Fabriano Maker City si è conclusa e la scommessa è stata vinta: la modernizzazione della formula si è consolidata
e ha funzionato, anche grazie alla complicità di Giove Pluvio che ha
regalato ai visitatori e agli espositori un weekend di bel tempo. Vince l’assessore Galli, che è
riuscito a realizzare una manifestazione fru fru e totalmente avulsa dal fare
artigiano, incrociandola armonicamente con altri eventi in corso come la Mostra
“Da Giotto a Gentile” e il Festival “Lo Spirito e la Terra”. Fabriano ha
bisogno di economia e di lavoro ma anche di leggerezza; di liberarsi da quella veste appenata che trasforma una crisi
in un’apocalisse dell’anima e in un anticipo
ungarettiano di morte. Missione compiuta. Almeno per un paio di giorni. E
adesso che farà l’assessore Galli? Si baloccherà col successo effimero della
tre giorni, svaporando in un altro anno
di remissività letargica, o tenterà l’assalto al cielo emancipandosi dalla
smisurata tristezza del sagramolismo? Chi vivrà vedrà, sperando che non abbia
ragione una canzone d’altri tempi del reuccio Claudio Villa: “Buongiorno
tristezza, facciamoci ancor oggi compagnia...la strada la sai: e quella ch'era
un di dell'allegria!” Ma tra i vincitori c’è pure Urbano Urbani. Il patron di Airforce ha trasformato il suo stand in
uno snodo dell’area food, una sorta
di socializzante piazza tecnologico
gastronomica che ha calamitato frotte di visitatori, fino all’apice di
sabato pomeriggio quando l’aperitivo offerto da Urbani – con invito ecumenico
esteso all’intera cittadinanza – si è trasformato in un ludo rinascimentale accompagnato da consumi quasi da missione ONU
di mortadella, lonza, salame, pane, formaggio e prosecco. Ha vinto Urbani perché, al pari di Galli sul versante del coordinamento
generale, è riuscito a intercettare un sentimento popolare: un bisogno di stare
insieme, di condividere e divertirsi alla faccia della crisi. Fabriano ha voglia di spassarsela un po’,
di recuperare positività e ritrovare quel quid di momentanea superficialità che
fa vivere meglio e aiuta a recuperare energia e morale. E anche questo è un fatto politico. Il più pervasivo dei
fatti politici: soddisfare la pancia del popolo e intercettarne umori e tendenze.
Altrimenti si fa politica triste come quella di Tini e Sagramola: basta che uno
più uno faccia due e buonanotte ai suonatori. Ma non poteva mancare il dito nel culo, il dettaglio rovinoso, il finale sbilenco. La tre giorni finto artigiana e
finalmente oziosa e superficiale si è, infatti, conclusa con il più scontato e
sfigato degli eventi: la cena di gala.
Un modo per lanciare un messaggio da sopravvissuti
dell’antonmerlonismo e far vedere che a fronte di una città che arranca c’è
una elite decadente di vecchi dinosauri
che ritiene di essere ancora un gradino sopra la massa, o perché ricopre una carica o perché
ha leccato un giusto culo o perché è stata cooptata con l’incarico di
raccogliere qualche avanzo del convivio. Ma a pensarci bene e fitto anche
questo è un segno dei tempi ed è un
bene che nella stessa manifestazione si siano visti all’opera il piglio nazionalpopolare e il retaggio aristocratico
cortigiano. Con il paradosso tutto fabrianese e italiano di gente di destra che interpreta e incarna le
virtù gramsciane del nazionalpopolare e la sinistra dei compagni e delle
parrocchiette che molla il francescanesimo “pane e vino” per farsi incantare
dalle cene di gala e dalle tovaglie bianche. Il mondo ribaltato, come quello
delle streghe del Macbeth. “E'
brutto il bello, e bello il brutto, libriamoci per la nebbia e l'aer corrotto”
8 settembre 2014
5 settembre 2014
Se Spacca gna' fa..delenda Favrià!
