20 gennaio 2014

Ecco il comunicato Tares sparito!!!Buon copia e incolla a tutti!

 
Visto che le polemiche sulla Tares proseguono senza sosta, ormai da quasi due mesi, ho pensato di mettere a disposizione dei lettori di questo blog il famoso comunicato con cui, del tutto irritualmente, Sindaco, Giunta e maggioranza, davano l'opportunità - a chi si trovasse in condizioni economiche precarie - di pagare la sola quota statale, considerando validi anche i pagamenti della quota comunale pervenuti entro il 28 febbraio. Questa videata risale al 12 dicembre 2013 e, come i lettori sapranno, in una prima fase comparve sulla home page di Pizzalta.it, poi, per via del tam tam polemico, fu ricollocato in una pagina più difficile da raggiungere, per essere infine eliminato dal sito istituzionale del Comune senza spiegazioni ufficiali e trasparenti. Siccome già qualche tempo fa si erano verificate tempestive e curiose modifiche di contenuto nel sito istituzionale della Asur - che questo blog rilevò e pubblicò altrettanto tempestivamente - appena ho avuto notizia della pubblicazione di un comunicato tanto stimolante e anomalo ho pensato bene di mettere la pagina al riparo da eventuali e interessate cancellazioni che poi sono puntualmente arrivate. Diceva un vecchio proverbio di campagna - uno di quelli che piace tanto al primo cittadino - che è buona cosa non defecare sotto la neve, perchè prima o poi la neve si scioglie e i misfatti riemergono dall'oblio in perfetto stato di conservazione. Stessa cosa è accaduta con questo comunicato, fatto sparire sperando che la neve non si sciogliesse mai. Purtroppo c'è sempre un Simonetti - allevato politicamente in ambiente stalinista - consapevole che il potere non è tanto legato alle funzioni che si svolgono ma alle potenzialità di un buon archivio. E ora cari lettori buon "copia e incolla a tutti", oppure tasto destro e salva con nome!!!
    

19 gennaio 2014

Rischi di chiacchiere e distintivo


 

