A lanciare il sasso è stato un amico su Facebook, che ha postato un
commento nel quale afferma che non darà
più il proprio voto a chi ha già ricoperto una carica pubblica e si ricandida
per il medesimo ruolo. Si tratta di una posizione saggiamente pessimista,
che costituisce la reazione a quanto accaduto nella politica negli ultimi venti
anni, con particolare riferimento alla vicenda politica ed elettorale degli enti locali. Nei primi anni novanta – a
seguito di Tangentopoli e come effetto della fine delle grandi categorie di pensiero
novecentesche – più o meno tutti fummo sedotti dalla cosiddetta politica di prossimità, ossia dall’idea
che fosse possibile rimuovere le macerie ideologiche del secolo breve recuperando una
dimensione prevalentemente locale del fare politica. Fu in quel contesto di brutale semplificazione e rimozione che trovò la sua ragion d’essere
la trionfale “stagione dei Sindaci”
quando - complici una legge elettorale incentrata sulla dimensione plebiscitaria del candidato vincente e una riscoperta del localismo territoriale di derivazione leghista -
gli italiani si convinsero che la scelta del Sindaco fosse l’atto politico più
rilevante e più denso di ricadute per i cittadini e per le famiglie. Nel giro
di pochi anni si affermò e si diffuse una consuetudine
che, mano a mano, venne inglobata nei ragionamenti politici come dato di
natura, qualcosa di condiviso trasversalmente e a prescindere dagli schieramenti
e cioè che al primo mandato elettivo dovesse per forza seguire una scontata riconferma, perché è il secondo giro che consolida quanto
è stato seminato nel corso della prima esperienza di Sindaco. Questo modo di ragionare ha generato cariche e carriere politiche di lunghissimo corso che
hanno agito come un tappo, determinando un livello
minimo di turnover della classe dirigente e sovvertendo ogni previsione di efficacia e di efficienza del mandato. Quel che puntualmente si profila, infatti, è uno scenario talmente rituale nelle sue mille repliche
territoriali, e senza sostanziali diversità di approccio tra sindaci di
centrodestra e di centrosinistra, da configurare un vero e proprio modello di comportamento politico: il primo mandato si consuma
in parte nel tentativo, spesso vano, di apprendere
meccanismi amministrativi e schemi di funzionamento di una macchina
pubblica letteralmente kafkiana, e in parte in un immobilismo decisionale dovuto alla necessità di non prendere posizioni
divisive che possano intaccare la base dei consensi necessaria a garantirsi la rielezione. Una volta ottenuta la riconferma viene meno la cosiddetta “spinta motivazionale” e l’eletto traccheggia e giocherella in attesa di
concludere la missione amministrativa, senza lasciare segno del suo passaggio, perché
magari a fine corsa si profila un salto politico più prestigioso e remunerativo
che, di certo, non trarrebbe vantaggio da una base elettorale urticata e
imbufalita da precedenti decisioni o da azioni impopolari. Il sistema della scontata rielezione è, quindi, la migliore garanzia di enti locali governati male da una nomenklatura che ha un solo imperativo: durare. Abbiamo quindi bisogno come l’aria
di candidati che, come atto politico e programmatico, escludano la
propria ricandidatura. Un Sindaco che ha
un solo mandato a disposizione sa che ha poco tempo per lasciare il segno. E, come si dice, il perder tempo a chi più sa più spiace.
Un buon Sindaco che escluda dal proprio orizzonte una carica decennale sa che deve fare più cose possibile nei primi
cento giorni, ovvero quando un primo cittadino fresco di nomina ma convinto
di avere due giri a disposizione dedica il suo tempo ad eccitarsi pensandosi in
fascia tricolore; ma sa anche che non può perdersi tra le sabbie mobili dei regolamenti, delle norme e delle procedure perché
si tratta di attività mangia tempo che restringono drammaticamente l’azione
politica e le decisioni strategiche. Ma più di ogni altra cosa un buon Sindaco
che escluda dal proprio orizzonte una carica decennale, sa che può prendere le decisioni che ritiene necessarie alla
comunità senza subire l’influenza delle mediazioni e dei veti corporativi. Per
la semplice ragione che non ha più bisogno di quei voti e di quei sostegni in
quanto non parteciperà più a quella gara politica. Quando c’è una volontà vera e
profonda di cambiamento cinque anni sono un tempo sufficiente per prendere una città e rigirarla come un
calzino. Dieci anni, invece, sono il lasso temporale di chi intende la
carica elettiva come un modo per tenere caldo il proprio culo e anteporre un
destino personale alle esigenze collettive della comunità. Da oggi in poi seguirò il consiglio del mio amico: non voterò e non sosterrò più nessun candidato Sindaco che non
inserisca, nero su bianco, nel suo programma la volontà di non ricandidarsi più
alla stessa carica per la quale concorre e chiede il consenso.
