15 settembre 2014

Un Sindaco è buono quando non può essere rieletto



A lanciare il sasso è stato un amico su Facebook, che ha postato un commento nel quale afferma che non darà più il proprio voto a chi ha già ricoperto una carica pubblica e si ricandida per il medesimo ruolo. Si tratta di una posizione saggiamente pessimista, che costituisce la reazione a quanto accaduto nella politica negli ultimi venti anni, con particolare riferimento alla vicenda politica ed elettorale degli enti locali. Nei primi anni novanta – a seguito di Tangentopoli e come effetto della fine delle grandi categorie di pensiero novecentesche – più o meno tutti fummo sedotti dalla cosiddetta politica di prossimità, ossia dall’idea che fosse possibile rimuovere le macerie ideologiche del secolo breve recuperando una dimensione prevalentemente locale del fare politica. Fu in quel contesto di brutale semplificazione e rimozione che trovò la sua ragion d’essere la trionfale “stagione dei Sindaci” quando - complici una legge elettorale incentrata sulla dimensione plebiscitaria del candidato vincente e una riscoperta del localismo territoriale di derivazione leghista - gli italiani si convinsero che la scelta del Sindaco fosse l’atto politico più rilevante e più denso di ricadute per i cittadini e per le famiglie. Nel giro di pochi anni si affermò e si diffuse una consuetudine che, mano a mano, venne inglobata nei ragionamenti politici come dato di natura, qualcosa di condiviso trasversalmente e a prescindere dagli schieramenti e cioè che al primo mandato elettivo dovesse per forza seguire una scontata riconferma, perché è il secondo giro che consolida quanto è stato seminato nel corso della prima esperienza di Sindaco. Questo modo di ragionare ha generato cariche e carriere politiche di lunghissimo corso che hanno agito come un tappo, determinando un livello minimo di turnover della classe dirigente e sovvertendo ogni previsione di efficacia e di efficienza del mandato. Quel che puntualmente si profila, infatti, è uno scenario talmente rituale nelle sue mille repliche territoriali, e senza sostanziali diversità di approccio tra sindaci di centrodestra e di centrosinistra, da configurare un vero e proprio modello di comportamento politico: il primo mandato si consuma in parte nel tentativo, spesso vano, di apprendere meccanismi amministrativi e schemi di funzionamento di una macchina pubblica letteralmente kafkiana, e in parte in un immobilismo decisionale dovuto alla necessità di non prendere posizioni divisive che possano intaccare la base dei consensi necessaria a garantirsi la rielezione. Una volta ottenuta la riconferma viene meno la cosiddetta “spinta motivazionale” e l’eletto traccheggia e giocherella in attesa di concludere la missione amministrativa, senza lasciare segno del suo passaggio, perché magari a fine corsa si profila un salto politico più prestigioso e remunerativo che, di certo, non trarrebbe vantaggio da una base elettorale urticata e imbufalita da precedenti decisioni o da azioni impopolari. Il sistema della scontata rielezione è, quindi, la migliore garanzia di enti locali governati male da una nomenklatura che ha un solo imperativo: durare. Abbiamo quindi bisogno come l’aria di candidati che, come atto politico e programmatico, escludano la propria ricandidatura. Un Sindaco che ha un solo mandato a disposizione sa che ha poco tempo per lasciare il segno. E, come si dice, il perder tempo a chi più sa più spiace. Un buon Sindaco che escluda dal proprio orizzonte una carica decennale sa che deve fare più cose possibile nei primi cento giorni, ovvero quando un primo cittadino fresco di nomina ma convinto di avere due giri a disposizione dedica il suo tempo ad eccitarsi pensandosi in fascia tricolore; ma sa anche che non può perdersi tra le sabbie mobili dei regolamenti, delle norme e delle procedure perché si tratta di attività mangia tempo che restringono drammaticamente l’azione politica e le decisioni strategiche. Ma più di ogni altra cosa un buon Sindaco che escluda dal proprio orizzonte una carica decennale, sa che può prendere le decisioni che ritiene necessarie alla comunità senza subire l’influenza delle mediazioni e dei veti corporativi. Per la semplice ragione che non ha più bisogno di quei voti e di quei sostegni in quanto non parteciperà più a quella gara politica. Quando c’è una volontà vera e profonda di cambiamento cinque anni sono un tempo sufficiente per prendere una città e rigirarla come un calzino. Dieci anni, invece, sono il lasso temporale di chi intende la carica elettiva come un modo per tenere caldo il proprio culo e anteporre un destino personale alle esigenze collettive della comunità. Da oggi in poi seguirò il consiglio del mio amico: non voterò e non sosterrò più nessun candidato Sindaco che non inserisca, nero su bianco, nel suo programma la volontà di non ricandidarsi più alla stessa carica per la quale concorre e chiede il consenso.
    

