La notizia è rimbalzata nei social network con tutta la sua prevedibile potenza virale, in un passaparola rapidissimo e irrefrenabile che ha assunto, nel giro di pochi minuti, la forma di una pandemia mediatica: un dossier dell'Espresso tira pesantemente in ballo la Indesit sulla questione dello smaltimento dei rifiuti tossici in Campania e sui rapporti tra vecchi manager del gruppo ed esponenti della criminalità organizzata. Il settimanale di Via Po, a sostegno della sua inchiesta esclusiva, allega anche "una corposa informativa della Criminalpol del 1996" (Dossier Espresso) che è possibile consultare direttamente e integralmente. Si tratta di uno scoop giornalistico clamoroso ma troppo datato e che anche per questo sospetto anacronismo va trattato con tatto e prudenza. Innanzitutto perchè quando si maneggiano argomenti tanto spinosi e controversi è bene non prendere nulla per oro colato perchè il ginepraio, le trappole e le menzogne sono parte integrante della costruzione mediatica; e poi perchè è in gioco la reputazione di un'importante azienda italiana, della famiglia che ne detiene da sempre le quote di maggioranza e il destino di migliaia di posti di lavoro, già minacciati dalle crisi di mercato e dalle ristrutturazioni in atto all'interno del gruppo fabrianese. Secondo L'Espresso saremmo di fronte a documentazione esplosiva, rimasta a cumulare polvere in qualche remoto cassetto per quasi venti anni. Già per questa ritardatissima emersione è naturale e istintivo chiedersi a chi giova e confrontarsi subito con alcuni interrogativi: come mai carte tanto scottanti e compromettenti sono riemerse dagli armadi dell'oblio, con una puntualità quasi svizzera, proprio mentre Indesit è alle prese con una complessa trattativa sindacale e con ipotesi di vendita ad altri possibili player internazionali del bianco? Si tratta di pura casualità o, come al solito, siamo in prossimità dell'ennesima circostanza in cui il caso è espressione di un disegno e di una trama orditi chissà dove e chissà per quali scopi? Come reagirà lunedì il titolo Indesit, quotato in Piazza Affari, dopo che la notizia sarà montata e lievitata ad arte nel corso di un fine di settimana che già si presume caldo e scoppiettante? Quali effetti di ritorno potrà determinare una notizia tanto devastante sull'immagine aziendale e sul valore del brand Indesit, oltre che su eventuali trattative in corso per la definizione di una partnership strategica? La questione tirata in ballo dall'Espresso influenzerà anche gli ultimi scampoli di negoziato sul Piano di Ristrutturazione o verrà derubricata a problema storicamente determinato e quindi totalmente svincolato dalle problematiche del presente? Sono domande pertinenti, che contengono decisivi squarci di futuro per la nostra gente e la nostra terra. Ma mentre cerchiamo risposte occorre aggirare ed evitare un rischio incombente e distruttivo: quello di farsi risucchiare da letture criminogene dell'economia e dell'impresa e di ardere nello stesso fuoco dei populisti lancia in resta che cercheranno di imporre la narrazione volutamente distorta di un gruppo industriale cresciuto in una zona grigia e di una famiglia che - secondo la formula condivisa della nuova inquisizione di massa - "non poteva non sapere". La storia della Indesit è, sia chiaro, la storia di un successo aziendale e produttivo di assoluto valore e il percorso della famiglia Merloni, che mai ci siamo stancati di criticare e rintuzzare anche su questo blog per le sue scelte e politiche e imprenditoriali, è lontano anni luce dai miasmi della terra dei fuochi e dai veleni interrati. Il momento difficile, che vivono la nostra città e l'azienda, non deve essere causa di giudizi dettati dalla superficialità e da viscere fuori controllo: severi fin che si vuole rispetto alle scelte economiche e imprenditoriali di una famiglia e di una impresa, ma nulla a che vedere e spartire col giustizialismo dei giudizi sommari, delle condanne preventive e dell'oltraggio moralistico.
23 novembre 2013
22 novembre 2013
Dal gatto selvaggio al culo puzzò
Il complesso e delicato
ponteggio che era servito ai sindacati per edificare e sostenere un profilo puro e duro
nella vertenza Indesit, si è sbriciolato non appena uno spazientito Milani ha
ritenuto fosse giunta l’ora di shakerare, in prossimità delle sensibili orecchie delle
maestranze, la frase killer che nessuno, in cinque mesi di negoziato,
aveva ancora osato pronunciare e forse neanche cogitare: procedura di mobilità.
