11 novembre 2013

Il reddito degli assessori e l'empatia con la città



 
Stamattina il Resto del Carlino pubblica i redditi degli assessori e dei consiglieri comunali. Fare i conti in tasca a chi governa è diventato quasi più importante che giudicarne gli atti politici, come se nel livello di reddito si possa racchiudere la vocazione all’onestà o quella magari più larvata e rimossa alla cleptomania. Si tratta di una linea divisoria che nasce da fantasia inquisitoria, perché l’onestà in politica non dipende dal portafogli ma dall’etica individuale e dalle finalità che ciascun decisore assegna al proprio agire. Ragion per cui si può essere ricchi e disonesti, poveri e specchiati, facoltosi ed etici, indigente e farabutti perché la realtà è mediamente più mossa delle rappresentazioni tetre e tridentine che emergono dalle diagnosi dei sospettosi. I redditi dei politici fabrianesi eletti nelle istituzioni sono pubblicati on line - con relativa documentazione di dettaglio – e quindi a disposizione di tutti i cittadini. In questo modo ciascuno può leggere, meditare e farsi un’opinione non mediata, rilevando curiosità, anomalie e talvolta anche sorprese. Nell’insieme emerge una classe politica che è specchio fedele dei vizi e delle virtù italiane, ma, ad onore del vero, non si riscontra - tenendo conto che si è in regime di autocertificazione - alcuna traccia peculiare d’una indegnità legata alla carica o ai rinomati e a volte inesistenti agi riservati alla burocrazia politica. L’elemento politicamente interessante è un altro e cioè il valore cumulativo di reddito attribuibile alla Giunta, considerata in solido come organo del Comune. Il reddito complessivo di Sindaco e assessori ammonta a circa 566 mila euro, ossia a una media che si aggira attorno ai 70 mila euro pro capite. Si tratta di una media reddituale che si colloca a distanza di sicurezza dai valori di guadagno statisticamente attribuiti alle realtà di crisi personale e familiare. Ovviamente siamo ben contenti che Sindaco e assessori possano vivere e agire in tranquillità e sicurezza, ma da questo dato cumulativo emerge anche una precisa conseguenza politica e cioè che la Giunta Sagramola non riesce a governare il declino di Fabriano non tanto e non solo per le note ristrettezze di bilancio ma perché è distante dall’anima materiale della crisi, da quel pathos nero che trasforma la quotidianità di chi ha perso il lavoro o rischia di perderlo in una sfida infernale, senza sosta e senza riparo. C’è una bellissima parola che descrive e sintetizza la capacità di sintonizzarsi con gli altri e condensa un requisito che dovrebbe essere obbligatorio per una buona politica: empatia. L'empatia non è una semplice immedesimazione virtuale ma vuol dire provare le stesse passioni e sentire dentro moti dell’anima condivisi. La crisi economica e occupazionale, giova ricordarlo, è un distruttore di empatia come pochi altri ed è capace di tracciare linee di demarcazione profonde e feroci tra la burocrazia politica che ci governa e la platea magmatica e spesso indifferenziata dei governati. Una Giunta da 566 mila euro di reddito cumulato, che piaccia o meno, si sovrappone a una città in ginocchio come un vincolo da rimuovere, un tallone da evitare e una strozzatura da cui liberarsi. Non si tratta di una postura pauperistica o della condanna a priori di una volontà che non c'è ma un problema di sintonia istituzionale con la natura e la portata dei nodi da sciogliere. Quando l’assessore al Bilancio dichiara 122 mila euro, politicamente già possiamo dedurre e immaginare un rosario di conseguenze: approccio arido ai numeri; feticismo dei saldi contabili, nessuna deroga emozionale e sentimentale rispetto al male di vivere che si cela dietro le nude cifre, primato ideologico e morale del patto di stabilità. Insomma, se si provasse a guardare il portafogli degli amministratori attraverso la lente degli effetti prodotti invece che con lo sguardo annebbiato da rivalse e demagogia potremo trarre indicazioni per il futuro piuttosto che esacerbare gli animi spiegando tutto con i soliti e retorici privilegi della casta.