15 settembre 2014
14 settembre 2014
E Spacca conobbe il guaio per via di San Carlone e del Benzinaio
Non credo che Sagramola avesse calcolato e previsto una rivolta del Partito Democratico di fronte alle sue parole di sostegno alle primarie di coalizione proposte da Spacca. Anzi, è probabile che in cuor suo Giancarlone fosse convinto di aver giocato con finezza le sue carte, garantendo un sostegno formale ma non troppo impegnativo al Governatore, senza costeggiare una border line politica perigliosa e poco adatta all'ecumenismo di uno che, notoriamente, non si accolla rischi e non abbandona mai la rotta. Invece "l'inchino" riservato a Spacca ha rapidamente fatto di Sagramola un capitano barcollante e arenato all'isola del Giglio, disarcionato di colpo dalle sue ambizioni di nomina a Presidente della Provincia di Ancona. Ad alzare il cartellino rosso ha provveduto Eliana Maiolini - segretario provinciale del PD - che ha definito le parole del Sindaco di Fabriano legittime ma inopportune, a riprova che il partito renziano delle Marche sta diventando un'entità senza dialettica, in cui ai sodali di Spacca è garantita la stessa libertà d'azione e di pensiero che la Santissima Inquisizione poteva riservare a una fattucchiera trovata in compagnia d'un gatto nero e una pentola in ebollizione. E in questo contesto di militarizzazione politica a infiammare la scena è intervenuto il Benzinaio Roberto Sorci, preoccupato assai che l'impallinamento di Sagramola possa trasfigurare il Sindaco nel primo martire dello spacchismo, nel Santo Stefano del Terzo Mandato. E per giocare a chi Spacca di più e piscia più lontano, al cospetto del Principale che giudica e manda, Sorci ha fatto quel che Sagramola non avrebbe mai osato: attaccare direttamente il segretario regionale Comi sulla vicenda del Presidente della Provincia, accusandolo di pulizia etnica nei confronti dei moderati del Pd e di voler ricostruire i Ds, ovvero una roba che solo a dirlo viene da farsela sotto dalle risate. Questo impegno a essere a tutti i costi più realisti del re ha, però, un suo prezzo politico che coinvolge Spacca e riguarda Fabriano, perchè se il Governatore vuole fare di questa città l'emporio politico del suo estremo assalto al cielo, sarà bene che selezioni - come fucilieri di San Marco - armigeri meno intruppati con la Dc, perchè se l'invincibile armada dovesse essere capitanata da Sorci e da Sagramola sarebbero in parecchi ad appellarsi ai barbari pesaresi e a invocare un assedio definitivo e liberatore. Inoltre, come abbiamo scritto più di una volta, sarebbe buona cosa che il Gov dedicasse un titolo dei suoi pensieri alla città d'origine, oramai assimilata dai nemici a sua enclave personale. GMS dovrebbe agire usando Fabriano come personale ditta evitando, però, di farle cadere continuamente addosso il mirino delle orde pesciarole e vien dal mare. Ad esempio pregando Sorci e Sagramola di aprire la bocca quando pisciano le galline, perchè non c'è niente di più motivante per un esercito vincitore che il diritto di stupro e di saccheggio della città che ha osato resistere all'invasione. E la Maiolini ha capito perfettamente l'andazzo, ossia i punti che si guadagnano, oggi, nel Pd tagliando le unghie ai fabrianesi. Ma per evitare rischi così apocalittici da rendere attrattiva e realistica la richiesta d'annessione all'Umbria, Spacca dovrebbe tenere a distanza gli adulatori vocianti che gli si assiepano attorno. E siccome ha dedicato erroneamente più tempo ad Aldo Moro che a Niccolò Machiavelli provo ad ovviare alla mancanza fornendo al Gov, come già l'altro ieri, una chicca ennesima del Segretario Fiorentino per antonomasia, appunto dedicata a come gestire gli adulatori: "Un Principe pertanto deve
consigliarsi sempre, ma quando lui vuole, non quando altri vuole; anzi
deve torre animo a ciascuno di consigliarlo d’alcuna cosa, se non gliene