Come dice un amico che lo conosce
bene mai sottovalutare Gianmario Spacca,
creatura sorniona e dotata di sette vite, un Gatto Mammone capace di far sentire l’artiglio politico proprio
quando ha le convergenze astrali sfavorevoli e Saturno contro. Fateci caso: fino a ieri il Governatore sembrava dantescamente tacito, solo e sanza compagnia,
consolato soltanto da un selfie con Al
Pacino, da un sussulto di
leopardismo in celluloide e da qualche suo pensiero a voce alta su calzature, Marche e Micam. Il tutto
mentre il Segretario Regionale del PD
ordiva una strana congiura ai suoi danni; strana perché priva di mistero e
di corridoio, anzi comunicata alla stampa, dichiarata in pubblico e
accompagnata da un tour di partito nel territorio regionale alla ricerca di un
qualche disperato accordo interno per silurare
il Fabrianese. Insomma un marchigiano, il segretario del PD, del tutto
immemore degli antichi complotto orditi in queste terre, a partire dal
magnifico inganno della Cena di Senigallia dove, nel 1502, Cesare Borgia fece strangolare i nemici Vitellozzo Vitelli e
Oliverotto da Fermo. E infatti, nel giro di poche ore, Spacca ha avuto una
prima reazione indiretta, strutturata in forma di puntello esterno: non più il vecchio e blasonato “soccorso rosso” ma un inedito e
pesantissimo “soccorso azzurro”. Sul Messaggero di oggi la prima azione di
spariglio porta infatti la firma di Giacomo
Bugaro - consigliere regionale e coordinatore marchigiano del Nuovo Centro Destra – che non esclude,
per il governo delle Marche, una coalizione uguale a quella che sostiene il Governo Renzi, rispetto alla quale “Spacca potrebbe essere uno dei punti di
equilibrio”. Una linea politica che troverebbe anche il sostegno dell’UDC, sia per i rapporti
che intercorrono tra Spacca e Viventi,
i Castore e Polluce della politica
fabrianese e regionale, sia per la recente convergenza politica ed elettorale
tra Alfano e Casini alle elezioni europee. A questo asse centrista andrebbe a sommarsi
la lista del Governatore (Marche
VentiVenti), componenti dichiarate e spezzoni sotterranei e catacombali di
un PD che piglia una barca di voti ma non riesce a trovare un filo di unità
interna, e forse anche frazioni dell’area più radicale della destra forzista e leghista che
avrebbero un’occasione unica per uscire dall’isolamento. In questo senso le
dichiarazioni di Bugaro aprono il
varco che mancava al rimescolamento delle carte e a rendere plausibile uno Spacca Ter politicamente sparigliante e originale.
In questo modo il Governatore ha qualche ragione in più per fare la mossa del cavallo e uscire dal cul de sac in cui lo aveva confinato il
suo stesso partito che, tra l’altro, indicando Sagramola per la Provincia ha tolto dall’ordine delle cose
possibili qualsiasi rivendicazione
aggiuntiva di cariche e poltrone provenienti dall’area fabrianese, facendo
del Sindaco di Fabriano un nemico di
fatto del Governatore in cerca del terzo mandato. E, notoriamente, rompere
un fronte locale per creare confusione e
panico nel campo d’Agramante è delizia degna d’un Messer Niccolò o, per
venire a noi, di un Luttwak che argomenta sulle tecniche del colpo di stato. Per
noi osservatori lontani e non coinvolti, ma sempre e comunque voyeur asserragliati
attorno alle mille trame della democrazia e del governo, ci sono, insomma,
tutte le condizioni per seguire con passione d’artisti la saga di Palazzo
Raffaello. Ma non possiamo nemmeno dimenticare d’essere cittadini di questa Maker City che cena con gli avanzi del pranzo
ma si presenta al pubblico linda, pinta e in lingua inglese. E siccome le
candele si fanno con la cera che c’è, è
bene ricordare agli idealisti e a quelli che pensano che la politica sia alta e
nobile, che se Spacca non si farà il terzo giro da Governatore la cara Fabriano,
in quanto naìio borgo selvaggio del
Gianmarione leonardesco, farà la fine di
Cartagine. E sarà un pesarese, nel discorso di insediamento, a pronunciare
la frase, riveduta e corretta, che Catone
il Censore consegnò al Senato di
Roma: Carthago delenda est.
Delenda Favrià!
4 settembre 2014
Fabriano: Maker City o Pacemaker Town?
