine CGIL, ossia del sindacato di riferimento di quel Partito Democratico di cui Sagramola è punta di diamante a livello locale e non solo. La tesi del disservizio non regge perché, di notte, la movimentazione ferroviaria, alla stazione di Fabriano, è limitata a due soli treni: uno in arrivo alle 23.30 e uno in partenza alle 4.50 di mattina. Chi arriva alle 23.30 può serenamente uscire dal varco laterale senza sentirsi menomato, interiormente e fisicamente, per essere stato costretto a bypassare l’androne principale chiuso. E lo stesso  stato d'animo dovrebbe riguardare chi è in partenza alle 4.50 di mattina, dato che a quell’ora, da sempre, sono chiuse edicola, biglietteria e bar e quindi il mancato passaggio all’interno della stazione non è tale da influenzare negativamente i livelli di customer satisfaction. Viene quindi naturale chiedersi come mai il Sindaco, con i tanto problemi che affliggono la città, si sia fatto prendere così tanto la mano da un androne chiuso – i giornali lo descrivono in bilico tra l’infuriato e l’indiavolato – , al punto da far straripare fiotti di rabbia di furore contestativo rispetto a una decisione minore da accogliere come provvedimento sostanzilamente condivisibile e di routine. Le ragioni di questo eccesso zelo del Sindaco, assolutamente degno di miglior causa, credo siano di natura sia ideologica che politica. Sul versante ideologico non dobbiamo dimenticare che Sagramola è un cattocomunista, ossia intimamente convinto che le stazioni ferroviarie non siano luoghi dedicati al servizio trasporti ma costtuiscano uno degli spazi più emblematici in cui accogliere e rappresentare la sofferenza degli ultimi. Sul lato politico l’indignazione di Sagramola deriva invece da un elemento certo e cioè che tutte le decisioni che riguardano lacittà ma non competono direttamente all’ambito decisionale del Comune, lo scavalcano e gli passano sopra la testa. Trenitalia si è infatti guardata bene dall’avvisare il Giancarlone in Tricolore della decisione di chiudere la stazione e in tali situazioni la violazione del galateo e della forma non è mai esempio di cattiva educazione ma sempre e soltanto un fatto politico. Così come se ne è guardata bene la Regione – Spacca e Viventi in primis -, a sua volta convinta che i fabrianesi siano come il cane del pagliaio che abbaia ma non morde. Siamo una città che non conta più nulla e di conseguenza abbiamo un Sindaco che non conta nulla. Buongiorno notte!
    

