5 febbraio 2014

Sul market sociale...repetita iuvant!



Fabriano Social Market 
E’ di oggi la notizia che la San Vincenzo de Paoli ha provveduto a trasferire al market sociale gli ultimi prodotti alimentari contenuti nella sua sede. Di fatto si va, quindi, in direzione di un triumvirato gestionale, che vede convergere - in un disegno comune - la Caritas, la cooperativa Il Tulipano e la San Vincenzo de Paoli. Da quel che scrive il Corriere Adriatico dovrebbero essere circa 500 i nuclei familiari disagiati che usufruiranno dei beni di prima necessità messi a disposizione dal market sociale. Nessuno contesta la legittimità del servizio erogato – anche se questo blog ne ha sottolineato per tempo e senza remore l’impronta pietista e la natura compassionevole -  e tanto meno l’intenzione di unire soggetti diversi che possono cooperare in forma reticolare per il conseguimento di un obiettivo di utilità sociale. Ma in questo contesto non è possibile ignorare alcune questioni di metodo che riguardano il ruolo del Comune, che per finanziare il progetto del Market sociale, ha vinto un bando del Ministero dell’Interno per un ammontare di 82 mila euro, di cui 46 mila di cofinanziamento a carico dell’ente municipale. In questo senso ripropongo, senza modificare una sola virgola, le 13 domande relative al ruolo del Comune nel market sociale che pubblicai il 28 dicembre 2013 e che rimangono tuttora prive di risposte da parte dell’assessore Saitta che, pare, presenterà una relazione esauriente e dettagliata in risposta all’interpellanza che su questo tema è stata presentata a fine anno dal gruppo consiliare del Nuovo Centro Destra. In attesa che l’oracolo saittiano si pronunci ecco le tredici domande la cui reiterazione nasce dal profondo convincimento che in certi casi repetita iuvant.

  • Quali sono i criteri di certificazione dello stato di indigenza e quale atto amministrativo è stato predisposto per attivare la relativa procedura di valutazione?
  • Chi è il locatore dello spazio adibito a market sociale e chi l'affittuario del medesimo?
  • Che tipo di contratto di locazione è stato sottoscritto e per quale importo annuo?
  • I soci lavoratori della cooperativa coinvolta e le figure messe a disposizione dalle associazioni di volontariato sono tutti prestatori d'opera volontari? Oppure hanno diritto a qualche rimborso spese ed eventualmente di quale natura?
  • La cooperativa coinvolta eroga i suoi servizi a titolo gratuito o in forma remunerata?
  • Quale società ha messo a disposizione il software di gestione dei carichi e degli scarichi della merce e di conteggio dei punti residui contenuti nella card di accesso al market sociale? 
  • La licenza d'uso del software è stata venduta, affittata dietro compenso o ceduta in comodato d'uso gratuito? 
  • Tra quali soggetti è stato stipulato il contratto per il software? E nel caso quale costo è stato sostenuto per la sua acquisizione?
  • Chi si fa carico dei costi relativi al trasporto dei generi alimentari in scadenza donati gratuitamente da alcuni supermercati commerciali?
  • A nome di sono stati stipulati i contratti di allaccio delle principali utenze (acqua, luce, gas)?
  • Chi provvede al loro pagamento?
  • Quali voci di costo della struttura e dell'operatività del market sociale sono stati messi a budget nel progetto presentato al Ministero degli Interni e da quest'ultimo finanziato?
  • Come è stata gestita la questione del cofinanziamento di 46 mila euro previsto dal progetto e fondamentale per ottenere un elevato punteggio finale?