14 settembre 2014

E Spacca conobbe il guaio per via di San Carlone e del Benzinaio

Non credo che Sagramola avesse calcolato e previsto una rivolta del Partito Democratico di fronte alle sue parole di sostegno alle primarie di coalizione proposte da Spacca. Anzi, è probabile che in cuor suo Giancarlone fosse convinto di aver giocato con finezza le sue carte, garantendo un sostegno formale ma non troppo impegnativo al Governatore, senza costeggiare una border line politica perigliosa e poco adatta all'ecumenismo di uno che, notoriamente, non si accolla rischi e non abbandona mai la rotta. Invece "l'inchino" riservato a Spacca ha rapidamente fatto di Sagramola un capitano barcollante e arenato all'isola del Giglio, disarcionato di colpo dalle sue ambizioni di nomina a Presidente della Provincia di Ancona. Ad alzare il cartellino rosso ha provveduto Eliana Maiolini - segretario provinciale del PD - che ha definito le parole del Sindaco di Fabriano legittime ma inopportune, a riprova che il partito renziano delle Marche sta diventando un'entità senza dialettica, in cui ai sodali di Spacca è garantita la stessa libertà d'azione e di pensiero che la Santissima Inquisizione poteva riservare a una fattucchiera trovata in compagnia d'un gatto nero e una pentola in ebollizione. E in questo contesto di militarizzazione politica a infiammare la scena è intervenuto il Benzinaio Roberto Sorci, preoccupato assai che l'impallinamento di Sagramola possa trasfigurare il Sindaco nel primo martire dello spacchismo, nel Santo Stefano del Terzo Mandato. E per giocare a chi Spacca di più e piscia più lontano, al cospetto del Principale che giudica e manda, Sorci ha fatto quel che Sagramola non avrebbe mai osato: attaccare direttamente il segretario regionale Comi sulla vicenda del Presidente della Provincia, accusandolo di pulizia etnica nei confronti dei moderati del Pd e di voler ricostruire i Ds, ovvero una roba che solo a dirlo viene da farsela sotto dalle risate. Questo impegno a essere a tutti i costi più realisti del re ha, però, un suo prezzo politico che coinvolge Spacca e riguarda Fabriano, perchè se il Governatore vuole fare di questa città l'emporio politico del suo estremo assalto al cielo, sarà bene che selezioni - come fucilieri di San Marco - armigeri meno intruppati con la Dc, perchè se l'invincibile armada dovesse essere capitanata da Sorci e da Sagramola sarebbero in parecchi ad appellarsi ai barbari pesaresi e a invocare un assedio definitivo e liberatore. Inoltre, come abbiamo scritto più di una volta, sarebbe