16 dicembre 2015

Il dramma di Fabriano tra modelli psichiatrici ed equazioni gestionali

Riprendendo il poeta francese Arthur Rimbaud potremmo dire che Fabriano sta vivendo "una stagione all'inferno". L'elemento demoniaco di questa fase è il radicale cambiamento che ha investito la nostra comunità, ma più ancora la velocità in cui esso si è manifestato e le accelerazioni che lo hanno caratterizzato.

In pochi anni una città ricca è diventata povera, un centro di grandi produzioni si è trasformato in uno scenario di dismissione e di archeologia industriale, il valore astronomico dei depositi bancari si è consumato fino a prefigurare il collasso, le protezioni politiche sono sparite e non c'è più quella monarchia costituzionale che garantiva ricchezza, stabilità e piena occupazione.

Che tutto ciò fosse nell'ordine delle cose possibili era già scritto nella maledizione del monoprodotto, ma ciò che ha scosso i fabrianesi è stata la sequenza ininterrotta e brutale dei crolli, che possiamo interpretare ricorrendo alla curva del cambiamento elaborata nel 1960 dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross; un modello che aiuta a capire i comportamenti delle persone di fronte al cambiamento, valutandone la reazione nel tempo e la tendenza a guardare al passato o al futuro.

La curva del cambiamento si basa su tre stadi. Il primo è quello di shock e negazione. In questo passaggio si subisce il colpo in maniera brutale, la capacità di reazione crolla bruscamente e si cercano disperatamente indicazioni e rassicurazioni. A dominare sono la mancanza di informazioni, la paura dell'ignoto e il timore di fare qualcosa di sbagliato. E nel caso di Fabriano fu questa la reazione che si ebbe di fronte al crollo della Ardo, che, non dimentichiamolo, è stata la madre e la sorgente di tutte le crisi.  

Alla fase immediata di shock subentra quella della negazione, in cui si rifiuta di vedere quanto sta accadendo e il cambiamento radicale in atto. Le persone si convincono che tutto andrà per il meglio e che emergeranno soluzioni capaci di riportare la situazione allo status quo ante. E se ci pensiamo è quanto è accaduto in città nella lunga stagione delle ombre cinesi e delle soluzioni persiane al caso Ardo.

La seconda fase è quella della rabbia e della depressione. In questo passaggio appare, di norma, un capro espiatorio che può prendere la forma di un'organizzazione, di un gruppo o di una persona, come è accaduto con Sagramola. Concentrare la colpa su qualcuno consente di proseguire nella negazione della verità, individuando un punto di riferimento, seppur negativo, su cui scaricare le paure e le ansie che l’impatto del cambiamento sta provocando. I sentimenti dominanti di questa fase sono il sospetto, lo scetticismo e la frustrazione.

Il punto più basso della curva giunge quando la rabbia comincia a svanire e prende corpo la consapevolezza del cambiamento che genera depressione, in quanto ciò che si è perso viene chiaramente individuato e riconosciuto. Fabriano - con la protesta per Ostetricia e la rabbia per le luminarie natalizie - è appena entrata nello stadio della rabbia ed è bene essere consapevoli che ci approssimiamo alla fase di depressione, ossia al punto più basso della curva del cambiamento. Inoltre, nella fase depressiva si tende a concentrarsi su piccoli problemi a scapito delle grandi questioni.

Seguendo il modello di Elisabeth Kübler Ross - ormai ritenuto universalmente un punto di riferimento nell'analisi degli effetti prodotti dal cambiamento - possiamo sostenere che Fabriano non è ancora giunta al suo culmine negativo ma, di certo, siamo ormai prossimi al raggiungimento del punto più critico della curva.

Il modello prevede una fase conclusiva di accettazione e integrazione in cui comincia ad emergere uno stato d'animo più ottimista e subentrano sentimenti positivi di speranza e fiducia. 

Le modalità e la tempistica di affermazione di questa fase positiva sono condizionati da un fattore, ossia dalla consistenza della resistenza al cambiamento. I guru americani Richard Beckhard e Reuben T.Harris, a questo proposito, hanno messo a punto una equazione del cambiamento, espressa dalla formula D x V x F > R: Dissatisfaction x Vision x First Steps > Resistance to Change.

Ciò significa che un cambiamento può affermarsi in termini positivi quando il prodotto del malcontento per la situazione attuale, della vision di ciò che si può fare nel futuro e i primi passi in direzione della vision è maggiore della resistenza al cambiamento. Se uno dei tre fattori è uguale a zero o vicino allo zero, anche il prodotto sarà zero o vicino allo zero e la resistenza al cambiamento risulterà prevalente. 


Nella nostra città il valore del malcontento è altissimo e quasi fuori scala; la vision del futuro è inesistente per l'assenza di un guida politica all'altezza dei problemi e di conseguenza anche i primi passi in direzione della vision risultano a valore zero. 

Ciò significa che a prevalere, tra i fabrianesi, è la resistenza al cambiamento e senza una guida all'altezza dei problemi e dotata di una vision del futuro la fase depressiva si prolungherà, compromettendo quell'accettazione speranzosa del cambiamento che è necessaria per produrre nuove idee e cambiare nel profondo il nostro tradizionale modo di essere, evidente concausa del dramma economico e sociale che viviamo.