Nell’istante stesso in cui questo ricorso al deterrente atomico dei licenziamenti è stato proclamato, con lacrime e costernazione d'acciaio, si è chiusa
definitivamente la possibilità di una qualsiasi negoziazione aggiuntiva e complementare così come ogni altra occasione di posticipo e di rimando tattico. Il campo sindacale – come nella tela appena sfregiata del Ritratto di Dorian
Gray – ha fatto emergere, in un unico e malmostoso grumo, le mille crepe registrate e misurate da implacabili fessurimetri, le infinite divisioni cumulate e rimosse in
cinque lunghissimi mesi di faccia a faccia col destino e il "progressismo adolescenziale" di chi sapeva di poter abbiaiare alla luna senza essere richiamato dal fischio notturno del padrone. Ed ecco, quindi, ridotto a simulacro, il sindacalismo “sborone” dei mesi passati, sublime e solenne nel suo reiterato e
imperativo ordine di ritiro del Piano, comandato all’azienda un giorno sì e
l’altro pure. Ma anche la Indesit in quanto a
“sboroneria” ci ha messo del suo, occupando molto, troppo tempo a proclamare che manco morto il
duro Milani avrebbe alterato una sola virgola di quel Piano che andava inteso,
digerito e accettato nella sua interezza e senza cadere nella tentazione dello
spacchettamento rigirato ad arte per favorire Fabriano contro Caserta o Caserta
a discapito di Fabriano. Questa lunga e sterile gara a chi piscia più lontano,
scambiata per lotta di classe, ha lentamente delegittimato i protagonisti con
nuove, chimeriche versioni di Piano sfornate dal top management
aziendale; versioni in cui il numero di esuberi – resta di stucco è un
Barbatrucco - scendeva magicamente dalla iniziale cifra monstre di 1425 unità a
qualche sparuta decina di lavoratori, canuti e bianchi, da accompagnare in
serena quiescenza. Ovviamente con il sostegno di un sindacato che invece di
imbestialirsi per il rimpasto irridente e buggerante di cifre del barbuto
Presidente, fingeva a sua volta di prenderle terribilmente sul serio,
ricorrendo al più vetusto degli slogan nonbastisti: Indesit azzeri gli esuberi
e ritiri subito il Piano. Un po’ come quando Bersani, a qualsiasi domanda dei
giornalisti, era solito rispondere “Berlusconi si dimetta”. Anche perché, alla buona gente avvezza a saggezze collinari, è sempre parso stravagante e
pirandelliano il solo ritenere verosimile un Milani - commissariale e in cerca di
partner a cui mollare la baracca - profumatamente remunerato dalla company
fabrianese per irretirsi innanzi al periodico lancio di Noci di
Cocco. Fatto sta che la sortita del Presidente e Amministratore Delegato sulla procedura di mobilità,
accompagnata da suadenti cori di ripensamento, ha ripulito la scena come una notte di tramontana e di cime innevate, chiudendo traumaticamente la lunga fase del negoziato
“sborone”, con tanto di titoli di coda messi nero su bianco nelle assemblee di
ieri dove i lavoratori hanno dato al sindacato la comanda del ritorno al tavolo, dato che, se morte deve essere, è meglio stirare gli zoccoli tra cinque
anni che tra qualche mese. Quindi si firma quel che Indesit propina, ovvero la versione iniziale del Piano ma con l'accorgimento di mentite e digeribili spoglie. Cosa che si poteva fare già verso la fine di giugno, senza diluvio di blocchi stradali, carovane e scioperi pagati dai lavoratori. Anticipando l'esito ci saremmo anche risparmiato i valzer e il bel Danubio blu di un sindacato che per
cinque mesi dice ai lavoratori che a quelle condizioni non si firma, poi va a
Roma per firmare ma per resisistere alla tentazione si fa pressione da solo conducendo i
lavoratori al seguito a far da lobby contro la firma. Poi alle prime luci dell’alba abbandona il
tavolo e non firma e dopo che non ha firmato, convoca i lavoratori, a cui ha
detto che a quelle condizioni non si firma, per fargli capire perché è
necessario mettere una sigla in calce. Cosa che i lavoratori avevano capito
nell’istante stesso in cui è giunta a destinazione la frase killer del
Barbaindesit: procedura di mobilità. Di fatto gli “sboroni” faranno un salto a Canossa per siglare una resa e un passaggio epocale e definitivo dai caldi giorni dal gatto selvaggio a quelli gelidi e amari del culo puzzò. Dicono i grandi storici che il valore degli accadimenti si misura
dal modo in cui essi concludono il loro ciclo di vita. Se fosse
davvero questa l’unica chiave di lettura possibile per giudicare la vicenda Indesit,
potremmo sostenere che tale vertenza fu poca cosa davvero e
che essa rappresenta la prova provata e
plastica di come non vada gestito un negoziato socialmente
complesso e foriero così gravi e profonde ricadute sulla vita di una
comunità e di un territorio.
20 novembre 2013
E Canossa subentrò alla Bastiglia
19 novembre 2013
Rottura Indesit: il cerino in mano e il tempo poco galantuomo
“E' saltata la trattativa per la Indesit al ministero dello Sviluppo economico, dove sindacati, azienda e istituzioni erano riuniti dalle 17.30 circa di ieri. Secondo quanto si apprende da fonti sindacali, la situazione è degenerata ed è stata aperta la procedura di mobilità per 1.425 lavoratori”. Con queste parole un’Ansa ha chiarito l'esito di una trattativa che si è protratta al Ministero dello Sviluppo Economico per quasi dodici ore. Nella negoziazione sindacale la notte svolge una precisa funzione di sfinimento delle controparti e viene strumentalmente utilizzata per superare lo stallo. Di solito la maratona notturna o prelude a un accordo o sancisce una rottura, e la linea che separa l’una dall’altra possibilità è molto più sottile di quel che può apparire a primo e superficiale esterno. In assenza di informazioni più precise – che probabilmente emergeranno nel corso della giornata – si possono soltanto azzardare alcune ipotesi deduttive. Innanzitutto che questa tornata di confronto al Ministero non contemplava approcci di routine o prosieguo di annusamenti, ma era stata pensata col preciso intendimento di concludere un accordo tra le parti, lavorando non sulla revisione strutturale del Piano ma su una limatura dei saldi relativi agli esuberi. Su questa base era stato già messo in conto il no della Fiom, contraria a qualsiasi accordo non collegato a una nuova politica industriale degli elettrodomestici di ispirazione governativa. Ma questa posizione dei metalmeccanici della CGIL ha lasciato scoperto il fianco alle due federazioni di Cisl e Uil, ideologicamente più propense a sottoscrivere un’intesa con Indesit. Il problema, come spesso accade in queste circostanze, è “chi rimane col cerino in mano”, ovvero chi si piglia la responsabilità di dire per primo “io ci sto”. Anche perché la presenza massiccia dei lavoratori avanti alla sede del Mise ha di certo rappresentato un elemento influente di pressione e alterazione del clima negoziale. E la sensazione è che a forza di passarsi il cerino si sia giunti a fine corsa subendo un nulla di fatto, ma senza una qualche specifica ragione fondativa e di contenuto per un niet così denso di effetti e conseguenze. Un po’ come la prima guerra mondiale, che scoppiò senza una specifica ragione e senza che nessuno ebbe la forza di fermare il processo innescatosi con l’attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando. Non a caso la Indesit ha parlato di un no incomprensibile all’accordo, rimarcando, passo passo, tutte le migliorie apportate a un piano in cui, va detto, la zuppa era rapidamente diventata pan bagnato e poi golosamente narrata come un piatto di fumanti passatelli romagnoli. L’azienda, convinta che ieri fosse il giorno buono per chiudere la vicenda e portare l’accordo al tavolo della fusione con un possibile, grande player internazionale, ha annunciato che aprirà una procedura di mobilità per i lavoratori coinvolti nel Piano. Questo significa che le linee guida della ristrutturazione aziendale verranno applicate in forma unilaterale e senza ulteriori impacci contrattuali e negoziali. Per ora potrebbe trattarsi di un’azione di rilancio mediatico, di una prova di forza finalizzata a ricondurre il sindacato a più miti consigli, ma certo è che il tempo stringe anche per Milani e per il suo disegno di partnership strategica. Il problema per i lavoratori e per il sindacato è di altra natura ma altrettanto pressante, ossia comprendere se gli effetti della rotturasiano da ritenersi migliori di quelli generati dal peggiore accordo possibile e immaginabile. Ed è in questo frangente che spicca, in tutta la sua nitida criticità, l’assenza di un contro piano sindacale, capace di dare sostanza e valore sia all'assenso che al diniego. Ma recriminare, giunti a questo punto, serve a poco. Resta il fatto che è stata sancita una rottura violenta, che la rottura genera escalation e l’escalation restringe il campo negoziale e la possibilità di riprendere efficacemente in mano il bandolo della matassa. Siamo in un vicolo cieco e se ne potrebbe uscire solo tirando una riga e ricominciando daccapo. Ma il tempo, stavolta, non sembra davvero galantuomo.