buona cosa che il Gov dedicasse un titolo dei suoi pensieri alla città d'origine, oramai assimilata dai nemici a sua enclave personale. GMS dovrebbe agire usando Fabriano come personale ditta evitando, però, di farle cadere continuamente addosso il mirino delle orde pesciarole e vien dal mare. Ad esempio pregando Sorci e Sagramola di aprire la bocca quando pisciano le galline, perchè non c'è niente di più motivante per un esercito vincitore che il diritto di stupro e di saccheggio della città che ha osato resistere all'invasione. E la Maiolini ha capito perfettamente l'andazzo, ossia i punti che si guadagnano, oggi, nel Pd tagliando le unghie ai fabrianesi. Ma per evitare rischi così apocalittici da rendere attrattiva e realistica la richiesta d'annessione all'Umbria, Spacca dovrebbe tenere a distanza gli adulatori vocianti che gli si assiepano attorno. E siccome ha dedicato erroneamente più tempo ad Aldo Moro che a Niccolò Machiavelli provo ad ovviare alla mancanza fornendo al Gov, come già l'altro ieri, una chicca ennesima del Segretario Fiorentino per antonomasia, appunto dedicata a come gestire gli adulatori: "Un Principe pertanto deve consigliarsi sempre, ma quando lui vuole, non quando altri vuole; anzi deve torre animo a ciascuno di consigliarlo d’alcuna cosa, se non gliene domanda; ma lui deve ben essere largo domandatore, e dipoi, circa le cose domandate, paziente auditore del vero; anzi intendendo che alcuno per qualche rispetto non gliene dica, turbarsene. E perchè molti stimano che alcun Principe, il quale dà di sè opinione di prudente, sia così tenuto non per sua natura, ma per li buoni consigli che lui ha d’intorno, senza dubbio s’ingannano; perchè questa non falla mai, ed è regola generale, che un Principe, il quale non sia savio per sè stesso, non può essere consigliato bene, se già a sorte non si rimettesse in un solo che al tutto lo governasse, che fusse uomo prudentissimo. In questo caso potria bene essere ben governato, ma durerebbe poco, perchè quello governatore in breve tempo gli torrebbe lo Stato; ma consigliandosi con più d’uno, un Principe che non sia savio, non arà mai uniti consigli, nè saprà per sè stesso unirgli. Dei consiglieri ciascuno penserà alla proprietà sua; ed egli non gli saprà correggere, nè cognoscere. E non si possono trovare altrimenti, perchè gli uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni. Però si conchiude che li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenza del Principe, e non la prudenza del Principe da’ buoni consigli."
    