3 aprile 2014

Perchè finisce la solidarietà ai lavoratori JP

I lavoratori ex Ardo formalmente riassunti dalla JP - e dico formalmente con piena volontà e inevitabile malizia  - e i sindacati che li spalleggiano in una demenziale crociata contro le banche che punta a influenzare la sentenza della Corte d'Appello, sono riusciti ad alienarsi in poco tempo la simpatia e la solidarietà di molti cittadini fabrianesi. Da che mondo è mondo, non c'è cosa peggiore, per i lavoratori, dell'isolamento rispetto al tessuto sociale in cui vivono ed operano, perchè spegnere la solidarietà di chi non è direttamente coinvolto nella vertenza significa ridurre le proprie rivendicazioni a sussulto corporativo. Il sindacato ha enormi responsabilità nella costruzione di questo millimetrico isolamento sociale degli ex Ardo: perchè non ha detto la verità sull'insignificanza industriale dell'operazione JP; perchè ha contribuito a fare degli ammortizzatori sociali lunghi un reddito di cittadinanza non dichiarato piuttosto che uno strumento temporaneo di gestione della crisi; perchè ha mobilitato lavoratori, istituzioni e Parlamento per ribaltare - a colpi di emendamenti e commi - il pronunciamento di primo grado della sezione fallimentare del Tribunale di Ancona invece che per vigilare sulla correttezza formale - che in uno stato di diritto equivale a sostanza - delle operazioni di cessione dei cespiti Ardo. In questo senso è come se si fosse consumato ed estinto uno dei fondamenti culturali della rappresentanza sindacale e cioè il farsi carico di una visione d'insieme della crisi e del suo radicamento territoriale. La crisi industriale di Fabriano è stata fatta artificialmente coincidere con il destino dei lavoratori ex Ardo riassunti dalla JP, ma tutti sanno che si tratta di una gigantesca finzione. Innanzitutto perchè sono centinaia i lavoratori della ex Antonio Merloni rimasti fuori in quanto poco funzionali a criteri di riassunzione di cui molto si ebbe a discutere. E poi perchè il vero salasso - occultato e misconosciuto - è stato quello subito dalle piccole imprese dell'indotto, prima strangolate, in sede di fornitura, dalle condizioni capestro stabilite e imposte dal "gigante bianco" e poi piegate dall'inesigibilità dei crediti da riscuotere. Aziende artigiane costrette a chiedere e a generare, come effetto immediato, uno stillicidio di licenziamenti individuali - senza welfare e senza ammortizzatori sociali - per i quali non si sono visti nè serpentoni nè fumogeni nè contestazioni sindacali. Fino a giungere agli indirizzi divisivi dell'Accordo di programma, con le sue risorse e i suoi piani di investimento possibile vincolati dalla riassunzione di lavoratori ex Ardo, come se il senso comune dei cittadini possa ancora cosiderare tollerabili percorsi di reinserimento lavorativo basati su corsie preferenziali per i lavoratori delle grandi imprese, quando essi rappresentano veri e propri attentati al principio di uguaglianza sancito e riconosciuto dalla Costituzione Repubblicana. Con il passare del tempo il corporativismo di un sindacato che sembra aver smarrito ogni traccia di interesse generale e  ogni richiamo ai valori trasversali della confederalità, è riuscito in un capolavoro al contrario: separare lavoratori e cittadini, scavando una linea di demarcazione profonda tra i privilegiati degli ammortizzatori lunghi e gli sfigati della mobilità brevissima. Fino al paradosso di spingere molte persone a fare il tifo per una conferma della sentenza di primo grado sull'annullamento della vendita di Ardo a JP. C'è un aneddoto, probabilmente non vero ma emblematico, che riguarda Picasso. Un ufficiale tedesco entrò nel suo atelier e trovandosi innanzi alla grande raffigurazione del bombardamento di Guernica domandò al pittore: "Maestro, questo è opera vostra?". E Picasso rispose: "No. E' opera vostra". In un contesto per fortuna diverso e di fronte a un sindacato probabilmente basito di fronte ad alcune espressioni di antipatia e distacco nei confronti dei lavoratori JP, verrebbe da rispondere come fece l'artista spagnolo: è opera vostra. Quindi fatevi due domande, cari amici del sindacato, e i punti interrogativi illuminateli con qualche fumogeno avanzato dopo la manifestazone anconetana di ieri.
    