18 novembre 2013
Tre diavoli e un brand: riflessioni liberali su una città in declino
Lorenzo Castellani è un giovane talento fabrianese che
invece di giocare a fascismo e comunismo, come capita spesso a generazioni di
ragazzi, si è scoperto liberale a 24 carati in un entroterra marchigiano
permeato di cattolicesimo sociale, di buonismo e di politicamente corretto. Un
liberalismo vero e profondo, coltivato meditando su Friedrich Von Hayek e
Milton Friedman e condiviso con altri giovanissimi concittadini di cui ho
potuto conoscere in prima persona l'irregolarità intellettuale e
l'anticonformismo curioso. Lorenzo Castellani - amico a cui mi accomuna la
passione per Nicolò Machiavelli e per una politica sfrondata di ogni ideologia
- è oggi apprezzato blogger presso Linkiesta.it oltre che giornalista
per il quotidiano economico ItaliaOggi, per Formiche, magazine di
politica economia e cultura e ricercatore di storia dei sistemi politici e
diritto pubblico all'IMT Institute of Advanced Studies di Lucca. Gli ho
chiesto di mettere nero su bianco una sua liberalissima duiagnosi sullo stato
di Fabriano. Ne sono usciti fuori tre diavoli e un brand. A riprova che questa
terra possiede intelligenze e pensiero utili per cambiare pelle senza dover
ricorrere ai soliti noti e agli antichi tromboni. Di seguito il suo punto di vista
su residui statalisti e bisogni liberali nella città del fare. E nelle prossime
settimane altri giovani cervelli della nostra città.
Fabriano era. In città l’uso del tempo passato è un’espiazione coercitiva, una pena per sentir bruciare sulla pelle le ferite delle occasioni perse e le punture di una crisi sempre troppo imputata a fenomeni globali piuttosto che a una seria disamina delle responsabilità locali. La verità è che la Fabriano degli anni ’90 - in cui è cresciuto chi scrive - non solo non esiste più economicamente, ma subisce un degrado corredato da drammi sociali, culturali e antropologici ancor più devastante della perdita di occupazione, centralità e produttività. Per rendersene conto i dati non bastano, ma aiutano. I disoccupati sono circa 3.800, i cassa integrati attorno ai 1.300, in totale fanno quasi 5.000 persone in un Comune di 32 mila abitanti, a cui si aggiungono diverse centinaia di giovani che ogni anno, finito di studiare, non tornano nel borgo natio a cercare un lavoro. A questo si aggiunge la drammatica realtà della “meridionalizzazione” della città, espressione che sintetizza splendidamente la transizione da polo industriale e produttivo a città sussidiata dallo Stato. Il Comune - tra contratti a termine, collaborazioni e tempo indeterminato - impiega circa 400 persone, mentre l’Asur, nel solo comune di Fabriano, dispensa stipendi pubblici a diverse centinaia di persone. Un’alluvione di denaro pubblico, una lievitazione incontrollata di burocrazia. Ora, qui non si vuole fare un’imputazione di colpe che richiederebbe una valutazione più approfondita tanto sugli enti che erogano quel denaro pubblico quanto sulla necessità che certi servizi necessitino di così tanto personale, ma una riflessione di più ampio respiro sulla trasformazione che Fabriano ha attraversato dal punto di vista sociale. La città è passata da una sovraoccupazione, con ingente importazione di manodopera, ad una realtà con i picchi di disoccupazione più alti in Italia, mentre allo stesso tempo si è mantenuto un elevato numero di persone a carico dello Stato. Il risultato è che si è andati verso una drastica riduzione dell’impiego privato, del professionismo, del commercio, dell’imprenditoria con il conseguente aumento di persone sussidiate con la cassa integrazione, impiegate dagli enti locali e mantenute da enti inutili. La città ne ha perso in spirito d’iniziativa, libertà economica, indipendenza e ne ha guadagnato in burocrazia, appesantimento della spesa pubblica, sussidio strumentale al mantenimento dello status del disoccupato. Siamo passati dagli operai che negli anni’80 e ’90, dopo aver imparato il proprio mestiere, aprivano la propria azienda creando posti di lavoro e ricchezza, a una moltiplicazione di soggetti mantenuti dallo Stato, costretti a restare a casa avvalendosi del sussidio della cassa integrazione e sempre più dipendenti dall’apparato burocratico e politico gestito dalle istituzioni locali, da enti pubblici e sindacati. Invertire la tendenza con policies applicate da tali istituzioni è senza dubbio chimerico, in quanto le stesse non rispondono delle risorse e degli strumenti giuridici necessari per farlo, tuttavia queste possono intervenire in due modi. Da un lato cercando di mantenere un equilibrio di bilancio che permetta agli enti locali di portare al minimo la tassazione addizionale, ponendo come priorità la riduzione delle addizionali che incidono sull’impresa e sul lavoro. A questo si deve necessariamente aggiungere una riduzione della spesa che passi dalla dismissione del patrimonio pubblico inutilizzato, la vendita a privati mediante meccanismi concorrenziali (e quindi la fine del potere della politica nello spartire poltrone e gettoni) delle quote possedute dagli enti locali nell’erogazione dei servizi pubblici locali. Considerata la sterzata renziana del PD fabrianese, gli esponenti locali di quel partito potrebbero prendere ad esempio quanto fatto da Renzi a Firenze tanto nell’ambito delle società municipalizzate (trasporti, case di riposo ecc) quanto nella dismissione del patrimonio pubblico e riproporre lo schema anche a livello provinciale e regionale. Per un centrodestra che voglia dirsi liberale non serve nemmeno aggiungere parole su quanto buone e sacrosante possano essere queste piattaforme di proposta politica. Il secondo modo è quello di fare di Fabriano un vero e proprio brand, un’icona di come la crisi economica, le riforme mancate, l’eccessivo peso di Stato e burocrazia, il mercato del lavoro duopolistico, il fisco aggressivo sulla produttività abbiano potuto rovinare un distretto industriale che era fiorente e consolidato. Spiegare come la cassa integrazione non abbia risolto i problemi del lavoro, ma ne abbia