12 settembre 2014

Giancarlone in tricolore, finto colonnello del Governatore

Sagramola ha colto al volo le dichiarazioni di Spacca sulle primarie di coalizione per dichiarare fedeltà al Governatore e rientrare nei ranghi, dopo la scelta poco lungimirante di accettare la candidatura a Presidente della Provincia di Ancona; scelta che serviva al Pd regionale per tagliare le unghie a ulteriori pretese politiche dei fabrianesi. In questa fase schierarsi apertamente con Spacca significa farsi carico di un rischio ogni giorno più concreto e cioè quello di ritrovarsi in rotta di collisione col Partito Democratico fino a considerare anche la possibilità di una rottura definitiva. Se l'operazione "Spacca candidato" dovesse trovare una sua fattibilità, antagonista rispetto agli orientamenti del PD, il primo cittadino fabrianese si troverebbe di fronte a un bivio struggente: sostenere lealmente il Governatore che lo ha voluto Sindaco, blindandolo attraverso Primarie strutturate ad arte per farlo prevalere seccamente sulla Ruggeri, oppure aderire al vae victis pesarese, voltando le spalle all'antico sponsor per seguire il nuovo corso, non certo lettiano, del Partito Democratico. Se Sagramola sostenesse uno Spacca candidato contro il PD dovrebbe prepararsi a lasciare rapidamente la poltrona di primo cittadino, perchè è impensabile che quel partito possa accettare una frattura tanto profonda lasciando inalterati gli equilibri dell'amministrazione comunale di Fabriano. Il che lascerebbe Sagramola fuori dai giochi, preceduto nella corsa dall'ex Sindaco Roberto Sorci, mai così schierato, attivo e movimentista rispetto a processi politici tuttora lungi da un approdo chiaro e comprensibile. Il sostegno di Sagramola al Governatore è, quindi, temporaneo, un prender tempo che serve a Giancarlone per fare l'attendista e capire l'evoluzione delle cose, ma che contiene una già meditata scelta di appoggio alle decisioni del PD nel caso in cui il conflitto tra partito e Governatore dovesse irrimediabilmente trasformarsi in guerra aperta. Spacca non può, quindi, considerare Sagramola un suo colonnello in fascia tricolore così come non può contare - a parte Sorci - su nessun altro esponente del PD fabrianese. E da questo punto di vista Spacca dovrebbe riflettere, in termini esperienziali e comparativi, su quanto accadde il 16 febbraio 2013, quando a Genga venne organizzato l'ormai celebre aperitivo di sostegno alla candidatura di Maria Paola Merloni nelle liste di Mario Monti. Spacca fu uno dei protagonisti di quel prosecco gengarino e ricorderà bene che la sala pullulava di esponenti del PD fabrianese che, a consuntivo, fecero come Nicodemo - il fariseo che di notte andava a incontrare Gesù e di giorno lo accusava nel Tempio - inchinandosi al cospetto della Signora ma rimanendo saldamente tra le generose cosce del partito democratico. Un precedente che aiuta e facilita una profezia: Spacca ha bisogno della trincea politica fabrianese, ma i primi a tradirlo saranno proprio gli esponenti del PD locale pronti a trasformare il servo encomio al Governatore in un codardo oltraggio alla sua figura politica e ai suoi desiderata. Su questo versante è indicativo il fatto che sulla questione Spacca e terzo mandato, a livello fabrianese, non si sia registrata alcuna presa di posizione ufficiale da parte del PD. Un po' perchè il partito fabrianese ha un gruppo dirigente che doveva fare schioppi e botti ma è come la temperatura di Stoccolma: non pervenuto; un po' perchè il segretario cittadino Michele Crocetti - noto alle cronache soltanto per l'indimenticabile sostegno congressuale ricevuto dalla centenaria Italia Aghetoni - è membro dell'esecutivo regionale del PD e non risulta che abbia dissentito dalle dichiarazioni antiSpacca pronunciate dal segretario Comi in occasione della Festa dell'Unità di Pesaro. Di fatto il Pd di Fabriano è omertosamente contro Spacca mentre il Sindaco lo sostiene ma solo se il PD, alla fine, ne appoggerà la terza candidatura a Governatore. Diversamente nisba. Insomma Spacca deve sapere che rischia di fare la fine del ricco Taddeo Bernardi, gustosamente descritto dal nostro amatissimo e immenso Machiavelli nella Vita di Castruccio Castracani da Lucca: "Sendo invitato a cena da Taddeo Bernardi lucchese, uomo ricchissimo e splendidissimo, e, arrivato in casa, mostrandogli Taddeo una camera parata tutta di drappi e che aveva il pavimento composto di pietre fine, le quali, di diversi colori diversamente tessute, fiori e fronde e simili verzure rappresentavano, ragunatosi Castruccio assai umore in bocca, lo sputò tutto in sul volto a Taddeo. Di che turbandosi quello, disse Castruccio: – Io non sapevo dove mi sputare che io ti offendessi meno."
    