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4 febbraio 2014

Il valzer di Tini e il sale a Cartagine



Immagine di F.Moscè
Se proviamo a oltrepassare i confini naturali di Vetralla ci rendiamo immediatamente conto che il buon Casini, annunciando il ritorno nel centro destra, ha compiuto una scelta così legata alla sopravvivenza da meritare, sui quotidiani nazionali, poco più di un trafiletto di riempitura e a paginazione assai avanzata. A Fabriano invece – che nonostante le sfighe industriali è tuttora città anomala e ossidata da abitudini che non tramontano – l’ennesimo riposizionamento dell’UDC fa gola e fa notizia perché il partito del Pierfurby raccoglie ancora un voto su dieci e rappresenta, in termini dimensionali, un’anomalia di cui non andare troppo fieri al cospetto di un Paese in cui Casini è oramai ridotto a valori da calcolo stechiometrico. Ovviamente l'originalità di questa democristianeria autoctona non volge a merito del partito e dei suoi eterni dirigenti – riconducibili a un residuato bellico degno di un destino museale – ma a sicuro demerito di quei troppi concittadini che votano ancora lo scudo crociato: per antica riconoscenza, per rimettere qualche debito familiare e parentale non ancora interamente saldato, oppure soltanto perché coltivano una forte nostalgia di Aristide Merloni e degli anni del boom. Un atteggiamento che ha consentito al partito di Gigi l'Amoroso di eleggere quattro consiglieri comunali e di esprimere due assessori. In pratica di tenere in cassaforte la golden share di questa amministrazione che, appunto, si regge su un patto di ferro tra l’Udc e la tecnostruttura comunale. La mossa romana di Casini atterra quindi, nel fabrianese, come uno scompaginamento inatteso, una beffa che costringerà i viventiani a riposizionarsi, costringendo per l’ennesima volta Angelino da San Donato a smentire le sue scelte e a censurare il sè stesso più recente, fino al rischio concreto di lasciare la grisaglia governativa per un’ennesima stagione di puntigliose glosse e di nuove pulci ai bilanci altrui. E’difficile, infatti, rintracciare una ragione valida e plausibile - che non sia quindi la solita pugnetta sugli elettori che hanno premiato col voto il modello Marche - per giustificare una permanenza in Giunta che vada oltre le poche settimane. Ma è sicuro che una quadra cercheranno di trovarla, perchè per i democristiani alla fine tutto si aggiusta: un gruppo misto, una nuova sigla o qualche altra magia che consenta di tenere comodamente il piede in due scarpe. Di fatto si profila un problema politico che non riguarda soltanto il destino di Sagramola, che ormai ha l’energia di una balena spiaggiata da settimane, ma coinvolge politicamente anche l’opposizione e specialmente la sua componente di centrodestra. E ha perfettamente ragione Il Foglio di oggi a scrivere che, vista l’abbondanza di figliol prodighi, si profilano tempi duri per i vitelli grassi. Il punto politico è esattamente come il centrodestra fabrianese si appresta ad accogliere il ritorno dell’Udc: se lo farà sacrificando i bovini migliori, per un lauto pasto a futura memoria di una famiglia politica ricomposta, o se, invece, saprà resistere alla tentazione del perdono, che in politica distrugge credibilità e motivazioni quanto una promessa di matrimonio fatta saltare all’ultimo istante. Se il centrodestra decidesse di accogliere Tini & Company, come se nulla fosse accaduto in questi mesi, si tratterebbe di un suicidio politico ed elettorale in grande stile che spalancherebbe le porte a un trionfo a mani basse del Movimento 5 Stelle. L’area berlusconiana è stata in prima e solitaria fila nella battaglia politica sull'incompatibilità di Tini e tra le più accese nel denunciare il ruolo strategico del Vicesindaco nella gestione del caso Tares, nella costruzione di una politica di rigore contabile, indifferente alle sofferenze della città, e nella blindatura di un asse anomalo e antipolitico con Immacolata Riscossione. Il caso Udc a Fabriano, quindi, è molto diverso che altrove e se Sagramola traballa anche il centrodestra deve tirare qualche riga politica e identitaria, perché una qualsiasi ipotesi di coalizione alternativa che contempli la presenza di Tini e dell’Udc sarebbe destinata a mettere in libera uscita una caterva di voti. Forse è tempo di fare come a Cartagine: gettare sale, tanto sale sull’Udc affinché non risorga più dalle sue storiche macerie e dalle sue gravissime responsabilità.
    