domanda; ma lui deve ben essere largo domandatore, e dipoi, circa le
cose domandate, paziente auditore del vero; anzi intendendo che alcuno
per qualche rispetto non gliene dica, turbarsene. E perchè molti stimano
che alcun Principe, il quale dà di sè opinione di prudente, sia così
tenuto non per sua natura, ma per li buoni consigli che lui ha
d’intorno, senza dubbio s’ingannano; perchè questa non falla mai, ed è
regola generale, che un Principe, il quale non sia savio per sè stesso,
non può essere consigliato bene, se già a sorte non si rimettesse in un
solo che al tutto lo governasse, che fusse uomo prudentissimo. In questo
caso potria bene essere ben governato, ma durerebbe poco, perchè quello
governatore in breve tempo gli torrebbe lo Stato; ma consigliandosi con
più d’uno, un Principe che non sia savio, non arà mai uniti consigli,
nè saprà per sè stesso unirgli. Dei consiglieri ciascuno penserà alla
proprietà sua; ed egli non gli saprà correggere, nè cognoscere. E non si
possono trovare altrimenti, perchè gli uomini sempre ti riusciranno
tristi, se da una necessità non sono fatti buoni. Però si conchiude che
li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla
prudenza del Principe, e non la prudenza del Principe da’ buoni
consigli."
12 settembre 2014
Giancarlone in tricolore, finto colonnello del Governatore
Sagramola ha colto al volo le dichiarazioni di Spacca sulle primarie di coalizione per dichiarare fedeltà al Governatore e rientrare nei ranghi, dopo la scelta poco lungimirante di accettare la candidatura a Presidente della Provincia di Ancona; scelta che serviva al Pd regionale per tagliare le unghie a ulteriori pretese politiche dei fabrianesi. In questa fase schierarsi apertamente con Spacca significa farsi carico di un rischio ogni giorno più concreto e cioè quello di ritrovarsi in rotta di collisione col Partito Democratico fino a considerare anche la possibilità di una rottura definitiva. Se l'operazione "Spacca candidato" dovesse trovare una sua fattibilità, antagonista rispetto agli orientamenti del PD, il primo cittadino fabrianese si troverebbe di fronte a un bivio struggente: sostenere lealmente il Governatore che lo ha voluto Sindaco, blindandolo attraverso Primarie strutturate ad arte per farlo prevalere seccamente sulla Ruggeri, oppure aderire al vae victis pesarese, voltando le spalle all'antico sponsor per seguire il nuovo corso, non certo lettiano, del Partito Democratico. Se Sagramola sostenesse uno Spacca candidato contro il PD dovrebbe prepararsi a lasciare rapidamente la poltrona di primo cittadino, perchè è impensabile che quel partito possa accettare una frattura tanto profonda lasciando inalterati gli equilibri dell'amministrazione comunale di Fabriano. Il che lascerebbe Sagramola fuori dai giochi, preceduto nella corsa dall'ex Sindaco Roberto Sorci, mai così schierato, attivo e movimentista rispetto a processi politici tuttora lungi da un approdo chiaro e comprensibile. Il sostegno di Sagramola al Governatore è, quindi, temporaneo, un prender tempo che serve a Giancarlone per fare l'attendista e capire l'evoluzione delle cose, ma che contiene una già meditata scelta di appoggio alle decisioni del PD nel caso in cui il conflitto tra partito e Governatore dovesse irrimediabilmente trasformarsi in guerra aperta. Spacca non può, quindi, considerare Sagramola un suo colonnello in fascia tricolore così come non può contare - a parte Sorci - su nessun altro esponente del PD fabrianese. E da questo punto di vista Spacca dovrebbe riflettere, in termini esperienziali e comparativi, su quanto accadde il 16 febbraio 2013, quando a Genga venne organizzato l'ormai celebre aperitivo di sostegno alla candidatura di Maria Paola Merloni nelle liste di Mario Monti. Spacca fu uno dei protagonisti di quel prosecco