Per chi ha voglia di riflettere sul futuro del Paese e del nostro territorio consiglio un articolo di spalla, pubblicato stamattina sulla prima pagina del Corriere della Sera, firmato da Dario di Vico, giornalista economico ed ex Vicedirettore del quotidiano milanese. Il pezzo si intitola "La zona franca per evitare la fuga delle imprese" e racconta di come la Confindustria friulana abbia adottato un posizione choc a tutela del distretto dell'elettrodomestico di Pordenone, minacciato dalla delocalizzazione polacca della Electrolux. Il documento confindustriale, redatto da un gruppo di esperti, punta sulla nascita di una "zona manifatturiera e salariale speciale", incentrata su un taglio del costo del lavoro del 20% ottenuto rimodulando a contrattazione di secondo livello - e quindi senza impattare brutalmente sulle remunerazioni di base -, applicare le norme che escludono dagli ammortizzatoi sociali chi rifiuta una proposta di lavoro, introducendo elementi di welfare aziendale e formule di partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese. La situazione del distretto di Pordenone è quasi perfettamente sovrapponibile con quella del nostro territorio e non a caso, già diversi anni fa, si cominciò timidamente a discutere di questi temi, legati alla costruzione di condizioni di attrattività per nuove imprese e al mantenimento degli attuali insediamenti. Qualcuno parlò di chiedere lo stato di crisi, altri di ragionare su ipotesi di franchigia fiscale e contrattuale. Ma la riflessione fu repentinamente abbandonata, perchè il solo discuterne lacerava certezze relative alle magnifiche sorti e progressive del modello produttivo metalmezzadro e costringeva la classe dirigente locale a un bagno di serietà culturale ed economica totalmente estraneo ai maneggi da suk a cui essa era ed è naturalmente votata. Fino al paradosso che si fa quadrato attorno ad aziende senza futuro pur di continuare a lucrare sulla cassa integrazione, intesa come occasione di mantenimento del reddito a zero lavoro e senza contropartite. Ma stamattina si parla di incentivi all'insediamento di nuove imprese sul territorio fabrianese anche sul Corriere Adriatico. Lo fa l'assessore alle attività produttive Galli che, sostanzialmente, inquadra la sua proposta su tre cardini: un piano di alleggerimento della fiscalità comunale sulle imprese, l'attivzione di un metodo concertativo di assunzione delle decisioni e la disponibilità di know how locale per le imprese che garantiscano la produzione sul nostro territorio. Notoriamente i capitali e gli investimenti produttivi non vanno dove li porta il cuore ma dove spira il vento del profitto. E se fossi un imprenditore non aprirei un'unità produttiva a Fabriano per alcune ragioni: inannzitutto perchè generici propositi di buona fiscalità municipale, tra l'altro difficilmente esigibile anche alla luce di certi recenti e discussi provvedimenti, non sono sufficienti a giustificare una scelta di localizzazione d'impresa; in seconda istanza perchè il know how produttivo cumulato nel tempo nel territorio fabrianese è stato consumato e bruciato dalla politica degli ammortizzatori sociali lunghi che diminuisce la propensione al lavoro e determina una brutale obsolescenza delle conoscenze e delle competenze; infine non verrei a Fabriano perchè è un territorio svantaggiato dal punto di vista logistico, privo di infrastrutture e con una viabilità arretrata e irrisolta, visto che anche la Quadrilatero si avvia a essere un altro esempio eclatante di infrastruttura incompiuta. Ma potrei cambiare idea. A una condizione: che questo territorio, grazie a politiche di ispirazione friulana, sia davvero in grado di garantire un taglio del 20% del costo del lavoro. A quel punto potrei anche farci un pensierino. Ma un tale cambio di orientamento non dipenderebbe dai buoni propositi di un assessore comunale, ma da una concertazione Stato-Regione capace di avviare processi strutturali e "friulani" di attrattività, in cui coniugare sostebibilità economica per le imprese e reimpiego produttivo per i lavoratori. Diversamente sarebbero solo chiacchiere e distintivo.
    