    

10 dicembre 2015

Cosa ci aspetta nel dopo Sagramola

A iene e avvoltoi non importa che animale muoia. Gli interessa che la vittima stiri gli zoccoli rapidamente per spartirsi le carni e beccare le spoglie quando il banchetto finisce. Sagramola sta diventando come uno gnu isolato dal branco, grosso e corazzato ma circondato da chi ha cominciato a fiutare l'odore del sangue. 

E come suggeriva, con cinismo rivoluzionario, Mao Tze Tung, è invitabile che si bastoni il cane che affoga.

Di fatto il destino politico di Sagramola è una cosa che riguarda solo lui e l'eventuale sistema di convenienze politiche contingenti che è ancora in grado di aggregare attorno a sé.

Il suo modus operandi da capro espiatorio designato ha prodotto, come effetto politico di rimbalzo, una vera e propria corsa alla successione, basata sull'annullamento di ogni raziocinio e sulla gara a chi piscia più lontano ed è più munito di minzioni magiche e risolutive.

Il percorso che ci condurrà alle elezioni comunali sarà, quindi, lastricato di buonissime intenzioni e di puttanate siderali e si concluderà non con l'elezione di un nuovo Sindaco ma con l'investitura di un sedicente Re Taumaturgo, guaritore della comunità ferita e riduttore di complessità ferrigne.

In verità, che piaccia o meno, anche i successori dello Gnu Caracollante dovranno fare i conti con i vincoli del Patto di Stabilità, con i debiti fuori bilancio e con la rigidità della spesa corrente. Elementi che hanno praticamente azzerato qualsiasi margine di discrezionalità della decisione politica.

Ciò vuol dire che si sta procedendo, sempre più speditamente, verso un concetto di decisione unica e obbligata a cui un Sindaco è obbligato a conformarsi, a prescindere dalla sua volontà e dal colore politico dello schieramento che lo ha espresso.


Ciò significa che la figura del Sindaco perderà sempre più peso dal punto di vista politico a vantaggio di un profilo più tecnico e commissariale, ossia estraneo alla natura e alla dinamica dei processi politici ed elettorali.

La conseguenza naturale è che i cittadini sceglieranno tra chi spara la cazzata più grossa e avremo un Re Taumaturgo che potrà fare le stesse cose del candidato sconfitto. Con la prevedibile decadenza d'immagine di metà mandato e il solito rimpallo tra chi certifica le promesse non mantenute e chi si difende riparandosi dietro l’ombra lunga del Patto di Stabilità.
    

9 dicembre 2015

Perchè prendersela con Sagramola andrà sempre più di moda

 

Giancarlo Sagramola, dopo il colpo della sentenza Penzi, ha annunciato dimissioni che non darà. Non le darà perchè non è tipo da immolarsi per la bellezza del "gesto" e perchè sa bene che se lascia la sua carriera politica è finita e dovrà rientrare in un cono d'ombra che i politici fanno fatica ad accettare e digerire.

Eppure ha provato a simulare una reazione estrema, per uscire dall'angolo in cui si è cacciato in tre anni di solitaria ostinazione.

Il problema di Sagramola, infatti, non sono i debiti fuori bilancio, non sono i margini di manovra ridotti a zero, non è il funzionamento perverso di un ente comunale che non offre servizi e pratica la spoliazione sistematica dei sudditi. 

Il problema di Sagramola si chiama Sagramola. In tre anni è riuscito a concentrare su di sé tutti i mali della nostra comunità, a fungere da unico capro espiatorio, a rappresentare - nell'immaginario collettivo - la summa dei problemi irrisolti, di quelli risolvibili e di quelli insolubili.

Abbiamo dato al Sindaco la colpa di tutto: della crisi industriale, delle imprese che chiudono, del Natale senza luci, della città abbandonata, dei cessi che non funzionano, dei giardini pubblici abbandonati, della tristezza che ci assale e delle partorienti costrette a girare per ospedali limitrofi. 

Giancarlone meritava oggettivamente un carico di negatività così unanime e corale? A mio avviso gli si può attribuire solo una parte di responsabilità, ma è riuscito a realizzare il capolavoro di polarizzarsela addosso tutta intera.

Un capolavoro psicologico e di comunicazione, prima che politico, che ha consentito ai fabrianesi di fare quel che sanno fare meglio: rimuovere la verità, banalizzarla, semplificarla e riproporla, sminuzzata e digerita, in forme collettivamente sostenibili e commestibili.

La grande colpa di Sagramola è aver consegnato ai fabrianesi l'idea che eliminato Sagramola finiranno d'incanto pure i problemi e che per risolverli basti l'opera di un Re Mida che prometterà, senza uno straccio di denari da spendere, un Municipio sorridente, efficiente e amico.

Ci sono due situazioni - che sono politiche e sociali e non di bilancio - che hanno spinto il Sindaco ad accelerare prendendo le distanze da quella fascia tricolore che ha curato e coccolato con una passione quasi materna; due situazioni che ne radicalizzeranno il ruolo di capro espiatorio fino a renderlo gigantesco e insostenibile: la manifestazione a difesa del reparto di Ostetricia e la quotazione in Borsa di Veneto Banca.

La manifestazione rappresenterà un'occasione interessante per vagliare l'applausometro politico e misurare i decibel di consenso dedicati a figure più interessate alla candidatura a Sindaco che alle "doglie di prossimità". Ed è possibile che la contestazione a Sagramola trovi, nella manifestazione, un innesco brutale come quello che si verificò all'Oratorio della Carità nel mese di dicembre del 2013.