prolungato l’agonia, come un sistema di welfare serio dovrebbe riqualificare i lavoratori per permettergli di trovare un’ altra occupazione se la perdono, come la flessibilità e non il precariato possa permettere ai giovani di inserirsi sul mercato, come la tassazione elevata, i grovigli di regole, il conservatorismo dei sindacati abbiano contribuito a far fuggire le aziende o a farle chiudere. Se con umiltà posso permettermi di dare un consiglio alla politica locale è questo: portate i vostri leader a Fabriano per far vedere i danni provocati da anni d’immobilismo e da riforme sgangherate o rimandate. La situazione di Fabriano rappresenta, infatti, una delle peggiori reazioni alla mancanza di visione della politica. E non è intenzione di chi scrive trascendere nel qualunquismo, ma suggerire l’analisi di un campione, come quello fabrianese, per comprendere le cause della crisi e soprattutto le possibili scelte politiche per risolverla. La città è stata uccisa nell’anima, si è robotizzata, i fabrianesi sono diventati automi imprigionati nei meccanismi di sclerotica sussidiazione statale, nelle procedure burocratiche, nel monopolio del pubblico come fonte di occupazione e welfare, nella dipendenza dagli aiuti che hanno favorito il mantenimento del monopolio di un unico settore scoraggiando iniziative imprenditoriali diverse da quelle tradizionali dell’elettrodomestico. Se volessimo semplificare ricorrendo ad un discorso sui principi, potremmo affermare che Fabriano è stata sedotta, incensata e poi pugnalata da tre grandi diavoli: lo Stato, il monopolio pubblico e privato, la commistione tra affari e politica. Lo scrivo con convinzione né per il gusto della provocazione né per esaltare vene libertarie, ma semplicemente perché da studioso della storia mi pare evidente una lezione: ciò che ci ha reso grandi in Italia e nel mondo - siano la carta, le lavatrici, le cappe aspiranti o i salumi - non sono state create per decreto legge né da un’ordinanza del comune né dagli apparati degli enti locali. E’ stata la capacità di rispondere ai bisogni delle persone a determinare sviluppo tecnologico, miglioramento della qualità della vita, occupazione e benessere diffuso. E’ il libero mercato, lo scambio di prodotti, la libertà d’intraprendere, la concorrenza, e quindi la capacità di produrre o innovare prima o meglio degli altri, che determina il successo non solo di un’economia, ma anche di un’intera comunità locale. (Lorenzo Castellani)
17 novembre 2013
Fabriano merita questo e altro
E adesso su Indesit è certo che caleranno la firma e il sipario. E' questo il lascito politicamente più succoso della celebrazione dei cinquanta anni della Fondazione Aristide Merloni. Fino ad ora nessuno degli osservatori si è soffermato, con l'attenzione che sarebbe stata giusta e necessaria, sulla funzione propedeutica e "climatica" svolta dall'evento di venerdì; un colpo di reni mediatico con il quale l'infiacchita gens merloniana ha cercato di riconquistare simbolicamente il suo territorio, occupando di nuovo il centro della scena dopo mesi di backstage e di forzata assenza dovuta alle asprezze e alle incrinature di relazione prodotte dalla vertenza Indesit. Se analizziamo l'evolversi delle cose attraverso questa specifica chiave di lettura diversi elementi cessano di riflettere la propria casualità. A partire dai continui posticipi novembrini del tavolo ministeriale tra Indesit e sindacati, quasi che la trattativa potesse rappresentare un serio e ingombrante ostacolo in vista di una celebrazione a cui avrebbe preso parte, quasi a garanzia e conferma di un certo equilibrio di poteri economici, il Governo nella sua massima espressione funzionale. Così come non è ozioso rimarcare come il mese corrente abbia pure rappresentato un momento di accelerazione nei processi di divisione del sindacato sul caso Indesit, al punto che da più parti si è apertamente ipotizzata la possibilità che si arrivasse a sottoscrivere un accordo separato. E proseguendo nella carrellata dei sospetti - intesi come possibile anticamera della verità - non è forse un segnale forte di "non voler disturbare il manovratore" e simbolismo firmaiolo tutto pappa e accordo quello lanciato da un sindacato che recinta la protesta in una gradinata di Palasport, si tiene a qualche chilometro di distanza dalle celebrazioni istituzionali del merlonismo e porta in piazza solo pochi brandelli dell'unica sigla notoriamente meno propensa a una transazione al ribasso con Milani? Ma laa quadratura del cerchio è arrivata puntualissima stamattina grazie alla funzione rivelatrice assolta da una dichiarazione congiunta del Sindaco Sagramola e del primo cittadino di Comunanza. Una dichiarazione direttamente rivolta ai sindacati in vista della nuova e forse decisiva riunione del tavolo al Ministero delle Attività Produttive prevista per domani. Alle organizzazioni dei lavoratori - quasi che i rapporti di forza negoziale fossero sbilanciati a favore del sindacato - i due sindaci giungono clamorosamente a chiedere "un forte impegno di responsabilità per concordare con l'azienda ogni modalità per tutelare il lavoro: la situazione è difficile ma non bisogna irrigidirsi in posizioni precostituite che non aiutano il dialogo e il confronto" (virgolettato del Carlino). Si tratta di un ennesimo caso di ribaltamento ideologico, con Sagramola - l'uomo che sussurrava alle maestranze, l'imbufalito Sindaco che una foto memorabile ritraeva in giacca e cravatta alla testa di un livido corteo melanese - che si ritrova a bacchettare non la Indesit ma il sindacato, ovvero a picchiare il più debole, suggerendo alle organizzazioni dei lavoratori una precisa linea di cedimento, come se un eventuale dissenso o una possibile resistenza non fossero carne e sangue a tutela del lavoro ma sintomo d'irresponsabilità e problema, irrigidimento pregiudiziale che danneggia il dialogo e il confronto. Eccoci. Finalmente ci siamo. Adesso sussistono davvero le migliori condizioni politiche e climatiche per una memorabile e scintillante disfatta. Ci meritiamo questo e altro.
