26 dicembre 2013

Pensieri festivi ma non festosi su ATA e rifiuti

 
Il diavolo dello statalismo si nasconde in dettagli che, a volte, assumono la forma di acronimi, formule abbreviate dietro le quali si celano interessi corposi, fedeltà politiche canine, strutture immaginate come uffici di collocamento, monopoli esercitati coattivamente e a costi esorbitanti, giochi di specchi in cui i controllori coincidono con i controllati e danno vita a un apparato ramificatissimo e totalitario al servizio della propria espansione colonizzatrice piuttosto che a supporto del benessere e della felicità dei cittadini. Nella costruzione metodica di questo apparato zarista tutti danno il loro increscioso contributo: regioni, province, comuni, sindaci, assessori, partiti politici. E gli acronimi trionfano. A scapito dei cittadini.

A.T.A. non è logo di una macchina fotografica prodotta in qualche contrada del sud est asiatico, ma un acronimo che sta per Assemblea Territoriale d’Ambito. Si tratta di un ente – che formalmente ne accorpa altri due senza fare economie di scala e di fusione ma semplici e automatiche sommatorie di costi e strutture - incaricato della gestione dei rifiuti nella provincia di Ancona. Un baraccone statalista, creato combinando leggi nazionali e regionali tagliate su misura per il proliferare di scatole cinesi, fondato sulla partecipazione obbligatoria di tutti i Comuni e della Provincia che ricadono in ciascuna A.T.O. (ennesimo acronimo che sta per Ambito Territoriale Ottimale, formula barocca per definire un territorio in cui sono organizzati servizi pubblici integrati), chiamati senza eccezione alcuna a conferire all’ATA i propri rifiuti senza diritto di mettere il becco su costi e tariffe. La dilatazione zarista degli apparati pubblici corre su questa rotaia istituzionale della “partecipazione obbligatoria”, modalità che esautora gli organi elettivi da qualsiasi prerogativa di merito, determinando una palese violazione dei principi democratici e costituzionali del nostro ordinamento.

La partecipazione obbligatoria all’ATA del Comune di Fabriano ottenne la ratifica del Consiglio Comunale il 4 ottobre del 2012 e fu accompagnata da feroci polemiche, appunto perché agli organi elettivi spettava la pura ratifica dell’adesione, dato che non era contemplato diniego e visto che la norma consentiva alle ATA di mutare composizione e disposizioni rispondendone soltanto alla Giunta Regionale, ovvero di comportarsi come corpi separati e irresponsabili rispetto ai titolari delle quote associative. L’anomalia della norma e della procedura non determinò, nell’amministrazione comunale di Fabriano, il benchè minimo sussulto di orgoglio municipale e di sensibilità politica e istituzionale. Al punto che il Vicesindaco Tini giunse a pronunciare una vera e propria frase killer – “non possiamo dire di no a Spacca” –, metafora di una politica ridotta a obbedienza e a solidarietà tra componenti di parte e di partito all'interno della filiera istituzionale. Un’uscita rivelatrice che Tini cercò malamente di correggere, rilasciando un'intervista al Resto del Carlino in cui precisava che il senso di quella frase era un altro e cioè che le leggi vanno rispettate; come se Spacca fosse uno sceriffo dell'Arkansas e non il titolare di una carica elettiva, ovvero temporizzata e transitoria.

Il rispetto della legge ordinaria è stato ampiamente utilizzato anche in occasione della vicenda Tares e  contiene un limite di visione che ha contribuito a rendere la politica inutile e stagnante. La legge ordinaria va, infatti, rispettata e applicata solo se essa trova corrispondenza con i principi democratici e con lo spirito della Costituzione. Diversamente si dovrebbe eccepire, ricorrendo ai tribunali amministrativi non per gusto del cavillo ma per produrre una giurisprudenza più consona alle regole e ai bisogni di una democrazia liberale fondta sulle virtù di uno Stato minimo. Una strada che la nostra Giunta si è ben guardata dal percorrere, in ossequio a un conformismo preventivo che la rende incapace anche solo di immaginare posizioni appena distanti dall'ordinaria amministrazione. E lo spettro utilizzato per cavarsela fu, nel caso dell’ATA come oggi con la Tares, quello del commissariamento. Una possibilità che, giorno dopo giorno, diventa invece più auspicabile e interessante.

Ma per fortuna dei cittadini anche la vita amministrativa è spesso giocosa e ironica. Come diceva Einstein ci sono cose che sembrano impossibili fin tanto che arriva uno che semplicemente le fa. E a ridurre in ceneri i solenni e rinunciatari principi dei nostri amministratori ci ha pensato il Sindaco di Fermo, rifiutando di ratificare l’adesione obbligatoria all’ATA. La Regione ha nominato un Commissario e l’ottimo Sindaco ha fatto ricorso al Tar contro la Regione Marche, dimostrando che dire di no a Spacca è possibile. Basta volerlo. Il Tar ha dato ragione al Sindaco annullando il commissariamento disposto dalla Regione e ordinando l'annullamento delle delibere regionali relative allo schema di convenzione sulla cui base è stata definita l'adesione obbligatoria all'ATA. Di fatto l’ATA, a seguito del pronunciamento del Tar, non è legittimata a decidere e deliberare perché va rivisto alla radice proprio lo schema di convenzione alla base dell’adesione (La sentenza del Tar).