La quotazione in Borsa di Veneto Banca rappresenterà un altro elemento di crisi perchè oltre al prezzo di recesso (7,3 €) anche il probabile valore di listino a Piazza Affari sarà ben lungi dal valore nominale delle azioni possedute da tantissimi fabrianesi che, assieme alla Fondazione, rischiano un salasso che troverà nel Sindaco il più rapido e comodo degli alibi.
Parafrasando uno slogan grillino potremmo dire che prendersela con Sagramola andrà sempre più di moda. Ed è per questo che il Sindaco cerca di uscire dall'angolo mostrandosi vittima di un contesto su cui non può intervenire. Ma ha aspettato troppo e ha dosato malissimo il mix di scelte compiute e vincoli subiti. E forse, giunti a questo punto, neanche un dio potrà salvarlo.
    

27 novembre 2015

Ostetricia: una difesa legittima ma insostenibile

E' giusto e comprensibile che tante persone si siano mobilitate a difesa del reparto di Ostetricia dell'Ospedale di Fabriano. 

E' giusto e comprensibile perchè se una comunità non difende i propri servizi collettivi, specie quelli sanitari, vuol dire che ha perso ogni barlume di socialità e di appartenenza. 

Si tratta, quindi, una legittima difesa che non può essere contestata e criticata, fatta di petizioni, di appelli, di sindaci in fascia tricolore, di consigli comunali aperti, di moral suasion istituzionale, di battage giornalistico, di primari che fanno ricorso alla leva mediatica. 

Il problema non è la legittimità della difesa ma la difendibilità del Reparto e, più in generale, la funzione di un Ospedale sovradimensionato rispetto al bacino d'utenza e al peso economico-sociale di Fabriano, ormai al centro di un trend di progressiva marginalizzazione.

Come mi è capitato di scrivere alcune settimane fa su questa pagina, Fabriano è una città che sta invecchiando anche in ragione di un consistente flusso di giovani in uscita che non trovano, nel territorio, opportunità economiche e di lavoro adatte ai loro sogni, alle loro ambizioni e alla loro idea di futuro.

Una comunità che subisce un'emorragia crescente di giovani generazioni brucia potenzialità demografiche e riduce il necessario ricambio generazionale. Per questo a Fabriano nasceranno sempre meno bambini se non si verificherà, sul breve periodo, una svolta economica e imprenditoriale capace di rigenerare benessere e prospettive.

In questo senso la legittima difesa di Ostetricia è materialmente insostenibile, in quanto la funzionalità del Reparto è oggettivamente condannata dal combinato disposto di processi demografici e di tagli di spesa pubblica. Rimandare la chiusura è, forse, l'unico obiettivo possibile, sapendo però che non si può più contare sull'antico adagio andreottiano secondo il quale "un problema rimandato è mezzo risolto".

L'unica partita possibile è contrattare il ruolo complessivo dell'Ospedale di Fabriano, sapendo che sono i reparti e i servizi essenziali la vera linea del fronte. Del resto ogni territorio del nostro Paese ha mille buone ragioni per chiedere che non si modifichi lo status quo e i fabrianesi - come già fecero negli anni delle vacche  grasse - non possono chiedere trattamenti speciali e corsie preferenziali.

E, purtroppo per noi, non saranno le parole "accorate" di Sindaci in fascia tricolore e di pastori benedicenti l'elemento in grado di cambiare le dure leggi dell'economia, di ridurre gli effetti della disoccupazione e di arginare il peso devastante e decisivo dei trend demografici.
    

24 novembre 2015

JP vince in Cassazione ma il Piano Industriale è un'araba fenice


Alla fine Porcarelli l'ha spuntata ribaltando, sulla vendita di Ardo a JP, sia il pronunciamento di primo grado della sezione fallimentare del Tribunale di Ancona, sia la conferma dell'annullamento  sancita in secondo grado dal Tribunale del Riesame.

Attendiamo di conoscere le motivazioni della sentenza della Suprema Corte, che chiude definitivamente il contenzioso aperto con gli istituti bancari, ma sin da ora è possibile esprimere una valutazione di consuntivo su una vicenda che si trascina da almeno cinque anni ed ha assunto, nel tempo, il profilo di una commedia che nulla ha a che vedere con una strategia industriale supportata da scelte ragionevoli e di prospettiva.

Gli ottimisti fanno quel che devono spargendo ottimismo, immaginando un brutto capitolo del capitalismo italiano che si chiude e una nuova pagina che si apre con JP che inizia a produrre, a riconquistare redditività, a saturare capacità produttiva, a conquistare quote di mercato vendendo auto elettriche, nuova frontiera produttiva dopo il declino dei piccoli elettrodomestici e la fine di un'illusione di competività sul bianco che il mercato non ha concesso neanche a Indesit.

Sicuramente, al di là di una strage del diritto dal sapore pannelliano e che dipende soltanto dalla continua interferenza della politica sulla vicenda, è inutile rimuginare sul passato e su quanto si sarebbe dovuto fare e non si è fatto. 

Da oggi JP Industries non ha più alibi e ha il dovere di informare istituzioni, cittadini, lavoratori e parti sociali su cosa intende fare, a livello industriale, per giustificare le condizioni di favore dell'acquisto della Ardo e togliere di mezzo la sensazione nettissima e brutale di un'acquisizione in stile IRI in cui è lo Stato e non l'imprenditore a farsi carico delle componenti negative dell'operazione.