11 settembre 2014

La strategia di Spacca per non fare il Montezemolo



Se i leader della destra marchigiana – i Bugaro e i Ciccioli per intenderci – sono disposti a farsi massa di manovra del disegno spacchiano, fino al punto di scadere in un’implorazione quasi accorata al Governatore, vuol dire che nella nostra regione è nato un nuovo bipolarismo che coopta la destra e circoscrive lo scontro politico ed elettorale a un fatto interno al centrosinistra, a una partita politica tra Spacca e la direzione del Partito Democratico. Si tratta di uno schema sicuramente anomalo che restringe gli spazi di democrazia, ma il realismo politico impone di guardare la realtà senza adattarla ai propri desideri e ai contenuti della teoria politica; e la realtà ci dice che oggi, nelle Marche, questo è quel che passa il convento, la mercanzia possibile per chi non subisce il fascino del grillismo e del berlusconismo e immagina soluzioni politiche che non contemplano l’apocalisse del cambiamento radicale. Da questo punto di vista c’è da dire che Spacca non è rimasto a guardare: dopo qualche ora di stordimento, successiva alle dichiarazioni del segretario regionale del Pd Comi alla Festa dell’Unità di Pesaro, il Fabrianese che desidera essere Trino ha armato la contraerea, a riprova di un desiderio granitico di terzo mandato che sembra escludere operazioni di buonuscita contrattata e ipotesi di incarichi compensativi. Insomma, se Comi pensava di fare il Marchionne della situazione dovrà ricredersi, perché Spacca non ha tirato a giocare al Montezemolo combattuto e vinto. E giusto ieri il Fabrianese Resistente ha inanellato un colpo pesante sparigliando sul caso Ardo. Obiettivo: fare quadrato con i sindacati metalmeccanici condividendo un duro attacco al Governo per il blocco dei 35 milioni di euro previsti dall’Accordo di Programma. Mettersi contro il Governo, ovvero contro Renzi che avrà sicuramente l’ultima parola sulle candidature, significa per Spacca approfondire la rottura con il PD, tracciare un solco sempre più profondo basato su una politica delle alleanze che trova nelle sigle dei metalmeccanici lo strumento per allineare le confederazioni di riferimento e costruire un blocco sociale del lavoro in grado di contrapporsi al friabile nuovismo dei renziani del PD. Ma per riuscire in questa operazione di rinforzo economico sociale del proprio disegno politico, Spacca non può esimersi dall’aprire un dialogo con quel mondo della piccola e media impresa marchigiana che nutre sospetti nei suoi confronti in quanto ritenuto espressione diretta della grande industria metalmeccanica. Non è un caso, da questo punto di vista, che il Governatore fosse presente ieri, a Fabriano, all’inaugurazione della via dedicata a Ermanno Casoli, il padre di Francesco Casoli – ex senatore del Pdl, patron di Elica ed attuale esponente dell’NCD – per lungo tempo avversario politico di Spacca e della sua luogotenenza fabrianese. Gianmarione, di fatto, sta articolando una strategia trifasica: costruire una coalizione politica ricalcata su quella che sostiene il Governo Renzi per mettere all’angolo i renziani marchigiani; sviluppare un’alleanza sociale fondata su un “patto tra i produttori” che veda protagonisti sindacati e piccola e media impresa; barricare Fabriano facendone un presidio di solidarietà e trasversalità larga, capace di resistere collettivamente alla vendetta dei pesaresi secondo i quali Fabriano e  Spacca sono una cosa sola. Si tratta di una strategia sottile, di una scommessa giocata sul filo di lana che ad oggi pare assai più concreta e robusta di quella interna e politicista messa in campo dai vertici del PD regionale. Ma, come si dice in questi casi, prevedere è impossibile, perché ogni giorno ha la sua croce. E le croci di Spacca sembrano moltissime e pesanti.