Eppure il 19 dicembre si è tenuta un’assemblea dell’ATA - i cui lavori possono essere facilmente rintracciati anche su Youtube - come se la sentenza del Tar non ne avesse delegittimato l'esistenza proprio censurando lo schema di adesione. Un’assemblea che è stata meritoriamente censurata dal solo Movimento 5 Stelle – e mi fa piacere rimarcarlo proprio in quanto dichiaratamente non grillino – e accompagnata dal silenzio davvero poco innocente della Giunta.

E siccome a rappresentare la nostra città in quell'Assemblea c'era il Sindaco è a lui che mi sento di rivolgere alcune domande: Sindaco Sagramola ha niente da riferire circa il fatto che i Consigli Comunali continueranno a non essere coinvolti nelle decisioni del’ATA? A quando una dichiarazione ufficiale sull’attuale impossibilità dell’ATA ad agire e decidere in quanto delegittimata dal tribunale amministrativo? Ha provveduto a comunicare ai fabrianesi che l'ATA sarà un salasso perché pagheremo non solo in base al numero di abitanti ma anche per l'estensione del territorio Comunale? Sindaco Sagramola su ATA era davvero impossibile decidere diversamente o era sufficiente volerlo come ha dimostrato il Sindaco di Fermo? Sindaco Sagramola la sentenza del Tar va applicata e rispettata o è invece possibile bypassarla creando comitati tecnici e girando lo sguardo altrove?Attendiamo assolutamente non fiduciosi le sue mai esaurienti risposte in merito. 



    

25 dicembre 2013

S&C la coppia più bella del mondo

Abbiamo ampiamente discusso, nei giorni passati, in merito alla rimozione dello striscione Indesit, che ha campeggiato per circa un semestre sul balcone di Palazzo Chiavelli, e a i suoi significati sindacali e politici. Qualcuno, forse consapevole dell'errore mediatico commesso, ha cercato di minimizzare l'operazione Asporto, riducendola a evento minore, quando era ormai troppo tardi per ricollocarla sottotraccia. In realtà erano chiari sia i moventi politici e i tornaconti mediatici del Sindaco - desideroso di mettere un sigillo sulla vertenza e di incassarne il dividendo politico - che quelli dei sindacalisti, pressati dalla necessità di chiudere una storia sbagliata che ha indebolito i lavoratori e il sindacato, esponendo quest'ultimo al rischio di una disfatta non certo attutita da un referendum tenutosi in presenza di una pistola fumante come la procedura di mobilità. Fatto sta che l'evento minore è riuscito a guadagnare l'apertura del telegiornale regionale Rai del 23 dicembre e lo "strillo" delle locandine dei quotidiani locali del giorno della Vigilia. E questo anche come effetto logico della dissociazione della Fiom che, oltre a far uscire uscire la ciambella senza il buco, ha contribuito a ingigantire la notizia e a cambiarla di segno rispetto alle intenzioni ottimali degli organizzatori. La Federazione di Landini ha, infatti, preso nettamente le distanze dalla rimozione cerimoniale dello striscione, ricordando come non ci sia nulla da festeggiare dato che l'accordo sottoscritto qualche settimana fa - poi incomprensibilmente firmato dalla stessa Fiom a seguito del referendum tra i lavoratori - rappresenta una caporetto sociale per il territorio fabrianese e limitrofo, visto che si perderà il montaggio di 400 mila piani di cottura a Fabriano e l'assemblaggio di 300 mila pezzi a Fossato di Vico. Ma nonostante si trattasse di manifestazione fuori luogo, sopra le righe e fondata sul rovesciamento dei contenuti reali dell'accordo, nessuna obiezione di merito e di comunicazione è riuscita a fermare la coppia emergente della politica fabrianese: Giancarlo Sagramola e Andrea Cocco. Il Sindaco e il Segretario Generale della Fim Cisl della provincia di Ancona, anche stavolta, si sono celentanamente imposti come la "coppia più bella del mondo", il Binomio del Silenziatore, gli assertori congiunti e convinti del Modello Fruittella, la caramella morbida da mordere, i protagonisti di una gestione arrotondata e soffice della spigolosa e ferrigna crisi industriale che investe il territorio. Ogni volta che si scopre un focolaio di crisi o un rischio mobilità S&C sono i primi ad arrivare sul posto e, generalmente, senza il caschetto da pompieri: inizialmente irremovibili tracciano linee di rifiuto regolari e profonde, rincuorano i lavoratori, chiamano a una lotta quasi socialista nel suo romanticismo, porgono l'orecchio a sfoghi e disperazione, se ne fanno interpreti in tutte le sedi attraverso parole contrite e definitive che sembrano pietre focaie pronte a generare scintille e roghi. Appunto, sembrano pietre. Perchè poi, piano piano, con variazioni lente e infinitesimali le pietre perdono massa e consistenza e diventano sfere leggerissime che volteggiano nell'aria e cambiano verso e direzione ad ogni stormir di fronde. Ogni volta S&C compiono la loro traiettoria trifasica, fino a farne procedura standard e routine replicabile: in prima istanza apocalittici e incazzati, con lo sguardo fiero di chi tiene il mondo in gran dispetto; poi sereni e botticelliani, con l'occhio pensoso di Venere che nasce a intravedere dialoghi e vie d'uscita; infine istituzionali e lievi, con la dentatura mite e soddisfatta di chi è riuscito a narrare un massacro in forma di innocua e orecchiabile bagatella. Ma al di là delle evidenti affinità elettive che ne legano l'agire, S&C rappresentano, in forma rivista e modernizzata, una sperimentazione di potenziale collateralismo, in cui la federazione dei metalmeccanici della Cisl rischia di diventare la fonte di legittimazione sociale del sagramolismo, inteso come interpretazione riduttiva ed edulcorata della crisi economica ed occupazionale della città. C'è da augurarsi che S&C facciano decadere al più presto la E commerciale che li unisce, perchè in una fase come quella che stiamo vivendo è fondamentale tutelare l'autonomia e la credibilità delle parti sociali, chiamate a svolgere un difficile ruolo di cerniera e non certo a intrupparsi con un sistema politico che piega ogni contesto e ogni situazione al bisogno di esposizione mediatica e di consenso politico dei suoi protagonisti.
    