Non è un caso, in questo senso, che la notizia del pronunciamento della Cassazione sia uscita giusto qualche ora dopo la firma del prolungamento per altri 21 mesi della cassa integrazione per i 700 lavoratori migrati dalla Ardo alla JP. 

Una coincidenza dal significato lapalissiano: la produzione in JP continuerà a procedere a singhiozzo, senza riassorbimenti stabili e significativi di manodopera e con un Piano Industriale che, come l'araba fenice, è ormai entrato a pieno titolo nel campo della mitologia economica del territorio fabrianese.

Gli amici delle organizzazioni sindacali, che guardano il dispositivo della Cassazione sul lato delle esigenze immediate dei lavoratori coinvolti, hanno comprensibilmente la notizia rimarcandone la sostanziale positività. 

Per chi guarda, invece, la vicenda pensando più in generale al futuro del territorio, la vera notizia sarebbe l'esistenza di un Piano Industriale della JP Industries, perchè solo attraverso di esso è possibile misurare la prospettiva, valutare l'andamento dell'azienda e collocare i risultati a medio termine in un quadro di ripresa economica del territorio. 

Per ora non c'è segno di pianificazione e di progettualità, ma il tempo è scaduto e gli alibi consumati. Tirare avanti per non tirare le cuoia non è più sostenibile. Non è più possibile.
    

13 novembre 2015

Triplo filotto alla Best: uccisi solidarietà, posti di lavoro e sindacati

Alla Best hanno ucciso, in pochi istanti, la solidarietà, i posti di lavoro e il sindacato. Un triplo filotto reale che mancava dai tempi dello storico e metaforico match, al tavolo verde, tra il Rag.Fantozzi e il Conte Catellani.

Il caso Best è in piedi da un paio di anni ed è basato su un elemento chiarissimo per ogni osservatore e per tutti i soggetti coinvolti: l'azienda ha intenzione di smobilitare. Di fronte a questa volontà la negoziazione tra sindacati e azienda non può che essere profondamente asimmetrica, con le organizzazioni dei lavoratori confinate nel recinto stretto di una contrattazione difensiva.

Ciò significa che l'azienda punta a dividere i lavoratori, utilizzando l'arma efficacissima dei licenziamenti coattivi mentre i sindacati sono costretti a trovare mediazioni risicate che, inevitabilmente, scontentano una parte dei lavoratori, sempre più divisi in una partita ambigua tra "sommersi" e "salvati".
La contrattazione difensiva, proprio a causa della sua natura minimalista, rende il sindacato più fragile e soggetto a critiche ma tende comunque a mantenere un certo grado di agibilità fin quando non si rompe il filo della rappresentanza esercitata dalle organizzazioni dei lavoratori.

Questo filo sottile ma necessario si è rotto alla Best l'altra sera e certifica un orizzonte negoziale a tinte fosche per i lavoratori di quell'azienda. Le tre sigle sindacali dei metalmeccanici (Fiom, Fim e Uilm) avevano sottoposto ai lavoratori un documento, sulla cui base andare a contrattare con l'azienda.

Il documento sindacale era fondato su un principio: scongiurare la linea aziendale dei licenziamenti formulando ipotesi, sicuramente difensive, ma di certo meno traumatiche e più solidali: trenta dimissioni volontarie entro due anni accompagnate da un consistente incentivo. 

Qualora non si fosse raggiunto questo risultato, al termine dei due anni previsti, gli altri lavoratori avrebbero accettato una riduzione sostenibile dell'orario di lavoro per garantire l'ammontare di economie richieste dall'azienda.
Il 40% dei dipendenti ha detto no, forse convinto di appartenere alla categoria dei "salvati" e dimenticando che, nelle ristrutturazioni aziendali nessuno si salva da solo, e che quando si rompe il patto non scritto di solidarietà tra i lavoratori si precipita in un darwinismo capace di rendere il naturale istinto di autoconservazione e di sopravvivenza una vero e proprio oggetto contundente, da utilizzare contro chi vive il medesimo disagio.

Il risultato di questo "no" è, appunto, triplice: solidarietà a puttane; sindacati delegittimati e quindi a rappresentatività dimezzata; licenziamenti a go go impugnabili solo individualmente. 

Ciò che è accaduto alla Best è il frutto di una convergenza di elementi che restituisce un quadro più sociologico che sindacale: il peso della crisi mondiale, la smobilitazione industriale del territorio, la persistenza di un familismo amorale arcaico e contadino, l'assenza di una cultura operaia capace di produrre solidarietà orizzontali e la totale inesistenza di una classe politica locale in grado di svolgere un ruolo di mediazione, di dialogo e di moral suasion.

Forse peccheremo di pessimismo ma siamo di fronte a un segnale che è grave anche da un punto di vista prospettico, perchè la ricostruzione economica di un territorio tanto colpito non potrà avvenire senza un impegno comune, certificato innanzitutto da forme di solidarietà attiva tra i lavoratori e tra i cittadini. 

E di certo dalla Best non è arrivata una buona prassi ma soltanto una manifestazione plateale di egoismo che non porterà fortuna a nessuno.
    

