10 febbraio 2013

L'ultimo voto ai partiti. Per cambiarli

Ieri ho scritto un post sulla concreta possibilità che il Cinque Stelle coaguli un consenso di opposizione politicamente non spendibile e, quindi, ininfluente per il governo del Paese. Ovviamente nessuno ha colto l'occasione per riflettere su tale questione politica, ma si è preferito seppellirmi di epiteti: pecorone, corrotto, voltagabbana, magnone. Ma l'enigma, pieno di contraddizioni, di una forza politica che chiede consensi per candidarsi a fare soltanto una bella opposizione, resta intatto nei suoi termini fondanti e nei suoi voluminosi punti interrogativi. Pecoroni o non pecoroni. Così come resta intatta la sensazione, sgradevolissima, di un movimento pseudoreligioso e soavemente squadrista che divide il mondo in due: loro, i pieni di grazia e di virtù generosa, e il resto del mondo, lercio di corruzione e loscaggine da redimere con le buone e, se serve, con le cattive. Stabilito questo invalicabile spartiacque politico e culturale tra chi si fa sedurre dalla brodaglia grillesca e chi ne resta illuministicamente immune, va comunque rimarcato, per onestà intellettuale, che l'origine del male non sono Grillo e i suoi zeloti ma i partiti che, col loro comportamento, hanno permesso il fiorire di una reazione luddista e anticostituzionale. La metastasi del partitismo è il risultato di una scelta ideologica che risale al 1992, ossia la libidine trasversale con cui venne salutata la fine dei grandi partiti di massa: quelli basati sulle sezioni, sul primato del partito rispetto agli amministratori, sull'autofinanziamento e la formazione politica come premessa per l'accesso alle cariche pubbliche, su una visione che bandiva il personalismo e la carriera individuale come supremo peccato rispetto alla dimensione comunitaria e collettiva. Ai partiti di massa capaci di offrire identità, governo e appartenenza sono subentrati, col plauso generale dell'informazione e degli intellettuali, i partiti liquidi, ridotti a sommatoria di personalità elettorali, a federazioni di feudatari capaci di raccattare voti e preferenze in una guerra interna all'ultimo sangue. Quelli che abbiamo di fronte oggi non sono partiti politici ma gusci vuoti che hanno delegittimato il ruolo fondamentale dei partiti, sancito dal patto costituzionale. In Europa non esiste Paese che non sia governato dai partiti politici, a partire dalla Germania, col suo grande Partito Socialdemocratico e la sua potente Democrazia Cristiana. La questione fondamentale è quindi la riforma dei partiti politici italiani e non certo la loro distruzione da parte di un movimento che non concepisce mediazioni e compromessi e si muove con la gretta ignoranza di una falange macedone. Per riformare una qualsiasi organizzazione è necessario motivarne la struttura perchè un'organizzazione dissanguata e debole tende inevitabilmente all'estinzione. Per attivare un processo di riforma dei partiti è quindi necessario motivarli attraverso il voto. All'Italia servono un forte partito di destra, un forte partito di sinistra e un consistente partito di centro. Il primo passo dovrebbe essere una grande coalizione guidata dal leader del partito che prenderà più voti per fare riforme che non possono essere soltanto economiche. La prima è fare una legge elettorale alla tedesca, capace di dare forza e rappresentatività allo schema tripolare. Quindi una riforma attuativa relativa dell'articolo della Costituzione che fa riferimento ai meccanismi di funzionamento e di democrazia interna dei partiti, che privilegi la ricostituzione dei partiti di massa fondati sui militanti e non sugli eletti di cui va sancito il vincolo di mandato; quindi una legge attuativa sulla rappresentanza sindacale e una di severa regolamentazione del finanziamento pubblico ai partiti, che va normato ma non abolito per evitare una democrazia fondata sulla capacità di spesa dei candidati. Si tratta di riforme minime che non possono essere certamente disegnate da chi mira alla dissoluzione del sistema dei partiti ma soltanto da una grande coalizione capace di rappresentare le esigenze di larga parte del popolo italiano. Per questo da uomo di partito - ossia convinto che non ci sia politica possibile senza partiti politici - credo che il voto davvero utile sia quello dato a una delle tre grandi forze del nuovo arco costituzionale. L'ultima chance per un cambiamento vero. Il resto, dal mio modestissimo e ininfluente punto di vista, è soltanto lagna, piagnisteo e caciara.
    

9 febbraio 2013

Tra Beppe Grillo e Tina Cipollari


Gianni Sperti e Tina Cipollari

Facciamo conto che Grillo, a queste elezioni, prenda il 20% dei voti. E dico Grillo a ragion veduta perchè il Movimento 5 Stelle senza il suo comico carismatico non sarebbe altro che una federazione di liste civiche locali volenterose ma isolate. Col 20% si diventa quella che, la politologia, definisce una minoranza di massa. Una minoranza di massa particolare però, perchè nello specifico essa si propone come alternativa al sistema dei partiti di cui pronostica e auspica la sparizione, dimenticando che la loro funzione è sancita dalla Costituzione e costituisce un architrave fondamentale della democrazia repubblicana. In questo modo Grillo, consapevolemente, si condanna alla solitudine di chi vive dentro un sistema con l'obiettivo di minarlo. Che significa essere isolati in politica? Semplicemente che più voti prendi più diventi ininfluente, perchè il sistema si coalizza necessariamente per arginare i rischi e proteggere i suoi cittadini da avanzate nutrite di slogan e di pretese totalitarie. Accadde al Pci nel 1976 e sarebbe il caso che gli italiani, ogni tanto, consultassero pure qualche libro di storia oltre che i sondaggi e l'oroscopo quotidiano. Morale della favola: Grillo non vuole allearsi con nessuno ma, di contro, nessuno vuole stare con lui e, anzi, è proprio questo il dato politico decisivo e rilevante. Ragion per cui non basta prendere molti voti per essere sdoganati e non bastano le piazze piene, usate come clave mediatiche, perchè non fanno altro che scatenare reazioni contrarie di idiosincrasia e repulsione. L'effetto politico dell'isolamento è dirompente: il Movimento 5 Stelle - per come è nato, per come è guidato e per lo zelo biblico-testimoniale dei suoi militanti - è condannato a stare all'opposizione e a restarci a  lungo. E questo lo sanno benissimo gli stessi militanti del Movimento che, non a caso, per trovare voti sono costretti a promettere palingenesi che non ci saranno, rivoluzioni radicali in parola e cambiamenti che nessuna forza politica può minimamente immaginare di promuovere e far passare dall'opposizione. Concretamente, quindi, l'elettore che il 24 febbraio voterà per il Movimento Cinque Stelle esprimerà un consenso utile al rilancio del Paese quanto Gianni Sperti e Tina Cipollari risultano utili alle scelte dei tronisti in Uomini e Donne. L'unico prodotto concreto di questa opzione velleitaria sarà un piccolo o grande esercito di grillini eletti in Parlamento; ricattabili perchè Grillo li ha condannati a fare i parlamentari con stipendi da fame e in nome di una battaglia simbolica per il pauperismo del parlamentare di cui i grillini sono i primi a sorridere e a dubitare. E questo li renderà naturalmente sensibili alle mille sirene romane, oltre che politicamente ed economicamente predisposti a tradire appena se ne presenterà l'occasione. C'è un postulato che è sempre bene ricordare e cioè che più uno veste i panni dell'estremista purissimo più è facile che tradisca. E non è un caso, ma una metafora perenne, che l'irriducibile Giuda Iscariota  venda Cristo ai romani perchè ritiene Cristo stesso troppo tenero coi romani. E Grillo, di fronte alle secessioni e ai tradimenti, comincerà a fare quel che sa fare con indubbia maestria: epurare. Epurare fin quando il Movimento sarà popolato solo di fedeli esecutori. E sinceramente, alla luce di questo, si fa fatica a concepire il grillismo come alternativa politica praticabile. L'unica spiegazione è soltanto il livello penoso a cui sono ridotti i partiti politici. Ma di questo parleremo domani.
    

8 febbraio 2013

Le scelte elettorali tra plance e pertugi

Sulle plance elettorali sono comparsi i primi manifesti di propaganda politica. Roba di poco conto, a dire il vero. Progettata e immaginata senza passione. A tirar via. Con quell'assenza di cura e dettaglio che sempre si annida nelle cose che nascono dall'obbligo, dalla routine, dal "così fan tutti". C'è il manifesto "per farsi conoscere" di Rivoluzione Civile, col simbolo smisuratamente grande e la fastidiosa stilizzazione del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo; c'è il puro e semplice brand della Lista Civica per Monti, scarno, anemico e sbiancante; oppure il manifesto della Lega che annuncia di voler lasciare al Nord il 75% delle tasse, dimenticando che siamo nel Centro Italia: carta che viene da fuori, buttata lì con quello slogan che è più una minaccia che un efficace richiamo all'opportunismo materiale delle genti. E poi c'è il manifesto del 5 Stelle, con la scelta cromatica di giallo e di nero, di api operose, di alveari organizzatissimi, presuntuosi ed etici. E poi la faccia sorridente di Silvetti, costretto a farsi riconoscere e vedere per prendere qualche voto in più, visto che per il Fli si suppongono percentuali da prefisso telefonico. E tra le poche facce anche quella di Casoli, sparata qui e dappertutto, sperando che un sorriso spinto e amichevole possa dare un qualche apporto alla rimonta, tutta in salita quasi dolomitica, a cui lo ha costretto il gioco machiavellico dell'Uomo di Appignano, al secolo Remigio Ceroni. Brutto e dimesso  - aggettivi frutto di tradizionale inimicizia tra grafica e democristianità - anche il manifesto dell'Udc, col solito mix di azzurro carta da zucchero e di rosso, che richiama lo scudo crociato e un vago sapore di sagra. Insomma, se il richiamo al voto dovesse provenirci dall'impatto delle plance e dei lenzuoli, avremmo già optato in massa per l'astensione. Ma c'è da dire che il manifesto è, oramai, un reperto del passato, uno strumento a basso valore aggiunto che ha consumato qualsivoglia capacità di mobilitazione e suggestione. Meglio, molto meglio, sbaciucchiare un cane o slinguazzare un gatto. Fatto sta che siamo all'8 di febbraio. Mancano sedici giorni al voto, tutto tace e chi vive si dà pace. Ma più passano i giorni più è forte la sensazione di un rivolgimento, di una scompaginata a tutto tondo che arriverà fino alle remote contrade d'entroterra. Cresce, giorno dopo giorno, una sensazione via via più nitida e cioè che sia sparita di scena ogni cognizione della posta in gioco. Ovunque e dappertutto. La sfida vera non è sorteggiare tra Bersani, Monti o Berlusconi ma l'urto violento e definitivo tra la Repubblica dei Partiti e l'Antipolitica, il profilo greco del cozzo tra il nuovo arco costituzionale delle forze di sistema e l'orda ordinatissima del "mandiamoli tutti a casa". Per questo sarebbe il caso di cambiare segno ai sondaggi, aggregando le percentuale di tutte le forze di sistema e rilevando, giorno dopo giorno, l'erodersi  del consenso a un'idea di politica. Quella legata ai meccanismi della rappresentanza democratica, alla funzione chiave delle pratiche di mediazione, al ruolo dei corpi intermedi e delle parti sociali e a una cultura fondata sulla complessità piuttosto sulla semplificazione spinta del dire e del fare. Si tratta di un passo obbligato che vale anche per Fabriano. Anche da noi l'area della politica tradizionale è ridotta a spazio senza passioni, dominato da trasformisti e da pupazzi che hanno ridotto tutto alla temperatura e agli agi del proprio culo. Gli uomini e le donne di partito, quelli che sono tali per appartenenza o soltanto per cultura, si trovano davanti a una scelta drammatica: riformare un'idea della politica e della partecipazione attraverso la forma partito - che oggi è incarnata da uomini persi e mediocri - senza cadere nella tentazione di passare per un'azione propedeutica di tabula rasa. Un passaggio strettissimo, un pertugio da spalle strette, in cui è più incagliarsi che proseguire con agilità: Ma l'unico possibile e dotati di ragione cartesiana in questa fase difficile di grida manzoniane e assalti ai forni.
    