24 dicembre 2013

Un Buon Natale a tutti: dignitoso e mai sereno

Foto: *** BUONE TASSE A TUTTI ***
Foto di Davide Riccioni



L'amico Davide Riccioni ha taroccato sapientemente una foto di Piazza del Comune, simulando che l'augurio natalizio alla città, sparato dalla luminarie mobili sul Palazzo del Podestà, non fosse "buone feste" ma "buone tasse". Una trovata politicamente scorretta e quindi - in quanto tale - degna di nota civica e di citazione politica; una manipolazione in Photoshop che appare geniale proprio per quel ricorso alle meraviglie della sintesi con cui è possibile trasformare concetti prosaici e assai poco natalizi in dardeggiamenti istruttivi e folgoranti. Questa foto, riveduta e corretta, esprime al meglio le festività incombenti su una comunità che, diversamente da quel che immaginano politici con lo sguardo miope, le orecchie foderate e il cuore indurito, non ha davvero nessuna ragione per essere serena, aperta, dialogante e speranzosa. La realtà fabrianese - quella vera e concreta, non certo la Fabriano diabetica e melassosa imbrattata senza decenza e senza sosta dagli zuccherifici istituzionali - non ha le fattezze morbide e voluminose della sacca di Santa Klaus ma quelle acuminate e angolose del "dono tributario"; non esprime più il soave gioco di intermittenze sull'Albero di Natale, ma l'effetto depressivo delle luci dei negozi che si spengono per cessata attività; non si condensa come un tempo attorno alle tavole imbandite e pronte per il Cenone della Vigilia ma a ridosso di un supermarket della marginalità dove è già tanto il procurarsi una confezione di latte non ancora viziato dal sopraggiungere di una lieve acidità. Paradossalmente il Natale di quest'anno è il primo davvero cristiano di una città che ha perduto ogni simbolo e memoria della sua antica e solida regalità, che suo malgrado si è liberata di quell'eterna epifania - dell'oro, dell'incenso e della mirra - dispensata a piene mani da un modello economico, sociale e padronale che aveva riconosciute e dichiarate pretese di durata e di primato. Il 2013 è stato l'anno in cui la Indesit ha ufficialmente cessato di essere il fiore all'occhiello della comunità fabrianese per farsi multinazionale definitivamente nomade e indifferente; l'anno in cui un Tribunale della Repubblica ha sancito, in forma di sentenza, la farsa del finto salvataggio Ardo; l'anno in cui una classe di amministratori pubblici inetti ma presuntuosi ha ritenuto fosse giunto il tempo di sacrificare il poco grasso che resta in una città impoverita e lunare in nome di equilibri contabili e di bilancio trasformati in idoli pagani, nel vitello d'oro di una casta di burocrati e farisei innamorato della prescrizione e del comando. Giusto ieri il Sindaco Sagramola ha augurato ai fabrianesi - per il tramite di una trasmissione radiofonica - un Natale di serenità. Almeno per una volta, magari solo per questa volta, avrei voluto davvero trovare nelle parole del primo cittadino un qualche motivo di identificazione, avrei desiderato sentirlo sinceramente capace di muoveri una qualche corda interiore, di restituire anche ai più scettici un filo sottile ma resistente di condivisione e appartenenza. Invece, ancora una volta, la realtà delle cose è stata buttata nell'armadio dei cani, ricadendo nell'antica e mai sopita tentazione di inamidare la verità, di caricarla di unguenti ed emollienti, di levigarla fino a farla scomparire perchè una cosa di cui non si parla è semplicemente una cosa che non esiste. La città ha perduto 700 mila piani di cottura di produzione locale e si parla di un buon accordo che apre scenai di speranza; si pratica, attraverso la Tares, una politica di spoliazione tributaria e si dice che è stato fatto tutto a regola d'arte, tenendo conto dei problemi economici e del disagio dei più deboli. No, a chi governa questa città non mi sento davvero di fare alcun augurio di buone feste. Mi limito a farli soltanto alla mia gente, quella che non finge, che non si accontenta delle parole ufficiali e che scava senza fare sconti alla verità: auguro a queste persone, a questi concittadini un Natale in cui la nudità della nostra condizione difficile non sia motivo di vergogna e di amarezza ma ragione aggiuntiva e forte di dignità, di orgoglio e di combattimento.
    