12 novembre 2015

Le mille righe blu. #parcheggiamoSagramola

L'amministrazione comunale di Fabriano di sicuro non vola ma certamente vive nel blu dipinto di blu. Quello della vernice che delimita gli spazi di parcheggio a pagamento, ormai diffusi come una tagliola ovunque e dappertutto; l'ultima, animosa frontiera del conflitto tra governanti e governati in una città che ha parcheggiato fuori dal mercato del lavoro circa 6.000 persone.  

Avremmo anche potuto capire la moltiplicazione dei parcheggi a pagamento se fosse stata il frutto del desiderio di chiudere il centro storico senza assumersi la responsabilità politica di farlo.  

Sarebbe stato di certo un fare patologico - perché se si vuole chiudere il centro storico se ne delibera la chiusura e si fa l’anello esterno a senso unico con ampia possibilità di parcheggio su ambo i lati -  ma lo avremmo capito perché da una Giunta di tal fatta non si possono pretendere spremute d'uva ma soltanto un suino abbondare di ghiande. 

Il problema è che non possiamo capire. Non possiamo perchè siamo scesi sotto il livello di guardia, al di là dell’indecisione e dell’ignavia. Sagramola e i suoi accoliti stanno presentando il conticino perchè la pecunia è il loro unico orizzonte e piuttosto che niente è sempre meglio piuttosto. 

Volete sapere dove osano le quaglie? E’ presto detto: moltiplicare i parcheggi a pagamento dove le persone sono costrette a farne uso perchè quel che non si ottiene per amore si estirpa con mosse da bari caravaggeschi. 

Già, perché i ghiandari hanno le scarpe grosse ma il cervello fino e sono convinti, non a torto, che dopo un po’ di resistenza iniziale i cittadini molleranno l’osso e finiranno per parcheggiare tra quelle mille righe blu ad oggi favolosamente deserte; molleranno l'osso e pagheranno quell'obolo che l'amministrazione cerca morbosamente, quasi sfiorando l'orgasmo monetario.

In passato mi è capitato di utilizzare i parcheggi a pagamento. Da oggi non lo farò più perchè non mi piace essere preso per il culo e spero che nessun fabrianese sia disposto a donare un solo centesimo ai disegni voraci di questa amministrazione.

E allora non parcheggiamo le auto, #parcheggiamoSagramola
    

29 ottobre 2015

Perchè è impossibile reindustrializzare Fabriano

In un post di qualche giorno fa ho sostenuto che uno dei problemi più insidiosi che deve affrontare Fabriano risiede nella natura del suo trend demografico, ossia nel rischio concreto che certi flussi - inizialmente congiunturali e transitori - si consolidino in forma strutturale e definitiva. 

Alcuni amici hanno contestato questo approccio "verista", invitandomi a immaginare soluzioni senza troppo badare ai vincoli di contesto. E' una sollecitazione che raccolgo solo in parte ma non prima di aver sviluppato un'ulteriore riflessione su ciò che ostacola la ripresa del nostro territorio.

Il punto di partenza è il numero degli inoccupati. Parliamo di circa 5.500 persone in una realtà di 32 mila abitanti, al lordo dei cittadini in pensione e dei giovani in età non lavorativa. Una disoccupazione così vasta da "meridionalizzare" economicamente e socialmente la città, può essere riassorbita - in tempi decenti e non geologici - soltanto attraverso processi di rendustrializzazione del territorio.

Si tratta di un bisogno ineludibile, ma è una prospettiva plausibile? A mio avviso no, perchè una reindustrializzazione seria e duratura è possibile solo se imprenditori veri investono senza assistenzialismo, senza denaro pubblico e senza utilizzo spregiudicato degli ammortizzatori sociali.

Di conseguenza un industriale potrebbe, realisticamente, investire nel nostro territorio soltanto se trovasse condizioni di investimento favorevoli, ossia vantaggiose rispetto ad altre realtà comparabili.

Siccome la situazione di crisi economica del Paese non consente di richiedere, per Fabriano, lo status di Zona Economica Speciale - in quanto creerebbe un precedente emulabile da decine e decine di altri territori con distretti produttivi in crisi - non sussistono ragioni di vantaggio fiscale, contributivo e di costo del lavoro che possano sollecitare un trasferimento di produzioni nel nostro territorio.

Proviamo, allora, a individuare e descrivere alcune delle condizioni che possono convincere l'imprenditore a investire in un certo territorio, dando loro la forma di un decalogo ragionato e declinato sulla realtà fabrianese.

Adattabilità dei lavoratori. Segnala il livello di riconversione delle competenze dei lavoratori attraverso processi di formazione continua. A Fabriano gli operai metalmeccanici sono stati riconvertiti a pizzaioli, professionalità nobilissima ma inutile per insediamenti produttivo di tipo industriale.

Occupabilità dei lavoratori. Fa riferimento un sistema di competenze che consente ai lavoratori di essere spendibili sul mercato del lavoro e ricollocabili in una dimensione produttiva. Gli inoccupati fabrianesi presentano un basso livello di occupabilità perchè gli ammortizzatori sociali ne hanno invecchiato le competenze diminuendone l'attrattività e il potere contrattuale.

Qualità del capitale umano. E' un indicatore legato alla densità delle attività di ricerca e sviluppo, alle relazioni con Università e istituti di ricerca, alla presenza di autonomi centri di elaborazione culturale e a un livello culturale medio-alto dei cittadini. Su questo versante la città, complice anche l'emigrazione dei giovani più scolarizzati, presenta livelli di qualità del capitale umano assai lontani dalla linea di decollo.