16 novembre 2013
La mesta Fabriano di ieri: memorie, fondazioni e affondamenti
Ieri, a distanza di più di venti anni, si è invece consumato simbolicamente il ciclo di vita del merlonismo. E l'immagine che resterà impressa di questa strana giornata è un cielo grigio attraversato e illuminato dalle sirene silenziose ma lampeggianti di una forza pubblica smisuratamente comandata a proteggere un mesto e sereno canto del cigno. Francesco Merloni, dal suo punto di vista, ha giustamente celebrato una vicenda economica e sociale su cui sarà la storia a dare un giudizio articolato ed equanime. Ma è sembrato comunque eccentrico e crepuscolare l'aver discusso ancora e di nuovo di distretti industriali e di filiere lunghe nel cuore di una città che fu distretto e ora vive una stagione di declino quasi lunare e di smobilitazione psicologica da centro minerario. Eppure in questa scelta di Francesco Merloni c'è anche un sottile motivo di nostalgia, il rifiuto ostinato di cedere di chi è cresciuto con un'idea di impresa lontana dagli attuali nomadismi del capitale e con impianti e stabilimenti ben piantati a terra oltre che legati all'esistenza collettiva di specifiche comunità. Viene in mente Guido Gozzano: "Loreto impagliato e il busto d'Alfieri, di Napoleone, i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!), il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro (...)".
Il grigiore del cielo su Fabriano poteva e doveva essere il migliore viatico per i lavoratori. Il grigio è il colore della lotta, degli scioperi, delle tute blu incolonnate. Vecchie memorie pure queste, ricordi sbiaditi e ingialliti di una cultura operaia che in questa terra non ha mai trovato sintesi, radicamento e presenza. Eppure oggi era un'occasione buona per fare di Fabriano l'epicentro simbolico di una reazione, la metafora visibile e rigogliosa di una risposta dal basso o semplicemente di un tentativo, di una velleità dignitosa di replica alle dure leggi dell’economia e del profitto. Ed era sinceramente straordinaria e pacifica l'idea di concludere il corteo sindacale a ridosso del Gentile, stabilendo una linea di demarcazione tra il comizio all'aperto e le parole disperse tra i velluti e gli stucchi del teatro. Il percorso probabilmente era stato studiato con l'obiettivo di dare forma al contrasto, di far apparire nitidamente la linea di confine tra la luce calda e accorata del lavoro e l'ombra rituale e distante del potere. Ma una pioggia non esattamente torrenziale ha convinto gli organizzatori a ricorrere al piano B, a deviare lontano dal centro storico. Destinazione Palasport, con qualche seggiola allineata sul parquet a fronteggiare, come umile e dimessa presidenza, una gradinata riempita di teste reclinate e meste. La lotta operaia confinata in un Palasport è un ossimoro che salta agli occhi e colpisce nello stomaco, una rinuncia che già conoscemmo quando gli operai della Ardo si tennero ostinatamente lontani dal centro storico per non disturbare e non arrecare disagio, come se nella difesa del lavoro fosse concepibile l’agire in punta di piedi, come danzatori di motivi eterei e classici. Ed è delitto metalmezzadro ritenere che una manifestazione di lavoratori possa interrompersi per via della pioggia, come se uno scroscio fosse evento dirimente, casualità capace di fiaccare le ragioni di chi non dovrebbe sentire ragioni. E a fine mattinata giusto brandelli di sola Fiom a recuperare qualche simbolismo marginale in centro storico, mentre altri lavoratori e altre sigle preferivano il rompete le righe, il tutti a casa di chi non vuole disturbare i potenti perché ai potenti ha dato il cuore, l’anima e la memoria. Girando per le strade cittadine all’ora dell’aperitivo ho pensato che sirene, polizia, vigili urbani e carabinieri avevano difeso il nulla e presidiato innocui fantasmi. Di fronte al ripiegamento malinconico di padroni e operai erano sufficienti quattro pensionati con la pettorina e il giubbotto arancione per dire a tutti che non era successo nulla perché nulla poteva succedere.
15 novembre 2013
Letta non c'è, è andato via, questa non è più casa sua!