Se le liane di Tarzan le taglia Crocetti

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Il Pd di Fabriano ha nominato il suo organo ristretto di direzione, quella che un tempo veniva denominata segreteria politica. I prescelti sono l'espressione di un nuovismo renziano incanalato da qualche robusta dose di prudenza dorotea: anagrafe leggera, anonimato politico e linguaggio inevitabilmente impastoiato in stilemi d'antan. La segreteria Crocetti, nei circa tre mesi che ci separano dall'elezione del giovane segretario, non ha di certo brillato per decisionismo, innovazione tematica e capacità comunicativa. E questo impaccio iniziale ha contribuito a consumare, senza esiti visibili e palpabili, quella luna di miele trimestrale che solitamente accompagna i vagiti delle nuove cariche politiche ed elettive. Non si ricorda una sola posizione espressa dal Pd locale, da novembre ad oggi, che abbia lasciato un segno tangibile o sia riuscita ad alimentare un esile scampolo di memoria, a parte una passeggiata, non propriamente epocale, sotto la copertura del Giano, con tanto di fotografia fru fru in stivaloni e caschetto. Le poche e impacciate dichiarazioni pubbliche del segretario sono state di sostanziale e ripetuta copertura delle scelte e degli atti della Giunta Sagramola, al punto che in molti si sono chiesti se il giovane Crocetti non ambisse a ricoprire quel ruolo di portavoce del Sindaco che il Gianca non riuscì a concretizzare col celebre bando affisso nei primi mesi del suo mandato amministrativo. Ovviamente è comprensibile, legittimo e naturale che un segretario di partito faccia quadrato attorno a un Sindaco che appartiene alla stessa compagine politica, ma il problema è che Crocetti, nello scontro congressuale, si è imposto su Graziella Monacelli anche grazie a un messaggio di profondo cambiamento e non certo su una linea di totale e appiattita continuità con il sistema tradizionale della sinistra di governo. Questo atteggiamento - baldanzoso a voce ma rinunciatario e timidissimo nei fatti - ha impedito a Crocetti di cogliere gli elementi di profonda novità politica che hanno spinto i cittadini a mobilitarsi contro la Tares e a comprendere come il rapporto con le forze di opposizione non possa essere interpretato in forma demonizzante ma rapidamente ricondotto nell'alveo di una dialettica dura ma necessaria alla salute del sistema politico locale. Così come è mancata almeno fino ad ora, nel nuovo gruppo dirigente del Pd, la consapevolezza di quanto sia urgente un intervento di rianimazione su un gruppo consiliare ormai ridotto a letargo coatto e in quanto tale incapace di incarnare decentemente l'idea stessa della rappresentanza politica. Ed è per questo insieme di ragioni che le dichiarazioni di stamattina, con le quali Crocetti ha accompagnato e commentato la nomina della sua segreteria politica, rappresentano una mozione di sfiducia nei confronti del Sindaco Sagramola. Quando si afferma che è ora di fare e che è tempo di non parlare più, vuol dire che fino ad ora non si è fatto molto e si è parlato assai. Di fatto Crocetti ha portato la segreteria politica del Pd all'opposizione di questa Giunta. Se vivessimo in una stagione politica normale le nuove posizioni del segretario del primo partito cittadino avrebbero immediatamente inaugurato una mezza crisi di Giunta, ma visto che normali non siamo è probabile che gli effetti saranno morbidi e gattopardeschi. Notoriamente, infatti, il Sindaco decide informando il Pd e i suoi organismi dirigenti a cose fatte e apparecchiate e altrettanto notoriamente la nuova segreteria del partito non esprime nessun potere di indirizzo sul gruppo consiliare, specie da quando è diventato capogruppo il buon Giordani che, almeno ufficialmente, non è riconducibile al giro dei renziani. Resta il fatto che questa presa di distanza rappresenta il primo vero atto politico della segreteria Crocetti; un indirizzo che va a sommarsi ai mille casi che fanno scricchiolare paurosamente il già precario edificio della Giunta Tini - De Simone. Voci di corridoio, non a caso, parlano sempre più insistentemente di un rimpasto di Giunta e di assessori imbufaliti per lo splendido isolamento in cui si è chiuso Giancarlone e forse l'uscita di Crocetti è un tentativo di mettere la firma sulla nomina di qualche assessore in entrata. Purtroppo, come spesso accade, la richiesta di un cambio di passo, formulata dalla nuova segreteria, è general generica e non si intravede neanche l'ombra di un tema forte o di una posizione qualificante. Ma stavolta, nonostante continui a saltare da una liana all'altra come un Tarzan d'entroterra, Giancarlone davvero traballa coi lupi e senza neanche il conforto di un carisma belloccio alla Kevin Costner. Uccelli per diabetici a Palazzo Chiavelli.
    