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10 settembre 2014

Fabriano, l'urbanistica e la dea capricciosa



Forse sbaglio ma ultimamente Fabriano profuma meno di lamiera e più di beltà. E’ difficile quantificare un’impressione o pesare un sentore, ma è come se la città fosse improvvisamente più croccante e reattiva, meno inchiodata a una decadenza vissuta per mesi e mesi come destino ineluttabile e profezia che si autoavvera. Il negativo di una comunità ha bisogno di grigiore condiviso, di pensiero fosco, di una medicina degli umori focalizzata direttamente nella bile, di uno spleen decadente: “Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio, e stringendo in un unico cerchio l'orizzonte fa del dì una tristezza più nera della notte…”(C.Baudelaire). L’eterno tedio fabrianese ha conosciuto anche il suo splendore - di cui sentiamo nitida la coda durissima da scorticà – ma trattasi di cosa andata e appassita. Per questo la dialettica di oggi non è più tra destra e sinistra, tra manifattura e terziario ma tra grigiore e bellezza, tra la città vecchia che c’è e la nuova che prova a nascere. Nelle ultime settimane questo conflitto ha trovato luoghi e spunti adeguati: mostre pittoriche, festival spirituali ed esposizioni d’artigianato hanno restituito centralità ai luoghi, intesi come spazi inediti di bellezza colonizzati dai rampicanti del quotidiano e vera ragione d’aggregazione collettiva. Indirettamente questa convergenza di format diversi ma incentrati sull’utilizzo e la valorizzazione degli spazi, ha rimesso al centro della scena la “questione urbanistica”; un tema che era già stato posto dallo scoperchiamento del Giano che – si badi bene - non può essere concepito come un corollario funzionale della collettazione fognaria, ma si configura come operazione che impatta oggettivamente sul profilo urbanistico della città. Fino ad oggi è invece prevalsa quella declinazione della bruttezza che sono i “lavori pubblici”, portatori di una cognizione del rattoppo che tende a trasformare la città in un terrificante vestito d’Arlecchino cronicamente orfano di un disegno unitario e del desiderio di pianificare gli spazi inserendoli in una dimensione multidisciplinare e di scenario gemellata a un coordinamento dei saperi che la politica non è in grado di suscitare e garantire. Nel marzo del 2013 l’architetto Giampaolo Ballelli mise nero su bianco, per questo blog, alcune parole che mi piace riportare testualmente perché individuano lo scontro di civiltà tra la bellezza e lo sciatto che connota un certo presente e una certa politica. ”La bellezza è un elemento concreto, economico, di qualità della vita. Purtroppo Afrodite è una Dea capricciosa, si nasconde alla maggior parte degli uomini, specie se sono nati nella città dei Fabbri e dei Cartai. Conservare il bello è un modo di pensare e di vivere. Se conservi la città salvi le relazioni tra le persone. Questi rapporti positivi si manifestano, prima di tutto, nello spazio urbano e sono favoriti quando, come nei centri storici, qualità e bellezza sono tangibili e danno una gerarchia all’architettura. Sono gli spazi di relazione nel tessuto urbano che danno la forma alla città antica. È nella forma della città e del suo territorio che i comportamenti umani nascono, si riproducono e migliorano.” Ci sono due passaggi di questo ragionamento che meritano una particolare sottolineatura: conservare la bellezza salva le relazioni e rende migliori le persone e i loro comportamenti. La bellezza, quindi, come impegno collettivo, forma di socialità e, di conseguenza, come dimensione politica. La Fabriano che cambia pelle, che cerca di trovare una via d’uscita dalla crisi, che si interroga sulle forme di un nuovo paradigma economico e sociale non può prescindere da un’idea di città, da una vision urbanistica. Per immaginare il futuro servono tecnici e sogni, architetti e poeti, idealisti e bottegai. Per questo lancio una provocazione che è innanzitutto proposta: è davvero impossibile, in questa Maker City, trovare un gruppo di architetti –ovvero organizzatori creativi di spazi - disposto a redigere il Manifesto per una Nuova Urbanistica a Fabriano? Sarebbe uno straordinario e inedito momento di partecipazione civica e il sintomo di una riscossa della società civile che non può essere confinata nel circoletto, nella camarilla o tra le portate di una cena di gala.
    