Letta da buon democristiano ha dato buca. C'è sempre un Consiglio dei Ministri a fare da legittimo impedimento e inviare un videomessaggio salva sicuramente capra e cavoli. Probabilmente il Premier non aveva voglia di essere contestato in terra marchigiana, nel suo collegio elettorale, addirittura a casa dello storico amico Francesco Merloni. La politica si nutre alquanto di simbolismi e il fatto che fischi antigovernativi potessero inondare le docili e storicamente bianche colline d'Appennino deve essere parso un affronto maligno per un capo del governo solidamente assestato su una linea di blando e sereno galleggiamento. Ma il contatto fisico era stato comunque scongiurato, come disdicevole elemento di connessione tra potere e popolo, attraverso l'istituzione di uno spazio protetto, quello che qualcuno, con pomposa retorica, ha provato a ribattezzare zona rossa, evocando in modo improprio ma suggestivo Genova e i suoi disastri. La politica come funzione decisionale legittima resiste ormai soltanto coi recinti, a porte chiuse e col plauso da Politburo di platee selezionate attraverso la logica elitaria e personalizzata dei pass, degli inviti e dei parcheggi riservati. Temere il contatto fisico e oculare con una manifestazione sindacale o con un corteo di giovani che fanno lampeggiare qualche fumogeno, riassume una tendenza alla "pavidità come sistema" che è anche emblematica di quanto la politica abbia progressivamente diminuito se stessa, fino a farsi azione smunta, ministrina col dado Knorr, agire sfiancato e malaticcio di burocrati subalterni ai grandi centri di potere. Nessuno avrebbe preteso che Letta - abituato ai melliflui simposi Aspen - trovasse il coraggio di gettarsi tra la folla come un Papa Francesco a Rio de Janeiro o, più laicamente, come un Luciano Lama tra i sampietrini divelti all'Università di Roma, ma avere timore della vicinanza, della protesta, dell'essere detronizzati momentaneamente di ruolo e carisma, significa confermare la debolezza di una politica che si sovrappone alla realtà come un coperchio che schiaccia e nasconde la crudele verità delle cose. Anche perchè le celebrazioni del cinquantenario della Fondazione Aristide Merloni, a ben vedere, non incarnano nè lo scontro tra società e istituzioni nè, tanto meno, una dialettica classista che vede contrapposti padroni e operai. I nastri, i lustrini e il convegno sulle filiere lunghe - con relativo e dotto parterre di amministratori e di esperti - profuma molto di Stazione Leopolda, di renzismo applicato alla fascia pedemontana, di finta sinistra che gioca a fare la destra senza neanche l'orgoglio di rivendicarlo. E quella che doveva essere la giornata di Enrico Letta ripiega a giorno piovoso di Romano Prodi, l'apologeta dell'euro cambiato a circa 2000 lire, l'ideologo dei distretti, del "piccolo è bello", dell'industrializzazione morbida, ossia di quella malattia economica e ideologica con cui Fabriano e i fabrianesi sono drammaticamente costretti a fare i conti. Stasera alle 21, tanto per non farci mancare nulla, la portavoce di Prodi, l'onorevole piddina Zampa, racconterà ai fabrianesi la notte dei fuochi, le azioni e le imboscate del centinaio di parlamentari che silurarono il Professore bolognese nella gran corsa al Quirinale. Citando Churchill e pensando ai cento parlamentari che gli negarono il Colle verrebbe da dire: "Mai così tanti dovettero così tanto a così pochi".
14 novembre 2013
Sagramola, Tini, Urbani: i tre del 5 per mille
Ieri, opportunamente
stimolato da un amico attento ai dettagli, sono tornato a spulciare le
dichiarazioni dei redditi degli assessori e dei consiglieri comunali. Come al
solito, senza il minimo interesse per le nude cifre ma giusto per ritrovare tra le pieghe dei
modelli diversamente compilati la traccia di un dio delle piccole cose. Obiettivo della
disamina: la destinazione del 5 per mille. Il 5 per mille è una forma di finanziamento che non
comporta oneri aggiuntivi al contribuente, che semplicemente si limita a scegliere o meno di
destinare ad enti no profit o dediti ad attività sociali una quota della propria imposta sul reddito (IRPEF). Tra i soggetti
beneficiari del 5 per mille figurano anche i Comuni di residenza per ciò che riguarda il
sostegno ai servizi e alle attività sociali. In questo modo, invece di essere incamerata dallo Stato la
quota parte di IRPEF, espressamente indicata, resta sul territorio e l’amministrazione
comunale può, appunto, iscrivere a bilancio le somme raccolte e utilizzarle per attività di sviluppo sociale e di
rafforzamento dei servizi. Si tratta, ovviamente, di una libera opzione legata
a una molteplicità di fattori, primo tra tutti la relazione fiduciaria che lo Stato è in grado di instaurare, a tutti i livelli istituzionali, con i cittadini. Ma è del tutto evidente che i contribuenti non si
impegneranno mai in questa direzione, che è sicuramente intelligente e federalista, se i primi a non crederci sono proprio gli
amministratori pubblici, che dovrebbero sentire istintivamente, e senza forzature legate al ruolo, il dovere istituzionale di dare il buon esempio e di farsi promoter
civici e mediatici di una campagna a favore del 5 per mille ai comuni. In
questo quadro – fermo restando eventuali deficit documentali e sviste personali di
cui farò prontissima ammenda qualora dovessero essere rilevate – ho
potuto constatare che tra assessori e consiglieri comunali sono soltanto in tre
ad aver sottoscritto la destinazione del 5 per mille per il finanziamento di
attività sociali riconducibili al Comune: il Sindaco Sagramola, il Vicesindaco
Tini e il Consigliere Comunale Urbani. Si tratta di una scelta che fa loro
onore e dà forza e coerenza alla carica che ricoprono, fermo restando che
qualsiasi opzione – compreso il non destinare la quota parte a nessuno – ricade nel nobilissimo spazio della libertà di scelta e della libera coscienza individuale. Ma è oggettivamente degno di nota l’impegno dei tre politici sottoscrittori a essere
amministratori sempre e fino in fondo, ovvero sin dentro la propria privatissima e individuale relazione fiscale
con quello Stato che a diverso titolo incarnano e rappresentano. Su questo blog
Sindaco e Vicesindaco sono spesso bersaglio di polemiche e di posizioni che non
contemplano sconti e cedimenti ma, come si dice, occorre sempre dare a Cesare quel
che è di Cesare. E stavolta le ragioni volentieri subentrano a quei torti che
continueremo, senza sosta e senza pace, a rimarcare e narrare.