6 febbraio 2013

L'Italia giusta e la mossa del bradipo

In questi giorni, inseguendo la cronaca politica, si ha quasi l'impressione di essere alla vigilia di una sorta di anno mille. Forze politiche che dicono di voler cambiare la storia, politici che si dichiarano riformatori candidi e siderali, piazze che trasudano di tzunami, vecchi governanti che promettono la restituzione della refurtiva, stravecchi che prediligono, assai più responsabilmente, la reiterazione del furto. Circola, insomma, l'infondato ma pervasivo sentore di un cambio epocale che legittima fraseggi incontrollati e toni da Gerusalemme liberata. Giusto per non restare fuori da questa rumorosa sovversione verbale ho deciso di riesumare dalla cantina della storia - creando una pagina apposita su Facebook (Commissione Centrale di Controllo) - il vecchio armamentario linguistico dello stalinismo. Già perché, rivoluzione per rivoluzione, è sempre meglio l'usato sicuro che il claudicante nuovismo dei nostri tempi. Tra tinte così tante e fosche, possenti rumori di sciabole e parole che sono pietre, spicca, come sempre, l'Italia giusta del Pd coi suoi silenzi ovattati, i suoi inespressivi colaninni e i perfettissimi civati. Un'Italia giusta che, a Fabriano, diventa giustissima e si connota di una peculiarità aggiuntiva, un'indole che, coerentemente, si somma al silenzio e la si potrebbe definire "scatto del bradipo". Evocare lo scatto del bradipo costituisce un ossimoro assoluto, vista la lentezza quasi ammaliante del noto animaletto. A meno che, come direbbero alla Commissione Centrale di Controllo, nel Partito non ci sia un sabotatore armato di macchina fotografica che fa dell'ossimoro un dato di realtà, un nemico del popolo ignaro del danno arrecato alla causa con i suoi scatti sbattuti sui social network. Il sabotatore, nello specifico, si chiama Quinto Balducci ed è consigliere comunale del Pd. Che cosa ha fatto l'ottimo e gentilissimo Quinto? Ha documentato, attraverso le foto, l'iniziativa elettorale del Pd con le candidate al Senato Camilla Fabbri e Silvana Amati. Per cui è stato visivamente consegnato ai posteri il fatale paradosso di un partito fabrianese che si è guardato bene dal gettare nella mischia delle primarie un qualche suo candidato e che oggi, per primo, organizza iniziative a sostegno di candidate d'importazione che dopo le elezioni non si faranno più vedere a Fabriano manco sotto promessa di imminente beatificazione. All'iniziativa, oltre alla due candidate, hanno partecipato la segretaria lungamente in pectore Graziella Monacelli e il Sindaco Sagramola, che da quando ha deciso di mettere le mani sul Pd è praticamente diventato come il pomodoro e lo si incontra dappertutto: rinfrancato, motivato e sorridente. E questo è documentato da un primo set di foto balducciane. Ma è nel secondo gruppo di foto che si ritrova l'ossimoro e lo scatto del bradipo, perché l'ottimo Balducci - che evidentemente non si è formato col precetto prudenziale dello stalinismo - regala agli osservatori una vista sulla platea dei cittadini partecipanti. E sono foto da cui si evince un'agghiacciante narrazione visiva del crepuscolo piddino: una militanza annoiata, stanca e numericamente scarsa, con l'aggravante di una partecipazione ridotta sempre alle stesse persone, più simili a una claque che a una platea sinceramente interessata e coinvolta. Dal che si deduce un partito senza cuore, bello senz'anima, inaridito dal potere e da un buonsenso pragmatico che ha destrutturato ogni passione e ogni voglia di esserci. Ma diversamente da quel che pensano i faziosi che sospettano preconcetti, trattasi di constatazione amara perché la forma di bradipo assunta dal Pd non è altro che l'espressione metaforica del rincoglionimento cittadino. Una città triste non può che esprimere una politica esangue e partiti in forma di bradipo, visto che è sempre la struttura a generare la sovrastruttura. Ma la spiegazione più che consolare deprime perché per immaginare una via di fuga è necessario pensare sempre a una città oppressa dalla politica e non a una politica che è solo lo specchio fedele della città. Ed è la differenza sostanziale che intercorre tra gli occhi del realista e le effusioni dei pataccari.
    

5 febbraio 2013

Suggerimenti per un'intervista corale ai candidati

Tanto per cominciare vi aggiorno sulle interviste ai candidati alle elezioni politiche. Fino ad ora hanno dato la loro disponibilità, in ordine di adesione, Marco Ottaviani dell'Udc, Francesco Casoli del Pdl, Serena Fucksia, Patrizia Terzoni, Gabriele Santarelli e Cristiano Pascucci del Movimento 5 Stelle, Maria Paola Merloni della Lista Civica per Monti e Mario Paglialunga del Centro Democratico. Nessun segnale invece dagli esponenti del PCL, della Lega Nord e della Lista di Magdi Allam. Attendiamo fiduciosi, in nome di un pluralismo a tutto tondo, anche se le attuali adesioni rappresentano il core business del voto politico a Fabriano, con l'eccezione del Pd, primo partito ma senza un candidato locale per cui battersi e fare campagna elettorale. Qualche giorno fa un lettore anonimo ha postato una richiesta e cioè quella di utilizzare lo spazio riservato ai commenti per formulare domande e suggerimenti da utilizzare nelle singole interviste a candidati. Penso possa essere una buona idea e per questo vi chiedo di lasciare commenti che contengano le domande che vi piacerebbe sottoporre ai candidati o che ritenete utili per comprenderne profilo, credibilità e intenzioni. Da questo punto di vista, per riuscire in un'operazione mirata e personalizzata vi pregherei di indicare non solo la domanda  ma anche il candidato a cui dovrebbe essere rivolta. Le formulazioni più interessanti verranno recepite nella singola  intervista, che contemplerà dieci domande per ciascun candidato. Insomma, prove tecniche di lavoro corale.
    

4 febbraio 2013

L'ira accorta di Sagramola, riformista e muratore

E' stato un weekend lungo e intenso quello del Sindaco Sagramola. Un fine settimana cominciato sabato mattina alla stazione di Albacina, per partecipare alla commemorazione del famoso assalto al treno, l'atto resistenziale più eclatante avvenuto nel nostro territorio. Per proseguire a Jesi con un pranzo di partito assieme a Enrico Letta, il capocorrente del Sindaco, di cui su Facebook ci sono foto che certificano confidenza e vicinanza. E per finire la messa di domenica mattina in diretta Rai nella Chiesa di San Biagio. Insomma una tre giorni intensa, che il Sindaco ha voluto concludere con un inatteso domenicale pirico, un fuoco d'artificio pubblicato su Facebook che riporto integralmente: "Basta con lo Stato incapace, "noi siamo puri e migliori" !!! Prima venne Craxi, promesse e adunate, poi venne la lega, promesse e adunate, poi venne Berlusconi, promesse e adunate, ancora oggi tante promesse e adunate ... Chiunque con un martello è capace di rompere un muro, per ricostruirlo ci vuole un muratore di esperienza, capace, pratico e concreto.". Si tratta, come è evidente, di un'allusione abbastanza esplicita a partiti politici di nuovo conio che usano la piazza per dare una spallata alla "repubblica dei partiti" e di cui Sagramola intravede una sorta di "mussolinismo originario" in un continuum che, partendo da Craxi giunge fino a Berlusconi e alla Lega. Si tratta di un punto di vista storicamente opinabile perchè il leaderismo craxiano non si basò mai sulle adunate e sulle piazze ma su un'idea presidenzialista della Grande Riforma istituzionale da lui sostenuta tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni '80. In più c'è da dire che Sagramola, coerentemente con il suo sentire cattocomunista, omette di estendere il binomio promesse/adunate ai due grandi attori della prima Repubblica, ossia la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista che, nonostante le loro molte differenze mitologiche, esprimevano una medesima concezione del potere e della politica: clericale, verticistica e dogmatica. Ma, a dire il vero, non sono i fondamenti e i rimandi storici a rendere interessanti le parole di Sagramola. L'elemento cruciale è un'altro e cioè che il Sindaco ha abbandonato volontariamente i paramenti e le prudenze istituzionali per prodigarsi in una vera e propria dichiarazione di guerra politica. Perchè tanto inatteso zelo? Si è forse voluto togliere qualche generico sassolino dalle scarpe? Lo ha, per caso, consigliato l'on.Enrico Letta, come preludio di un'OPA del Sindaco sul Pd locale? Non sono in pochi a raccontare di un Sagramola che, dopo lo schiaffo sulle unioni civili, ha cominciato a interrogarsi sulle proprie truppe e a pensare di mettere le mani su un Pd che, a Fabriano, è letteralmente evaporato e che, pertanto, risulta abbastanza facile da espugnare. Prendere il Pd significa, infatti, prendersi anche il gruppo consiliare e garantirsi quindi dal rischio di voltafaccia e di voti contrari alle scelte del Sindaco. E quale modo migliore per aprire una vertenza interna se non narrarsi come argine costruttivo rispetto al martello entropico degli antisistema? In questo modo Sagramola lancia un segnale chiaro: proporsi come aggregatore di un consenso di sistema ampio proprio mentre i partiti tacciono e si fanno prendere a schiaffi dai nuovi epuratori. Una mossa politicamente abile. Che costringerà anche il Pd a prendere posizione. Perchè una volta corre il cane e una volta la lepre. Chapeau.
    