18 gennaio 2014

Dal Porcellum...al Porcarellum!


 

I governatori di Marche ed Umbria, Spacca e Marini, hanno inviato un sollecito congiunto al Presidente del Consiglio Letta con il quale richedono al Governo di agire, in via legislativa, per fornire una corretta interpretazione della legge Marzano, ossia per cambiare le carte in corso d'opera sulla questione della ex Antonio Merloni. Di fatto i Presidenti di Marche e Umbria hanno deciso di interferire politicamente su un procedimento giudiziario in atto, che ha già prodotto una sentenza di primo grado pronunciata dalla sezione fallimentare del Tribunale di Ancona che ha annullato la vendita di Ardo a Porcarelli. I commissari ministeriali e l'imprenditore cerretano, confidando nei successivi gradi di giudizio, hanno legittimamente presentato ricorso ma la partita Ardo continua a uscire dal normale iter giudiziario, subendo turbative determinate da un interventismo della politica che preferisce ignorare la divisione dei poteri e le logiche del libero mercato. Prima col Decreto Legge "Terra dei fuochi" n°136 del 10 dicembre 2013, in cui è stato inserito un paragrafo (art.9, comma 1) totalmente estraneo alla materia rifiuti e finalizzato a garantire la continuità produttiva della JP, normando una sorta di diritto a ignorare la sentenza d'annullamento della vendita sancita da un Tribunale della Repubblica, ovvero da una declinazione territoriale di uno dei tre poteri dello Stato. Il che già delinea una grave tracimazione di competenze, perchè il Tribunale di Ancona non ha sentenziato in base a un pregiudizio ma sulla scorta di dati di fatto e di articoli di legge, e quindi è del tutto inaccettabile modificare le regole in corso d'opera per metterle al servizio di un interesse privato di produzione se non sussistono motivi che rimandano a un qualche accanimento giudiziario. Ma a quanto pare il fronte assistenzialista non ritiene di aver completato l'opera, perchè il sottinteso della richiesta di Spacca e Marini è molto chiaro: sollecitare un provvedimento che tolga di mezzo la norma sul badwill su cui ha fatto leva la sentenza del Tribunale di Ancona nell'accertare una vendita non congrua della Ardo alla Jp. A quel punto, ferma restano la non retroattività della norma, il pronunciamento di secondo grado dovrà tenere conto di una eventuale modifica della legislazione in materia di amministrazione controllata e il giudice si troverà nella condizione oggettiva di annullare la sentenza di primo grado emessa dalla sezione fallimentare. Di fatto, in una fase in cui si parla insistentemente di cambiare la legge elettorale, ci troveremmo a sancire un trasferimento di interesse politico del Governo dal Porcellum al Porcarellum, ossia a una norma attraverso la quale è la politica e non il mercato a garantire la continuità operativa dell'impresa e il suo diretto ad operare nel mercato. Un atto di una gravità inaudita, che altera tutte le logiche della libera competizione e configura un indebito aiuto di stato a un'azienda che è difficile possa coltivare prospettive di sviluppo in un mercato in cui neanche la Indesit è più in grado di competere, nonostante marchi, prodotti, tecnologie e dimensioni incomparibilmente più forti di quelli della JP Industries. Il solito gioco delle parti che Spacca sa interpretare magnificamente, specie quando sente avvicinarsi gli appuntamenti elettorali che lo chiamano direttamente in causa. Ma sicuramente fabrianesi, lavoratori e sindacati saranno in prima fila e ben felici di reggergli il moccolo e di applaudire l'ennesima ingerenza d'una politica colonizzatrice nell'economia d'impresa.
    

