25 ottobre 2013

Fabriano, le lamiere e la Ville Lumière



 
Un paio di giorni fa, su questo blog, ha preso forma un vero e proprio contrappasso, un aneddoto di quella sofferenza del contrario che serve come punizione simbolica per chi compie atti che, a diverso titolo, danneggiano volontariamente o meno gli altri. Il protagonista dell’operazione è stato Urbano Urbani che ha annunciato – con parole ecumeniche e papali ma anche con una punta di divertita e comprensibile rivalsa – che comincerà a produrre, oltre alle cappe, anche i piani di cottura ricorrendo, con ogni probabilità, anche a competenze e know how autoctono. E lo ha annunciato, ed ecco il contrappasso, proprio nel momento in cui Indesit rimpasta il Piano di Salvaguardia decidendo di trasferire l’assemblaggio dei piani di cottura dallo stabilimento di Melano a quello di Caserta, così da giocarsi anche un "busso a denari" aggiuntivo, frutto di un meridionalismo assai poco salveminiano e molto statalista e assistenziale. Naturalmente la decisione del titolare di Airforce non può attivare dimensionalmente un effetto di compensazione rispetto al buco produttivo e occupazionale generato dalle decisioni di Indesit - anche se fu straordinariamente visionario lo scrittore John Ruskin quando, negli anni sessanta dell'ottocento, sostenne che l'industria dipende più dalla volontà che dal capitale - ma di certo, considerata l’aria, l’andazzo e i sistematici e diffusi appelli all’emigrazione, l'annuncio urbanico rappresenta un atto di insubordinazione, sfrontata e per certi versi incosciente, al destino oltre che una testimonianza di resistenza quasi partigiana rispetto alla smobilitazione industriale e al trasferimento degli impianti e delle produzioni che sta soggiogando Fabriano e le mille contrade di questa sventurata nazione. Ed è su questo snodo fondamentale di sostegno e di valorizzazione di quel che resta dell’industria che dissento dai nuovi apologeti dell’economia leggera e della città genericamente creativa e da chi immagina una fulminea riconversione al terziario e al turismo. Che il futuro di Fabriano non possa più basarsi sulla monocultura industriale è un dato di natura, così come è lapalissiana la necessità di immaginare un’economia a mosaico, capace di miscelare settori distanti e competenze diverse e distinte. Ma non è di certo possibile continuare a legittimare mentalità estremiste e applicare, come il cane di Pavlov, il riflesso condizionato dell’otto o diciotto: prima tutta industria e poi, di colpo, tutto spirito creativo e intelletto digitale. In pochi anni l’industria fabrianese ha perso per strada circa un miliardo di euro di fatturato; un Armageddon materiale e sociale accompagnato da uno spaventoso e solenne requiem per la forza lavoro. Questa drammatica e repentina espulsione di manodopera non può essere assorbita dallo sviluppo dell’economia locale dei servizi e del terzo settore – che il sociologo americano Jeremy Rifkin, in un libro profetico del 1995 sulla fine del lavoro, ebbe a definire “alba del post mercato” - neanche se in essa si contemplasse la possibilità di accelerazioni costruttiviste da piano quinquennale sovietico. Ciò significa che, al netto di ammortizzatori sociali in tendenziale esaurimento, i processi economici reali, nell’ex distretto metalmeccanico fabrianese, spingono inesorabilmente verso una massiccia tendenza migratoria. E realisticamente, per “salvare il salvabile”, è più che mai necessario operare a tutela del “residuo d’industria locale" oltre che baloccarsi con le convention parigine dell'Unesco e le magnifiche sorti e progressive di un marchio tutto da inventare e declinare. Per decenni questa città è stata considerata, dai suoi concittadini, l’ombelico del mondo, il pollaio delle meglio galline bianche, la terra in cui pure i cani più innocui e spelacchiati avevano il diritto di indossare l’abito del leone e di esibirlo fuori le mura. Improvvisamente, e lo noto anche dal tenore dei commenti quotidianamente postati in questo blog, siamo al cupio dissolvi, alla farsa gotica, al gusto dissoluto e mortuario delle macerie, a una città oramai narrata con i colori violacei di un corteo funebre e di un saluto al caro estinto. In principio fu la Famiglia: e tutto ad essa venne delegato. Ora siamo alla delega universale - e di nuovo irresponsabile - al caso e al destino, con conseguente ed ebbro desiderio di fuga da Alcatraz. Invece oggi è creativo chi cerca di restare, chi va in direzione ostinata e contraria e chi realisticamente sa che per mettere assieme il pranzo e la cena, tra queste colline avare e argillose, servono sicuramente le medagliette à la page, appuntate da qualche esimio funzionario nella Ville Lumiere, ma anche un po’ di lamiere da piegare e ferriere e ferraglie a cui dare forma, sostanza e vita.
    