3 febbraio 2013

Cappuccetto Nero e il sopraggiungere dell'Orda

Spacca è una delle figure più complesse ed enigmatiche della politica locale. Non tanto per il ruolo di Governatore in sè, che lo colloca oggettivamente al centro della scena, quanto per il modo leonardesco, ovvero misterioso, in cui interpreta le sue funzioni di sovrano delle Marche. Mi colpì molto, giusto qualche mese fa, una reazione scomposta che Spacca ebbe a Fabriano, nel corso di un dibattito sulle centrali a biogas. Perchè quando un politico puro quale lui è, interamente dedito alla ragion di stato e al disegno personale, fa uscire il cuore e la rabbia genera delusione e tendo a pensare che la necessaria indifferenza del potere sia solo uno strato duro ma sottile, sotto il quale cova e ribolle un magma incontrollato di emozioni pronte ad aprirsi un varco. E le emozioni in politica, si sa, sono dannose quanto l'aridità in amore e il disordine nei libri contabili. Ma quello fu l'ultimo sgaggio spacchiano, una pulsione senza lume da cui emendarsi, perchè da quel momento il Governatore, sia consentito l'ossimoro, è salito nei fondali della manovra accorta, della politica olfattiva, dell'esserci prepotentemente ma senza farsi vedere, colonizzando lo spazio non attraverso la carne ma tramite l'ombra. Il Governatore ha glissato tra Renzi e Bersani, ha abbozzato di fronte alla carneficina dei suoi uomini alle primarie del Pd, ha trasformato il partito fabrianese in un refettorio abbaziale, ha marcato le distanze dallo scontro al ribasso della campagna elettorale, si è chiamato fuori dalle polemiche che hanno accompagnato la migrazione della Merloni nel campo montiano. E come sempre accade tutti si sono immersi in una trilogia di interrogativi, classica di quando si richiama chi, per natura e ruolo, assurge alla funzione del convitato di pietra: cosa fa Spacca, che ha in mente Spacca, chi appoggia Spacca? Alla fine il gioco è abbastanza semplice: Spacca sa che prendere le distanze dall'arena politica ne accresce il profilo istituzionale, lo connota come "servitore delle autonomie regionali", lo qualifica come "riserva repubblicana" a cui ricorrere quando i nuovi equilibri richiederanno figure anfibie, soggetti capaci di agilità istituzionale, intuito politico e virtuosismi tecnici. E per costruire questo nuovo profilo - uno e trino - occorre scolpire il marmo in anticipo perchè, ricorda la saggeza popolare, chi si avvia per tempo mangia quando è ora. Ecco allora che Spacca ha cominciato a frequentare assiduamente i social network, a informare in tempo reale sui recenti successi dell'Aeroporto Raffaello Sanzio, che doveva essere declassato e invece entra tra i big; a pubblicare la sua foto sotto il Palazzo Ducale di Urbino, totalmente innevato, scherzando delicatamente con una commentatrice che lo chiama Cappuccetto Nero; a lanciarsi in un rimando quasi mesto e nostalgico a Don Milani, come se Don Milani non rappresentasse esattamente il contrario del suo pensiero e della sua prassi, più consoni al cattolicesimo di potere e alla lezione di Ignazio da Loyola che non allo scorbutico e asfittico idealismo del Prete di Barbiana; a ricordare ai marchigiani la nomina a Presidente dell'Intergruppo Adriatico-Ionico del Comitato delle Regioni d'Europa, in un progetto dal vago sentore di etnofederalismo. Ma a che prelude tanto movimentismo mediatico, seppur addolcito da note meditative e personali? Non è dato sapersi e, in fondo, va bene così. Perchè in tempi in cui il politicamente corretto esige banalissime trasparenze - case di vetro aperte a tutti e spifferi d'aria che danno benessere invece che torcicollo - scrutare le mosse di un politico d'antico pelo cattolico, ossia consapevole che non c'è chiesa senza preponderanza di tattica e doppiezza, aiuta a comprendere non solo lo spirito dei tempi ma anche le mille linee di fuga e di resistenza di una classe dirigente storica innanzi al sopraggiungere dell'orda.
    

2 febbraio 2013

L'incognita del Senato e lo gnommero gaddiano

Il commissario molisano Ciccio Ingravallo, quello del Pasticciaccio gaddiano, probabilmente lo avrebbe catologato come gnommero. Per dire di una situazione elettorale ingarbugliata, che oramai si complica giorno dopo giorno e sondaggio dopo sondaggio, restituendo una sensazione di stabilità e e un quadro di certezze pari a quelle di chi si gioca il cielo a dadi. Gli ultimi sondaggi relativi alle Marche, tanto per evidenziare il saliscendi, segnalano un'impennata dei grillini, che vengono dati tra il 13 e il 15%. In parallelo si parla di un centrodestra al 24% e della Lista Civica per Monti attestata attorno al 9/10%. Purtroppo il dato aggregato dell'area di centrodestra impedisce di cogliere con precisione il valore attribuito al Pdl che, a spanne, dovrebbe essere di qualche decimale sopra il 20%. Una fattispecie, questa, che potrebbe dare vita a un clamoroso colpo di scena nel voto del Senato. Fino ad ora, infatti, ci siamo tutti baloccati attorno a un postulato e a un risultato variabile. Il postulato era l'elezione sicura di Maria Paola Merloni, mentre il risultato variabile era rappresentato dalla fisarmonica del rapporto - declinato sul metodo D'Hondt -tra Pdl e % Stelle, ossia tra Francesco Casoli e Serena Fucksia. Con questi sondaggi c'è la possibilità concreta che, tra i tre fabrianesi papabili, sia Maria Paola Merloni a restare fuori da Palazzo Madama. Il che significa che non è più così remoto e impossibile un corpo a corpo tra i due industriali fabrianesi, con implicazioni formali e di sostanza che non sfuggirebbero neanche al più sprovveduto degli osservatori. Infatti, nonostante gli attestati di reciproca stima e l'impegno a tenere separate militanza politica e attività d'impresa, una campagna elettorale che veda Casoli e Merloni l'un contro l'altro armati si configurerebbe - a prescindere dalla volontà e dalle intenzioni dei contendenti - come lo scontro tra due gruppi industriali. Fino ad ora questo conflitto è stato sublimato nelle elezioni comunali, seguendo una logica di pacifica convivenza improntata a un pragmatico realismo: evitare sempre il faccia a faccia diretto, limitandosi ad attivare lo scorno soltanto di riflesso e per l'interposta persona dei candidati a Sindaco. Un po' come facevano, un tempo, Stati Uniti e Unione Sovietica, che evitavano il baratro nucleare scontrandosi solo nei cosiddetti conflitti a bassa intensità: in Argentina, in Cile e nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo. Ma la democrazia e il gioco elettorale non rispondono a criteri geopolitici e non è raro, proprio come in questo caso, ritrovare tra gli ingranaggi pure qualche inedito contrappasso. E siccome la lotta politica non è un ballo delle debuttanti, è possibile che anche a Fabriano divampi il conflitto politico tra i due industriali. Il che, forse, non sarebbe un gran vantaggio per una comunità già abbastanza provata e divisa, ma sicuramente un motivo di straordinario interesse in un'ottica di risveglio della partecipazione politica dei fabrianesi. Certo è che - vista dal ventre della città del fabbro - la più noiosa, prevedibile e scontata delle campagne elettorali rischia di volgere in tempesta, in una scoppiettante disfida da cui speriamo di ricavare, come comunità e come cittadini, una carta in più da giocare e qualche osso rotto in meno da ricalcificare.
    

1 febbraio 2013

Galli: con gli operai della Best...pure se occupano

In attesa di avere un quadro preciso dei candidati fabrianesi alle politiche che verranno intervistati da questo blog, ho fatto un salto dall'Assessore alle Politiche del Lavoro Giuseppe Galli che ultimamente - a parte la notizia dichiaratamente stakanovista sui 5000 incontrì coi disoccupati e cassintegrati fabrianesi - mi era sembrato un po' in ombra rispetto allo scoppiettante esordio estivo, culminato nell'operazione Expo. Galli mi ha ricevuto nel suo studio professionale, un garbuglio postmoderno di stanze e di spazi che si compongono e si scompongono a seconda delle esigenze e del momento. E tutto intorno un senso dell'ordine che colpisce immediatamente l'occhio entropico dell'intervistatore: archiviazione impeccabile, scrivanie ordinate, armadi che restituiscono una vera e propria geometria della cose. Abbiamo chiacchierato per più di un'ora e quel che segue è il risultato di questa lunga conversazione.

Assessore Galli ci dedichiamo al semiserio o facciamo una cosa solenne?
A me piace molto una politica che sa ridere di se stessa. Anche se mi rendo conto che è tutt'altro che facile e che spesso c'è bisogno di prudenza e moderazione. Io sono un passionale e so bene che passione e politica hanno un rapporto complicato. Tanto più in un momento come questo in cui il dramma vero è quello del lavoro e che, quindi, c'è bisogno di grande lucidità e razionalità.

A che punto siamo coi 5000 incontri coi disoccupati e i cassintegrati?
La stampa ha enfatizzato molto le mie dichiarazioni. Il punto cardine in realtà è un altro e cioè capire se in chi incontro esiste la volontà di rimboccarsi le maniche e di fare qualcosa. Per esempio se c'è una vocazione all'autoimprenditorialità di chi ha perso il posto di lavoro e cosa può fare il Comune per facilitare e sostenere gli eventuali progetti di nuove imprese. Anche a partire dalle risorse messe a disposizione dall'Accordo di programma

Assessore, a dire il vero l'Accordo di Programma sembra più confuso che risolutivo....
L'Accordo contiene molte misure che vanno a sommarsi ad iniziative provinciali come il Crea Imprese e a misure statali ed europee. Le difficoltà ci sono e sono di natura applicativa. E in questa fase occorre davvero essere più tecnici e meno politici. Al Comune spetta un ruolo di informazione e coordinamento e, in questo senso, mi piacerebbe sapere da Regione e Invitalia modalità e tempistica dei progetti. C'è una questione su cui mi sto battendo: se decolla un progetto di autoimprenditorialità del cassintegrato dobbiamo garantire il TFR, tutta l'anticipazione CIGS e 12 mesi di mobilità perchè altrimenti al rischio d'impresa si sommerebbe anche la perdita degli ammortizzatori sociali. E sto lavorando anche per garantire l'anticipo di tutta la mobilità riconosciuta perchè diversamente gli ultracinquantenni interessati all'autoimprenditorialità perderebbero due anni di mobilità e questo potrebbe dissuaderli dal compiere questa scelta. Considera che stiamo già lavorando su quattro progetti di autoimprenditorialità.