16 gennaio 2014

Perche Fabriano deve morire


Un fabrianese su quattro non lavora; Asur e Comune sono le due aziende cittadine con il maggior numero di occupati; l'artigianato soffre, arranca e paga a caro prezzo una storica debolezza, effetto di una grande industria che ha fagocitato la piccola e piccolissima impresa; il commercio è dilaniato da uno stillicidio di chiusure che impoverisce lo scenario ed espelle manodopera con livelli minimi di sostegno alla disoccupazione; migliaia di persone tirano avanti con stipendi pubblici e sussidi di lungo corso ma non infiniti, che possono garantire uno stock minimo di potere di acquisto ma sono ben lungi dal dare impulso a una nuova stagione di crescita e di benessere. La vecchia Fabriano, rinomata e liscia come una porcellana di Capodimonte, è diventata, in un lasso di tempo fulmineo e fulminante, un vaso butterato dalle riparazioni e dalle toppe che, via via, ne hanno ridotto ai minimi termini il prestigio, il valore e l'attrattività. Di fronte a questo rantolo materiale e morale sempre più profondo, che non ha modificato di una sola virgola l'agire pacioso e il pensare pigro di una intera comunità - ormai unanime e postulante nella rincorsa agli ammortizzatori sociali -, viene da chiedersi forse definitivamente: ma ha senso continuare a spolverare un vaso che fu prestigioso ed è ridotto a simulacro? E' lungimirante ostinarsi a impastare argille e ripassare vernici su una terracotta invecchiata ed esausta? Fuor di metafora: non è forse giunto il momento di fare il tifo per un crollo definitivo dei fragili equilibri che ancora sorreggono la stanca finzione di una fabrianesità capace di ritrovare il filo che conduce fuori dal labirinto? La sensazione di questi ultimi mesi è che sia in atto un ritorno alle antiche routine e anche la diaspora della borghesia fabrianese, alimentata dalla fine del merlonismo, sembra si stia ricomponendo - come se nulla fosse accaduto - attorno a vecchie socialità, nuove camarille e immutabili desideri di far bottino con quel che resta di una ricchezza rinsecchita ma non del tutto consumata. Abbiamo creduto che la crisi Ardo avrebbe rivoltato il comune sentire e ci siamo ritrovati migliaia di lavoratori che invocano ammortizzatori sociali invece che lavoro; abbiamo confidato nelle aristocrazie operaie della Indesit ed è stato votato, con percentuali bulgare, un accordo ritenuto per sei mesi tondi un misfatto indigeribile; abbiamo riempito sale e oratori di persone infiammate per via della pressione fiscale e a non pagare per intero la Tares sono state meno persone di quelle che inneggiavano alla rivolta. La crisi di Fabriano, purtroppo, non è soltanto economica e occupazionale. E' anche la crisi di una mentalità totalmente inadeguata alle sfide e ai rischi che si addensano tra queste colline. Riformare le strutture è sempre possibile ma senza una rivoluzione mentale e culturale le trasformazioni materiali restano superficiali e incomplete. E Fabriano non esprime intenzioni di cambiamento nè catalizzatori in grado di suscitarlo e coagularlo. C'è una possibilità finale, una sola, che questa comunità possa sopravvivere, con uno scatto di reni, al cataclisma del monoprodotto: segare il ramo su cui è ancora comodamente seduta. Per attivare il trauma, che è necessario a scuotere questa natura morta, serve il combinato disposto di quattro crisi convergenti: la vendita della Indesit che spazzerà via le illusioni di un accordo suicida, il default del Comune, la fine degli ammortizzatori sociali e il big bang dei risparmi familiari. La storia recente ha, infatti, dimostrato che un trauma alla volta non modifica i quadri mentali del fabrianese e che neppure una sequenza "a vagone" di crisi e di criticità ne allenta gli approcci e i punti di vista più retrivi e consolidati. C'è un momento nella storia delle comunità in cui ostinarsi a riparare, ad aggiustare e a fare piccole manutenzioni è una forma di complicità con l'esistente, perchè un sistema non può sopravvivere a lungo negando la realtà e sublimandola con tanti piccoli ritocchi quotidiani. Quando si supera questa linea di razionalità delle cose è giusto che il vaso si rompa e venga sostituito da uno nuovo di zecca. Invece a Fabriano sussiste l'illusione di poter salvare il salvabile e di poter ripartire dal quel che c'è fingendo che sia qualcosa di buono e di promettente. Quando il sistema è marcio l'imperativo deve essere quello di seppellirlo e di eliminare la puzza. E questo pare davvero l'unico riformismo d'entroterra possibile, dettato da un sano pessimismo dell'intelligenza che spinge sempre più lontano dalla vecchia e decrepita fabrianesità.
    

15 gennaio 2014

E qui comando io e questa è casa mia!