24 ottobre 2013

La città creativa e il thè nel deserto



 

Di colpo l’euforia per la nomina di Fabriano a città creativa dell’Unesco si è tramutata in gioioso pianto. Con tanto di ossimoro emotivo, incarnato dallo svuotamento della sacca lacrimale a cui pare sia stato soggetto il Sindaco emerito Roberto Sorci al sopraggiungere della notizia. Già, perché immaginare Sorcimin – l’uomo che sussurrava ai cinesi – non intento al riso e allo spatacco ma alla vivissima commozione del successo, aggiunge, al trionfalismo popolare indotto da una classe politica in cerca di palliativi, quella spumosa nota di colore che un pochino stride e molto retrogusta d’amarognolo. Ma gli effetti di contorno, come è giusto che sia, attengono al folklore delle cose e al loro immediato e spontaneo apparire. E allora vale la pena lasciare da parte la critica situazionista provando a intendere il senso di questa operazione Unesco e se essa sia davvero un’opportunità e un brand potenziale o se invece rappresenti una forzatura, una colla vinilica, una sovrastruttura al di sotto della quale difetta gravemente il sostegno di desideri e di spinte reali. Innanzitutto c’è un primo elemento che attiene alla forza dirompente del simbolico e riguarda il clima sociale e culturale della città creativa. La creatività è, infatti, l’espressione di una fantasia tracimante che viene razionalmente inquadrata e orientata verso obiettivi di avere e di essere. Fabriano, inutile girarci attorno, non è mai stata una città creativa. O quanto meno non lo è stata negli ultimi decenni, dominati da una cultura produttiva di tipo taylorista, fondata sul calcolo dei tempi e metodi, su una dinamica ristretta incentrata sulla triade casa, chiesa e lavoro e sulla centralità esistenziale della fabbrica. Meccanismi che, da un lato, hanno generato benessere economico e sicurezza materiale ma in parallelo hanno innescato un effetto collaterale di desertificazione culturale e sociale. Cultura e relazioni sociali sono, invece, l’alfabeto della creatività ma Fabriano e i fabrianesi non hanno mai avuto rispetto della cultura, dell’arte e delle forme espressive della creatività, derubricandole scelbianamente a culturame, a fraseggio senza pagnotta, ad attività centrali e decisive soltanto per i vagabondi e gli sfaticati. Ragion per cui, ad esempio, il lucro è stato confinato nel mondo della produzione industriale, attribuendo alle forme creative l’unica legittimazione di un fare gratuito, non remunerativo e quindi strutturalmente incapace di semina, di sviluppo e di replica. Questa linea di demarcazione netta e feroce tra il produttivo e l’improduttivo ha impattato anche sul modus vivendi dei fabrianesi che hanno interpretato appieno il concetto del villaggio operaio funzionale alla produzione, ma senza di quegli effetti spaziali e architettonici del paternalismo che si possono rintracciare in antiche comunità come Crespi d’Adda o Schio. Una città dormitorio, atomizzata, a bassa densità di relazioni e amputata di quel bene immateriale fondamentale che è la circolazione delle idee, fondamento filosofico della creatività e di un fare orientato alla bellezza. La perfezione di un fordismo dal volto umano ha trovato a Fabriano un importante ma triste snodo realizzativo. Oggi quel modello è tramontato di colpo dal punto di vista economico ma ha lasciato intatte le sue eredità culturali che necessitano di tempi lunghi per trasformarsi e uniformarsi al nuovo. E aveva mille ragioni l’Antonio Gramsci dei Quaderni dal Carcere quando scriveva “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. La nomina di Fabriano a città creativa – alla luce di tutto questo - restituisce esattamente la sensazione di qualcosa di morboso e non meditato, di scorciatoie consolatorie, di un thè nel deserto che tiene intatta la sabbia simulando il sopraggiungere di acqua e di oasi. Quel che viene tecnicamente definito un miraggio, ovvero nulla di più di un’illusione ottica.