2 aprile 2014

Il Giano visto da Veccerica e il rischio della palude





Rendering realizzato da Carlo De Maria
La notizia di oggi è l’intervista che il Vescovo Giancarlo Vecerrica ha rilasciato al Resto  del Carlino. Una dichiarazione forte con cui il capo della Diocesi benedice senza diplomazie la riapertura del Giano. E lo fa nell’unico modo possibile per l’istituzione che presiede, ossia soffermandosi con sguardo pastorale sulla felicità e sulla commozione dei fabrianesi per questa riscoperta dell’acqua e del rumore del fiume. E a supporto del suo ragionamento il Vescovo richiama anche l’attenzione sulla centralità dell’acqua nel pensiero francescano, consapevole di quanto Fabriano abbia storicamente rappresentato nel quadro complessivo della spiritualità francescana. E non manca un cenno di filosofia cristiana al valore intrinseco di tutto ciò che richiama apertura in relazione al suo naturale controcanto, ossia il chiudere, il rinchiudere e il tombare che rappresentano la verbalità delle tenebre che si contrappone alla lumen fidei. Riaprire il fiume richiama quindi il mondo della luce mentre il chiuderlo nuovamente riconduce alle direttamente alle tenebre. La chiave di lettura offerta dal vescovo sulla questione del Giano – proprio per la comprensibile attenzione a non invadere il campo delle della politica e dell’amministrazione – rappresenta una scelta di campo che modifica radicalmente lo scenario delle decisioni in materia perché cementa e consolida un consenso che è già esteso alla stragrande maggioranza dei fabrianesi e che sposta anche l’asse degli orientamenti istituzionali. Il sostegno del Vescovo significa infatti attenzione delle parrocchie, coinvolgimento dei parroci e mobilitazione dei fedeli su un tema in cui spirito laico e religioso convergono senza ostacoli e senza frizioni. Ma la scelta di campo della Curia pone un gigantesco problema anche al Sindaco. Sagramola potrà rivendicare la laicità del suo incarico di primo cittadino così come la libertà di coscienza che si conviene a un “cattolico adulto” ma non potrà esimersi – per ragioni politiche, culturali e di sensibilità – dal fare i conti con la moral suasion esercitata dalle parole di Monsignor Vecerrica, che si fa testimone di bellezza, in quanto la bellezza appartiene e risponde all’idea stessa del miracolo creaturale. L’operazione politica in corso di svolgimento è facile da intuire e decodificare: c’è un pezzo di apparato politico e decisionale che punta a prendere tempo, che cercherà – in questi due anni – di sfruttare i naturali cali di tensione dell’opinione pubblica, l’assuefazione del giudizio e il restringimento di questa inattesa passione fluviale. Quando il segretario del Pd afferma che, in questi due anni, si può valutare con ponderazione e serenità il da farsi - immaginando anche una possibile variante che consenta di scoperchiare il tratto di fiume che va dal ponte di San Rocco al Ponte dell’Aera – non fa altro che rinverdire un letale mito andreottiano e cioè che un “problema rimandato è mezzo risolto”. E’ invece strategico non farsi incantare dalla tempistica lunga, perché in essa alligna il rischio concreto della palude. La palude è fatta di mezze aperture, di “vorrei ma non posso”, di un passo avanti e due indietro, di norme che impongono, di eccezioni amministrative impossibili e non gestibili, di microinteressi che dettano l’agenda e prevaricano i diritti e le prerogative della collettività. Alcuni amici, che seguono la vicenda con genuina e generosa passione, mi hanno riferito che, pwer dare forza allo scoperchiamento del Giano, non è possibile ricorrere al Referendum Consultivo previsto dall’art.73 dello Statuto Comunale. Si tratta di una questione che dovrebbe essere affrontata anche dal punto di vista politico, perché è tecnicamente che lo Statuto individui materie escluse dalla consultazione popolare. Per la semplice ragione che l’esito del referendum, proprio per la sua natura consultiva, non vincola ad alcun tipo di decisione. E non è un caso che il comma 1 dell’articolo 73 dello Statuto del Comune di Fabriano reciti” Il comune di Fabriano prevede il referendum consultivo quale strumento di partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica; questo è un istituto che permette agli amministratori di assumere determinazioni nella consapevolezza dell'orientamento prevalente nella comunità su materie di esclusiva competenza locale”. Ciò significa che le forze politiche presenti in Consiglio Comunale dovrebbero richiedere l’abolizione del comma 2, ossia quello che delimita abusivamente i campi d’intervento. Ma se non fosse possibile modificare lo Statuto credo che il Comitato possa organizzare un referendum informale, individuando una data di svolgimento delle operazioni di voto e dislocando gazebo elettorali in città e nelle frazioni. Con la consapevolezza che più saranno i fabrianesi favorevoli allo scoperchiamento a tempo indeterminato minore più concreta è la possibilità che l’amministrazione rinunci alla ritombatura del tratto San Rocco - Aera. E la scelta di campo del Vescovo rappresenta, seppure naturalmente distante da qualsiasi opzione politica, uno stimolo e un viatico aggiuntivo.
    

