Visto che le polemiche sulla Tares proseguono senza sosta, ormai da quasi due mesi, ho pensato di mettere a disposizione dei lettori di questo blog il famoso comunicato con cui, del tutto irritualmente, Sindaco, Giunta e maggioranza, davano l'opportunità - a chi si trovasse in condizioni economiche precarie - di pagare la sola quota statale, considerando validi anche i pagamenti della quota comunale pervenuti entro il 28 febbraio. Questa videata risale al 12 dicembre 2013 e, come i lettori sapranno, in una prima fase comparve sulla home page di Pizzalta.it, poi, per via del tam tam polemico, fu ricollocato in una pagina più difficile da raggiungere, per essere infine eliminato dal sito istituzionale del Comune senza spiegazioni ufficiali e trasparenti. Siccome già qualche tempo fa si erano verificate tempestive e curiose modifiche di contenuto nel sito istituzionale della Asur - che questo blog rilevò e pubblicò altrettanto tempestivamente - appena ho avuto notizia della pubblicazione di un comunicato tanto stimolante e anomalo ho pensato bene di mettere la pagina al riparo da eventuali e interessate cancellazioni che poi sono puntualmente arrivate. Diceva un vecchio proverbio di campagna - uno di quelli che piace tanto al primo cittadino - che è buona cosa non defecare sotto la neve, perchè prima o poi la neve si scioglie e i misfatti riemergono dall'oblio in perfetto stato di conservazione. Stessa cosa è accaduta con questo comunicato, fatto sparire sperando che la neve non si sciogliesse mai. Purtroppo c'è sempre un Simonetti - allevato politicamente in ambiente stalinista - consapevole che il potere non è tanto legato alle funzioni che si svolgono ma alle potenzialità di un buon archivio. E ora cari lettori buon "copia e incolla a tutti", oppure tasto destro e salva con nome!!!
20 gennaio 2014
19 gennaio 2014
Rischi di chiacchiere e distintivo
Per chi ha voglia di riflettere sul futuro del Paese e del nostro territorio consiglio un articolo di spalla, pubblicato stamattina sulla prima pagina del Corriere della Sera, firmato da Dario di Vico, giornalista economico ed ex Vicedirettore del quotidiano milanese. Il pezzo si intitola "La zona franca per evitare la fuga delle imprese" e racconta di come la Confindustria friulana abbia adottato un posizione choc a tutela del distretto dell'elettrodomestico di Pordenone, minacciato dalla delocalizzazione polacca della Electrolux. Il documento confindustriale, redatto da un gruppo di esperti, punta sulla nascita di una "zona manifatturiera e salariale speciale", incentrata su un taglio del costo del lavoro del 20% ottenuto rimodulando a contrattazione di secondo livello - e quindi senza impattare brutalmente sulle remunerazioni di base -, applicare le norme che escludono dagli ammortizzatoi sociali chi rifiuta una proposta di lavoro, introducendo elementi di welfare aziendale e formule di partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese. La situazione del distretto di Pordenone è quasi perfettamente sovrapponibile con quella del nostro territorio e non a caso, già diversi anni fa, si cominciò timidamente a discutere di questi temi, legati alla costruzione di condizioni di attrattività per nuove imprese e al mantenimento degli attuali insediamenti. Qualcuno parlò di chiedere lo stato di crisi, altri di ragionare su ipotesi di franchigia fiscale e contrattuale. Ma la riflessione fu repentinamente abbandonata, perchè il solo discuterne lacerava certezze relative alle magnifiche sorti e progressive del modello produttivo metalmezzadro e costringeva la classe dirigente locale a un bagno di serietà culturale ed economica totalmente estraneo ai maneggi da suk a cui essa era ed è naturalmente votata. Fino al paradosso che si fa quadrato attorno ad aziende senza futuro pur di continuare a lucrare sulla cassa integrazione, intesa come occasione di mantenimento del reddito a zero lavoro e senza contropartite. Ma stamattina si parla di incentivi all'insediamento di nuove imprese sul territorio fabrianese anche sul Corriere Adriatico. Lo fa l'assessore alle attività produttive Galli che, sostanzialmente, inquadra la sua proposta su tre cardini: un piano di alleggerimento della fiscalità comunale sulle imprese, l'attivzione di un metodo concertativo di assunzione delle decisioni e la disponibilità di know how locale per le imprese che garantiscano la produzione sul nostro territorio. Notoriamente i capitali e gli investimenti produttivi non vanno dove li porta il cuore ma dove spira il vento del profitto. E se fossi un imprenditore non aprirei un'unità produttiva a Fabriano per alcune ragioni: inannzitutto perchè generici propositi di buona fiscalità municipale, tra l'altro difficilmente esigibile anche alla luce di certi recenti e discussi provvedimenti, non sono sufficienti a giustificare una scelta di localizzazione d'impresa; in seconda istanza perchè il know how produttivo cumulato nel tempo nel territorio fabrianese è stato consumato e bruciato dalla politica degli ammortizzatori sociali lunghi che diminuisce la propensione al lavoro e determina una brutale obsolescenza delle conoscenze e delle competenze; infine non verrei a Fabriano perchè è un territorio svantaggiato dal punto di vista logistico, privo di infrastrutture e con una viabilità arretrata e irrisolta, visto che anche la Quadrilatero si avvia a essere un altro esempio eclatante di infrastruttura incompiuta. Ma potrei cambiare idea. A una condizione: che questo territorio, grazie a politiche di ispirazione friulana, sia davvero in grado di garantire un taglio del 20% del costo del lavoro. A quel punto potrei anche farci un pensierino. Ma un tale cambio di orientamento non dipenderebbe dai buoni propositi di un assessore comunale, ma da una concertazione Stato-Regione capace di avviare processi strutturali e "friulani" di attrattività, in cui coniugare sostebibilità economica per le imprese e reimpiego produttivo per i lavoratori. Diversamente sarebbero solo chiacchiere e distintivo.