3 febbraio 2014

E il Gianca cadde come una Signora Longari in tricolore



Mike Bongiorno e la signora Longari 


Forse a qualcuno sono sembrate di poco conto le dichiarazioni, da vero kamikaze giapponese, rilasciate ieri dal Sindaco, sul caso delle assunzioni in Comune. Il Gianca, sempre più indomabile e cossighiano nel suo bisogno permanente di esternazione, è intervenuto per stigmatizzare il dissenso fresco di stampa manifestato dall’assessore Galli che, in Giunta, ha votato contro la procedura di sostituzione adottata dai Gianca Boys per rimpiazzare il responsabile dell’ufficio gare e contratti in mobilità volontaria presso il Comune di Falconara. Giancarlone, nella ardimentosa fregola di sgravarsi da ogni responsabilità, ha fatto un po' come la Signora Longari ai tempi di Rischiatutto ma è caduto sull'assunzione invece che sull'uccello. L'inevitabile vocazione di gaffeur lo ha, infatti, spinto ad inciampare su due concetti rivelatori di inadeguatezza al ruolo oltre che sintomatici di una cultura politica tutta incentrata sulle virtù del debito pubblico: innanzitutto il Gianca ha ritenuto necessario precisare che il Comune dispone di almeno venti figure interne, professionalmente capaci di sostituire il dipendente in mobilità e non quaranta come dice il Gallo Peppino; e poi che era anche sua intenzione giocare l’asso della sostituzione interna, senza ricorrere a nuove assunzioni, ma poi ha fatto marcia indietro dopo aver parlato con i dirigenti che – come i bravi di Don Rodrigo con l'inerme Don Abbondio - hanno imposto il loro volere: “questa sostituzione non s’ha da fare né domani né mai”. E sapete il motivo? Perché una scelta del genere – e nessun rida per favore - avrebbe prodotto un effetto domino in altre funzioni comunali, a loro volta a rischio di improvvisa scopertura! La cosa fantastica è che con poche ma sintomatiche parole, il Sindaco è riuscito a dare meritata e ufficiale conferma a ciò che questo blog scrive ininterrottamente da mesi e cioè che siamo governati da una Giunta le cui palle sono tenute in mano -  e sovente anche strizzate – dai dirigenti comunali e dalla tecnostruttura; una elite che esercita poteri esorbitanti non solo di profilo tecnico ma anche di natura politica non autorizzati da meccanismi di legittimazione elettorale. Inoltre le dichiarazioni del Signor Longari in Tricolore evidenziano anche altri due problemi. Il primo è che abbiamo un primo cittadino che non può opporsi al volere dei dirigenti comunali perchè a fine del mandato tornerà a dipendere professionalmente proprio da loro, con effetti di possibile e plausibile rappresaglia nel caso in cui il Sindaco osasse alzare troppo la voce o decidere senza tenere in debita considerazione il loro parere sempre più vincolante. E sarebbe etico e funzionale se le forze politiche prendessero un impegno solenne a non candidare più a Sindaco – o anche ad assessore – dipendenti pubblici che svolgono la loro funzione professionale nei comuni e negli enti pubblici del territorio in cui dovrebbero candidarsi ed essere eletti. Il secondo problema, invece, riguarda la consapevolezza di scenario. Le dichiarazioni del Sindaco confermano che un dipendente pubblico non può fare il sindaco perchè oggettivamente vive in una bolla di sapone che lo spinge ad ignorare i problemi dell’economia reale e quindi, nel nostro caso, l’abc strutturale della crisi del territorio. Un primo cittadino che proviene da un'azienda privata non concepirebbe mai fatto che con venti persone che possono garantire una efficace sostituzione del dipendente in mobilità, invece di festeggiare si ricorra a un’altra assunzione. Semplicemente perché l’economia privata funziona in base ai numeri, agli utili, alle previsioni e al buonsenso, mentre la gestione della cosa pubblica avviene per scialacqui disinvolti, visto che coi soldi di tutti ci si può pulire allegramente il culo senza che nessuno si presenti a chiederne conto. E questi signori sono quelli che si permettono di fare la morale fiscale e di affermare, con la doppiezza di un cardinale del Cinquecento, che le tasse vanno pagate senza fare storie perché servono a finanziare i servizi alla persona e alla collettività. E solo a pensarci ci viene da ridere per non piangere. Ahai Ahai Ahai Signora Longari!