9 settembre 2014

Se Spacca s'incazza Sagramola volpeggiando s'allinea



L’effetto di oscuramento subito dal Sindaco Sagramola in questo fine settimana di esposizioni e di gorgheggiante protagonismo del Gallo Peppino hanno prodotto un’immediata reazione di rimbalzo emotivo nel primo cittadino. “Reagire subito” è il comandamento mosaico di ogni politico che deve uscire dall’angolo. E Sagramola è stato surclassato dai fatti in quanto estraneo, per natura e cultura, ai surriscaldamenti climatici e al gioco che si fa duro. La nomina di fatto a Presidente della Provincia di Ancona – impropriamente comunicata a mezzo stampa - lo ha trasformato in un nemico del Governatore che, forse non a caso, ha disertato l’inaugurazione di Fabriano Maker City  relegando la manifestazione a evento di rango minore, giusto per far capire a Sagramola che tra i due tira aria di tramontana e di vento freddo del Nord. Ieri Spacca ha fatto sapere di essere preoccupato per lo stato confusionale del Pd regionale e di prediligere primarie di coalizione, ossia una soluzione lontana mille miglia dal desiderio del partito democratico di scegliere uno dei suoi senza tirarla a lungo con consultazioni popolari che possono sempre riservare qualche brutta sorpresa. Come si dice in questi casi, “la guerra è cominciata” e sarà una guerra di posizione e di trincea, di intelligenza tattica e di pazienza, piuttosto che una guerra di movimento animata da blitzkrieg e rovesciamenti di fronte. Il rumore di sciabole è stato il viatico per un rapido rientro nei ranghi da parte del Sindaco, probabilmente messo in guardia circa gli effetti dirompenti di una rabbia spacchiana riversata direttamente nella città della carta. Fatta sta che Giancarlone Nostro si è letteralmente spellato le mani per annuire e applaudire l’uscita anti Pd del Governatore, a costo di mettere a repentaglio la nomina in Provincia. E lo ha fatto sapere ai giornali, così che ogni equivoco venisse dissolto mettendo nero su bianco parole e pensieri. In questo modo Sagramola ha siglato una pace subalterna col Governatore: un prezzo necessario per andare avanti e riprendere l’iniziativa politica, controscurando il redivivo Galli, nuovamente tentato da una discesa in campo sull’onda del successo personale. Ma il bisogno di strafare e di occupare manu militari la scena mediatica ha fatto scappare il piede del Sindaco dalla frizione ed è fresca fresca la notizia che al Comune serve una manovra da 250 mila euro da mettere in piedi entro la fine del mese. Tradotto in un linguaggio comprensibile ciò vuol dire rimettere nuovamente mano al portafogli, affinché Tini, da ragioniere diligente e senza fantasia, possa dire che i conti sono in ordine e Sagramola sostenere per la millesima volta – repetita iuvant ma che palle! - che hanno fatto un buon lavoro. Ma credere alle parole di due amministratori che sono anche dipendenti pubblici è come mettere le volpi a guardia delle galline. A Sagramola e Tini interessa garantire i fabbisogni della struttura, ovvero gli stipendi dei circa 200 dipendenti comunali e quella spesa corrente che è il regno dello spreco e del grasso che cola. Quello è lo zoccolo duro che non si tocca e non si può toccare, la linea d’ombra delle solidarietà corporative che permangono e sussistono a prescindere dalla Madia e dal renzismo proclamante. Insomma, era meglio nei giorni passati, quando Sagramola taceva, la Berta filava e Galli proclamava le virtù dell’inesistente artigianato fabrianese. E’ difficile dire come finirà la partita delle regionali ma qualora Spacca diventasse di nuovo Governatore abbiamo un consiglio modesto spassionato da dargli: non scelga più dipendenti pubblici per ricoprire ruoli chiave nelle amministrazioni locali. Non sono liberi e si muovono sulla base di un imperativo assoluto: difendere la propria comunità professionale contro tutti i nemici, ossia i cittadini, il buonsenso e lo spirito democratico.

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