gengarino e ricorderà bene che la sala pullulava di esponenti del PD fabrianese che, a consuntivo, fecero come Nicodemo - il fariseo che di notte andava a incontrare Gesù e di giorno lo accusava nel Tempio - inchinandosi al cospetto della Signora ma rimanendo saldamente tra le generose cosce del partito democratico. Un precedente che aiuta e facilita una profezia: Spacca ha bisogno della trincea politica fabrianese, ma i primi a tradirlo saranno proprio gli esponenti del PD locale pronti a trasformare il servo encomio al Governatore in un codardo oltraggio alla sua figura politica e ai suoi desiderata. Su questo versante è indicativo il fatto che sulla questione Spacca e terzo mandato, a livello fabrianese, non si sia registrata alcuna presa di posizione ufficiale da parte del PD. Un po' perchè il partito fabrianese ha un gruppo dirigente che doveva fare schioppi e botti ma è come la temperatura di Stoccolma: non pervenuto; un po' perchè il segretario cittadino Michele Crocetti - noto alle cronache soltanto per l'indimenticabile sostegno congressuale ricevuto dalla centenaria Italia Aghetoni - è membro dell'esecutivo regionale del PD e non risulta che abbia dissentito dalle dichiarazioni antiSpacca pronunciate dal segretario Comi in occasione della Festa dell'Unità di Pesaro. Di fatto il Pd di Fabriano è omertosamente contro Spacca mentre il Sindaco lo sostiene ma solo se il PD, alla fine, ne appoggerà la terza candidatura a Governatore. Diversamente nisba. Insomma Spacca deve sapere che rischia di fare la fine del ricco Taddeo Bernardi, gustosamente descritto dal nostro amatissimo e immenso Machiavelli nella Vita di Castruccio Castracani da Lucca: "Sendo invitato a cena da Taddeo Bernardi lucchese, uomo ricchissimo e
splendidissimo, e, arrivato in casa, mostrandogli Taddeo una camera
parata tutta di drappi e che aveva il pavimento composto di pietre fine,
le quali, di diversi colori diversamente tessute, fiori e fronde e
simili verzure rappresentavano, ragunatosi Castruccio assai umore in
bocca, lo sputò tutto in sul volto a Taddeo. Di che turbandosi quello,
disse Castruccio: – Io non sapevo dove mi sputare che io ti offendessi
meno."
11 settembre 2014
La strategia di Spacca per non fare il Montezemolo
Se i leader della destra marchigiana – i Bugaro e i Ciccioli per intenderci – sono disposti a farsi massa di manovra
del disegno spacchiano, fino al punto di scadere in un’implorazione quasi accorata
al Governatore, vuol dire che nella
nostra regione è nato un nuovo
bipolarismo che coopta la destra e circoscrive lo scontro politico ed
elettorale a un fatto interno al
centrosinistra, a una partita politica tra Spacca e la direzione del Partito Democratico. Si tratta di uno
schema sicuramente anomalo che restringe gli spazi di democrazia, ma il
realismo politico impone di guardare la realtà senza adattarla ai propri
desideri e ai contenuti della teoria politica; e la realtà ci dice che oggi,
nelle Marche, questo è quel che passa il convento, la mercanzia possibile per
chi non subisce il fascino del grillismo e del berlusconismo e immagina
soluzioni politiche che non contemplano l’apocalisse del cambiamento radicale.
Da questo punto di vista c’è da dire che Spacca
non è rimasto a guardare: dopo qualche ora di stordimento, successiva alle
dichiarazioni del segretario regionale del Pd Comi alla Festa dell’Unità di
Pesaro, il Fabrianese che desidera essere Trino
ha armato la contraerea, a riprova di un desiderio
granitico di terzo mandato che sembra escludere operazioni di buonuscita contrattata e ipotesi di
incarichi compensativi. Insomma, se Comi pensava di fare il Marchionne della situazione dovrà
ricredersi, perché Spacca non ha tirato a giocare al Montezemolo combattuto e vinto. E giusto ieri il Fabrianese Resistente ha inanellato un colpo
pesante sparigliando sul caso Ardo.