18 gennaio 2014
Dal Porcellum...al Porcarellum!
I governatori di Marche ed Umbria, Spacca e Marini, hanno inviato un sollecito congiunto al Presidente del Consiglio Letta con il quale richedono al Governo di agire, in via legislativa, per fornire una corretta interpretazione della legge Marzano, ossia per cambiare le carte in corso d'opera sulla questione della ex Antonio Merloni. Di fatto i Presidenti di Marche e Umbria hanno deciso di interferire politicamente su un procedimento giudiziario in atto, che ha già prodotto una sentenza di primo grado pronunciata dalla sezione fallimentare del Tribunale di Ancona che ha annullato la vendita di Ardo a Porcarelli. I commissari ministeriali e l'imprenditore cerretano, confidando nei successivi gradi di giudizio, hanno legittimamente presentato ricorso ma la partita Ardo continua a uscire dal normale iter giudiziario, subendo turbative determinate da un interventismo della politica che preferisce ignorare la divisione dei poteri e le logiche del libero mercato. Prima col Decreto Legge "Terra dei fuochi" n°136 del 10 dicembre 2013, in cui è stato inserito un paragrafo (art.9, comma 1) totalmente estraneo alla materia rifiuti e finalizzato a garantire la continuità produttiva della JP, normando una sorta di diritto a ignorare la sentenza d'annullamento della vendita sancita da un Tribunale della Repubblica, ovvero da una declinazione territoriale di uno dei tre poteri dello Stato. Il che già delinea una grave tracimazione di competenze, perchè il Tribunale di Ancona non ha sentenziato in base a un pregiudizio ma sulla scorta di dati di fatto e di articoli di legge, e quindi è del tutto inaccettabile modificare le regole in corso d'opera per metterle al servizio di un interesse privato di produzione se non sussistono motivi che rimandano a un qualche accanimento giudiziario. Ma a quanto pare il fronte assistenzialista non ritiene di aver completato l'opera, perchè il sottinteso della richiesta di Spacca e Marini è molto chiaro: sollecitare un provvedimento che tolga di mezzo la norma sul badwill su cui ha fatto leva la sentenza del Tribunale di Ancona nell'accertare una vendita non congrua della Ardo alla Jp. A quel punto, ferma restano la non retroattività della norma, il pronunciamento di secondo grado dovrà tenere conto di una eventuale modifica della legislazione in materia di amministrazione controllata e il giudice si troverà nella condizione oggettiva di annullare la sentenza di primo grado emessa dalla sezione fallimentare. Di fatto, in una fase in cui si parla insistentemente di cambiare la legge elettorale, ci troveremmo a sancire un trasferimento di interesse politico del Governo dal Porcellum al Porcarellum, ossia a una norma attraverso la quale è la politica e non il mercato a garantire la continuità operativa dell'impresa e il suo diretto ad operare nel mercato. Un atto di una gravità inaudita, che altera tutte le logiche della libera competizione e configura un indebito aiuto di stato a un'azienda che è difficile possa coltivare prospettive di sviluppo in un mercato in cui neanche la Indesit è più in grado di competere, nonostante marchi, prodotti, tecnologie e dimensioni incomparibilmente più forti di quelli della JP Industries. Il solito gioco delle parti che Spacca sa interpretare magnificamente, specie quando sente avvicinarsi gli appuntamenti elettorali che lo chiamano direttamente in causa. Ma sicuramente fabrianesi, lavoratori e sindacati saranno in prima fila e ben felici di reggergli il moccolo e di applaudire l'ennesima ingerenza d'una politica colonizzatrice nell'economia d'impresa.