21 dicembre 2013

La tragedia e la farsa dello striscione rimosso


 

Ieri sera verso l'ora dell'aperitivo - oramai momento fatale di svacco e disattenzione - il blog di Radio Gold ha pubblicato una notizia che, instintivamente, dava l'impressione di un pesce d'aprile in ritardo di un paio di stagioni, ma che in realtà non era una burla ma solo una verità esilarante: lunedì mattina alle 9, ovvero l'antivigilia di Natale, i delegati sindacali di Fiom, Fim e Uilm degli stabilimenti fabrianesi della Indesit - in compagnia dell'immancabile Sindaco Sagramola, a seconda dei gusti cacio sui maccheroni o gatto sui coglioni - toglieranno congiuntamente dal balconcino di Palazzo Chiavelli, che guarda la Fontana Sturinalto, lo striscione che ivi campeggia dalla scorsa estate, più esattamente dal pomeriggio africano in cui Susanna Camusso arringò le sparute maestranze riunite in Piazza del Comune. Quello striscione, con su scritto "La storia siamo noi. 1425 volte no", senza volontà e senza intenzione è diventato un'icona della lunga e tortuosa vertenza Indesit, una testimonianza visiva e visibile della centralità del lavoro e del rifiuto incondizionato del Piano di Salvaguardia e Ristrutturazione. Un rifiuto che dovrebbe restare traccia e memoria a maggior ragione adesso, perchè tutti sanno bene come l'accordo recentemente sottoscritto e ratificato dal referendum svoltosi tra i lavoratori, sia nè più nè meno che una variazione sul tema rispetto al Piano originario; così come è diffusa e chiara la consapevolezza che i lavoratori hanno votato condizionati dal ricatto della immediata mobilità e che il rospo dello svilimento produttivo, industriale e occupazionale di Fabriano è stato ingoiato solo grazie a dosi cavalline di morfina assistenzialista: hanno perso i lavoratori e ha perso Fabriano. E quando si perde è buona cosa restare fermi per non peggiorare le cose, o al massimo rintanarsi in un angolo a leccarsi le ferite in attesa di tempi migliori, se mai tempi migliori sarà possibile averne. Invece, in questa strana città che non cambia mai davvero pelle, alligna, come un verme solitario, un gusto spropositato della finzione, un bisogno inesausto e inesauribile di pisciare fuori dal vaso, di mettere in scena cerimonie che hanno l'unico intento di rimuovere la cronaca e la storia e di rovesciare il senso delle cose, aprendo la strada a un falso ideologico di natura sociale assai più pernicioso e grave di quello imputato a un assessore che autentica una firma apocrifa. Togliere lo striscione esposto a Palazzo Chiavelli, e farlo in presenza del Sindaco e dei delegati sindacali, significa ammantare il gesto di significati, vuol dire dargli una forma cerimoniale inequivocabile e connotarlo di significati chiari e chiaramente traducibili: "Cari fabrianesi per diversi mesi abbiamo combattuto e scioperato, abbiamo fatto ricorso ai blocchi stradali e al gatto selvaggio, abbiamo reagito a una serrata e organizzato carovane d'auto, abbiamo partecipato a fiaccolate, dato vita a manifestazioni nazionali, organizzato pullman per portare i lavoratori sotto la sede del ministero. Scusate ma era tutto uno scherzo. Si poteva vincere o perdere. Abbiamo perso. Fingendo che fosse un pareggio e con questo gesto, trionfale oltre il limite del buon gusto e della decenza, vi raccontiamo che non era neanche un pareggio ma addirittura una vittoria. Sicuramente non ci crederete ma quel che conta nella vita non è mai il vero ma il verosimile". Questo modo di banalizzare le vertenze e i conflitti di lavoro, questo ridurli a una lunga e sterile messinscena pronta a patetico e trionfale riflusso, si era già visto in occasione della festa Tecnowind al Teatro Gentile, quando i problemi di quell'azienda, di certo non sanati da un'acquisizione supportata dal giochino furbo del concordato con proseguimento dell'attività, si tramutarono di colpo nella gioia infondata e sopra le righe del Sindaco e in un rovesciamento di senso che fece sorgere molte perplessità e sospetti. La rimozione dello striscione Indesit non fa altro che confermare la vecchia intuizione marxiana secondo la quale la storia prima si presenta come tragedia e poi ritorna come farsa, e restituire la sensazione di un sindacato zelante nel giocare di sponda con la politica, pronto a fornire supporto e legittimazione a tutte le operazioni di potere più lontane dalla storia del sindacalismo e più estranee alla sua funzione di corpo intermedio comandato a concertare risultati favorevoli ai lavoratori e non a legittimare e cementare equilibri politici, imprenditoriali e di potere. La speranza, citando Vasco, è che ci sia ancora chi dice no e che lunedì mattina siano molte e qualificate le defezioni dall'insulsa cerimonia; assenze gradite e giustificate di chi fa ancora sindacato col cuore e col cervello e non solo per culo o per caso.
    