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10 novembre 2013

I nostri lutti e la nostalgia della città proibita


 
E' stata una settimana particolare per Fabriano; sette giorni di smarrimento nel ventre di una comunità improvvisamente oscurata, e purtroppo anche infestata, dal peso specifico di un cronaca i cui moltiplicatori mediatici processano prosciugamenti della ragione e allineano verso il basso umori e stati d'animo. Domenica scorsa l'omicidio di un giovane indiano, sprangato a due passi dal centro in un plausibile regolamento di conti, e l'altra sera il suicidio terribile e inspiegabile di un ragazzino appena giunto alle soglie dell'adolescenza. E a corollario, fortunamente non luttuoso ma comunque ossessivo e patologico, il darsi di gomito di fronte alle vacanze all inclusive di una giovane concittadina. Fatti diversi tra loro e profondamente divergenti per natura, origine e conseguenze, che rischiano di essere linkati come sintesi della crisi e della mutazione genetica che sta cambiando la morfologia sociale di queste terre. La tentazione incombente è quella di ricorrere a spiegazioni di matrice sociologica, di dare forma nobilitata al desiderio sempre più diffuso di piangersi addosso, di ritrovare in tutto quel che accade la prova di un decadimento certo, i segni del tracollo materiale ed etico di una comunità che fu centro irradiante di valori personali, sociali ed economici. Questa chiave di lettura conduce a credere che risieda nella crisi cittadina la spiegazione di pulsioni omicide, perversioni sessuali e autolesionismi suicidi. Ma sappiamo bene che questa casistica di devianze si è manifestata anche quando il modello Fabriano riluceva e brillava di opportunità e benessere. Per questo l'apologia di un passato riproposto in forma levigata e comparato alle rugose asprezze del presente, è falsa e reazionaria. L'anomalia di Fabriano non risiede, infatti, nelle naturali contraddizioni di una città che si apre alle incertezze del nostro tempo - incrociandone occasioni, rischi, criticità e purtroppo anche lutti - ma nella costante nostalgia di un passato che fu quasi disneyano nella sua messinscena adiposa, nella finzione di una città proibita, a tenuta stagna, in cui era precetto insindacabile il "vivere addomentati entro il dolce rumore della vita". Fatti come quelli che, purtroppo, sono accaduti in questi ultimi giorni possono stimolare diverse riflessioni sull'esigenza di assimilazione di comunità che tendono a vivere separate o sul bisogno di una genitorialità sempre più attenta e dialogante, ma gettare una croce sociologica su una comunità divenuta colpevole solo solo perchè, che volente o nolente, sta uscendo dal suo stato di minorità psicologica e dalle sue antiche e noiose geometrie del benessere, appare come qualcosa di pericoloso e demenziale. Omicidi, suicidi, leggererezze pornografiche e, in generale, quel che ricade nel campo delle possibili azioni umane va ricondotto a una fisiologia comportamentale che non denota decadenze tipicamente fabrianesi, ma orizzonti assai più ampi e trasversali. Sarebbe, quindi, il caso di recedere da questo estremismo che ci spinge alla ricerca ostinata del negativo, all'ebbrezza del gufare pallido e assorto, al gusto sanguinoso di thanatos, come se l'ombra della morte fosse l'unica in grado di tratteggiare il destino della nostra comunità. Abbiamo irresponsabilimente vissuto, per decenni, in una realtà adulterata e sopra le righe. Quello che oggi ci lascia attoniti è un bagno di realtà, di miele amaro che avrebbe bisogno di ragione e intelletto invece di questo continuo rimestare nell'affranto e nel cimiteriale.

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9 novembre 2013

La pagella della settimana 9 novembre 2013

 
Angelo Tini voto 3 
Mette all’asta i loculi cimiteriali come fossero preziose opere d’arte sperando che i fabrianesi si contendano a colpi di euro i preziosissimi vani. Il tutto per consentire al Comune di riordinare il Bilancio facendo cassa….da morto. Giudizio critico: funerario! 

Giuseppe Mingarelli voto 4 
Va per fregare e rimane fregato, perdendo un congresso del Pd di cui sembrava essere l’unico e incontestabile mattatore. Finiti i tempi dei lavori di “calce e martello” e quelli di credito cooperativo di “falce e sportello”. Giudizio critico: archiviato! 