16 gennaio 2014
Perche Fabriano deve morire
Un fabrianese su quattro non lavora; Asur e Comune sono le due aziende cittadine con il maggior numero di occupati; l'artigianato soffre, arranca e paga a caro prezzo una storica debolezza, effetto di una grande industria che ha fagocitato la piccola e piccolissima impresa; il commercio è dilaniato da uno stillicidio di chiusure che impoverisce lo scenario ed espelle manodopera con livelli minimi di sostegno alla disoccupazione; migliaia di persone tirano avanti con stipendi pubblici e sussidi di lungo corso ma non infiniti, che possono garantire uno stock minimo di potere di acquisto ma sono ben lungi dal dare impulso a una nuova stagione di crescita e di benessere. La vecchia Fabriano, rinomata e liscia come una porcellana di Capodimonte, è diventata, in un lasso di tempo fulmineo e fulminante, un vaso butterato dalle riparazioni e dalle toppe che, via via, ne hanno ridotto ai minimi termini il prestigio, il valore e l'attrattività. Di fronte a questo rantolo materiale e morale sempre più profondo, che non ha modificato di una sola virgola l'agire pacioso e il pensare pigro di una intera comunità - ormai unanime e postulante nella rincorsa agli ammortizzatori sociali -, viene da chiedersi forse definitivamente: ma ha senso continuare a spolverare un vaso che fu prestigioso ed è ridotto a simulacro? E' lungimirante ostinarsi a impastare argille e ripassare vernici su una terracotta invecchiata ed esausta? Fuor di metafora: non è forse giunto il momento di fare il tifo per un crollo definitivo dei fragili equilibri che ancora sorreggono la stanca finzione di una fabrianesità capace di ritrovare il filo che conduce fuori dal labirinto? La sensazione di questi ultimi mesi è che sia in atto un ritorno alle antiche routine e anche la diaspora della borghesia fabrianese, alimentata dalla fine del merlonismo, sembra si stia ricomponendo - come se nulla fosse accaduto - attorno a vecchie socialità, nuove camarille e immutabili desideri di far bottino con quel che resta di una ricchezza rinsecchita ma non del tutto consumata. Abbiamo creduto che la crisi Ardo avrebbe rivoltato il comune sentire e ci siamo ritrovati migliaia di lavoratori che invocano ammortizzatori sociali invece che lavoro; abbiamo confidato nelle aristocrazie operaie della Indesit ed è stato votato, con percentuali bulgare, un accordo ritenuto per sei mesi tondi un misfatto indigeribile; abbiamo riempito sale e oratori di persone infiammate per via della pressione fiscale e a non pagare per intero la Tares sono state meno persone di quelle che inneggiavano alla rivolta. La crisi di Fabriano, purtroppo, non è soltanto economica e occupazionale. E' anche la crisi di una mentalità totalmente inadeguata alle sfide e ai rischi che si addensano tra queste colline. Riformare le strutture è sempre possibile ma senza una rivoluzione mentale e culturale le trasformazioni materiali restano superficiali e incomplete. E Fabriano non esprime intenzioni di cambiamento nè catalizzatori in grado di suscitarlo e coagularlo. C'è una possibilità finale, una sola, che questa comunità possa sopravvivere, con uno scatto di reni, al cataclisma del monoprodotto: segare il ramo su cui è ancora comodamente seduta. Per attivare il trauma, che è necessario a scuotere questa natura morta, serve il combinato disposto di quattro crisi convergenti: la vendita della Indesit che spazzerà via le illusioni di un accordo suicida, il default del Comune, la fine degli ammortizzatori sociali e il big bang dei risparmi familiari. La storia recente ha, infatti, dimostrato che un trauma alla volta non modifica i quadri mentali del fabrianese e che neppure una sequenza "a vagone" di crisi e di criticità ne allenta gli approcci e i punti di vista più retrivi e consolidati. C'è un momento nella storia delle comunità in cui ostinarsi a riparare, ad aggiustare e a fare piccole manutenzioni è una forma di complicità con l'esistente, perchè un sistema non può sopravvivere a lungo negando la realtà e sublimandola con tanti piccoli ritocchi quotidiani. Quando si supera questa linea di razionalità delle cose è giusto che il vaso si rompa e venga sostituito da uno nuovo di zecca. Invece a Fabriano sussiste l'illusione di poter salvare il salvabile e di poter ripartire dal quel che c'è fingendo che sia qualcosa di buono e di promettente. Quando il sistema è marcio l'imperativo deve essere quello di seppellirlo e di eliminare la puzza. E questo pare davvero l'unico riformismo d'entroterra possibile, dettato da un sano pessimismo dell'intelligenza che spinge sempre più lontano dalla vecchia e decrepita fabrianesità.15 gennaio 2014
E qui comando io e questa è casa mia!
14 gennaio 2014
La condanna di Sorci: annessi, connessi e conseguenze
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