20 dicembre 2013

Il mistero del file audio di quel giorno all'Oratorio della Carità

MP3 


La verità è notoriamente ballerina e pirandelliana: così è se vi pare e fine dei giochi. Tranne quando si manifesta attraversa documenti che accertano, senza possibilità di eccezione, una qualche oggettività. E' stata questa, ad esempio, una delle ragioni della fortuna di Radio Radicale, la cui straordinaria audioteca costituisce un sedimento di conoscenza non mediata della storia italiana: dirette dai congressi di partiti, comizi di piazza, faccia a faccia, convegni, frammenti importanti di udienze giudiziarie, testimonianze politiche fondamentali per la storia del Paese. Si tratta di un metodo moderno di utilizzo della documentazione storica, in presa diretta, che consente all'ascoltatore di accedere direttamente alle fonti senza lo schermo di interpretazioni e di orientamenti a monte. Ed è un metodo che andrebbe replicato ovunque e in qualunque circostanza. Purtroppo nel dire questo siamo costretti ad arrestarci di fronte alle colonne d'Ercole della teoria documentale perchè nella realtà di tutti i giorni enti, istituzioni e soggetti politici operano sistematicamente per evitare il lascito di tracce oggettive, di segni capaci di oltrepassare la forma poliedrica della verità, restituendola in forma lineare e non interpretabile.E a riprova locale di questa tentazione - che fa credere agli artefici di essere più al sicuro occultando piuttosto che acclarando - credo sia utile mettere al corrente i cari e accalorati lettori di questo blog di un piccolo fatto, ma significativo, di cui sono stato protagonista nei giorni successivi all'assemblea pubblica sulla Tares tenutasi sabato 7 dicembre 2013 presso l'Oratorio della Carità. Come alcuni di voi ricorderanno, quell'incontro, rapidamente tramutatosi in un confuso rodeo, ebbe inizio con una comunicazione di servizio - se non ricordo male del Presidente del Consiglio Comunale Pariano - che informava i cittadini che i lavori dell'assemblea non sarebbero stati immortalati in formato video, ma si sarebbe prodotta una registrazione, comunque integrale, degli interventi e del dibattito. Una scelta tesa, probabilmente, ad evitare che potesse restare in archivio un documento di sicuro impatto politico, suffragato dalla potenza evocativa ed espressiva delle immagini e a rischio di diffusione virale sui social media. A questo punto ho lasciato trascorrere un paio di giorni e il 9 dicembre ho inoltrato, su Facebook, un messaggio al profilo dell'Urp del Comune di Fabriano, chiedendo se fosse disponibile il file audio, tenuto conto che produrre un mp3 non comporta tempi tecnici geologici. La risposta dell'Urp è stata pressochè immediata: "il tecnico del CED lo sta scaricando, domani le faccio sapere come e quando sarà disponibile." Ma la solete risposta del giorno prima non trova conferme il giorno dopo perchè l'Urp tace, forse in altre faccende affaccendato. Nel primo pomeriggio dell'11 dicembre torno alla carica e chiedo se ci sono novità. Ma anche stavolta nessuno si prende la briga di rispondere. Ovviamente inizio a sospettare il sopraggiungere di qualche inghippo, sicuramente non riconducibile alla volontà dell'ufficio relazioni con il pubblico, e decido di aspettare. Dopo sei giorni - esattamente il 17 dicembre - scrivo nuovamente un messaggio di posta privata all'Urp: "vedo che del file audio della giornata all'Oratorio non mi avete fatto sapere più nulla. Posso sapere se è consultabile?". Stavolta la risposta arriva, ma c'è qualcosa di evasivo: "si guardi entro domani le facciamo sapere...oggi il tecnico che si è occupato di scaricarlo non è in sede...". Sono passati otto giorni dalla prima richiesta. Il tecnico all'atto del primo messaggio lo stava giusto scaricando. A distanza di diversi giorni il file audio risulta scaricato, ma guarda caso il tecnico incaricato non è in sede. Mannaggia! Coincidenza? Può darsi, ma il sospetto di una dilazione e di un prender tempo sorgerebbe anche nell'animo più ingenuo e delicato. Il 18 dicembre, nel primo pomeriggio, ricevo un altro messaggio dell'Urp: "il tecnico mi ha detto che il file è scaricato ma non ancora disponibile...Mi aggiornerà non appena pronto.."Mi permetto di replicare scrivendo che si tratta di un parto molto lungo e laborioso per un file audio, ma di fronte a questa affermazione chiaramente tendenziosa nessuno accenna a una risposta. Il 19 dicembre a ora di pranzo, ricevo dall'URP un messaggio scabro ed essenziale: "Buongiorno. File pronto." A casa mia "pronto" significa che posso richiederne una copia. E trattandosi di un file audio ingenuamente immagino sia stato linkato sul sito Internet del Comune - dove ultimamente le cose vanno e vengono, appaiono e poi scompaiono - e quindi a disposizione dei cittadini per il download. La risposta dell'Urp alla mia richiesta è folgorante e conferma tutti i sospetti che mi si erano addensati addosso: "Noi non pubblicheremo l'audio perchè la registrazione era stata fatta a solo scopo interno." Non paghi di ciò i solerti operatori aggiungono in calce altre interessantissime considerazioni che riporto integralmente: "Inoltre per tutelare i cittadini che sono intervenuti, che non ci hanno dato l'autorizzazione per la pubblicazione, non possiamo pubblicare il file. Tuttavia, se vuole avere il suo intervento o l'intervento del Sindaco ( figura pubblica) puo' fare una richiesta di accesso agli atti le mando il modello di domanda". Lascio a voi le mille considerazioni possibili sull'accaduto, a partire dall'anomalia di un accesso condizionato alla compilazione di una richiesta di accesso agli atti come se, ad esempio, il mio intervento fosse un atto amministrativo e non invece dieci minuti di pura requisitoria politica. Così come è al limite del barocco sostenere che un audio di quella natura e di quella intesità emotiva non può essere editato senza la liberatoria degli intervenuti. Una liberatoria che, nel caso, doveva essere richiesta a ciascuno di noi nel momento stesso in cui ci rivolgemmo alla Dott.ssa Poeta per iscriverci a parlare. Per quel che mi riguarda è come se sentissi dietro questa sequenza di comunicazioni il peso di una manina, o di una manona, che presumo abbia consigliato o forse imposto di complicare l'accesso a quel file, che è documento inequivocabile di una disfatta politica della maggioranza e di una Giunta che quel giorno dimostrò di essere sull'orlo di una crisi di nervi.