1 aprile 2014

Il ritorno della Città dei Vicoli



L’anima profonda di Fabriano e il suo genius loci risiedono , da sempre, in uno spazio preciso della città: tra i vicoli del Piano e quelli del Borgo. Di questa localizzazione che si fa atmosfera raccontano dettagli e sensazioni il vernacolo poetico di Peppe Terenzi e le rime argute dell’Anonimo Borghigiano. E circola ancora in città una sorta di epopea – seppure  smarrita - di quella Fabriano di vecchine sedute avanti all’uscio all’opre femminili intente,  cariche di ruvida saggezza e di innata predisposizione al conversare pettegolo. Per qualche decennio la Città dei Vicoli è stata messa ai margini e relegata nello spazio asfittico della memoria e della nostalgia. Dominavano la scena l’espansione irrisolta di Via Aldo Moro, l’orrore periferico di Santa Maria e le lottizzazioni demenziali del Borgo e di Santa Croce, funzionali ai deliri orientali di chi immaginava una città di 40 mila anime. Oggi che la festa è finita e che si è riusciti nel miracolo della più spettacolare svalutazione immobiliare per eccesso di offerta, la Città dei Vicoli può davvero ritornare al centro della scena. Anche perché le circostanze e la crisi stanno imponendo un cambio di paradigma profondo nella concezione stessa della ricchezza personale e del benessere collettivo. I vicoli del Piano somigliano a una medina, confinata tra Piazza Partigiani, Via Berti e Piazza Quintino Sella: intrecci e incroci di stradine strette, a traffico limitatissimo, dove si incontrano più facilmente gatti che anime vive. In prossimità di uno dei vicoli c’è pure una piazzetta, uno slargo con un albero in mezzo, una panchina in pietra come quelle del Giardino Pubblico e due posti per parcheggio auto, giusto per confermare l’innata vocazione al brutto di gran parte della nostra gente. Tra il 2009 e il 2010 ho vissuto tra i vicoli dei Vicoli del Piano, all’ultimo piano di una vecchia casa, con spettacolare vista sui tetti e skyline segnata dal campanile di Santa Lucia. E’ un bellissimo frammento di città ma privo di attenzione e di cura: le case senza ristrutturazione, qualche balconcino brutto e abusivo, le facciate scrostate. Come fosse un piccolo ghetto, una zona al netto di motivazioni collettive e di pubblici interessi. In questo giorni, grazie alla riapertura di un tratto del Giano, i temi dell’urbanistica sono tornati a circolare nel dibattito tra i cittadini. La Fabriano del domani, se non vorrà condannarsi a essere scenario di sola archeologia industriale, non potrà ignorare i suoi vicoli, continuando a considerarli itinerari minori ma invece parte integrante della nuova conformazione urbanistica. Si parla spesso, e purtroppo anche con retorica contrizione, di abbandono del centro storico, di iniziative di valorizzazione e di ipotesi di rilancio. Ma per dare vita al centro storico bisogna fare una cosa semplice: accorgersi che esiste, attraversarlo, viverlo e fare quel che consigliava Marcel Proust, ossia guardare le cose con altri occhi. I Vicoli del Piano, ma non solo loro, sono un cardine fondamentale di questo modo “altro” di guardare la città. Quando ero bambino ricordo che i vicoli erano considerati lo spazio e la dimora dei meno abbienti perchè il benessere crescente spingeva fuori dalle mura, verso la casa con giardino e le panoramiche della Serraloggia e della Spina. Oggi, come talvolta accade, si torna al punto di partenza, ai vicoli del Piano, del Borgo e di San Biagio. Se fossimo in un film lo titoleremmo “ritorno al futuro” perché, come sempre, il futuro ha radici antiche.

Oggi sul magazine on line La Cosa Blu un mio intervento su perchè Renzi non mi convince ma continuo a sostenerlo http://www.lacosablu.it/il-gioco-di-renzi/)