Nell'Accordo di Programma sembrano prevalere misure di sostegno all'acquisizione di immobilizzazioni materiali (macchinari, capannoni ecc). Non è un limite strutturale?
Si è vero ma il punto chiave è che dobbiamo fare tutti insieme un grande sforzo di condivisione dei progetti declinandoli sulle misure individuate. La mia idea è quella di fare massa critica tra istituzioni, parti sociali e associazioni di categoria per intervenire sui colli di bottiglia delle iniziative progettuali. Quando un progetto si blocca dobbiamo intervenire coralmente per rimuovere gli ostacoli. E' questo il nostro compito. Adesso poi dobbiamo capire quando Invitalia darà il via libera alle singole proposte.

Cosa pensi della vertenza Best?
Mi pare che le organizzazioni sindacali stiano gestendo bene e con impegno questa difficlle vertenza. Il punto di forza sarà non mollare e pretendere il rispetto di accordi che sono stati già presi in precedenza tra azienda e organizzazioni sindacali.

E in caso di occupazione della fabbrica?
In quel caso esprimerei la mia assoluta solidarietà ai lavoratori.

Anche se ciò dovesse crearti un problema con la Cisl, restia per cultura sindacale a certe forme di lotta?
Nessun problema con la Cisl che ha a cuore quanto me e quanto noi tutti il rischio di dover fare i conti con lavoratori senza futuro. E, ovviamente, non entro nel merito della trattativa sindacale. Perchè non mi compete e perchè ricade nello spazio di autonomia delle parti sociali.

L'Udc condivide il tuo punto di vista?
Si, il partito è assolutamente unito e consapevole del ruolo e della centralità del lavoro per migliorare la situazione del nostro territorio. Come assessore alle Politiche del Lavoro cerco di fare la mia parte dedicandomi per il 99% all'attività propositiva e per l'1% all'attività amministrativa dell'assessorato. E' una innovazione che considero necessaria.

Ma l'Udc non ha una responsabilità storica sulla crisi Ardo?
Non credo che quando accaduto sia responsabilità dell'Udc ma di un profondo mutamente economico e sociale conseguente alla fine del ciclo espansivo del monoprodotto. Si sono sommate una crisi italiana e una crisi del distretto, cioè variabili difficili da controllare e governare. Alla politica tendo, invece, a dare una responsabilità collettiva perchè nessuno ha capito fino in fondo l'origine della crisi e quello che avrebbe comportato.

Quindi, a tuo parere, un manager influente come Viventi è stato vittima della situazione esterna...
Ritengo di si e ti dico il perchè. Viventi non aveva potere decisionale in merito alla strategia industriale del gruppo nel momento in cui si è determinata la crisi. E devo dire che quando il CdA votò per l'accesso ai benefici della Legge Marzano Viventi fu determinante affinchè si aprisse quel tipo di procedura. La Marzano, non dimentichiamocelo, ci consente di avere una crisi gestibile in un arco di diversi anni. In caso di fallimento la situazione, invece, sarebbe stata assai più drammatica di quella attuale.

A proposito di Ardo. A che prelude la nomina di un altro perito del Tribubale di Ancona per la valutazione della vendita?
Non prelude a nulla. Semplicemente il Tribunale ha bisogno di ulteriori elementi di approfondimento e di conoscenza.

Qualcuno parla di speculazione immobiliare...
Non credo e spero davvero che il Piano Industriale della JP decolli.

Esiste un Piano Industriale della JP?
Ho parlato direttamente con Porcarelli e devo dire che non si è sottratto al confronto anche su questo tema

Il tuo esordio come Assessore è segnato dall'esperienza Expo. L'ultima edizione è stata una bolla di sapone o ci sarà un seguito?
Sono partiti i preparativi. Il format e' quello della passata edizione. Puntiamo a rendere la manifestazione un evento economico, culturale, turistico ed ho in mente di incentivare il marketing dell'evento. Ho già incontrato tutte le associazioni di categoria e l'idea può essere quella di sostenere la creazione di una società tutta privata che curi la vendita dell'evento, metta in rete i migliori artigiani e proposte del territorio per la vendita dei prodotti con il top dell'attività in occasione dell'expo. Avanzerò la proposta che siano destinati fondi del fondo di solidarietà proprio per lo sviluppo di questa iniziativa e pertanto per lo sviluppo economico. L'ipotesi prevede che l'evento occupi tutto il centro storico, con il coinvolgimento di tutti i nostri musei, dei commercianti, dei ristoranti e bar del centro medesimo. Il marketing dovrà essere il valore aggiunto per attirare Buyer ed operatori economici.

Torniamo alla politica. Ottaviani farà l'accordo con te per il golpe nell'Udc oppure è solo il nostro uomo a L'Avana?
Nell'Udc c'è una componente radicata. Poi una anagraficamente più giovane ma meno radicata. E infine c'è Ottaviani che credo abbia compreso da tempo che l'Udc è la sua casa politica. Marco rappresenta una cerniera: il padre è una figura storica della prima componente e lui ha doti politiche e culturali proprie, oltre a un'elevata cultura. Per questo può essere una figura che unisce. Non serve il golpe ma rinnovare tutti insieme l'Udc per rinnovare la città.

E' vero che Sagramola ti ha messo da parte o è solo una cattiveria di Palazzo?
E' una cattiveria di Palazzo perchè Sagramola non ha mai posto limiti alla mia azione. Io sono un tipo che se non è d'accordo lealmente lo dice. Come ho fatto con la questione dell'IMU di cui ho contestao il metodo adottato. Serve condivisione e quando c'è qualche tensione basta chiarirsi per fare tutti un passo avanti.

Che ne pensi di Mario Monti?
Mi riconosco nell'area montiana perchè parto dal principio che servano meno slogan e più azioni dirette. Credo che la politica debba riscoprire tre parole chiave: etica, moralità e rigore.

Beh questo lo dice pure il Cinque Stelle però....sei un po' grillino anche tu?
Comprendo le ragioni e i motivi per cui è nato il Movimento di Grillo ma presenta caratteristiche che non sono compatibili con una cultura di governo. E la cultura di governo per me è l'elemento di valutazione più importante.

Chi saranno secondo te i fabrianesi eletti?
Sicuramente Maria Paola Merloni e la Fucksia, che raccoglierà i frutti del malessere che circonda la politica. Ma penso che Casoli farà di tutto per essere eletto, anche se troverà grosse difficoltà.

L'anello Sintagma è consegnato al mito come l'Anello dei Nibelunghi?
Qui ci sono in ballo tre deleghe: viabilità e polizia urbana, ossia Paglialunga che interviene su questioni che riguardano la quotidianità; poi c'è Alianello che rende esecutivi i lavori. Per quel che mi riguarda voglio portare avanti un progetto che veda il coinvolgimento di tutti: il PUT, il Piano Urbano del Traffico. Io credo che vada limitato l'accesso al centro storico e gli operatori economici devono stare tranquilli perchè quando si fa un PUT serio ci guadagna tutto il centro storico. Col PUT ci siamo ed è imminente la costituzione del tavolo di lavoro. Insomma gli vogliamo dare o no una "sgrullata" a questa città?!

Ultima domanda con risposta secca. Comanda il Gallo Peppino, il Gallo Alianello o il Gallo Paglialunga?
Comandiamo insieme per il bene della città

ma la faccia che ha fatto l'assessore l'ha vista solo l'autore dell'intervista (n.d.a.)....
    

31 gennaio 2013

Le interviste Rischiatutto ai candidati

In questo gennaio che si conclude, il blog batte tutti i record mensili di accesso, con quasi 20.000 visualizzazioni di pagine. Segno che a Fabriano c'è un bisogno di un'informazione politica indipendente, di discussioni libere e senza filtro, di una dialettica aspra ma civile, che stimoli l'intervento e consenta a tutti di proporre punti di vista e riflessioni. Compresi gli attacchi, di solito poco generosi, nei confronti dell'autore, perché anche questo fa parte del gioco visto che chi vuole fare il fornaio non può pretendere di non sporcarsi le mani con la farina. Anche per questo insieme di ragioni credo sia utile mettere un po' di pepe a una campagna elettorale a bassa tensione, contribuire a ravvivarla e, se possibile, dare ai fabrianesi qualche elemento di conoscenza in più sui concittadini che andranno a rappresentare il territorio e la Nazione nelle aule parlamentari. L'idea è quella di far parlare direttamente i candidati, attraverso interviste personali e personalizzate, capaci di farne emergere la visione delle cose, le considerazioni sulla città e sulla politica, i provvedimenti legislativi su cui intendono battersi e il modo in cui vogliono assolvere al mandato di ambasciatori della crisi del nostro territorio. In questo modo si possono bypassare anche i vincoli più ridicoli della par condicio, con i suoi confronti ingessati, le medesime domande valide per tutti - come se la politica non fosse particolarità e discernimento - e i suoi cronometri inflessibili, che riducono il pensiero a slogan e a inutili pillole di efficacia mediatica. Questo blog è  disponibile a intervistare i candidati fabrianesi. Uno per ogni forza politica che ne annoveri  in lista. A chi è disponibile a farsi intervistare chiedo soltanto di dichiarare la propria disponibilità direttamente nel blog e di accettare l'intervista al "buio", ossia senza conoscere in anticipo le domande che, ovviamente, non conterranno agguati e trabocchetti. Chi legge abitualmente questa pagina sa bene che i tranelli sono del tutto distanti dagli interessi dei Bicarbonati, anche perché giocare sporco, oltre a non essere divertente, non aiuterebbe i lettori a comprendere e orientarsi. E' del tutto evidente che potranno dichiararsi disponibili tutti, qualcuno o nessuno. E comunque vada sarà un successo. Ma solo a una condizione: che siano almeno due i candidati che accetteranno di rilasciare l'intervista. Per garantire un minimo di pluralismo,  essenziale per dare credibilità all'operazione e a questa pagina.
    