13 novembre 2013
Nubifragi fabrianesi e frasi killer
La stampa e la televisione, in questi due giorni di nubifragi e cicloni, hanno potuto intingere ben bene il biscotto nella sfiga metereologica. Lo "strillo" più ricorrente martella i santissimi d'entroterra e titola cubitale: "il fabrianese in ginocchio". Ed è tutto un dire e disdire di emergenze, di cantine allagate, di cancelli bloccati dal fango, di anziani rincorsi e minacciati dalla frane. Un bollettino in movimento, accompagnato dalle classiche centinaia, anzi migliaia, di telefonate e appelli al Comune e alla Protezione Civile. Tutto vero, madama la marchesa, anche perchè a nessuno verrebbe in mente di raccontare come forti precipitazioni stagionali i cicloni e gli tzunami mediatici e le immagini plastiche e inequivocabili di fiumi esondati, campi allagati e brume umidicce. Così come ci siamo immedesimati e riconosciuti nel grido di dolore del Governatore Spacca che, ormai giunto alla prima galleria della Gola della Rossa, si è visto costretto - dall'irruenza di Giove Pluvio e dalla lentezza delle code a sciame - a fare macchina indietro in direzione Ancona, con annesso armamentario di ferrigni impegni al raddoppio e ai quadrilateri, annunciati col piglio universalistico dell'uomo di governo ma, veltronianamente, pure con le tinte fosche e populiste del tribuno di minoranza. Ma quel che ci vinse, di fondo, fu il rimirar la sfiga, il compiacersi del grappolo sempre più brillante e rigoglioso di sventure comprensoriali, il sentirci ai confini del dionisiaco ogniqualvolta il caso o la necessità ci mettono in condizione di appellarci al pianto rituale sulla fabrianesità ferita, perduta o smarrita. Al che, onde evitare lo sprofondamento conclusivo, credo sia utile e ganzo mettere nero su bianco un decalogo di frasi killer, evidenziando quel rosario di negatività che connotano il carattere dei fabrianesi e spingono a farci spianare da un tir scambiandolo per un trattamento benefico e rivitalizzante. Di seguito si riportano, quindi, la promessa decina di frasi fatte, scelte tra le più emblematiche in circolazione tra questi monti e da cui si ritiene preferibile tenersi concettualmente ed esistenzialmente alla larga:
- Fabriano è morta. Frase killer in forma di premessa. Ogni discorso pubblico e locale prende le mosse dal catastrofico presupposto. Chi ne imborsa è un mistificatore perchè la città era morta già quando pensava d'essere viva e forse ore gode di più salute che pria.
- Tra un anno ce tocca emigrà tutti. Frase killer dereponsabilizzante perchè sottrae senso e linfa a ogni azione presente. E' un'efficace attenuante generica, di quelle buone per restare comodi e sdraiati. Più adatta ai pigri che ai rassegnati, di norma più tentati da un gesto finale che da ipotesi di movimento migratorio
- Ai fabrianesi glie sta bene così. Trattasi di frase killer che serve per centrifugare all'esterno colpe e sensi di colpa. Diversamente dal "ce tocca emigrà tutti" non è corale e collettivo ma scarica tutti i pesi dalla prima persona singolare alla terza plurale. Chi ne fa uso è il primo a costituire zavorra.
- I soldi è finiti. Constatazione apparentemente fondata e generosa di buonsenso. Tipicamente local perchè qui da noi, come dappertutto, senza lilleri non si lallera. Ma chi la pronuncia tende a scansare altri nodi, ovvero che i soldi saranno pure finiti ma delle buone idee non si è ancora vista l'ombra.
- Io ci metto la faccia. Appartiene alla dimensione dell'orgoglio impettito e mascelluto e incarna la presunzione d'essere figli della gallina bianca. Prima di tutto perchè nessuno ti ha implorato di mettercela sta faccia. Secondo perchè per mettercela dovrebbe essere almeno di fattezza buone e non sempre accade. E terzo perchè per uno che ci mette la faccia ce ne sono almeno una decina che ci mettono il culo.
- E' tutta colpa de Merlò. Un tempo una frase così non sarebbe mai uscita da un cervello appena radicato e conservativo. Oggi, purtroppo, abbonda ed esonda. In genere fluisce dalle medesime bocche che un tempo si atteggiavano a mastri cantori merloniani. E' incentrata sull'idea del "tutto", ovvero sul merlonismo come totalità indiscussa: allora e adesso.
- E' facile a criticà e aprì bocca. Si tratta di frase killer che mira a sgambettare chi osserva le cose senza sguardo ovino. Gli utilizzatori denotano vocazione al capo chino, concretezza condominiale e culto del faticà senza pensà che fu lode e gloria metalmezzadra e oggi sigillo di sfiga e di futuro a tinte fosche
- Tanto non cambia gnente. Altro must della fabrianesità che sintetizza, in versione fatalista e flaccida, il volto immobile delle case in collina. Il fatalismo alligna nel "tanto", che è il fonema letale della frase. Se fosse non cambia gnente saremmo nel mondo dei vinti verghiani, con il "tanto" siamo al microcosmo degli sfigati democristiani.
- Qui è tutti capisciotti de Valle. Trattasi di clava usata contro chi non si accontenta e non gode. Generalmente fa da pendant con "è facile criticà e aprì bocca". Chi se ne fa latore offre all'interlocutore chiare indicazioni d'origine politica e culturale.
- Bisogna investire nel turismo. Diversamente da altri killeraggi non ha natura filosofica ma economica. Fa parte del bagaglio linguistico di chi, fino a poco tempo fa, non andava oltre la centralità strategica dei cablaggi. Trattasi di probabile voltagabbana, ovvero di concittadino coricatosi in camicia nera e e pronto, all'alba, ad annodarsi un fazzoletto rosso.
Questo primo decalogo di frasi killer, ovvero di ostacoli concettuali e linguistici attorno ai quali si condensa una vera e propria resistenza al cambiamento, è improvvisato e sommario ma è già indicativo di come il fabrianese s'aggrappi e s'appigli a tutto pur di non uscire dalla sua placenta mentale e sociale. Una resistenza che, come ci hanno insegnato fior di studiosi, può essere scardinata solo se si verificano tre condizioni: se c'è insoddisfazione nei confronti dell'attuale situazione, se esiste una visione di come potrà essere il futuro e se sono chiare le azioni da intraprendere. Ai fabrianesi sicuramente non difetta per niente il primo requisito - ormai ridotto a continuo piagnisteo e men che mai a razionale diagnosi - ma mancano per intero la seconda e terza condizione. Ed è per questo che siamo così sensibili alle piogge e ai cicloni: "piove non sulla favola bella di lontane stagioni ma sulla cartella esattoriale, piove sugli ossi di seppia e sulla greppia nazionale" (E. Montale).