 
A Fabriano, quando uno si ritrova di continuo in difficoltà e in condizione di disagio, si dice che se le cerca come le serpi vecchie. In termini assolutamente più eleganti e freudiani si è invece più propensi a parlare di “coazione a ripetere”, ossia di comportamenti che diventano routine, pur nella consapevolezza che la loro replica determina problemi e alimenta negatività. Ho pensato a quanto il comportamento dei singoli influenzi anche le dinamiche politiche e sociali ieri sera, leggendo la replica, condensata in un sorso come fosse un estratto di taurina, della Dirigente dei Servizi Finanziari del Comune di Fabriano alla richiesta dei consiglieri del Polo 3.0 di esprimersi sulla nota vicenda del pagamento spacchettato della Tares. Solari e Peverini, facendosi portavoce di un'esigenza informativa della cittadinanza, si erano infatti avventurati a chiedere al dirigente di chiarire se verranno applicate sanzioni a chi non ha provveduto al pagamento in un’unica tranche dell'iniquo e scandaloso tributo. La risposta, che potete sbirciare anche su questa pagina, è la replica di chi se le cerca come le serpi vecchie: “In riferimento all’oggetto si comunica che l’Ufficio tributi del Comune di Fabriano, si attiene nello svolgimento delle proprie attività, alle disposizioni normative e regolamentari vigenti in materia”. Senza dichiararlo apertamente viene quindi confermata l'applicazione delle sanzioni, ma il modo fu quel che ci vinse. Si tratta, infatti, di due righe in croce che un amico ha ironicamente definite laconiche ma che sarebbe più adeguato etichettare come risposta stitica, quasi beffarda nel suo implicito marameo. Già, perché affermare che un ufficio comunale agisce in base alla norma e ai regolamenti è constatazione degna di un Jacques de Chabannes de La Palice. Ovvero quasi a pijà per culo come si tradurrebbe in vernacolo fabrianese. E la Dottoressa I.R., che sa bene di essere nell’occhio del ciclone, avrebbe dovuto e potuto cogliere l’occasione per stemperare il clima, predisponendo una replica dettagliata, esaustiva e rispettosa delle prerogative dei consiglieri comunali, ovvero della legittima e insindacabile rappresentanza del popolo sovrano. Invece la Dirigente, per il tramite dei consiglieri del Polo 3.0, ha preferito schiaffeggiare di riflesso la città e fare come Gigliola Cinquetti quando cantava “e qui comando io, e questa è casa mia, ogni dì voglio sapere, ogni dì voglio sapere”. Non è da escludere che la replica rientri in una strategia mediatica, attraverso la quale la Dott.ssa I.R. intende imporsi sulla scena come vero e unico epicentro del potere pubblico locale. A costo di rischiare gli effetti perniciosi e fuorvianti di uno splendido isolamento. Ma oltre a questo le due righe di replica denotano anche una rottura profonda con Sagramola sulle modalità di pagamento della Tares, e non è un caso che stamattina il Sindaco abbia sentito il bisogno, puramente politico, di solidarizzare con Sorci in relazione al decreto penale ricevuto dall'ex Sindaco sul versamento dell'IVA comunale. Una solidarietà che, in filigrana, lascia trasparire un'evidente irritazione nei confronti dello strapotere dei dirigenti, un chiarissimo parlare a suocera affinché nuora intenda e rientri nei ranghi. La Dott.ssa I.R., ovviamente, è libera di combattere la sua battaglia personale, fino a farsi capro espiatorio di una situazione di crisi politica che dipende dalla politica e non certo dalla spigolosità dei dirigenti. E se l'oggetto del contendere è chi debba impugnare uno scettro decisionale tutto interno alle dinamiche del Municipio, allora si eviti che ceneri e lapilli colpiscano la città: un fabrianese su quattro è senza lavoro e sarebbe ora che si gode l'inamovibilità  dell'incarico comprenda che questa comunità ha davvero altro a cui pensare.
    