    

19 dicembre 2013

l rischi della città inattiva


L'inattività?  

I quotidiani danno notizia della proroga della cassa integrazione alla JP per tutto il 2014 e del fatto che l’Inps ha sbloccato il pagamento di due mensilità di cassa anche per i lavoratori rimasti fuori dalle riassunzioni di Porcarelli. Che i lavoratori gioiscano è un fatto naturale e comprensibile. Quel che lascia perplessi è la soddisfazione dei sindacati, sempre meno interessati alla rappresentanza del lavoro vero e orientati, compensativamente, a farsi gestori degli ammortizzatori sociali, intesi come sistema di normative, di procedure e di cavilli più adatti a un centro servizi che alla sfida confederale. Sono temi complessi che chiamano in causa l’identità e la natura del sindacato e meritano una valutazione assai più profonda di quella che è possibile richiamare con un semplice post. Ma resta intatto, nella sua dimensione e nella sua portata, un tema che viene sistematicamente accontonato perché affrontarlo costringerebbe a fare i conti con la realtà e cioè che l'obiettivo degli ammortizzatori sociali dovrebbe essere il reinserimento sociale attraverso il lavoro, per evitare quel male sociale assoluto che è l’inattività. Gli ammortizzatori sociali lunghi - e  c’è gente che a Fabriano tira avanti con la cassa integrazione anche da una decina d’anni – sono una vera e propria calamità naturale, non tanto perché alimentano una passione assistenzialista assolutamente distante dalle necessità del nostro tempo, ma perché la condizione delle “zero ore” - oltre a creare sacche consistenti di lavoro nero e irregolare – impedisce di mantenere i livelli di occupabilità dei lavoratori coinvolti, con competenze condannate all’obsolescenza e quindi poco e male riutilizzabili in eventuali altri cicli di produzione. Il problema di Fabriano – oltre alla crisi industriale – è quindi la distruzione di un potenziale locale di lavoro, che diminuisce il valore aggiunto del territorio e ne comprime l'atrattività, innanzitutto agli occhi di chiunque avesse la tentazione di investire in questa zona. Gli ammortizzatori lunghi, infatti, disabituano al lavoro, favoriscono l’inerzia delle persone, ne stimolano la vocazione ad attendere passivamente miracoli occupazionali, rendono preferibile un 80% di retribuzione a zero ore piuttosto che un 100% a 40 ore settimanali e delineano una zona di comfort che, con il passare del tempo, diventa parte integrante del modo di vivere e, peggio ancora, di pensare. Questa vocazione di massa all’inattività è facilitata anche dalla struttura patrimoniale di Fabriano. Negli anni delle vacche grasse, infatti, anche le famiglie più modeste hanno avuto la possibilità di costituire un ingente patrimonio, combinando il reddito familiare cumulato – prodotto dalla piena occupazione – con una vocazione al consumo tradizionalmente parsimoniosa. Ciò ha consentito di cumulare ingenti risparmi, in buona parte ancora ampiamente disponibili, nonostante la pesante svalutazione degli investimenti immobiliari che hanno, in parte, immobilizzato le risorse familiari disponibili anche a causa di blocco della compravendita di case che impedisce di monetizzare e di speculare. Questo vivere combinando sussidi e rendita ha pure alimentato un peculiare approccio culturale, secondo il quale l’inattività non è più vista come impedimento alla dignità della persona nè come peso da cui sgravarsi, ma come linearissimo dato di natura, splendidamente esemplificato dallo stereotipo del cassintegrato che si appresta a fare la sgambatina quotidiana con l’ultimo, costoso, modello di bicicletta in fibra di carbonio. La verità è che questo stile di vita – connotato dai tratti tipici della decadenza alimentati dal ricorso alla rendita – è possibile perché Fabriano conosce, in realtà, un livello di crisi ancora tollerabile anche se tale non appare a chi osserva la città dall'esterno e ricorrendo a parametri standard di valutazione. Ci sono sicuramente sacche di marginalità e di povertà tra fasce di anziani soli e forti elementi di disagio in componenti riconducibili a immigrazione straniera e meridionale. Per il resto il welfare familiare esprime ancora uno strato di grasso che può essere consumato per tirare avanti e quel che è venuto meno in termini di reddito è compensato dalla generosità improduttiva dall’assistenzialismo pubblico. E questo è uno scenario che riguarda e coinvolge, innanzitutto, un pezzo di popolazione compresa tra i 45 e i 55 anni, ossia quel segmento di società che dovrebbe essere il più attivo e reattivo in termini sociali e occupazionali. Fabriano può, quindi, sopravvivere e tirare avanti senza scosse, senza reazioni e senza riconversioni produttive per almeno altri cinque anni consumando il grasso residuo. E prepararsi a un declino che assumerà la forma inevitabile di un crollo improvviso nella fenomenologia ma preparato dal logorìo di da anni e anni di indifferenza e di attesa. Il tema della città inattiva è, quindi, il problema dei problemi per la prospettiva della nostra città. C’è qualcuno, non dico tra i politici, ma nell’universo delle parti sociali e delle associazioni di categoria che ritiene necessario cominciare a sciogliere questi nodi o quanto meno iniziare a rifletterci su senza finzioni e senza rimozioni?
    