Da oggi pomeriggio fino a domenica - nonostante le bizze metereologiche promesse dal ciclone balcanico che fa da coperchio al cielo - andrà in onda il De bello Gallico, ribattezzato per l'occasione Fabriano Maker City, prolungamento concettuale in lingua d'Albione di quella "passione nella città del fare" che fu titolo del merloniano Poiesis nell'edizione dell'anno 2008. Ma a scrivere il De bello stavolta non sarà un Cesare ma Giuseppe Gallico, ovvero il risorgente assessore alle attività produttive che della Fiera dell'Artigianato è oramai animatore, mentore e vestale. Un'identificazione profonda, quella tra l'assessore e la tradizionale manifestazione settembrina, che risale al 2012 quando Joseph Roosters - signora mia quanto fa figo la lingua inglese! - decise di lasciare immediatamente un segno tangibile, da assessore entusiasta e volitivo, rivoluzionando una formula fieristica anchilosata da anni di repliche senza evoluzione e piene di ragnatele. L'operazione ebbe successo, nonostante le critiche di taluni dinosauri convinti da decenni di panini e porchette che senza crepes alla Nutella, olive di Cerignola e marzapani di Sicilia la Fiera altro non fosse che struscio insulso e occupazione di suolo pubblico. L'edizione di quest'anno, almeno nelle promesse e nelle premesse, molto probabilmente rappresenterà la chiusura del cerchio dell'operazione di rinnovamento estetico e visuale cominciata due anni fa e non è un caso che l'assessore Gallico, svaporato e assente per mesi e mesi dalla scena amministrativa e mediatica, sia ritornato sugli scudi con un'energia in cui si miscelano, in dosi massicce, l'impronta del politico ambizioso e il profilo di un Pippo Baudo onnipresente e ingombrante. Da questo punto di vista si può affermare che il Gallo Peppino ha già vinto la sua battaglia: comunque vada sarà un successo perchè, di fatto, non c'è alternativa concettuale e organizzativa rispetto alla natura e ai contenuti di questa formula rinnovata. Ma il "successo a prescindere" di Fabriano Maker City dipende da una condizione preliminare e cioè che si separino nettamente il nome e la cosa, partendo dal presupposto che la Mostra dell'Artigianato non ha alcuna connessione con l'artigianato, che come sistema di lavoro e di piccola impresa pervasiva registra uno stillicidio infinito di dismissioni e chiusure che prelude alla sua sparizione di fatto dal panorama produttivo dell'entroterra fabrianese. Fabriano Maker City va, quindi, giudicata e vissuta come evento mediatico, momento di aggregazione e di animazione del centro cittadino impreziosito da eccellenze produttive locali (come Airforce) e da una strutturazione degli spazi finalizzata a trasmettere ai visitatori qualche suggestione e alcune buone impressioni. Sul versante politico - che sembra contare poco ma ha sempre il suo perchè - è difficile immaginare questa edizione della Mostra dell'Artigianato come trampolino per l'assessore Galli: su questo abbiamo già dato negli anni scorsi e sarebbe la terza volta che si ricorre, senza esiti di rilievo, alla metafora di un trampolino cui non fa seguito un tuffo di successo alla Tania Cagnotto. Più adatto al "dire, fare, baciare" dell'assessore un breve stralcio della Canzone di Marinella, laddove si Faber dichiara "vivesti solo un giorno come le rose". Nel caso di Galli i giorni sono quattro e si replicano una volta l'anno, ai primi di settembre. E per concludere un augurio a Fabriano - città in cui si "faceva" e ora si ozia aspettando turismo e cultura come il Godot di Beckett - nella speranza che il nome della Mostra sia viatico di fortuna e non di sfiga e che a Maker City non subentri Pacemaker Town, con annesso defribillatore. Buon Artigianato a tutti!
3 settembre 2014
Perchè ci garba Sagramola in Provincia
Come era prevedibile Sagramola ha accettato la candidatura a Presidente
della Provincia. Lo ha fatto a modo suo, simulando un sacrificio personale richiestogli con insistenza dall’esterno,
quasi implorato a farsi carico di oneri, fardelli e responsabilità ma comunque
pronto a farsi di parte qualora ci fosse qualche sindaco disposto a bere al
posto suo l’amaro calice di questa avventura
amministrativa: della serie ”non lo fo per amor mio ma per far piacere a Dio”.