Obiettivo: fare quadrato con i sindacati
metalmeccanici condividendo un duro attacco al Governo per il blocco dei 35
milioni di euro previsti dall’Accordo di
Programma. Mettersi contro il Governo, ovvero contro Renzi che avrà sicuramente l’ultima parola sulle candidature,
significa per Spacca approfondire la
rottura con il PD, tracciare un solco sempre più profondo basato su una politica
delle alleanze che trova nelle sigle dei metalmeccanici lo strumento per allineare le confederazioni di riferimento
e costruire un blocco sociale del lavoro
in grado di contrapporsi al friabile nuovismo dei renziani del PD. Ma per
riuscire in questa operazione di rinforzo
economico sociale del proprio disegno politico, Spacca non può esimersi
dall’aprire un dialogo con quel mondo della piccola e media impresa marchigiana che nutre sospetti nei suoi
confronti in quanto ritenuto espressione diretta della grande industria metalmeccanica. Non è un caso, da questo punto di
vista, che il Governatore fosse
presente ieri, a Fabriano, all’inaugurazione della via dedicata a Ermanno Casoli, il padre di Francesco Casoli – ex senatore del Pdl,
patron di Elica ed attuale esponente dell’NCD – per lungo tempo avversario politico di Spacca e della sua
luogotenenza fabrianese. Gianmarione, di fatto, sta articolando una strategia trifasica: costruire una coalizione politica ricalcata su quella che
sostiene il Governo Renzi per mettere all’angolo i renziani marchigiani; sviluppare
un’alleanza sociale fondata su un “patto
tra i produttori” che veda protagonisti sindacati e piccola e media
impresa; barricare Fabriano
facendone un presidio di solidarietà e trasversalità larga, capace di resistere
collettivamente alla vendetta dei pesaresi secondo i quali Fabriano e Spacca sono una cosa sola. Si tratta di una strategia
sottile, di una scommessa giocata sul
filo di lana che ad oggi pare assai più concreta e robusta di quella interna e politicista messa in campo
dai vertici del PD regionale. Ma, come si dice in questi casi, prevedere è
impossibile, perché ogni giorno ha la sua croce. E le croci di Spacca sembrano
moltissime e pesanti.
Per non costringere le persone a dare vita a un profilo Google (soluzione migliore e più trasparente) @Bicarbonati consentirà di postare commenti con profilo anonimo a condizione che siano firmati per esteso. In caso contrario non il commento non verrà sbloccato (G.Simonetti)
Per non costringere le persone a dare vita a un profilo Google (soluzione migliore e più trasparente) @Bicarbonati consentirà di postare commenti con profilo anonimo a condizione che siano firmati per esteso. In caso contrario non il commento non verrà sbloccato (G.Simonetti)
10 settembre 2014
Fabriano, l'urbanistica e la dea capricciosa
Forse sbaglio ma ultimamente Fabriano profuma meno di
lamiera e più di beltà. E’ difficile quantificare un’impressione o pesare un
sentore, ma è come se la città fosse
improvvisamente più croccante e reattiva, meno inchiodata a una decadenza
vissuta per mesi e mesi come destino ineluttabile e profezia che si autoavvera.