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Sei di Fabriano se....

 
E' successo tutto in poche ore. Nella vulcanica mente di Don Andrea Simone, giovane parroco di Melano, matura un'idea giocosa: aprire su Facebook una pagina dedicata alla sua città di origine - Putignano - invitando i concittadini a descriverla attraverso un semplice e suggestivo richiamo di ricordi e di aneddoti personali. Il successo è immediato e a Don Andrea viene in mente di replicare l'operazione su Fabriano, per sciogliere con un sorriso le molte tensioni che attraversano la nostra città e rimbalzano quotidianamente anche nei social network. La pagina si intitola "Sei di Fabriano se..." e, in poche ore, viene letteralmente invasa di concittadini entusiasti che chiedono l'iscrizione e partecipano al gioco, postando centinaia e centinaia di ricordi, ripresi e rilanciati da altri concittadini attraverso una condivisione che si diffonde e si amplia in forma magmatica, anarchica e virale. Il gruppo spumeggia di una trasversalità generazionale, sociale e di genere che si ricompone spontaneamente in una trama unitaria, in un disegno in cui l'elemento unificante è costituito dalla memoria di una fabrianesità vissuta con una nota di allegra e sorridente nostalgia. Un'esperienza che si fa rapidamente deposito traboccante di spunti, aneddoti, persone, memorie e rimandi che fanno di questo spazio virtuale il luogo d'innesco - del tutto inatteso e imprevisto - di un desiderio di socialità che, fino ad ora, non aveva trovato nè formule nè veicoli mobilitanti ed efficaci. E' come se un pezzo di città si fosse di colpo risvegliata e spogliata di antiche remore, di quel richiamo primordiale a rinserrarsi in cerchie ristrette e controllate, di quella vocazione arcaica che la spingeva a coltivare una verticalità di relazioni che, lentamente, ha trasformato Fabriano in uno spazio chiuso e popolato da una comunità selvatica e scontrosa. In poche ore l'idea semplice e originale di Don Andrea Simone è diventata un brand, il marchio di una socialità possibile e in cerca di nuove sponde. E la forza di questo marchio non risiede solo in un bagno di momentanea nostalgia o in uno sguardo all'indietro velato di ricordi, ma in un vero e proprio ritorno al futuro: riappropriarsi di questa città che sta perdendo l'anima, che soffre, che si sente, si vede e si riconosce povera ma forse ancora bella. Ed è per questo che a Don Andrea spetta un compito immediato e quasi  pastorale: essere il garante del marchio, il cerimoniere partecipe ma neutrale - in quanto concittadino d'adozione e vocazione - di un esperimento che potrebbe e dovrebbe anche uscire dalla pura e semplice dimensione virtuale. Essere garante significa evitare che qualcuno provi a metterci il cappello, a privatizzare un ribollire d'emozioni che è e deve restare patrimonio di tutti i fabrianesi. Ha raccontato uno studioso americano che, nelle notti d'estate, quando si accende una lucciola dopo qualche istante la quantità di lucciole che si accendono aumenta e poi aumenta ancora come guidate da un richiamo di natura, fin quando cominciano ad accendersi e spegnersi all'unisono, come fossero interpreti di una danza coordinata e istintiva. Su questa pagina si sono improvvisamente accesi tanti piccoli frammenti di memoria cittadina e sarebbe davvero un peccato spegnerli di colpo e tutti insieme, replicando ancora la cronica incapacità dei fabrianesi di fare squadra e di pensare all'unisono. Per una volta sarebbe bello che fossimo capaci di tirare senza sentirci obbligati a cogliere a e domandarci con disdegno chi ci guadagna e chi ci perde.
    