18 dicembre 2013

E Collamato fu quel che li vinse



 


Vigono regole non scritte nella dialettica politica, disposizioni informali che sono vere e proprie clausole di salvaguardia d’una correttezza che è parte integrante della civiltà del conflitto politico. Tra esse c'è il naturale e intangibile rispetto delle iniziative organizzate e animate da altre forze politiche. Ragion per cui –come è galateo intangibile e profondo non infilarsi le dita nel naso - è buona abitudine non andare a contestare le manifestazioni degli altri, a insidiarne i momenti di confronto politico, a ficcanasare abusivamente laddove non si è invitati o legittimati, in qualche modo, a essere presenti. La sinistra che ho conosciuto tanti anni fa, giusto per dire, esprimeva un rigore quasi religioso e dottrinale rispetto a questi dettami di "costituzione materiale" che, a ragione, riteneva non solo un biglietto da visita ma anche un elemento di legittimazione politica. Quella odierna – bitorzoluta, toscaneggiante e col giubbino in pelle, si gode invece le sue involuzioni formali e comportamentali come fossero un tratto aggiuntivo e distintivo di contemporaneità e connessione con lo spirito dei tempi. E per capire la decadenza profonda dello stile dei democratici fabrianesi non occorre intraprendere un lungo viaggio fuori porta. E’ sufficiente programmare un salto a Collamato, in una fredda sera di dicembre, quando alcune regole di base del comportamento politico si sbriciolano miseramente nella saletta di un bar di paese. Ma per inquadrare meglio la scena di una  militanza oramai incapace di comprendere e valorizzare il significato dello stile politico, occorre partire dalle ultime elezioni comunali. Collamato è una delle pochissime frazioni che resiste all'assedio del Modello Marche e non viene espugnata dall'alleanza tra PD- UDC ma, anzi, vota massicciamente per il centrodestra. Il risultato controcorrente è frutto di molti fattori. Tra essi la candidatura azzeccata nella Lista Urbani di Giovanna Leli che ivi raccoglie 94 preferenze, un plebiscito che umilia i compaesani concorrenti e la trasforma, di fatto, nel Sindaco della Repubblica Autonoma di Collamato. E da brava sindachessa di frazione la Sora Leli fa quel che il paesello si aspetta da un consigliere di opposizione: parla con i compaesani, li ascolta, si fa carico dei problemi e di ritorno dal municipio risponde e riferisce, con la buona volontà della scolara che guarda lontano ma senza bisogno di scalciare e dar di gomito. Questo modo di fare ispira la Sora Leli anche nel pieno della crisi Tares, tributo che indigna i fabrianesi di città e quelli di frazione senza distinguo e differenze di rilievo. La consigliera decide allora di convocare un incontro per venerdì 13 dicembre alle 20.30 presso il bar di Collamato. Per avvisare i compaesani rinuncia al porta a porta e affigge un manifestino nel negozio di generi alimentari e nel bar, ossia nei due luoghi della socialità paesana. L’avviso lo firma personalmente ma nonostante l’assenza di simboli è di fatto una manifestazione di partito perché la Leli è anche il capogruppo consiliare del Nuovo Centro Destra, ovvero persona politicamente visibile e schierata.  Alle 20.30 di venerdì 13 dicembre Giovanna Leli - accompagnata dal mentore e collega Urbani - comincia a raccontare e descrivere le mille pieghe del caso Tares a una quarantina di cittadini di Collamato, perlopiù capifamiglia desiderosi di avere informazioni e delucidazioni sull'odioso tributo in scadenza. Ma dopo circa una ventina di minuti si materializza l'inverosimile e prende forma una delle più sfacciate caduta di stile che la politica fabrianese ricordi. Dalla porta della saletta in cui si tiene l'incontro compaiono il segretario del Pd Michele Crocetti, il papà del segretario - ex capigruppo e grande elettore del pargolo - Riccardo Crocetti, la referente di partito per gli affari collamatese, il di lei figlio, impiegato in un prevedibilissimo e coinvoltissimo ufficio comunale e un giovane leone del nuovo corso renziano con il look di destra e l'eloquio forense. Un’invasione di campo in piena regola, un gesto di scortesia politica meritevole di integrale censura, una pacchianata da centro sociale ma senza neanche il colore di uno striscione o di un fumogeno. Un po' come se il vicino di casa più antipatico e indigesto si sedesse nella nostra tavola imbandita senza essere invitato e non pago dello sgarbo si prendesse pure la licenza di criticare il menù. Ed è precisamente quel che accade dopo pochi istanti perché gli ospiti autoconvocati cominciano a intervenire, a interrompere a prendere la parola a lungo, a difendere Sagramola e il Pd come sei i due consiglieri del Nuovo Centro Destra avessero dato vita a un contraddittorio e non invece a un’iniziativa politica di una forza dell’opposizione. La Leli, timorosa senza motivo di essere accusata di carente spirito democratico, soprassiede dal cacciarli fuori ma la task force democratica prosegue nell’improvvisato comizio senza darsi pena di forme e galatei. Poi, a metà serata, consapevole di non essere riuscito a convincere un sol uomo della platea dei capifamiglia, il gruppetto renziano se ne va, con la coda tra le gambe e con la iattanza dell'iniziale sopraggiungere annichilita e azzerata dal dibattito focoso. Insomma una serata all’insegna del nuovo PD. Nuovo e moderno perché arriva a cose fatte e approfitta dell'impegno altrui come fosse la più naturale delle dinamiche relazionali possibili. Un partito cuculo che – come si dice a Fabriano – piglia e monta su senza fare troppi complimenti e che per diffondere il vacillante verbo di Sagramola – laddove sono davvero poche le orecchie disposte ad ascoltarlo – non si fa problemi di ricorrere a metodi invasivi e da volante rossa. E toscaneggiando come Bartali, ma senza tentazioni renziane, verrebbe da dire che "l'è davvero tutto da rifare".
    