Tasso di crescita delle imprese. Questo indicatore segnala il dinamismo imprenditoriale e lo spirito d'iniziativa di un territorio. L'area fabrianese vive una vera e propria morìa d'imprese che alimenta un saldo negativo. Ciò dipende in parte dalla situazione di stallo economico e in parte da un deficit di cultura d'impresa, come emerse da uno studio presentato, lo scorso anno, dal Prof.Gabriele Micozzi, dell'Università Politicnica delle Marche.

Trend del mercato immobiliare. Il mercato immobiliare è fermo. Il valore patrimoniale degli immobili privati è in caduta libera per eccesso di offerta e per una vendita massiccia di seconde case finalizzata a evitare un pesante prelievo fiscale sulle famiglie. Ciò significa che gli investimenti immobiliari, privati e/o industriali, a Fabriano sono soggetti a una congenita perdita di valore.

Mix industria, commercio, servizi e artigianato. La stabilità economica di un territorio, e quindi la sua attrattività, dipende anche dall'equilibrio tra i settori economici. A Fabriano la crisi dell'industria ha consumato la redditività e il ruolo del commercio (storicamente vissuto a ridosso del reddito industriale e quindi povero di autonomia, innovazione e visione) mentre non è mai esistito un settore avanzato di servizi, ridotto all'azione di professionisti e microsocietà che hanno vivacchiato da terzisti - come molte imprese artigiane - grazie a piccole prebende dispensate dalla grande industria.

Accordi territoriali. Gli accordi territoriali di secondo livello tra le parti sociali e le istituzioni sono utili per generare condizioni di attrattività senza modificare i contenuti del contratto nazionale e la legislazione. Su Fabriano è stato modulato e finanziato un Accordo di Programma che è rimasto lettera morta perchè rigido nelle procedure e burocratico rispetto all'esisgenza di sostenere progetti industriali capaci di creare competitività e occupazione.

Qualità e funzionalità delle infrastrutture. Strade, ferrovie, collegamenti, assi viari sono elementi costitutivi della competitività di un'impresa e quindi di un investimento produttivo. Purtroppo Fabriano risente di un deficit cronico di infrastrutture, dovute oltre che a fattori politici anche alla sua posizione geografica e alla morfologia del territorio, che la rendono poco attrattiva. In questo contesto il completamento della Quadrilatero rischia di arrivare fuori tempo massimo, ossia quando il raddoppio stradale servirà solo per arrivare prima al mare o per fare un salto a Perugia in occasione di Eurochocolate.

Attrattività del centro urbano. La convenienza di un investimento produttivo dipende anche dalla capacità di una comunità di esprimere un qualche "magnetismo" perchè, come scrisse l'economista Giacomo Vaciago, ciò che non attira non trattiene. Una città che non offre svaghi, servizi e opportunità di "consumo" del tempo libero non sarà mai in grado di attirare investimenti perchè le figure professionali più evolute tenderanno a non risiedervi. E sappiamo bene come questo fenomeno abbia inciso, e incida tuttora, nelle dinamiche di alcune grandi realtà aziendali fabrianesi.

Approccio delle amministrazioni locali. I Comuni possono fare poco per favorire materialmente la localizzazione di impianti industriali per via della normativa e per la fattispecie del danno erariale, che ormai aleggia in ogni scelta che non sia puramente ragionieristica e condominiale. Di certo le amministrazioni locali possono lavorare sul clima, ossia assumere atteggiamenti collaborativi e di favore rispetto al sistema d'impresa. La classe politica fabrianese è, invece, mediamente ostile all'impresa il cui valore, dal suo punto di vista, risiede unicamente nella possibilità autoreferenziale di mungerla a livello di tasse e tributi.

Che piaccia o meno questo è lo stato dell'arte e il peso dei vincoli strutturali. Qualsiasi idea e proposta di futuro non può che fare i conti con queste condizioni inesistenti e partire da un dato: abbiamo perso dieci anni in fuinzioni, finendo sempre più in basso. E mano a mano che si scende diminuiscono anche le risorse per risalire e si viene risucchiati sempre più in giù. 

Fabriano ha assoluto bisogno di essere reindustrializzata ma non può essere reindustrializzata perchè la crisi ha reso impossibile conseguire condizioni minime di attrattività del capitale: una verità dolorosa e paradossale, destinata a diventare un rebus e un rompicapo senza soluzione.
    

23 ottobre 2015

Il dramma di Fabriano: serve una rivoluzione ma non ha rivoluzionari

Fabriano è sporca, imbrattata, divelta e rotta. Il Comune, al netto d'ogni polemica politica, non dispone delle risorse minime da dedicare alla manutenzione ordinaria e quotidiana, quella che qualifica la mano pubblica e ne giustifica esistenza e funzione.

Diciamolo: sarebbe fuorviante ricondurre il dramma cittadino alla penuria di risorse, alle clamorose inadempienze della classe politica locale e al suo sigillo culturalmente miserabile e povero rispetto alle sfide di una città che sta arretrando di decenni in ogni campo. 

Sono i trend demografici e sociali a rendere davvero insostenibile – a breve e medio termine – la situazione del territorio. Il primo dato preoccupante riguarda il futuro dei tantissimi fabrianesi disoccupati. 

Una quota di questi, probabilmente, potrà arrivare alla pensione grazie alla sponda degli ammortizzatori sociali lunghi ma c’è una parte consistente che, per ragioni anagrafiche ma non solo, non può giungere alla quiescenza contando sullo scivolo della cassa integrazione. 