Andrea Cocco voto 5 
Per lo sblocco dei pagamenti della cassa integrazione ai lavoratori Ardo ringrazia calorosamente il Prefetto di Ancona che si è dato da fare per risolvere il problema. Nella storia del movimento dei lavoratori non si era mai visto un sindacalista ringraziare un Prefetto. Ma ormai tutto è possibile. Giudizio critico: subalterno! 

Giancarlo Sagramola voto 6
Parte per Roma per incontrare il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Befera e torna a Fabriano annunciando la riapertura dello sportello. Considerate le ultime e continue gaffe c’è da incrociare le dita ma merita un filo di fiducia. Giudizio critico: recuperato! 

Michele Crocetti voto 7
Si candida quasi per scherzo a segretario del Pd e giocando più di tessere che di idee vince il Congresso e manda a casa tutto il cucuzzaro. A riprova che non bisogna mai sottovalutare i giovani, specie quelli col faccino pulito e i denti d’acciaio. Giudizio critico: navigato! 

Marco Iachetta voto 8 
Partecipa al programma culinario della Clerici e vince la sfida della puntata televisiva. Finalmente un fabrianese che torna a casa vincitore. Se è vero che per risalire la china bisogna avere fame siamo sulla buona strada. Giudizio critico: profetico!

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8 novembre 2013

La nonnetta rottamatrice che imbarazza il Pd

 
Dopo un'insistente e lasciva campagna di titoli, locandine e articoli mirati al disvelamento di retroscena strapaesani - e culminata in un'agghiacciante intervista a Jessica Rizzo, in cui la concittadina lascia intendere di sapere alquanto dei privatissimi e morbosi passatempo dei fabrianesi - il Carlino non aveva molte possibilità di riscattarsi e di uscire in tempi brevi dal gran giro di pertugi e serrature. Invece Di Marco, con un colpo di reni, è riuscito a imbeccare il capolavoro, la carognata giornalistica che non ti aspetti, il colpo gobbo che fa di un successo politico il capitolo d'una baruffa chiozzotta emendata d'ogni velo di solennità: tirare su dal sacco qualche numeretto buono per la stombolota, intervistando Italia Aghetoni, classe 1916, neoiscritta al Pd alla veneranda età di 97 anni. E la signora non ci ha delusi: rivendicando una quasi secolare identificazione con la sinistra, evidenziando inattese nostalgie pannelliane, ricordando il recentissimo genetliaco festeggiato con trancio di torta a casa della simpatica vicina e prole in permanente e remota trasferta parigina. Insomma, un efficace spaccato di quell'evolutissimo invecchiamento attivo che decanta e promuove una terza età rotta a tutte le esperienze più vitali, ma forse anche alle più scioccanti, come può esserlo l'iscriversi al Pd di cui, ad oggi, restano ignoti effetti collaterali e possibili danni alla salute. Ma il momento più frizzante del dialogo, quello che giustifica un pubblico e politico interessamento, scocca quando l'indomita vegliarda - nata giusto un anno prima della Rivoluzione di Ottobre e in piena adolescenza quando Hitler venne nominato Cancelliere del Reich dal Presidente Von Hindenburg - narra le profonde ragioni politiche che l'hanno condotta, da energica donna del secolo breve, a varcare le soglie fatali della sezione piddina di Piazza Garibaldi: una motivante e feconda coabitazione condominiale con la fidanzata e famiglia del neosegretario. E stamattina il fidanzato della coinquilina assurto a gloria politica, si mostra compiaciuto per il libero outing - privatamente a lui già noto - dell'assertivissima pantera grigia. Mi si dirà che siamo al folklore politico, al pretestuoso appiglio rilevato da un osservatore anacronistico, alla prova provata di una diffidenza destinata a sfociare in aperto e dichiarato pregiudizio. La verità è che Italia Aghetoni, si è imposta come la più sintomatica ed efficace testimonial dell'azione politica compiuta dai renziani al Congresso del Pd: battere Mingarelli sul suo terreno più congeniale - quello pedante e democristiano delle tessere - applicando il vecchio adagio del grande socialista Pertini, quando sanguigno ricordava che di fronte a un brigante ci può disporre solo a brigante e mezzo. Ieri sera, conversando con due amici sostenitori del nuovo corso crocettiano, di fronte ad alcune obiezioni sul metodo e a qualche considerazione sull'idea che battere il mingarellismo rubandogli l'anima, le modalità e le pratiche sia già un anticipo di sconfitta culturale, mi sono sentito replicare che in politica quel che conta è vincere. Concetto estremo ma fragile che neanche Niccolò Machiavelli, supremo narratore dell'autonomia del potere dalla dimensione morale, è mai giunto a esplicitare come base di scienza politica. E quando ci si acconcia a tale pensiero semplificante e rattrappito tutto viene buono, pure l'arruolare un'Italia Aghetoni rimarcandone il dinamismo critico, l'illuminismo ammaliante e il renzismo senile ma rottamatore, senza provare quell'imbarazzo che dovrebbe salire spontaneo di fronte a circostanze più consone a una confezione di Ore Liete che a una notizia di respiro politico. Parliamoci chiaro, su Michele Crocetti credo vada dato un giudizio sospensivo, in attesa di conoscere gli elementi di rottura che il giovane segretario intenderà proporre per marcare una soluzione di continuità rispetto a tre lustri di spoil system praticati da una sinistra vorace, che ha avuto l'unico movente di tenere le mani in pasta senza che nessuno ne interrompesse i desideri e le permanenze tattili. Al nuovo segretario del Pd, che ha sicuramente intrapreso l'opera aderendo a un antico metodo demitiano, mi limito a sottoporre una sola domanda in forma d'antipasto e cioè se intende censurare politicamente la nomina recente e assolutamente impropria, di un democratico fabrianese - socio professionale dell'assessore ai lavori pubblici - nel consiglio di amministrazione della Multiservizi o se preferisce fare orecchie da mercante, confermando agli astanti che il nuovo è soltanto il vecchio riveduto, corretto e botulinato. E nel frattempo, lunga vita a Italia Aghetoni, leggiadra nonnetta che seppe resistere alla sirena di Lenin ma non al magnetico richiamo del giovane Crocetti.