2 febbraio 2014

La crisi del commercio fabrianese e i monopoli immobiliari

La crisi del commercio è uno dei segnali più emblematici del crollo che aleggia su Fabriano, perchè un negozio che chiude è un'insegna che si spegne e un pezzo di socialità e di consumo che si estingue. Inoltre c'è da dire che la crisi della distribuzione è anche sintomatica di fattori macroeconomici, perchè attraverso di essa è possibile rilevare e quantificare la caduta del caduta del potere d'acquisto e dell'indice di fiducia delle famiglie. Quella a cui assistiamo a Fabriano è, quindi, una vera e propria morìa di esercizi commerciali che, inevitabilmente, produrrà disoccupazione aggiuntiva e senza ammortizzatori sociali, stimolerà la formazione di nuovi monopoli e una sproporzione tra domanda e offerta che spingerà in alto i prezzi come se si sguazzasse nell'oro invece che nella merda. Si tratta di un fenomeno che trova le punte più radicali nel centro storico dove la chiusura dei negozi si moltiplica e assume la forma di un contagio quasi quotidiano. La crisi del commercio è tutta sul lato delle entrate, una caduta progressiva degli incassi che rende insostenibili costi fissi di struttura che è necessario sostenere per poter garantire la continuità operativa. Tra i costi più pesanti e incisivi c'è sicuramente l'affitto dei locali che i commercianti devono pagare per poter operare in centro storico. Su questo elemento influiscono diversi fattori a partire da un sistema non regolato di accumulazione patrimoniale che ha prodotto pochi monopoli immobiliari che, non essendo soggetti al benefico e fondamentale meccanismo della concorrenza, hanno surriscaldato i valori d'affitto a prescindere da qualsiasi relazione sensata e sostenibile con la realtà dell'economia della città e del territorio. Ed è per questo che ciò che sembrava ingiusto ma sostenibile negli anni della polpa corposa e nutriente, diventa una corda al collo che si stringe e soffoca in un momento in cui si cerca di sopravvivere raschiando direttamente l'osso. Ovviamente, al di là del giudizio socialmente ed economicamente negativo sulla formazione di certi monopoli immobiliari, nessun sistema di governance amministrativa, tanto meno quello locale, può imporre formule di gestione e valori calmierati degli affitti, perchè si tratta di ambiti che rientrano nel quadro inviolabile della proprietà privata, ma è quasi lapalissiano affermare che talune formule di egoismo proprietario fungono da catalizzatori e da acceleratori della crisi del commercio locale. In realtà la gestione degli affitti in centro storico esprime non solo una concezione brutalmente metalmezzadra dell'egoismo - per cui ci sono proprietari così irrazionalmente antieconomici da preferire di non affittare piuttosto che portare i valori a livelli di mercato compatibili con lo scenario economico locale -, ma anche una visione nostalgica del passato, che impedisce di fare i conti con una crisi della città che non è  passeggera e transitoria ma definitiva e strutturale. Un monopolista immobiliare, capace di esprimere un minimo di lungimiranza, dovrebbe comprendere che un centro storico spogliato di attività commerciali non mette solo in crisi un tessuto sociale, ma determina, in parallelo, anche un crollo della patrimonializzazione degli immobili di cui vanta la proprietà  Invece, in questa città di ex gradassi, si persevera nel rifiuto di quella che è una vera linea di salvezza quando la liquidità scarseggia: pochi soldi ma maledetti e subito, perchè guadagnare di meno è sempre meglio che non guadagnare per niente. Ma purtroppo questa città, oltre alle lavatrici, è stata anche levatrice di un esercito di teste di legno - per non dire di peggio - convinti di essere i più intelligenti del mazzo solo perchè erano stati capaci di cumulare vani invece che scampoli di intelligenza. Oggi chi ama questa città non può che soffrire di fronte a un centro storico che è stato teatro della nostra socialità ed è ridotto a scheletro. Un degrado che non deriva solo dal destino ma anche dall'ottusità e dal "braccio corto" di certi proprietari. E alla fine viene pure da provare un certo piacere di fronte alle chiusure di chi è convinto che bisogna tutelare il valore teorico dei muri e dimentica che l'argilla non si mangia e la mortadella si compra tirando fuori dalle tasche gli euro e non certo mattoni con la filigrana.
    