Queste persone, sostanzialmente giovani, dequalificate dal non lavoro e con competenze sempre più obsolete, hanno due possibilità: emigrare in cerca di nuovo lavoro o sopravvivere in condizioni di povertà. Considerata la mentalità dei fabrianesi, poco propensi alla mobilità anche in situazioni di disagio, è presumibile che nei prossimi si assista a una dilatazioe dell'area della povertà. 

Poi ci sono quelli che sono approdati a Fabriano dopo il terremoto del 1997 per trovare lavoro nei cantieri della ricostruzione e nelle aziende del bianco, a quel tempo ancora capaci di assorbire manodopera e occupazione. 

Una parte di questi lavoratori e famiglie ha lasciato e sta lasciando la città seguendo le dinamiche di mercato e di assorbimento della manodopera; gli altri, profondamente segnati e colpiti dagli ultimi anni di crisi, hanno deciso di restare in città perché – almeno per il momento – è più facile essere poveri a Fabriano che nei luoghi di origine.  

Tra i flussi in uscita vanno considerati i giovani fabrianesi che lasciano la città perché - per consapevolezza, cultura e scolarizzazione - non trovano nel territorio una possibilità concreta di stabilizzazione personale e di consolidamento del futuro. 

Si tratta della perdita più grave, di un'emorragia di energie intellettuali, di risorse professionali e di potenzialità demografiche capace di mettere a repentaglio il ricambio naturale delle generazioni, condizione primaria di sviluppo e motore di una relazione aperta e proficua con l’idea stessa di futuro. 

Tale combinazione di fattori, legata alla crisi economica e industriale, determina una conseguenza  e cioè che senza una brutale quanto improbabile inversione di tendenza la Fabriano del futuro sarà una città di poveri e di vecchi, una realtà priva di forza lavoro occupabile e di gioventù capace di connettere la comunità e il territorio alla grandi correnti della vita e del pensiero. 

Questi processi demografici certificano una realtà amarissima e cioè che la decadenza di Fabriano ha raggiunto livelli che rendono difficilissimo ogni tipo di intervento. E' necessario un rivolgimento di mentalità collettiva e una brutale rivoluzione politica per impedire che la ripresa si sposti avanti nel tempo di almeno una generazione.

Fra circa un anno e mezzo si voterà il nuovo Sindaco. Di fronte a un disastro strutturale di queste dimensioni e al fattore tempo che non è davvero dalla nostra parte, servono candidati speciali: gente con il senso del dramma e dell'urgenza, figure che non perdano tempo a raccontare i propri trascorsi, a sciorinare meriti pregressi e a esibire medagliette al bavero. 

Il disastro demografico e sociale di Fabriano merita sovversivi con un disegno di futuro. Tutto il resto è noia. Anche senza scomodare Califano. Il problema è che Fabriano è stata capace di creare soltanto situazionisti furbetti e palloni gonfiati. Servirebbe un papa straniero ma purtroppo anche l'orizzonte è diventato ateo.
    

15 ottobre 2015

La sentenza su Ardo tra la Casa di Ester e il Big Mac di Via Dante

 
Mentre la città sogna improbabili rilanci con la Casa di Ester e s'incaponisce a confondere Mc Donald's e bonifiche, sulla comunità incombe il pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione in merito alla vendita della Antonio Merloni a JP Industries.

Per evitare l'ennesima caduta collettiva dal pero, quando l'argomento tornerà di stringente attualità, può essere utile rammentare qualche passaggio e riepilogare sommariamente l'accaduto.

Nel mese di settembre del 2013 la sezione fallimentare del Tribunale di Ancona - nella persona del giudice Edi Ragaglia -  accoglie il ricorso presentato da un pool di banche creditrici, annullando la vendita della A.Merloni a Porcarelli perchè "il perimetro della cessione" del ramo d'azienda a JP era viziato da uno "sconto" improprio praticato sul valore di venedita. 

Nella vendita a Porcarelli era stata, infatti, riconosciuta una previsione di redditività negativa (badwill) di quattro anni, nonostante la normativa vigente sulla cessione di aziende in amministrazione straordinaria prevedesse, inderogabilmente, un badwill di due anni. 

Questo dimezzamento aveva determinato un valore dell'azienda pari a 12,2 milioni di euro. Da qui la cessione a JP per circa 10 milioni di euro. In realtà, Il ricalcolo del valore - applicando la norma dei due anni di badwill - secondo la perizia del consulente allora nominato dal Tribunale, si si sarebbe dovuto atetstare intorno ai 54 milioni di euro. Un valore cinque volte superiore a quello della vendita realizzata. 

Rispetto alla sentenza del Tribunale fu esercitato il diritto a ricorrere opposto ma nonostante le pressioni della politica e i provvedimenti ad aziendam ottenuti da alcuni parlamentari - finalizzati ribaltare il pronunciamento del Tribunale - nel mese di aprile 2014, il Tribunale del Riesame conferma l'annullamento della vendita, rimarcando la solidità giuridica delle valutazioni sviluppate in primo grado dal giudice Ragaglia.

A questo punto Porcarelli, sostenuto dalle organizzazioni sindacali e dalle istituzioni locali, decide di ricorrere in Cassazione, delegando alla Suprema Corte il compito di mettere il sigillo conclusivo su questa lunga e controversa vicenda.