17 dicembre 2013

Ri_Tares lo scettro alla politica


 

Ieri è stato il giorno della Tares, la data simbolo del pagamento del tributo iniquo, reso ancor più iniquo dalla decisione capestro assunta dal partito dello spreco pubblico che amministra Palazzo Chiavelli. E’ probabile, anzi certo, che la grande maggioranza dei fabrianesi abbia pagato il dovuto in un’unica tranche, senza ricorrere allo spacchettamento del tributo concesso da un Sindaco pasticcione - e incapace di dare lo stoppino alla comanda del Dirigente dei Servizi Finanziari - senza uno straccio di copertura legale, amministrativa e deliberativa. I cittadini che si sono limitati a versare la quota dello 0,30 al metro quadro verranno inevitabilmente colpiti da interessi di mora e sanzioni, ma la loro decisione segna il momento storico in cui una minoranza si fa carico di un rischio o di un disagio personale per sostenere un principio fondamentale di libertà del cittadino rispetto alle pretese voraci dello Stato. E di solito sussiste una grande sproporzione numerica tra i tanti che si accodano ai richiami pastorali e ai cani maremmani del potere e la piccola cerchia resistente di chi fa del dissenso uno veicolo di maturazione civica e di consapevolezza politica. La questione fiscale e la centralità politica del portafogli sono tornati al centro della scena come movente e strumento di cambiamento politico, finalmente sdoganati da quell’aura di materialismo deteriore che serviva a comprimerne e oscurarne la dignità e il ruolo propulsivo. Marxianamente si torna ai fondamentali della critica dell’economia politica perché “Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita.”. E anche nella Fabriano ufficialmente impoverita ma tuttora placida, si è aperto un varco politico inedito nelle sue motivazioni di fondo, connotato da basi materiali e non velleitariamente ideali, da cui possono germogliare nuove ragioni di aggregazione politica e di visione della realtà. La Giunta Sagramola – aspettiamocelo perché sono di una banalità politica e di una prevedibilità d’azione che rasenta il depressivo e l’irrecuperabile – cercherà di agire in contropiede pubblicando, appena ne avrà la possibilità, i dati aggregati di chi ha pagato in un’unica tranche e di chi, invece, ha spacchettato il tributo per tracciare una linea di demarcazione chiara tra doveri e bisogni. Con l’obiettivo prevalente, se non esclusivo, di rovesciare la realtà delle cose, trasformando la propria crisi politica nel suo contrario, in una dimostrazione di consenso nei confronti scelte del Sindaco. Nel caso si tratterebbe di una operazione palesemente ingannevole perché l’elemento di interesse politico non è costituito dalla fedeltà fiscale ma dal dissenso, dal modo in cui esso si genera, da come si esprime, da quali problemi pone e quali finalità persegue. Come si diceva un tempo, a proposito di un certo modo di praticare il giornalismo, a fare notizia non può essere il cane che morde l’uomo ma l’uomo che morde il cane, ovvero l’anomalia, il grumo critico, le linee di frattura che si determinano nella relazione tra “masse e potere”. In questo quadro sono stati in molti gli amici, i conoscenti e i cittadini che mi hanno domandato cosa avessi appreso da questo lungo conflitto sulla Tares. Pensandoci bene, oltre ad aver rafforzato la centralità di una visione liberale e liberista dello Stato e ad aver visto nella sua drammatica concretezza la sostanziale inutilità delle autonomie locali, credo di aver segnato un punto di non ritorno politico: nella valutazione delle coalizioni, dei candidati sindaco e del relativo programma locale non mi farò più fregare dalle capacità mediatiche, dal modo di porsi e dallo spessore del libro dei sogni che verrà squadernato di fronte ai cittadini da chi si candida al governo della città. Userò sei criteri inderogabili, nella speranza che essi possano essere il più possibile condivisi dai cittadini quando si troveranno a esercitare la sovranità e a scegliere da chi essere governati: 
• Fattibilità politica e giuridica delle singole proposte
• Costo di ogni punto del programma
• Obiettivi di copertura di quel costo
• Risorse e le voci a cui si attingerà per finanziarlo (tagli o tassazione)
• Programma di taglio delle spese correnti non direttamente funzionali all’erogazione dei servizi
• Azioni concrete per restituire lo scettro alla politica e togliere la corona alla burocrazia comunale.
Credo possa essere questo il sunto razionale e non viscerale di uno scontro politico che ha senso se sposta verso l’alto il livello dei contenuti oltre ai decibel della protesta e all'arroganza dei governanti. E sinceramente non mi pare di ritrovare questa ispirazione illuminista né nel manifesto tazebao del Sindaco e della Giunta che fingono di spiegare la storia della Tares né nell’attrazione gotica per le bare in piazza che danno alla contestazione quel sapore triste che non illumina e non mobilita.