30 gennaio 2013

La breve campagna dei taciturni

Siamo arrivati al 30 gennaio e quindi mancano poco più di tre settimane alle elezioni politiche. Il tempo stringe ma non c'è segno né traccia di campagna elettorale. I giornali locali hanno approfittato della par condicio per declassare la politica ad argomento tabù a cui preferire porte inceppate, merde di cane e parcheggiatori abusivi. Le plance elettorali, tristissime e spoglie, più adatte all'arredo di una piazza di De Chirico che al sacro brivido della mobilitazione politica ed elettorale.E da ultimi i candidati, drammaticamente taciturni come invisibili nature morte. Undici piccoli indiani, dislocati in diverse liste, che convergono nel tacere forse per timidezza, forse per calcolo o magari per inesperienza e impaccio. Fatto sta che il cittadino elettore si ritrova nel mezzo di un deficit informativo che trasforma l'eleggibilità e la credibilità di un candidato in una questione privata. E c'è da dire che in questo approccio si registra una straordinaria convergenza tra riformisti e conservatori, rivoluzionari e reazionari. A riprova che di notte tutti i gatti sono neri. Da questo punto di vista mi torna in mente il racconto di una vecchia signora fabrianese, scafatissima e saggia, che consigliava al figlio un po' sfigato di andare a trovare la morosa il meno possibile, perché più radi erano gli incontri più si allungava il tempo necessario alla ragazza per svelare tutti i difetti del pretendente. Tra i nostri candidati sembra essersi affermata la stessa logica: farsi vedere il meno possibile e il più tardi possibile, posticipare l'esordio e ricorrere alle magie di una prolungata attesa per occultare, finché si può, i naturali difettucci di fabbricazione. C'è chi sa di essere inesperto, chi non ci capisce una mazza ma è bello così, chi teme la sovraesposizione, chi sa che è lì solo per partecipare e chi ricerca spazi protetti perché teme le molte variabili dell'improvvisazione. A questo punto l'elemento di interesse sarà vedere chi romperà il silenzio e come, chi sarà il più attivo ad attaccare manifesti, chi cercherà di dare un impatto mediatico forte a questo mese che resta, chi cercherà la luce e chi resterà in disparte. Tutto dipende dal bisogno e dalle finalità, da come si determinerà l'incrocio tra ambizioni personali e bisogni politici. Casoli, ad esempio, cercherà di sfruttare tutte le possibili occasioni di contatto con la gente e di confronto con la sua diretta concorrente del 5 Stelle, perché il patron di Elica ha bisogno di risalire. E per risalire deve inseguire, come un segugio, la lepre grillina che, a sua volta, ha tutto da guadagnare dall'evitare confronti con il diretto concorrente perchè chi è in vantaggio di solito scappa. Molto probabilmente non farà troppa campagna elettorale in città Maria Paola Merloni Un po' perché la certezza di essere eletta la dispone su un serenissimo catafalco e un po' perché fare campagna a Fabriano vuol dire approfondire una relazione "calda" con la città che la Merloni non ha mai coltivato e che non credo sia oggi in cima ai suoi pensieri. Sicuramente attivo sarà invece Ottaviani, consapevole di non avere chance di elezione ma che correrà ugualmente per dare fieno al proprio progetto politico di egemonia sull'Udc, di relazione alla pari con la lista Monti di Fabriano e di contatto minaccioso con l'ara pacis sagramoliana. Così come si impegnerà fino allo spasimo Mario Paglialunga. Un po' perché ci spera e un po' per respirare il profumo della libertà rispetto a un ruolo di assessore che lo incolla e non riesce proprio a galvanizzarlo. Gli altri candidati, e lo dico con sincero affetto, faranno tutti la loro parte ma faticheranno da morire a farsi notare e a incidere la pellicola. Ma ci sono anche loro e gli auguriamo vivamente di smentire tutte le nostre previsioni. E' difficile ma a volte capita pure che ci si riesca.
    

29 gennaio 2013

I nuovi equilibri politici a Fabriano

Chiunque osservi le cose della politica senza rischiosi investimenti psicologici, sa bene che le scelte nazionali dei movimenti e dei partiti tendono a ricadere sugli equilibri locali e a incidere sulla formazione di nuove aggregazioni politiche. Immaginare, quindi, una politica municipale staccata dai processi nazionali, significa coltivare un localismo isolazionista che oscilla paurosamente tra l'ingenuo e il demenziale. Ciò vuol dire che dopo le elezioni politiche di febbraio cambierà radicalmente anche la politica fabrianese: ciò che qualche mese fa sembrava impossibile diventerà di colpo praticabile e saranno molti i rapporti politici innaturali ad essere riassorbiti e riabilitati nella nuova fase che si apre. Ad esempio Monti ha affermato che la sua area centrista può allearsi sia con un centrosinistra ripulito di socialdemocratici e sindacalisti che con un centrodestra liberato dall'ipoteca del berlusconismo. Il che, a livello locale, significa che non è più obbligatorio o scontato l'asse tra il centro montiano e il Pd, ma che c'è spazio anche per un accordo elettorale e di governo tra il centro e la destra. Il che prefigura un possibile e auspicabile scongelamento del quadro politico locale. In parallelo è significativo ricordare come Bersani abbia solennemente dichiarato che che non mollerà Vendola e la Cgil solo perché glielo chiede Monti. E questo pronunciamento, di certo, non rende durevole l'opposizione di Emanuele Rossi e del SEL ai democratici. Un ragionamento analogo vale anche guardando al centro. Ottaviani, eletto con una forza di opposizione, si candida alle politiche con un partito che a Fabriano è in maggioranza e a livello nazionale è concorrente del Pd e sostenitore di Monti. E in questo caso il problema è sia di Ottaviani che dell'Udc. Certo è che Ottaviani non potrà più essere, come è stato in questi primi mesi di mandato, il leader indiscusso dell'opposizione consiliare. Così come Rossi non potrà sostenere, troppo a lungo e in forma critico-oppositoria, le istanze di una sinistra sociale ormai riassorbita nel generoso ventre del partito democratico. E, tanto per proseguire, c'è anche il caso Solari, che è stato eletto nelle file dell'opposizione, ma essendo in quota Fli milita in un centro che, pure da queste parti, potrebbe rinegoziare l'alleanza con la sinistra in nome di un patto montanaro tra montiani e Pd. In pratica l'area dell'opposizione consiliare scende da dieci a sette consiglieri e la maggioranza tende potenzialmente a crescere. Paoletti, fino a qualche settimana sospettato d'amorosi sensi con la maggioranza Pd- Udc, è facile che resti all'opposizione, specie ora che è nato, e lotta assieme a noi, il movimento di Ingroia. Movimento che annovera l'Idv, che a Fabriano ha sostenuto Sagramola e oggi si trova nello stesso mazzo di Paoletti che, però, si oppone a Sagramola. Per chi vive di semplificazioni tribunizie, ed è convinto di rappresentare i cittadini buoni e perbene, tutto ciò conferma gli effetti deleteri del partitismo morente. Ma la verità è un'altra e cioè che siamo di fronte a un caos che anticipa il cosmo, caratteristica essenziale di qualsiasi transizione destinata a produrre nuovi equilibri. Il dato politico che conta è che di fronte a tali sommovimenti la Giunta Sagramola pare invecchiata in pochissimi mesi, come il dipinto di Dorian Gray. E non per l'agire nefasto del Sindaco e degli assessori ma per la trasformazione repentina del quadro politico prodotta dalla discesa in campo di Monti e dalla ennesima resurrezione di Berlusconi. Per queste ragioni non è da escludere pure una fine anticipata dell'esperienza Sagramola, la cui vittoria bipolare non può resistere alla formazione di un nuovo schema politico nazionale a tre poli. Un equilibrio che si consoliderà anche in chiave locale e che ha un duplice obiettivo propedeutico a qualsiasi politica di crescita: garantire la governabilità e tutelare il sistema democratico dagli attacchi dei destabilizzatori inconsapevoli e degli indignati professionali. Il grande storico Federico Chabod - in una straordinario saggio introduttivo al Principe del Machiavelli - immagina il grande diplomatico fiorentino, fermo su un lato della Piazza della Signoria, che osserva con l'ironico e malcelato distacco un'infiammata invettiva di Gerolamo Savonarola. A dimostrazione che i sottili equilibri della politica vivono su dinamiche e meccanismi assai più profondi e complessi di quelli evocati dagli spettacoli di un qualunque predicatore in una qualunque piazza urlante e gremita.
    

28 gennaio 2013

La partita al Senato tra Pdl e Cinque Stelle

Intervistata dal Corriere Adriatico Maria Paola Merloni ha pronunciato parole di miele nei confronti di Francesco Casoli, auspicandone l'elezione e rimarcandone forza e competenza. Si tratta di una posizione in cui si condensano diversi elementi e fattori: solidarietà generazionale, esperienze industriali e confindustriali e una comunione di provenienza territoriale e di rango sociale. Ma c'è anche dell'altro, qualcosa che appare con chiarezza di contorni quando la Merloni afferma che tra lei e Casoli c'è distanza politica ma mai e poi mai competizione. Il che corrisponde al vero ed è comprovato dai fatti più che dalle loro volontà. Entrambi, infatti, sono diventati parlamentari nel 2006. E nel 2008 hanno festeggiato la loro riconferma. Con una differenza sostanziale: che la Merloni è stata eletta ambedue le volte alla Camera e Casoli al Senato. Il che ha disinnescato qualsiasi possibilità di una loro contesa sul medesimo elettorato e ogni rischio di misurazione del peso elettorale di ciascuno attraverso il computo delle preferenze, notoriamente non contemplate dal Porcellum. Con questa tornata elettorale il "parallelismo senza conflitto" tra i due imprenditori fabrianesi sarebbe dovuto giungere al capolinea, dato che entrambi sono candidati al Senato. Si profilava, quindi, un'interessante partita politica ed elettorale tra industriali fabrianesi, ma il caos liste del Pdl ha cambiato repentinamente la scena, collocando Casoli in terza posizione nella lista del Pdl, e quindi privandolo di concrete possibilità di approdo a Palazzo Madama. Per questa ragione Maria Paola Merloni può oggi permettersi il lusso di attenersi a un approccio amichevole e sportivo nei confronti di Casoli. Perchè sa bene che la possibilità che Casoli diventi senatore per la terza volta è piuttosto remota e dipende dall'esito di un derby tutto fabrianese tra il patron di Elica e la candidata fabrianese del Movimento Cinque Stelle. Cerchiamo di capire il perché  Le Marche eleggono otto senatori, con premio di maggioranza attribuito su base regionale. Ciò significa che cinque senatori andranno al partito o alla coalizione che prenderà più voti e tre al resto delle liste, ferme restando le soglie di sbarramento a seconda che le liste corrano da sole o in coalizione. Chi compete in solitudine deve, infatti, superare l'8% mentre chi va in coalizione concorre alla ripartizione dei seggi se ottiene almeno il 3% dei voti e se la coalizione di appartenenza supera il 20% dei consensi. A meno di rivoluzioni copernicane, ad oggi non previste e plausibili, nelle Marche il premio di maggioranza andrà sicuramente alla coalizione Pd-Sel, che eleggerà cinque senatori. I restanti tre verranno ripartiti tra tutte le altre liste. Sondaggi alla mano sembrano tre le liste che possono accedere al riparto dei senatori di minoranza: Pdl, Lista Civica per Monti e Movimento Cinque Stelle. Ad oggi, ossia in base alle previsioni correnti, due dei tre seggi senatoriali sembrano già assegnati: uno al Pdl e uno alla lista Civica per Monti. Ciò significa che i due eletti sicuri sono Remigio Ceroni del Pdl e Maria Paola Merloni della Lista Civica per Monti. Resta in ballo il terzo senatore, che dovrebbe andare al Movimento Cinque Stelle, determinando l'elezione della fabrianese Serenella Fucksia al posto di Francesco Casoli. A meno che il Pdl non prenda il doppio più uno dei voti conseguiti dalla lista dei grillini, perché a quel punto scatterebbe il secondo senatore al Popolo della Libertà, con l'elezione di Francesco Casoli. Il che prelude a una campagna elettorale durissima anche sul territorio fabrianese tra il Pdl e il Cinque Stelle. Casoli ha dalla sua l'esperienza, la possibilità di mettere in campo ingenti risorse e la rimonta berlusconiana; Fucksia l'opportunità di cavalcare un'onda di opinione che oltrepassa di molto la sua persona e i modesti mezzi a disposizione dei grillini. Insomma, una pacifica guerra civile tra fabrianesi. Di quelle che piacciono e fanno divertire ma che forse non porteranno bene al nostro territorio.
    