Nel frattempo si mette in moto una frenetica diplomazia - tra Ministero delle Attività Produttive, banche, JP, parti sociali e istituzioni locali - con l'obiettivo di trovare un accordo tra Porcarelli e le banche capace di scongiurare una sentenza negativa della Cassazione che difficilmente ribalterà due gradi di giudizio, tra l'altro caratterizzati da sostanziale uniformità di vedute e di punti di vista giuridici.

L'accordo tra Porcarelli e le banche è ritenuto, dai soggetti coinvolti, una condizione necessaria per ottenere dalla Cassazione un pronunciamento positivo. Dal punto di vista giuridico - ma confesso la mia ignoranza in materia - la relazione diretta tra accordo con le banche e pronunciamento della Cassazione appare discutibile perchè sia il Tribunale che il Riesame hanno sancito e confermato l'annullamento della vendita della A.Merloni a JP Industries per violazione di una norma e un accordo tra privati (banche e JP), a lume di ragione e di buonsenso se non in punta di diritto, non può certo rappresentare una sanatoria rispetto alla violazione di una legge e a un procedimento in corso.
 
L'accordo tra Porcarelli e le banche dovrebbe basarsi su un valore compensativo rispetto aii dieci milioni di euro pagati per l'acquisizione e il valore degli asset (54 milioni) stabilito dal perito nominato dal Tribunale di Ancona. E 44 miioni di euro, di questo tempi, non sono esattamente bruscolini.
 
Ora, se l'accordo viene raggiunto e la Cassazione ribalta il giudizio espresso nei due gradi precedenti, JP dovrà dimostrare non solo di avere un Piano industriale ma anche l'impossibile, ovvero che si può essere competitivi in un settore ad elevata concentrazione come quello elettrodomestici anche senza un'adeguata dimensione, ossia una delle ragioni strategiche per cui una multinazionale seppur tascabile come Indesit è stata acquisita da un player come Whirlpool.
 
Se la Cassazione confermasse, invece, il pronunciamento dei due gradi precedenti si creerebbe una situazione paradossale con un Porcarelli parte lesa che avrebbe tutto il diritto di chiedere i danni e una Antonio Merloni rimessa magicamente in mano ai commissari e riportata all'epoca dei bandi internazionali. Con effetti deflagranti e paradossali sulla condizione dei lavoratori messi in mobilità, sul TFR di chi non è stato riassunto da JP, in relazione ai macchinari venduti e alla tutela patrimoniale della Antonio Merloni.

Insomma, comuqnue vada ci troveremo davanti a un groviglio di problemi, a uno gnommero gaddiano che farà tremare le pareti della Casa di Ester e toglierà sapore al Big Mac trangugiato a Via Dante.
    

11 ottobre 2015

L'ammainabandiera Indesit che fa diventare americani i fabrianesi

E infine giunse il giorno dell'ammainabandiera. Indesit non esiste più da qualche mese come realtà industriale autonoma ed era rimasta in piedi soltanto una differenziazione nominale rispetto a Whirlpool, una riserva risicata di simboli che servivano, quanto meno psicologicamente, a marcare il territorio e a tenere in piedi la finzione del "noi e loro".

Anche quest'ultima ridotta è caduta: la gloriosa "I" che campeggiava iconicamente sulla palazzina degli uffici centrali di Fabriano è stata smontata e tolta di mezzo. Come sempre accade quando si chiude un'epoca, quando cade un regime o semplicemente quando cambia l'assetto proprietario di un gruppo industriale.

I fabrianesi - convinti di essere cittadini di un'isola anomala e felice, governata con bontà e giustizia da una casata neorinascimentale -  non hanno mai creduto, fino in fondo, che la storia di Indesit fosse davvero finita. 

L'illusione di un'autonoma sopravvivenza del gruppo, seppur in presenza di un passaggio di proprietà, è stata consegnata a una parola che conteneva un concetto fuorviante e privo di contenuto reale: partnership. 

Whirlpool ha fatto finta di stare al gioco e in molti hanno creduto che questo atteggiamento da multinazionale rispettosa delle specificità pregresse rendesse plausibile un rapporto paritario, o al massimo non troppo sbilanciato, con il nuovo proprietario americano. 

Qualcuno ha pensato che l'effetto dell'acquisizione fosse una mezza sommatoria e non, invece, una colonizzazione senza mediazioni, giusto attenuata da una fase di transizione resa digeribile dalle necessità mediatiche di Renzi e dal gioco degli ammortizzatori sociali e delle fuorisucite incentivate.

Togliere la "I" dalla palazzina uffici e cancellare ogni residuo di memoria simbolica legato a Indesit è il segnale di una nuova fase; una fase in cui non sarà concesso riconoscersi in una comunità che si differenzia rivendicando know how, specificità e modelli produttivi e organizzativi provenienti dalla passata gestione merloniana e capaci di differenziare e mantenere in piedi un'identità nobile svenduta dai vecchi proprietari a prezzo di saldo.

Ormai o si è Whirpool o si è il nulla. Si chiama assimilazione ed è un processo in cui rasi, pizzi e merletti servono solo ad occultare le lame più aguzze e le operazioni più dure. Saranno i fabrianesi a diventare americani e non certo gli americani a ritrovarsi fabrianesi: una verità a lungo rimandata, che ha eroso le difese e circoscritto gli anticorpi.