E per rafforzare l’idea d’un sacrificio degnissimo e alto Giancarlone Nostro ha precisato che l’incarico non prevede gettone aggiuntivo rispetto a quanto
percepito con la carica di Sindaco, giusto per pararsi il culo dalle possibili
critiche d’una cittadinanza assai sensibile e ben disposta all’oltraggio nei
confronti della classe politica. Giancarlone Nostro ha assicurato che il nuovo
incarico in Provincia non lo distoglierà d’un grammo dal suo impegno di Sindaco di Fabriano. Il che contrasta
e molto con una frase che Sagramola ama reiterare cazzutamente e a piè sospinto,
ovvero che lui lavora da Sindaco tutti i giorni che Dio comanda, dalle nove di mattina alle dieci di sera.
Ma siccome anche la giornata di Giancarlone è composta di 24 ore e l’incarico
in Provincia altro non è se non incombenza
mangia tempo, può far credere soltanto agli ingenui, agli sprovveduti e ai
gonzi che il suo impegno di Sindaco sarà il medesimo di prima. Di certo i fabrianesi
faticheranno a notare la differenza tra il prima e il dopo generata da questo raddoppio di incarichi e funzioni perché
Sagramola è riuscito a realizzare una magicabula
davvero geniale, da Re Mida al
contrario: sbianchettare ogni ruolo della politica e fare del Comune un ente
privato che lavora esclusivamente per mantenere la sua struttura obesa e
parassitaria, prelevando legalmente denaro dalle tasche di cittadini vessati da
veri e propri balzelli medievali, da “tasse
sul macinato” sempre più odiose e autoreferenziali. Non è un caso che il minimo di vitalità che oggi Fabriano
è in grado di esprimere, derivi da iniziative
e sollecitazioni che hanno origine altrove rispetto ai luoghi decisionali della
politica. Una politica che quando può ostacola,
che si diletta a pianificare agguati,
dispensa multe e sanzioni e trasforma la socialità e il fare in un campo minato
progettato da burocrati sadici e panzoni. Per quel che mi riguarda trasferirei in Provincia l’intera Giunta
Comunale, a condizione che sia un viaggio
di sola andata, perché se si vuole procedere con una sperimentazione estrema
e conclusiva di rilancio della città si dovrà agire non di sponda con la politica ma nonostante essa. La
privatizzazione di fatto del Comune e delle sue logiche di funzionamento ed
erogazione dei servizi, cambia, infatti, anche l’idea di partecipazione, perché il governo reale della cosa pubblica locale non ha più nulla
di elettivo, di statutario e di municipale
ma scorre su circuiti aggregativi che
appartengono alla società civile e all’idea di uno sviluppo libero, spontaneo
e autoregolamentato. Dopo una lunga stagione di monarchia assoluta e qualche scampolo di dispotismo municipale tuttora attivo ed operante si intravvedono – seppure
in fase episodica ed embrionale – i segni di un fermento liberale inedito in una comunità da sempre inquadrata dal
comando dall’alto e da strizzate di palle top down top down. Ben venga, quindi,
la mezza trasferta anconetana di Giancarlone Nostro, perché ne avremo uno di
meno a condizionare e a combinare guai. Ci resta dentro soltanto un cruccio: che fare
per toglierci dai coglioni il resto della Giunta e rinascere collettivamente a
nuova e allegra vita civica?
2 settembre 2014
Goodbye Gianmarione!