12 novembre 2013
La Fondazione Merloni tra fasti, feste e proteste
Non credo che Francesco Merloni abbia intenzione di utilizzare il cinquantenario della Fondazione Aristide Merloni per celebrare agiograficamente un modello di industrializzazione - senza fratture e non volatile - giunto alla conclusione naturale del suo lungo e complesso ciclo di vita. Stiamo, infatti, parlando di un imprenditore navigato e di successo, di un fine conoscitore e gestore di equilibri, di un uomo che ha conosciuto bene, e in prima persona, le mille sottigliezze del potere economico e i molti tranelli della politica: parlamentare eletto per la prima volta dal 1972 e confermato per altre sei legislature, Ministro dei Lavori Pubblici nei Governi Amato e Ciampi ed espressione di quel patto di sindacato che ha garantito un'ininterrotta e trentennale governance di quel santuario dell'establishment e della borghesia produttiva che è il Corriere della Sera. Di fronte a una biografia di così marcato profilo ed esperienza è rodomontesco e superficiale anche soltanto supporre, congetturando sugli intenti celebrativi dell'Ing., un movente di forzatura ideologica, così come l'ipotizzare una volontà di rimozione - attraverso un'operazione cerimoniale e mediatica - del solco profondo che oramai separa e distingue Fabriano dalla sua storica signoria familiare e imprenditoriale. La Fondazione Aristide Merloni, tra le altre cose, non è mai stata la centrale ideologica del merlonismo, l'Istituto Marx-Engels del distretto metalmeccanico, nè tanto meno il luogo in cui si è teorizzata la disseminazione di un rapporto di forza unilaterale e schiacciante tra industria metalmeccanica ed entroterra, ma un'istituzione nata con l'obiettivo di trasferire conoscenza e professionalità attorno al disegno di industrializzazione diffusa del territorio marchigiano. E' quindi opportuno, anche per meglio calibrare le proprie posizioni innanzi alle celebrazioni del cinquantenario della Fondazione, spacchettare il microcosmo merloniano nelle sue diverse componenti, senza farsi sedurre e ottenebrare dal ricorso a semplificazioni olistiche: da una parte la Ardo, implosa e caduta per deficit di realismo; quindi la Indesit, alle prese con ristrutturazioni e amletiche domande di competitività; infine la Ariston Thermo Group, la formula d'impresa più conservativa e misteriosa nella sua lontananza da ribalte mediatiche e comunicazioni integrate. E a latere di questo conglomerato di esperienze e di risorse industriali la Fondazione Merloni: solitaria ed estranea nella sua vocazione immateriale, incerta nel suo mecenatismo in parte realizzato e in parte irrisolto, rigorosamente disallineata rispetto ai bisogni e alle esigenze più strettamente aziendali e produttive e, oggi, alla ricerca di una mission meno condizionata dal destino delle imprese di famiglia. Venerdì 15 novembre, per celebrarne i cinquanta anni di vita, saranno in città il Presidente del Consiglio Enrico Letta e Romano Prodi, sintesi politiche e generazionali della seduzione merloniana e tecnocratica esercitata su componenti rilevanti di cattolicesimo democratico. Ed è da qualche giorno che si parla sempre più insistentemente di contestazioni che determineranno un'inedita saldatura tra movimenti giovanili, spezzoni operai e forze politiche della sinistra radicale. Ma con quali finalità dichiarate e implicite? Contestare una manifestazione istituzionale e celebrativa rientra, sicuramente, nell'alveo costituzionale della libertà di espressione, ma farlo sensatamente significa agire dandosi finalità e obiettivi che nascono dalle risposte che si è in grado di formulare rispetto ad alcune domande non oziose. Protestare contro la famiglia Merloni, con la Ardo sparita dal panorama industriale del bianco e la Indesit in procinto di alleanze strategiche sicuramente orbitanti lontano dal paesello, è colpevolmente tardivo o può ancora impattare su decisioni di fondo in procinto di essere adottate? Contestando economia e istituzioni politiche si punta ad aprire varchi e a costruire una linea di confronto o si mira a distorcere il focus mediatico della giornata, per occupare qualche minuto di scena e di notiziario televisivo? La Fondazione Merloni la si ritiene ancora in grado di produrre conoscenza utile e funzionale per Fabriano e per il territorio o si pensa che essa vada rigettata come prolungamento culturale delle sue industrie di riferimento? Fischiare Letta in nome del "distretto distrutto" accelera politiche industriali e provvedimenti a sostegno del bianco italiano o lascia inalterato il quadro della deindustrializzazione? E, infine, è lungimirante contestare Francesco Merloni, ossai quel che resta di un vecchio tronco imprenditoriale non assenteista, o sarebbe più intelligente e sensato sfidarlo come garante di una transizione al nuovo che non potrà che essere scortata anche da chi ha incarnato limiti e glorie del passato? E' possibile, anzi certo, che venerdì saranno in parecchi a contestare e in moltissimi a incensare. Ma rispondere a queste domande vuol dire sperimentare una possibile terzia via: disertare senza sabotare, ovvero un punto di vista che non vuole essere nè educato nè rinunciatario, ma soltanto di intelligente e affilata rottura, perchè per tirare un riga sul passato servono squadra, compasso e prospettiva e non certo uova, fischietti e schiamazzi fuori tempo massimo.
Questa sera alle 22.22 sarò in diretta con gli amici fabrianesi di Radio Canaja. Si cazzeggia su H e H2O. Sintonizzativi su http://radiocanaja.blogspot.it/ e cliccate sul Player. Ore 22.22
Questa sera alle 22.22 sarò in diretta con gli amici fabrianesi di Radio Canaja. Si cazzeggia su H e H2O. Sintonizzativi su http://radiocanaja.blogspot.it/ e cliccate sul Player. Ore 22.22
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