Il negativo di una comunità ha bisogno di grigiore
condiviso, di pensiero fosco, di una medicina degli umori focalizzata
direttamente nella bile, di uno spleen
decadente: “Quando, come un
coperchio, il cielo pesa greve schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio,
e stringendo in un unico cerchio l'orizzonte fa del dì una tristezza più nera
della notte…”(C.Baudelaire). L’eterno tedio fabrianese ha conosciuto
anche il suo splendore - di cui sentiamo nitida la coda durissima da scorticà –
ma trattasi di cosa andata e appassita. Per questo la dialettica di oggi non è
più tra destra e sinistra, tra manifattura e terziario ma tra grigiore e bellezza, tra la città
vecchia che c’è e la nuova che prova a nascere. Nelle ultime settimane questo
conflitto ha trovato luoghi e spunti adeguati: mostre pittoriche, festival
spirituali ed esposizioni d’artigianato hanno restituito centralità ai luoghi, intesi come spazi inediti di
bellezza colonizzati dai rampicanti del quotidiano e vera ragione d’aggregazione
collettiva. Indirettamente questa convergenza
di format diversi ma incentrati sull’utilizzo e la valorizzazione degli spazi,
ha rimesso al centro della scena la “questione
urbanistica”; un tema che era già
stato posto dallo scoperchiamento del Giano
che – si badi bene - non può essere concepito come un corollario funzionale
della collettazione fognaria, ma si configura come operazione che impatta oggettivamente sul profilo urbanistico
della città. Fino ad oggi è invece prevalsa quella declinazione della
bruttezza che sono i “lavori pubblici”, portatori di una cognizione del rattoppo che tende a trasformare la città in un
terrificante vestito d’Arlecchino
cronicamente orfano di un disegno unitario e del desiderio di pianificare gli
spazi inserendoli in una dimensione multidisciplinare e di scenario gemellata a
un coordinamento dei saperi che la politica non è in grado di suscitare e garantire.
Nel marzo del 2013 l’architetto Giampaolo
Ballelli mise nero su bianco, per questo blog, alcune parole che mi piace
riportare testualmente perché individuano lo
scontro di civiltà tra la bellezza e lo sciatto che connota un certo
presente e una certa politica. ”La
bellezza è un elemento concreto, economico, di qualità della vita. Purtroppo
Afrodite è una Dea capricciosa, si nasconde alla maggior parte degli uomini,
specie se sono nati nella città dei Fabbri e dei Cartai. Conservare il bello è
un modo di pensare e di vivere. Se conservi la città salvi le relazioni tra le
persone. Questi rapporti positivi si manifestano, prima di tutto, nello spazio
urbano e sono favoriti quando, come nei centri storici, qualità e bellezza sono
tangibili e danno una gerarchia all’architettura. Sono gli spazi di relazione
nel tessuto urbano che danno la forma alla città antica. È nella forma della
città e del suo territorio che i comportamenti umani nascono, si riproducono e
migliorano.” Ci sono due passaggi di questo ragionamento che meritano una particolare
sottolineatura: conservare la bellezza
salva le relazioni e rende migliori le persone e i loro comportamenti. La
bellezza, quindi, come impegno collettivo, forma di socialità e, di conseguenza,
come dimensione politica. La Fabriano che cambia pelle, che cerca di trovare una
via d’uscita dalla crisi, che si interroga sulle forme di un nuovo paradigma
economico e sociale non può prescindere da un’idea
di città, da una vision urbanistica.
Per immaginare il futuro servono tecnici e sogni, architetti e poeti, idealisti
e bottegai. Per questo lancio una provocazione che è innanzitutto proposta: è davvero
impossibile, in questa Maker City, trovare
un gruppo di architetti –ovvero organizzatori
creativi di spazi - disposto a redigere il Manifesto per una Nuova Urbanistica a Fabriano? Sarebbe uno
straordinario e inedito momento di partecipazione civica e il sintomo di una
riscossa della società civile che non può essere confinata nel circoletto, nella
camarilla o tra le portate di una cena di gala.