Giusto l’altro giorno avevamo
scritto che l’era Spacca si stava
chiudendo e che il segno della resa era rappresentato dal fatto che, sulla
stampa, aveva preso a circolare il nome della senatrice pesarese Camilla Fabbri. Un’operazione chiaramente e totalmente
strumentale perché dare un’indicazione nominale a sei mesi dalle elezioni
regionali significa bruciare il
candidato sull’altare di un disegno politico. Ma il senso di questa mossa
era piuttosto facile da decifrare: suonare un gong definitivo a Spacca,
contrapponendo simbolicamente al Governatore in carica una figura proveniente da un’area territoriale sempre più insofferente
rispetto alla centralità anconetana e fabrianese ed espressione di un ceto produttivo artigiano e di piccola
impresa che vede in Gianmarione il rappresentante degli interessi della
grande impresa e di un merlonismo decaduto ma ancora alla ricerca di un possibile
colpo di coda. Il the end a Spacca è
stato siglato pubblicamente domenica, durante un dibattito alla Festa dell’Unità di Pesaro a cui hanno
partecipato il Segretario Regionale del
PD Comi e l’ex Sindaco di Pesaro
Ceriscioli che hanno trovato un punto di accordo nel superamento di un’esperienza decennale di Governo, nell’archiviazione
del Laboratorio Marche e nell’eventuale
ricorso alle Primarie qualora non fosse possibile individuare una candidatura unitaria all’interno del partito
democratico. Il segretario regionale del PD Comi ha dichiarato: “Il nostro giudizio sui suoi dieci anni di
governo è assolutamente positivo. Spacca ha governato bene. Ora è necessario
aprire una fase politica nuova. Il PD cerca un nuovo candidato alla guida della
Regione. Un candidato che faccia bene e subito, che dialoghi con gli
amministratori e che sia emancipato dalla preponderante invadenza della
tecnocrazia. Sono sicuro che ci sarà una candidatura unica e la troverò
ricercando nel partito l’unità più alta e più ampia possibile”. Un benservito
in pieno stile renziano: efficace, brutale e senza mediazioni che fa strage di ogni illusione del terzo mandato. A
questo punto viene da chiedersi come
reagirà Gianmarione e quali contromisure politiche adotterà per rispondere
allo stoppino ufficialmente ricevuto dal Pd, anche perché pure i deputati
anconetani Carrescia e Lodolini si sono sbrigati a sposare la
linea unitaria emersa a Pesaro, lasciando
il Governatore al suo destino. Spacca può giocare diverse carte: rinunciare alla candidatura
contrattando un qualche incarico di peso a livello europeo o romano; fare una battaglia di testimonianza
ricandidandosi solitario alla guida Marche
VentiVenti con la consapevolezza che l’attuale forza d’urto del Pd ne
ridimensionerebbe l’azione di disturbo; utilizzare Marche VentiVenti come lista personale di supporto in un’operazione
trasformista di candidatura alla guida di una
coalizione di centrodestra. Ad oggi la soluzione personalmente e
politicamente più saggia sembra quella del un passo indietro e di un atterraggio morbido e contrattato. Ciò consentirebbe a Spacca di realizzare, su
stesso, un dignitoso promoveatur ut
amoveatur e di cimentarsi anche con una possibile candidatura a Sindaco di Fabriano. Una scelta da
cimitero degli elefanti se compiuta in tempi di vacche grasse, ma stimolante in
una fase in cui risollevare questa città sembra più una sfida da titani che un normale percorso di governo.
Comunque vada dall’anno prossimo tutto cambia, anche se il tutto che cambia sempre rimanda al gattopardo: si infrange una filiera politica narrata come opportunità,
si dissolve una formula di governo
trasferita finanche tra i pedemontani e decade un sistema locale di fedeltà e cooptazione che ha incentivato il
protagonismo di asini e muli lasciando in stalla quel poco di cavalleria
purosangue che Fabriano era riuscita, con tanti sforzi e moltissime doglie, a generare. Alla faccia nostra e alla
salute loro!