14 gennaio 2014

La condanna di Sorci: annessi, connessi e conseguenze

 
Per tutto il pomeriggio di ieri i mezzi di informazione e i social media hanno rimbalzato la notizia della condanna, per evasione fiscale del Comune di Fabriano, dell'ex Sindaco Roberto Sorci, ritenuto responsabile del reato in quanto legale rappresentante del Comune stesso. La condanna a quattro mesi di reclusione è stata commutata in una multa di circa 34 mila euro. L'ex Sindaco di Fabriano ha dichiarato che impugnerà la sentenza e nel frattempo ha alzato il tiro sulla vicenda inviando una lettera al Presidente Nazionale dell'Anci Fassino e al Ministro dell'Interno Alfano per chiedere loro di riflettere e magari decidere sull'anomalia, tutta italiana, per cui è il Sindaco a rispondere civilmente e penalmente di errori ed omissioni in atti gestionali, quando essi dovrebbero chiamare in causa la responsabilità del dirigente preposto cui la legge, di fatto, attribuisce competenze pressochè esclusive su alcune materie. Conoscendolo immagino che l'ex Sindaco fornirà documentazione sufficiente per chiarire ogni aspetto della vicenda. Certo è che il caso Sorci pone un problema di carattere generale che va al di là dell'aspetto meramente penale, perchè evidenzia l'ormai allarmante rottura di un equilibrio tra i poteri di governance degli enti locali e chiama in causa la relazione, profondamente perversa e totalmente sbilanciata, che intercorre tra la politica e la tecnostruttura pubblica. Di fatto, seppure su piccola scala, la posta in gioco non è tanto l'innocenza o meno di Sorci ma la libertà e l'autonomia della politica, intesa come confronto dialettico di idee e progetti di governo della collettività che si alimentano attraverso il gioco democratico dei rapporti di forza e per il tramite di un sistema di regole delineato come perimetro di gioco comune e condiviso. La politica come arte del possibile è solo e soltanto questo e le sue sintesi decisionali dovrebbero trovare concreta declinazione attraverso l'azione di un apparato che ne garantisca l'applicazione e i procedimenti attuativi. Ma da diverso tempo ciò che dovrebbe funzionare con la routine di un equilibrio virtuoso, fondato sul primato della politica rispetto alla tecnocrazia, si è rovesciato nel suo contrario, in una politica costretta a rinunciare alla sua funzione più creativa per guardarsi continuamente le spalle, fino a diventare, come ha detto giustamente Sorci, una pratica più consona a un studio di commercialista che non al fuoco delle assemblee elettive. In questo quadro di sovvertimento di tutti i canoni tradizionali del buonsenso politico e democratico, i dirigenti dell'apparato si trovano nella condizione privilegiata di poter esprimere, supportati anche dalla norma e dalla giurisprudenza, un esteso e profondo potere di veto e di decisione autonoma rispetto alla politica. Fino alla perversione, davvero sintomatica della border line che si sta sfiorando, di errori gestionali della tecnostruttura direttamente imputati alla responsabilità civile e penale della rappresentanza politica. Che è un po' come se l'amministratore delegato di un'azienda, invece di dedicarsi alle grandi strategie di mercato, fosse costretto a ridurre le sue prerogative a una continua analisi e vidimazione di bonifici e fatture. Ma purtroppo ciò che risulta demenziale al buonsenso dell'impresa privata, appare del tutto naturale e tollerabile quando i ragionamenti si spostano all'interno di un carrozzone pubblico sempre più tentacolare e kafkiano. Ma se è vero, come è vero, che l'errore ricade comunque sulla politica, anche quando la politica dovebbe essere materialmente estranea o addirittura vittima dei fatti, si pone anche un altro problema e cioè che un sistema così concepito consente, a un apparato di funzionari e burocrati a tempo indeterminato, di tenere sistematicamente sotto scacco la politica attraverso il ricatto potenziale dell'errore. Se di un mancato versamento di una quota d'IVA paga, infatti, pegno il Sindaco è chiaro che l'errore diventa una spada di Damocle che il dirigente o il funzionario possono utilizzare per ridurre a miti consigli e a buoni propositi una politica scalpitante o comunque gelosa della propria autonomia. Ecco quindi che il caso Sorci consente di cogliere, in solido, alcuni dei sottili meccanismi di indirizzo e di diktat che l'apparato ha imposto alla politica e alla Giunta Sagramola in occasione della vicenda Tares. Il punto, quindi, non è quello di schierarsi a favore o contro Sorci, ma cogliere in questa vicenda un caso emblematico di conflitto tra la libertà dell'agire politico e il potere abnorme di cui dispone una casta di burocrati che fa e disfa prendendosi gli onori e scaricando sulla bistrattata politica tutto il fango delle responsabilità. Il problema è radicale e profondo e la risoluzione si configura davvero come un bivio decisionale: o il Parlamento chiarisce e legifera in materia, delineando una riforma all'americana in cui i dirigenti vengono nominati da chi governa con contratti di mandato, o davvero le campagne elettoriali, le elezioni e i ballottaggi da momenti di scelte delle alternativedi governo si trasformeranno in procedimenti formali e senza prospettiva. Perchè chiunque vinca sarà costretto a inchinarsi al primato della burocrazia da una legislazione borbonica che tutela lo scaricabarile e punisce le risultanze elettive.