9 settembre 2014
Se Spacca s'incazza Sagramola volpeggiando s'allinea
L’effetto di oscuramento subito
dal Sindaco Sagramola in questo fine
settimana di esposizioni e di gorgheggiante protagonismo del Gallo Peppino hanno prodotto un’immediata
reazione di rimbalzo emotivo nel primo cittadino. “Reagire subito” è il
comandamento mosaico di ogni politico che deve uscire dall’angolo. E Sagramola
è stato surclassato dai fatti in quanto estraneo, per natura e cultura, ai
surriscaldamenti climatici e al gioco che si fa duro. La nomina di fatto a Presidente della Provincia di Ancona –
impropriamente comunicata a mezzo stampa - lo ha trasformato in un nemico del Governatore che, forse non a
caso, ha disertato l’inaugurazione di
Fabriano Maker City relegando la manifestazione a evento di rango minore,
giusto per far capire a Sagramola che tra i due tira aria di tramontana e di
vento freddo del Nord. Ieri Spacca ha fatto sapere di essere preoccupato per lo
stato confusionale del Pd regionale
e di prediligere primarie di coalizione,
ossia una soluzione lontana mille miglia dal desiderio del partito democratico
di scegliere uno dei suoi senza tirarla a lungo con consultazioni popolari che
possono sempre riservare qualche brutta sorpresa. Come si dice in questi casi, “la guerra è cominciata” e sarà una guerra di posizione e di trincea, di
intelligenza tattica e di pazienza, piuttosto che una guerra di movimento animata da blitzkrieg
e rovesciamenti di fronte. Il rumore di sciabole è stato il viatico per un
rapido rientro nei ranghi da parte del Sindaco, probabilmente messo in guardia
circa gli effetti dirompenti di una rabbia spacchiana riversata direttamente nella
città della carta. Fatta sta che Giancarlone
Nostro si è letteralmente spellato le mani per annuire e applaudire l’uscita anti Pd del Governatore, a costo di
mettere a repentaglio la nomina in Provincia. E lo ha fatto sapere ai giornali,
così che ogni equivoco venisse dissolto mettendo nero su bianco parole e
pensieri. In questo modo Sagramola ha siglato una pace subalterna col Governatore: un prezzo necessario per andare
avanti e riprendere l’iniziativa politica, controscurando
il redivivo Galli, nuovamente tentato
da una discesa in campo sull’onda del successo personale. Ma il bisogno di
strafare e di occupare manu militari
la scena mediatica ha fatto scappare il
piede del Sindaco dalla frizione ed è fresca fresca la notizia che al
Comune serve una manovra da 250 mila
euro da mettere in piedi entro la fine del mese. Tradotto in un linguaggio
comprensibile ciò vuol dire rimettere
nuovamente mano al portafogli, affinché Tini, da ragioniere diligente e senza fantasia, possa dire che i conti sono in ordine e Sagramola
sostenere per la millesima volta – repetita
iuvant ma che palle! - che hanno fatto un buon lavoro. Ma credere alle
parole di due amministratori che sono anche dipendenti pubblici è come mettere le volpi a guardia delle
galline. A Sagramola e Tini interessa
garantire i fabbisogni della struttura,
ovvero gli stipendi dei circa 200 dipendenti comunali e quella spesa corrente
che è il regno dello spreco e del grasso che cola. Quello è lo zoccolo duro che non si tocca e non si può
toccare, la linea d’ombra delle solidarietà
corporative che permangono e sussistono a prescindere dalla Madia e dal
renzismo proclamante. Insomma, era meglio nei giorni passati, quando Sagramola
taceva, la Berta filava e Galli proclamava le virtù dell’inesistente artigianato
fabrianese. E’ difficile dire come finirà la partita delle regionali ma qualora Spacca diventasse di nuovo Governatore
abbiamo un consiglio modesto spassionato da dargli: non scelga più dipendenti pubblici per ricoprire ruoli chiave nelle
amministrazioni locali. Non sono liberi e si muovono sulla base di un
imperativo assoluto: difendere la propria comunità professionale contro tutti i
nemici, ossia i cittadini, il buonsenso e lo spirito democratico.
A partire da oggi @Bicarbonati non pubblicherà più commenti anonimi. A chi desidera lasciare commenti il sistema richiederà di accedere attraverso un profilo. Purtroppo la libertà dell'anonimato è stata utilizzata per fare cecchinaggio a riprova che l'abuso alligna sempre dove c'è eccesso di tolleranza. Chi accede con IDLibero è pregato di firmare altrimenti il commento non verrà pubblicato.
A partire da oggi @Bicarbonati non pubblicherà più commenti anonimi. A chi desidera lasciare commenti il sistema richiederà di accedere attraverso un profilo. Purtroppo la libertà dell'anonimato è stata utilizzata per fare cecchinaggio a riprova che l'abuso alligna sempre dove c'è eccesso di tolleranza. Chi accede con IDLibero è pregato di firmare altrimenti il commento non verrà pubblicato.
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