27 gennaio 2013

L'esodo dal Pd e i numeri delle forbici

Proseguiamo in questo sforzo, tra il disperato e il titanico, di connettere i possibili risultati delle elezioni politiche con le ricadute che esse potranno avere sulla politica locale e sulla stabilità del governo cittadino. Ad oggi l'unico spazio adatto alla destabilizzazione, e quindi davvero degno di interesse, si colloca in un punto focale del quadro politico, ossia dove si produce la sovrapposizione tra l'area "merloniana" del Pd e la Lista Civica per Monti. E' un'area di osmosi e migrazione politica, di passaggi clandestini e trappoloni che la rendono davvero interessante dal punto di vista delle nuove alchimie politiche. Il flusso, in questo momento, sembra essere interamente in uscita dal Pd verso Monti, anche perchè le primarie hanno fatto fuori quasi tutti gli uomini del Governatore a favore dell'apparato, ossia di Ucchielli che sarà il probabile candidato del Pd alle regionali del 2015. Ma siccome Spacca gradirebbe il terzo mandato deve mettersi nella condizione di esercitare, craxianamente, un potere di interdizione sul Pd. E ad oggi l'unico modo per farlo è pendere decisamente verso Monti. Ma con prudenza, perchè molto dipenderà dal risultato delle elezioni che si incaricheranno di produrre una selezione darwiniana di molte ipotesi e costruzioni politiche. Siamo, quindi, nel pieno di una fase preparatoria, di cui Fabriano rappresenta un interessante ed emblematico laboratorio di sperimentazione. Segnali e aneddoti chiarissimi e gustosi raccontano di una componente democristiana e merloniana del partito sempre più attratta da una partita in bilico tra l'eresia e il tradimento: votare massicciamente per la Lista Monti al Senato, ovvero per Maria Paola Merloni. Da questo punto di vista sembra abbiano commesso un errore quanti si sono limitati a buttare l'occhio sui nomi dei dirigenti locali del Pd pronti a passare armi e bagagli con la Lista Monti, perchè non erano in ballo le scelte dei singoli ma veri e propri esodi organizzati, politicamente assai più rilevanti e significativi rispetto alla dinamica delle diaspore individuali. La dimensione e la concretezza di questa fuga lenta e prudente dal Pd troveranno nelle urne un'unità di misura incontrovertibile, ossia l'ampiezza della forbice che si aprirà tra il voto per il Pd alla Camera e quello per il Senato. Secondo gli esperti di cantine e sotterranei politici se il voto alla Camera sarà inferiore di almeno 5/6 punti percentuali rispetto a quello del Senato - con un travaso visibile e corrispondente sulla lista Monti per Palazzo Madama - vorrà dire che una specifica componente del partito democratico ha dato ordine ai suoi referenti, sparsi sul territorio, di vibrare la pugnalata finale alla schiena del Pd. Ed è chiaro che sopra la percentuale del 5/6% saremmo direttamente all'ecatombe dei democratici fabrianesi. In parallelo sarà estremamente interessante analizzare come questo dato generale si andrà declinando sul territorio, seggio per seggio, perchè da lì sarà possibile comprendere e svelare l'identità dei congiurati, misurare la convinzione con cui hanno sostenuto l'esodo e se un'operazione tanto pervasiva e devastante sarà in grado di far saltare completamente il tavolo apparentemente solido e ben piantato della politica fabrianese.
    

26 gennaio 2013

L'Assessore e il Comandante: tra viabilità ed elezioni

I quotidiani locali, con impeccabile ma opinabile zelo governativo, stamattina parlano espressamente di rivoluzione. Niente paura: non ci sono nè sanculotti nè bolscevichi in giro. E nemmeno cosacchi col cavallo alla Fontana Sturinalto. I nuovi commissari del popolo non si chiamano Bucharin e Zinoviev, ma Paglialunga e Strippoli. Il che oggettivamente rassicura. L'Assessore e il Comandante hanno convocato la stampa per annunciare l'imminente rivoluzione nella viabilità cittadina. E già il metodo non convince. Primo, perchè non si capisce perchè una figura tecnica e operativa come il Comandante Strippoli debba partecipare a una conferenza stampa in cui si annunciano, ai cittadini, decisioni di natura squisitamente politica, rispetto alle quali ai vigili urbani spettano soltanto compiti di monitoraggio, controllo e sanzione; secondo, perchè a parlare di viabilità è l'assessore Paglialunga che non ha nè la delega alla mobilità nè quella ai trasporti - assegnate a Galli - ma alla Polizia Urbana e al Commercio. E, mi sia consentito, ci vuole una fantasia davvero soggiogata dal bisogno di visibilità elettorale per ricondurre le decisioni relative alla viabilità a faccende di sola competenza dei commercianti e dei vigili. Insomma, a parer mio, a questa conferenza stampa non dovevano partecipare nè Paglialunga nè Strippoli, ma soltanto il desaparecido Galli. E invece è accaduto che c'erano soltanto loro. Il che prefigura una sorta di reggenza forzata nei confronti dell'assessore Galli che qualche domanda, circa il proprio ruolo in questa Giunta, dovrebbe cominciare a farsela. Qualche giorno fa, tanto per dire, Alianello ha comunicato che le rotatorie di Viale Moccia da temporanee diventeranno permanenti e adesso arriva Paglialunga e si mette a fare il demiurgo delle scelte di viabilità, invadendo di brutto la delega del Gallo Peppino. C'è poi il merito della questione, ossia le scelte di cui i quotidiani raccontano il presunto profilo rivoluzionario. Non sbellicativi dal ridere ma la presa del Palazzo d'Inverno si riduce alla chiusura di quel passaggio indecente a lato del Museo della Carta con relativo proseguimento delle auto fino a Via dei Chiavelli. Esattamente come qualche anno fa. Con in più la riduzione di un paio di posti macchina a Piazza Quintino Sella e due spazi di parcheggio per disabili lungo Via Gioberti. Il bello è che questo ritocco minimale viene reso poetico evocando la sua capacità di disincentivare l'uso dei mezzi privati in centro storico e, quindi, come primo passo verso la pedonalizzazione del medesimo. In realtà sulla pedonalizzazione del centro storico è stata messa una pietra tombale esattamente il giorno in cui si è deciso di rendere permanenti le rotatorie di Viale Moccia e di metterne in cantiere altre (alla Pisana e all'Ospedale). Quindi, un osservatore ragionevole, stamattina, dovrebbe prendere le pagine locali dei quotidiani e incartarci le patate o la mortadella. Se ne scriviamo è solo per evidenziare i passi falsi e l'ansia da prestazione generata, nei protagonisti, da candidature come quella di Paglialunga alle elezioni del 24 febbraio. Perchè abbiamo il fondato dubbio che questa conferenza stampa sia stata più uno spot gratuito - in tempo di par condicio - che qualcosa di legato alle scelte che riguardano la vita di Fabriano e dei suoi cittadini. E, andreottianamente, credo di averci azzeccato in pieno, anche se ho commesso il peccato di pensare male.
    

25 gennaio 2013

Sagramolon I°, Faraone indaffarato e silente

Sagramolon I° (di Fabrizio Moscè)
Quando i miei figli si chiudono in camera a giocare sono contento come una pasqua perché posso rubacchiare, senza essere visto da nessuno, qualche necessario momento di svago personale. E il piacere di un solo istante recuperato e recuperabile mi cambia, immediatamente, l'espressione del viso, rendendola festosa e bambinesca. Ma si tratta di uno stato d'animo che dura poco e che, normalmente, si interrompe non per il troppo casino che proviene dalla stanza dei giochi ma per l'eccesso di silenzio che pervade la casa. Il buonsenso popolare insegna che quando i bambini giocano tacendo troppo a lungo, c'è subito da far scattare l'allarme, perché vuol dire che gli infanti sono in procinto di fare qualche cazzata, oppure che la cazzata è già in fase avanzata di realizzazione. In politica vale lo stesso criterio: mai togliere lo sguardo vigile da chi tace troppo a lungo e dà l'impressione di stare con le mani in mano. In questo senso c'è da dire che, ultimamente, abbiamo perso le tracce di Sagramola, che è diventato quasi più misterioso di Tutankhamon, come ha ben sintetizzato Fabrizio Moscè con l'immagine che trovate a corredo di questo post. Un geroglifico di comportamenti oscuri e invisibili quello di Sagramolon I°, sicuramente facilitato dall'attenzione che stiamo tutti dedicando alle elezioni di febbraio, che hanno trasformato la politica comunale in una rassegna di candidati più o meno passibili di elezione e l'azione amministrativa della Giunta in un galleggiamento insipido che non attira più neanche l'attenzione dei giornali e dell'informazione locale. Da quel che so, ma posso sbagliare, non si vede più neanche l'ombra di un Consiglio Comunale così Sagramola si è guardato bene dal sollevare il problema politico del passaggio di Paglialunga - e pare anche della Malefora - al Centro Democratico che ha determinato un cambio di maggioranza politica. I due esponenti politici, infatti, sono stati eletti e nominati, a seguito delle ultime comunali, sotto le insegne dell'Italia dei Valori e oggi si ritrovano in Consiglio e in Giunta indossando un'altra casacca senza che questa abbia stimolato quanto meno il bisogno di una verifica di maggioranza. Niente di male nel cambiare partito e opinione ma sarebbe bene che chi è stato eletto in una formazione politica - quanto meno per rispetto degli elettori che si sono espressi attraverso il voto - lasci l'incarico nel momento stesso in cui decide di fare un'altra scelta. Anche perché nel caso specifico è il Centro Democratico che si è staccato dall'Italia dei Valori e non il contrario. Ma come dicevamo, Sagramola, con l'indifferenza di un Faraone egizio, ha manzonianamente preferito troncare e sopire perché la sua navigazione a vista non contempla deroghe e variazioni di rotta. Quel che preoccupa - in questo contesto di forzata serenità - è lo svaporamento dell'opposizione che, nonostante il comprensibile coinvolgimento elettorale di alcuni suoi esponenti, è stata investita di uno specifico mandato popolare di vigilanza, controllo e denuncia che non sembra appassionarla e coinvolgerla più di tanto. E per questo i bambini, silenziosamente rinchiusi nella stanza dei giochi,.continuano a combinare casini. Senza nessuno che si affacci urlando alla porta, che dichiari un rompete le righe capace di ristabilire i giusti equilibri tra grandi e piccini o che comunichi che l'ora di ricreazione è finita. 
    