    

23 ottobre 2013

Il "riformismo" di MPM e la creatività del conflitto sociale



Ci sarebbe molto da commentare oggi, perché la città sembra di colpo ravvivata e scossa da spigolature, curiosità e notizie. Tra le news principali, restando ben saldi in un quadro di rimozione freudiana, c'è la nomina di Fabriano a città creativa dell’Unesco per nobile arte cartaria. Siamo solo noi e Bologna a fregiarci del titolo, quasi a formale riprova che il creativo - non ce ne vogliano tanto per dire i toscani e il neostatista fiorentino - aleggia prevalentemente in queste due contrade. Se così fosse vorrebbe dire che l’Italia tutta è più che mai decaduta. Ma siccome la creatività è, probabilmente, l’ultima scorza di know how che resta a disposizione del Belpaese, è naturale e non certo malizioso ritenere sia il brand di città creativa a non essere più di tanto attrattivo, forse in quanto dispensatore di risorse episodiche e irrisorie che non consentono effetti moltiplicatori e auspicate rinascite. Ma la città ha bisogno impellente di infiltrazioni di ottimismo per lenire il dolore da primato perduto e non sarà certo questo blog preoccupato e impressionista a nascondere trombette, mascherine e stelle filanti: pane e circo forever, anche se ultimamente i forni locali scarseggiano di granaglie. Da parte nostra ci limiteremo a osservare le celebrazioni e a fare gli aruspici del dopo sbornia, tenendo sempre in tasca una bustina di Minerva anche se, pasolinianamente, ben sappiamo che “l’intelligenza non avrà mai peso, mai”. La seconda notizia più che notizia è curiosità politica: Maria Paola Merloni si è dimessa da Vicepresidente di Scelta Civica dopo le critiche che l'ex salvatore della patria Mario Monti ha rivolto agli undici senatori sottoscrittori del documento di sostegno a Letta sulla legge di stabilità. Secondo la senatrice di Bellaluce il problema è che Scelta Civica – come già in passato il Pd – vive e agisce in evidente abisso di riformismo. Purtroppo la parola riformismo, che nacque per tutelare il socialismo da ogni tentazione soviettista, è diventata un abito mentale diffuso, un concept adattissimo e adattabile per nobilitare l'alternarsi di rinunce e militanze. Al che viene pure da chiedersi se siano scelte di vero e prezioso conio riformista i 1.425 esuberi della Indesit di cui la senatrice è azionista, o se sia adamantina ispirazione turatiana il prolungato e ininterrotto silenzio della Famiglia o il tentativo, ormai palese, di giocare a "sindacato buono e sindacato cattivo" pur di disporre, a stretto giro di posta, di un accordo con cui iniziare a macinare rilanci e ristrutturazioni. E a proposito di Indesit chiudiamo con qualche spigolatura. Radio fabbrica narra di assemblee infuocate negli stabilimenti fabrianesi, di un incipiente scollamento tra i lavoratori e le sigle che cercano l'appiglio firmaiolo, di forme spontaneiste che evocano ritorni ai cobas tanto radicali quanto apolidi nel sistema delle relazioni industriali bianche e paternaliste. Un clima ribollente in cui è facile che prendano forma e peso variabili non contemplate dai pianificatori del percorso lineare e dell’accordo in amicizia. E anche questa è, probabilmente, una delle mille forme di declinazione del "creativo", applicato alle linee spezzate e  vagamente cubiste del conflitto sociale. E chissà che l’Unesco, al dunque, non consideri patrimonio dell’umanità pure questo ultimo miglio di una vertenza a rischio oscuramento a causa del nuovo giubilo mondiale di arti e mestieri.