1 febbraio 2014

E venne il Gallo che spense il Gianca che lanciò la Rossi....


 

Se qualcuno non avesse ancora capito perchè un pezzo importante di città si è ribellata alla Tares, dovrebbe dare uno sguardo a un recente provvedimento della Giunta con la quale il Gianca e i suoi Boys hanno deciso di sostituire un dipendente comunale - in mobilità volontaria al Municipio di Falconara - ricorrendo a un incarico esterno invece che a personale interno. E sbaglia assai chi immagina che decisioni di siffatta natura siano l'espressione asettica di valutazioni meramente tecniche, perchè alla base di un tale intendimento c'è una volontà kafkiana di prendere a schiaffi quel che resta della città produttiva, dimostrando che l'unico interesse di questa amministrazione di democristiani e comunisti è tutelare l'apparato pubblico e di garantirne la dimensione, affinchè esso non venga mai alterato - nella sua forma elefantiaca - da decisioni orientate al taglio della spesa corrente e alla valorizzazione dei servizi al cittadino. Di questa notizia, evidenziata sin da ieri dai consiglieri comunali del Nuovo Centro Destra, oggi riferisce soltanto il Resto del Carlino, e con tutte le delicatezze possibili, perchè in una città ridotta a macerie che si cumulano ininterrottamente è molto meglio svagarsi con l'occhio nero di Grignani o con le luminarie natalizie che fanno ancora l'altalena nelle vie del centro. Ma per una volta la scelta statalista e scelerata dei Gianca Boys non è passata all'unanimità, perchè l'assessore Galli ha votato contro la delibera di sostituzione del responsabile di gare e contratti approvata in Giunta. Da quel che si racconta sono volati stracci e pugnali perchè la Giunta Sagramola non tollera dissensi nella sua opera di distruzione economica e fiscale della città. Non dimentichiamo mai, tra le altre cose, che Sindaco e Vicesindaco sono dipendenti pubblici, ossia portatori di un conflitto di interessi rispetto alla funzione e al ruolo dell'apparato pubblico e di una resistenza naturalmente corporativa nei confronti di azioni di contenimento della spesa corrente e di taglio del personale. E' quindi evidente che la scelta dell'assessore alle attività produttive segna una netta linea di demarcazione politica nei confronti della Giunta e dell'UDC. E quando Cesare ha passato il Rubicone non è che si è messo a fare avanti e indietro tra le sponde. Quando si oltrepassa il guado si punta dritti a Roma. E Roma significa dimissioni perchè è impossibile fare il bene comune in una Giunta che ignora il concetto stesso di politica, barattato in nome di una gestione per la quale sarebbero più che sufficiente un Commissarrio Prefettizio e quattro impiegati volenterosi. Di fatto Galli è fuori, Paglialunga è dentro ma inseguito dagli effetti di una condanna, Sagramola per salvarsi si è votato la fiducia violando ogni regola di stile, Alianello ha una mozione di censura da cui si difende minacciando querele, Tini è vivo e vegeto ma incompatibile e salvato da norma ad personam e Saitta continua a non rispondere sullo strano caso del market sociale. Parliamoci chiaro, questa non è più una Giunta ma un Circo Barnum in cui mancano all'appello soltanto il cavallo bianco, la donna barbuta e Buffalo Bill con bisonte e carabina. E alla fine dei giochi la meglio del mazzo risulta essere la Patrizia Rossi, assessore invisibile e capace di sfuggire anche ai migliori ghostbusters ma che, quanto meno, ha evitato di far danni e di alimentare malumori. Anche perchè ha avuto la decenza esistenziale e filosofica di fare del silenzio una virtù quasi benedettina, una scelta di non governo che, tutto sommato, la rende assai più saggia e capace dei molti cicaloni di cui si è circondato il Gianca in questa fallimentare esperienza di governo cittadino.