24 gennaio 2013

Il senso di Ottaviani per l'Udc e dell'Udc per Ottaviani

C.G Jung interpreta simboli
Il grande psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung concluse la sua lunga vicenda di studioso della mente e degli archetipi pubblicando un libro intitolato "L'uomo e si suoi simboli", una sorta di personale summa theologiae. Scendendo tragicamente in basso, ossia al livello della nostra cronaca spicciola, si potrebbe immaginare l'uscita di un nuovo volume: "Il politico e i suoi simboli", una sorta di Bignami sui significati reconditi evocati dall'agire, consapevole e inconsapevole dei politici. Ieri mattina, tanto per dire, l'Udc ha ufficialmente presentato la candidatura di Marco Ottaviani alla Camera dei Deputati. Una candidatura che non aveva bisogno di essere presentata di nuovo, dato che tutti erano al corrente della scelta del leader del Polo 3.0 di partecipare alla competizione politica col partito di Casini. A che serviva quindi l'organizzare una replica? A generare un simbolo capace di evocare significati. Ottaviani, per esempio, non era solo ma in compagnia di Roberto Pellegrini e Luigi Viventi. Il segretario cittadino dell'Udc e l'assessore regionale erano lì per legittimare in senso partitico il candidato, per rimarcare il loro ruolo di carcerieri politici di Ottaviani o per dichiarare la resa della struttura rispetto alla scalata del Dermatologo al partito centrista? Su questo, ovviamente, il dibattito è aperto, proprio perché una delle caratteristiche dei simboli è quella di essere sufficientemente oscuri da rendere necessario un impegno finalizzato alla decodifica. Viventi e Pellegrini, dal quel che si evince dal breve resoconto del Messaggero, hanno pronunciato una frase secca: "Ottaviani è il nostro candidato". Se uno non si mette tartufescamente alla ricerca dei simboli e dei significati la frase sembra una specie di scoperta dell'acqua calda. L'osservatore di buon senso, ma poco avvezzo alla politica, sarebbe infatti portato a commentare che essendo Ottaviani fabrianese ed essendo, nel contempo, candidato nell'Udc non può che essere il candidato sostenuto dall'Udc fabrianese. Il che renderebbe del tutto superflua e ridondante la frase di Pellegrini e Viventi. Ma i due sono uomini politici e quindi parlano sempre col doppio fondo. E allora cosa significa "Ottaviani è il nostro candidato"? Le possibilità sono almeno tre: la prima è che prevalga il possesso, ossia che Ottaviani risponda al partito di cui è diretta emanazione; la seconda potrebbe lasciar intendere che Ottaviani rappresenti l'Udc e che quindi ogni  sua parola incarni il logos del partito, ossia che il partito è lui; la terza è che Ottaviani non è gradito al corpo del partito e che Viventi e Pellegrini siano i garanti di questa forzatura rispetto agli iscritti e alla struttura. A queste ipotesi corrispondono tre possibili scenari politici: se Ottaviani risponde al partito (significato 1 della frase "Ottaviani è il nostro candidato") vuol dire che l'Udc lo utilizzerà come specchietto per le allodole per recuperare voti in uscita. Il che lascia intendere che il partito di Casini si aggira attorno al 5% e rischia, quindi, di subire l'egemonia della Merloni e della lista montiana. Ergo l'Udc ha bisogno di voti per meglio contrattare il futuro del centro politico fabrianese. Se Ottaviani incarna invece l'UDC (significato 2 della frase "Ottaviani è il nostro candidato") vuol dire che la sua strada nel partito è spianata senza congresso e che Viventi lo ha incoronato come proprio successore anche in Regione. Se Pellegrini e Viventi sono invece i garanti della candidatura Ottaviani rispetto a un partito in subbuglio (significato 3 della frase "Ottaviani è il nostro candidato") vuol dire che la candidatura è episodica e che il sistema Udc rigenererà i suoi equilibri senza la presenza destabilizzante del dermatologo. ma potrebbero esserci anche altri significati e altri simboli nascosti, che sono sfuggiti o che non sono stati correttamente considerati. Questo per dire che la politica ha natura poliedrica e che le semplificazioni a volte aiutano ma assai spesso portano fuori strada. Il punto è che viviamo tempi di demagogia, di pressappochismo e di semplificazione brutale delle cose. E per questo fa più presa un "tutti ladri" che il gusto della differenziazione, dell'analisi e del discernimento.
    

23 gennaio 2013

Il ritorno di Sonia: per un'altra politica, mai col Pd forse con Monti


Sonia Ruggeri è stata una figura di spicco della politica e della cultura fabrianese per quasi venti anni. Qualche mese fa, dopo la sconfitta alle primarie per la candidatura a Sindaco, ha deciso di lasciare il Pd e un'esperienza sul campo che l'ha vista protagonista, come assessore e come esponente di partito, per almeno un decennio. Un'uscita di scena che le ha consentito di meditare senza clamore e senza riflettori accesi sul suo impegno futuro e su un'altra idea di partecipazione. E a volte, specie quando i protagonisti sono persone che hanno una visione acuta dei problemi e provengono da culture politiche radicate e non modaiole, il silenzio diventa quasi un fragore. Per queste ragioni ho deciso di fare come fanno i cani e percepire suoni che sfuggono all'orecchio. Conoscere il punto di vista di chi tace volontariamente, proprio per meglio comprendere i suoni, i rumori e i decibel che popolano il nostro presente e quello della nostra città. Ho chiesto a Sonia Ruggeri se era disponibile a fare una chiacchierata a tutto campo e senza vincoli. Ha accettato senza remore, rompendo per la prima volta il suo prolungato silenzio pubblico, e quel che segue è il sunto della nostra conversazione una e trina: un'intervista che anche una riflessione, un ritorno e una dichiarazione di intenti.


Prof.Ruggeri ha lasciato il Pd otto mesi fa. Un arco di tempo caratterizzato da un sistematico silenzio. La sua vicenda politica è definitivamente chiusa?
Ci sono momenti in cui credo sia necessario mettersi da parte per trovare la lucidità di guardare le cose col giusto distacco. Come diceva Italo Calvino a volte serve allontanarsi per poi tornare. Sto riflettendo su quale sia il modo migliore di tornare a lavorare per un’idea nobile e alta di politica. Sono entrata in politica molto tardi ma ho vissuto questi anni con grandissima intensità. Mi considero una donna di partito ma sono sempre più convinta che i partiti abbiano smarrito ruolo e identità

Una settimana dopo le primarie con Sagramola Lei se ne andò accusando alcuni dirigenti del Pd di averla spinta a candidarsi e poi di averla abbandonata al suo destino. Chi furono i pugnalatori?
Devo precisare una cosa e cioè che la decisione di lasciare il Pd era maturata prima dell’esito delle primarie. La verità è che non condividevo più un certo modo di fare politica. Anzi diciamo che sono uscita da un partito che da anni aveva smesso di fare politica e che viveva sul desiderio di poltrone. E oggi mi rendo conto che questo giudizio trova sempre più riscontri.

Quindi non ci sono stati pugnalatori…
Non mi piace puntare il dito contro nessuno ma ci sono state persone che consideravo amici che hanno insistito affinché partecipassi alle primarie. Il segretario del partito Alianello, ad esempio, si è impegnato molto per convincermi. Alla fine ho accettato per non far saltare la scelta delle primarie. Ma mi sono ritrovata tutto il partito contro. Credo che Roberto Sorci sia stato l’unico a capire quello che provavo. Ma devo dire che quasi nessuno del Direttivo del Pd mi ha sostenuta. Due donne che stimo molto mi sono state accanto e di questo le  ringrazio ancora.

L’UDC aveva promesso di fare campagna per lei ma a conti fatti non portò a votare nessuno. Su quale altare l’ha sacrificata il partito di Casini?
L’Udc non mi ha appoggiata. Forse qualcuno di loro lo ha fatto a livello personale. Circolava voce che la loro intenzione fosse quella di sostenermi ma in realtà questa è stata una chiacchiera senza fondamento. Magari il mio nome è stato fatto solo perché c’era bisogno di qualcuno da immolare come mi è successo spesso anche nei primi anni di impegno politico. Io non condividevo l’idea stessa delle primarie interne e prima di candidarmi, per correttezza, ne ho parlato anche con Sagramola.

Lei pensa che Sagramola fosse un predestinato? In fondo il suo nome era già circolato nel 2007 quando sembrava in bilico una ricandidatura di Sorci…
E’ vero Sagramola era un predestinato ma alla fine il suo nome non usciva mai ufficialmente. Tanto che faticavo a capire la necessità delle primarie in presenza, appunto, di un predestinato. Ma ripeto, non ho rancori. Ho sofferto per come è andata ma ho razionalizzato. La mia sofferenza attuale è quella di una cittadina che si domanda che uso fare dell’esperienza politica accumulata. Credo che si debba volare alto e guardare lontano. Servono competenze, progettualità, spirito di squadra, e passione politica. Una volta i partiti erano questo. Oggi non più. E lo dico con il rammarico profondo della donna di partito.

Sagramola l’ha più cercata in questi mesi? Per essere chiari amicizia distrutta, ricostruita o ancora in stand by?
Io ci tengo molto all’amicizia e alla lealtà. Con Giancarlo siamo sempre amici e sempre con la chiarezza che contraddistingue il nostro rapporto.