1 settembre 2014
Il rospo è tornato principe: qualche pensiero sulla bellezza cittadina
Il Festival "Lo Spirito e la Terra" - al di là dei contenuti legati alla riscoperta delle varie e diffuse tracce di misticismo francescano ed eremitico nel territorio fabrianese e a un approccio capace di combinare forme tradizionali di ascolto e di preghiera e panteismo naturalistico - ha consentito l'emergere di tre cognizioni fondamentali per animare una nuova visione della città, della comunità e del buongoverno: che Fabriano è un mosaico di luoghi ascrivibili all'idea del "bello" ma degradati a transito e sputtanati dall'incuria e dal consumo utilitaristico; che restaurare il segno della bellezza, laddove la mano umana ha operato in direzione dello sconcio, è possibile e che per compiere questo ribaltamento servono pochi soldi, molta volontà e un minimo di rispetto per la cultura e per la forma delle cose. Di questa vocazione, forse inconscia, del Festival alla conversione del brutto a bello si era già avuta un'avvisaglia qualche sera fa, con la Piazzetta del Podestà trasformata - con l'unica aggiunta di una illuminazione a candele - nell'inedita e suggestiva scenografia notturna di una rappresentazione dantesca, ovvero riscattata dal suo quotidiano destino di spazio governato dal disco orario e di comoda scorciatoia per raggiungere il parcheggione della Piazza del Mercato. Ma la svolta visiva e simbolica ha avuto luogo ieri sera, con il Concerto delle Acque, tenutosi presso la piscina dei Giardini Margherita. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la città e un senso anche minimo di appartenenza ad essa, sa bene che la piscina è stata letteralmente defraudata di ogni attenzione e manutenzione da parte delle amministrazioni comunali che si sono succedute negli anni, nonostante i continui richiami dei fabrianesi, colelttivamente innamorati di quel minuscolo spazio da sempre cartina di tornasole del decoro e della decenza urbana. La Fondazione - e non invece il Comune, purtroppo dedito all'inutile faraonico e al costoso clientelare - ha finanziato alcune piccole operazioni di manutenzione e recupero: la pulizia delle acque, la riattivazione della cascatella, la presenza di qualche pianta acquatica vitale e decorativa, un paio di pesci per ridare vita a quella che fu morta gora e un salice piangente come da cartolina d'epoca. Il colpo d'occhio di ieri sera era letteralmente suntuoso: l'orchestra posizionata sopra la piscina e tutto attorno, compreso il camminamento, un giro di candele a rischiarare e far vibrare una zona centrale del Giardino normalmente buia e abbandonata nelle ore notturne. Come per magia uno dei luoghi che l'incuria politica e amministrativa aveva trasformato in una sintesi dell'abbandono, è rinato a nuova vita, come il rospo torna ad essere principe quando si rompono l'incantesimo della bruttezza e le ragioni del suo inamovibile e quotidiano sabba. Si tratta di un evento che restituisce una lezione profonda e cioè che "vetro rotto chiama vetro rotto": una città degradata, abbandonata e sporca ha ottime possibilità di peggiorare la propria situazione, perchè i cittadini si abituano a pensarla, viverla e trattarla in un certo modo. Se la piscina dei Giardini diviene sede di ciò che è lercio, è probabile che il passante ci butti la cartaccia altrimenti destinata al cesto; ma se essa diventa uno spazio per tenere concerti e un luogo degno di manutenzione e cura, quello stesso passante avrà una remora aggiuntiva di senso civico rispetto alla propria maleducazione, anche perchè ogni cittadino tenderà, in qualche modo, a sentirsi custode di un bene comune e di una nuova civiltà delle cose. Chi ha assistito alla rappresentazione teatrale nella Piazzetta del Podestà o al concerto di ieri sera alla piscina dei Giardini Margherita, insomma, difficilmente potrà ritornare a quegli spazi con gli stessi occhi di qualche settimana fa, perchè la capacità di influenzamento del "visivo" agisce sul senso estetico e sul recupero della bellezza come dimensione urbanistica e chiave di volta del governo locale. Per queste ragioni rivolgo un appello alla Fondazione: chiudete una volta per tutte il rubinetto delle cazzate, i denari alla sagra del gambero, al torneo di ruzzola e al vasto e oneroso gigioneggiare dei fabrianesi e destinate 365 mila euro alla bellezza di Fabriano: 365 iniziative da mille euro ciascuna; una iniziativa al giorno, tutti i giorni per tutto l'anno. Per diritto di decisione e dovere politico ed elettorale dovrebbe farlo l'amministrazione comunale, ma è troppo presa a spremere i cittadini per remunerare gli scaldaculo, finanziare lavori pubblici elettorali e donare risorse a consorzi e cooperative amiche. E alla fine credo abbia davvero ragione quel politico di maggioranza che, reclamando assoluta riservatezza, mi ha confidato: "la verità è che c'è una Giunta reale, ossia la Fondazione, che ha i soldi, e una Giunta ombra, quella comunale, che non ha un cazzo. In questo momento il Sindaco è Papiri e governa senza bisogno di indossare la fascia tricolore". E allora caro Papiri, si impegni a cacciare 365 mila euro di bellezza. Le prometto una lieve e temporanea desistenza: non la chiamerò più Pierrot e nemmeno Homo Papirus Belvederensis. Mi creda il gioco vale la candela e Fabriano merita ancora una chance.
Iscriviti a:
Post (Atom)