Ma le chiede consigli politici?
No, solo raramente. Debbo dire che sono stata invitata una volta ad un tavolo sul 150° della Pinacoteca, ma non sono potuta andare, come al momento feci sapere, per motivi familiari. La nostra amicizia è al netto del rapporto politico

Lei è stata per anni l’emblema del cattolicesimo democratico impegnato in politica. Una sorta di antimerloni. E’ per contrappasso che la sua uscita di scena abbia coinciso con la vittoria di un Sindaco dell’Azione Cattolica?
Antonio Merloni nei primi anni novanta mi invitava a cena e io puntualmente rifiutavo perché in quel momento lo consideravo un segnale di vecchia politica. Per tante cose lo stimavo anche se avevamo una concezione molto diversa del fare politica e dell’ispirazione ideale. I miei ideali erano quelli tradizione del Partito Popolare e della Democrazia Cristiana di De Gasperi e Don Sturzo. Sulla mia uscita di scena e sull’elezione di Sagramola non c’è contrappasso. Nonostante l’origine culturale e ideale comune ci sono sempre state diversità tra di noi. Sagramola, per dire, è molto più di sinistra di me.

Come mai secondo lei il Pd di Fabriano non ha candidato nessuno alle primarie?
Me lo sono chiesta pure io. Credo sia un ulteriore segno di debolezza del Pd di Fabriano che non riesce ad agire a testa alta e in autonomia. Ma lo dico con distacco perché non condivido più nulla della politica del Pd.

Fosse stata deputato del Pd avrebbe lasciato il partito di Bersani per candidarsi con Monti?
No non lo avrei fatto. Per questo sono contenta di non essere un deputato del Pd. Per quel che mi riguarda sono uscita per convinzione e quando non era il “momento dei sospetti”. Diversamente lo avrei sentito come il salto della quaglia.

Quindi non condivide la scelta di Maria Paola Merloni?
Non entro nel merito delle scelte personali e delle motivazioni che ciascuno dà al proprio operato. Certo è che Maria Paola credo avesse interamente consumato il senso del suo impegno nel Pd. E quindi vedo nella scelta la presa d’atto di qualcosa che era cambiato nel profondo.

Chi sono i tre politici fabrianesi da cui comprerebbe un’auto usata?
Diciamo che ci sono politici fabrianesi che stimo. Spacca ad esempio, che ho guardato a lungo come un modello, anche se negli ultimi tempi non l’ho sentito vicino. Ha idee e progettualità, anche se a volte tende troppo alla mediazione. Poi c’è Sorci che ha il difetto opposto, cioè di tendere troppo di frequente alla rottura piuttosto che alla mediazione. Ma è una persona  che ha molte delle doti di cui hanno bisogno i politici e che sa fare politica.

Insomma ammira solo politici della vecchia guardia…
Beh faccio fatica a vedere figure interessanti tra i cosiddetti nuovi….

E tra i politici di opposizione?
Considero Ottaviani una persona molto intelligente e capace anche se troppo segnata dalla prevalenza dell’”io” sul “noi”. E poi anche Urbani che ci mette tanto impegno. Ma il problema è che vedo una opposizione che fatica ad avere un ruolo importante di costruzione e di proposta.

Sagramola non compare……
Sagramola ha un compito difficile perché la crisi pesa e mancano le risorse. Mette tanto impegno, però finora vedo poca regia, e poco volare alto, ossia le qualità necessarie per restituire un ruolo e una dignità alla politica.

Parliamo un attimo di cultura. La Pinacoteca non è attrattiva e il Comune non può permettersi di acquisire opere. Non è il caso di dare un incarico a un direttore esterno esperto e capace di costruire mostre e rassegne di successo?
Prima di lasciare ho consegnato una relazione di fine mandato in cui ho fatto il punto della situazione, cercando di individuare alcuni obiettivi e input. L’Idea era quella di un Piano Territoriale della Cultura che, tra le altre cose, prevedeva un’azione di valorizzazione dei complessi per creare un continuum architettonico che potesse anche far rivivere il centro storico. Dentro c’era il Polo della Parola con l’Archivio Storico del Comune e l’Archivio di Stato, il Polo Bibliotecario, con un importante sezione multimediale, al San Francesco e il Polo delle Arti Visive, nel complesso Spedale del Buon Gesù-Giardini del Poio-Palazzo del Podestà all’interno del quale si sarebbe dovuto lavorare per un polo museale espositivo per grandi Mostre e comprensivo di un progetto sul Gentile virtuale e dell’istituzione del Centro Studi su Gentile da Fabriano. Tale progetto era stato condiviso e fortemente sostenuto dalla Regione e dal suo Presidente e per esso erano stati programmati e approvati dalla Regione stessa ingenti finanziamenti europei. In questo quadro avevamo pensato a un modello gestionale unitario da attribuire a un coordinatore esperto.

E che fine ha fatto questa relazione?
Non so che fine abbia fatto, della cosa avevo parlato con Sagramola, ma forse è ancora presto, siamo appena all’inizio del mandato. Anche perché questo punto di vista era inserito nel progetto presentato all’Unesco. Da questo punto di vista devo dire che Francesca Merloni e suo padre ci hanno dato una grossa mano con Poiesis e con l’Unesco. Attraverso Poiesis abbiamo inserito Fabriano in un reticolo culturale importante e la porta dell’Unesco non si sarebbe aperta senza l’azione di Francesca Merloni. Ma adesso lo scatto dobbiamo farlo noi, collettivamente.

Il centro storico è ridotto a parcheggio diffuso. La pedonalizzazione integrale e l’anello non consentirebbero un recupero drastico di bellezza?
Io credo che non sia più il tempo delle azioni e delle scelte a pioggia. Un progetto di viabilità serio va pensato e realizzato. In questo senso la scelta delle rotatorie permanenti mi preoccupa perché temo che non si parlerà più di un Piano di Viabilità. Magari le rotatorie hanno risolto qualche problema ma manca la visione d’insieme. E senza una visione strategica delle cose Fabriano non ne esce. Si dice che mancano le risorse. E’ vero ma questa difficoltà deve spingerci ad essere ancora più creativi. Bisogna fare squadra anche nella ricerca di nuove linee di finanziamento. E un ruolo spetta anche alla Fondazione Carifac che dovrebbe concentrarsi sempre di più sul finanziamento di progetti strategici.

Sonia Ruggeri alle politiche voterà per il Pd?
Sono sincera: no. Non per rabbia ma per distanza. Alle primarie per la scelta del segretario del partito, diversamente dagli altri esponenti cattolici del partito, votai per Bersani piuttosto che per Franceschini. Bersani è un politico intelligente ma mi ha deluso perché non ha rilanciato quel ruolo alto della politica di cui abbiamo parlato prima.

E il progetto Monti lo giudica interessante?
Monti è una persona che può rilanciare il ruolo dell’Italia in Europa ed è l’unico che alza un po’ il tiro e cerca di proporre un discorso nuovo. Anche se desta qualche preoccupazione l’uso della leva fiscale e, più di tutto, il rischio di poca attenzione agli ultimi. Diciamo che è il politico più in linea con le esigenze del nostro tempo ma a condizione che non abbandoni la strada maestra dell’equità. E su questo penso che la vicinanza di una figura come Riccardi possa costituire un elemento rassicurante e una garanzia.

    

22 gennaio 2013

La versione di Casoli

Sui quotidiani di oggi è possibile trovare un ampio resoconto della "notte dei lunghi coltelli" che ha salvato il coordinatore regionale del Pdl Ceroni e sommerso Francesco Casoli. Una note di inganni, vendette e menzogne che avrebbe entusiasmato Niccolò Machiavelli e fatto impallidire pure la cena di Senigallia con cui Cesare Borgia fece strangolare Vitellozzo Vitelli: vittimismi recitati ad arte, marchigianità rivendicate per nobilitare una battaglia di culo e di cuore, un mors tua vita mea in cui la politica da arte del possibile diviene arte del sopravvivere costi quel che costi. In questo conflitto politico Ceroni ha giocato la parte di Cesare Borgia e Casoli quella di Vitellozzo Vitelli: il carnefice e la vittima. Con Casoli ho parlato brevemente ieri mattina. Solito fraseggio sintetico, accompagnato da un tono della voce deluso ma non depresso. Nel conversare mi ha dato la sua chiave di lettura del passo indietro finale: "Sono entrato in politica perché me lo ha chiesto direttamente Berlusconi. Ed è stato ancora lui a chiedermi un sacrificio personale per l'unità del partito. E ho accettato senza obiezioni". E' la versione di Casoli ma una cosa è certa: in un tempo in cui i partiti sembrano aver incarnato pienamente la profezia di Enrico Mattei degli autobus su cui salire e scendere a seconda delle necessità e delle convenienze, la scelta forse obbligata di Casoli e il suo "obbedisco" alla ragion di partito rappresentano un credito d'onore spendibile in una possibile battaglia politica. Di fronte a Casoli ci sono due strade che divergono radicalmente: uscire di scena riprendendo a tempo pieno il proprio ruolo di imprenditore o giocarsi l'ultima battaglia, come Antonio ad Azio. Insomma una chiusa prosaica o un beau geste intriso di romanticismo. C'è poco tempo per scegliere ma dubito che un uomo di sport estremi come Casoli possa optare per un rientro crepuscolare in azienda. Proseguire la battaglia da terzo in lista significa, però, avventurarsi in una campagna elettorale vecchia maniera. Per spostare consensi e sperando anche nell'effetto traino del berlusconismo in rimonta. Significa migliaia di euro investiti in una battaglia dall'esito incerto; vuol dire comizi, cene, incontri e un'agenda asfissiante. L'obiettivo di una corsa tanto lunga e faticosa è prendere il doppio dei voti del 5 Stelle, condizione decisiva per far scattare l'attribuzione al Pdl del secondo senatore. Con il rischio concreto di arrivare al 24 febbraio con un pugno di mosche in mano e un cospicuo gruzzolo di risorse investito a fondo perduto. Una combinazione di rischio e di redditività dell'investimento che rimanda, quindi, più agli animali spiriti dell'imprenditore che non al naso situazionista del politico. Il terreno migliore di scelta per un imprenditore come Casoli che, se per caso fosse eletto, potrebbe presentare a Berlusconi un conto di successo a cui il Cavaliere è notoriamente sensibile: il credito d'onore acquisito col passo indietro e una rielezione impossibile conseguita emulando la tigna berlusconiana della rimonta. E credo sia proprio questo lo scenario che più lo alletta e che lo tenta tre volte tanto.