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7 novembre 2013

Fantasie bizantine in Area Vasta




I progetti di rinnovamento dello Stato e i disegni di razionalizzazione degli enti pubblici, rimandano inevitabilmente un odore incensato di patchouli, una traccia olfattiva bizantina che sa di finzione cerimoniale e di disputa ridondante. E la pompa magna dei proclami di riforma sempre ricorre al nominalismo più estremo e formale, all’uso di segni e significati che trovano materialità in strutture vuote, in contenitori onirici che sotto la patina evocativa nulla di concreto celano e conservano: piastre logistiche, incubatori d’impresa, aree vaste e via fantasticando lungo la via della seta. Ma, qui ed ora, a quale azione salvifica corrisponde un’area vasta intesa come veicolo di riorganizzazione sanitaria in terra marchigiana? Fu legge regionale del 2011 a stabilirne natura, ruolo e confini. E il nome fu quel che ci vinse, la garanzia d'un nuovo inizio davvero efficiente e riformatore, col territorio delle cinque province di colpo mutato e riscritto, e quel che un tempo fu provincia di Ancona sanitariamente divenne Area Vasta 2 Ancona. Del resto nomina sunt consenquentia rerum e quindi per cose elevate d'ambizione solo e soltanto denominazioni alte e dorate. Quindi tocca alle aree vaste il supremo compito, lo stabilire obiettivi di salute seguendo l'indirizzo della centrale unica Asur Marche e poi declinare e pianificare sul territorio, orientare umani e inanimati al conseguimento delle ambiziose finalità e, quindi, disporre, coordinare mezzi e assegnare risorse. Un fare molteplice e complesso, quasi un agire con  le prerogative e l'autonomia d'un feudo sottoposto al dominio comunque fluido d'una corona carolingia. E quando si moltiplicano ambiti e competenze s'ampliano pure la dinamica gestionale, la quantità di bipedi coinvolti, la geometria delle relazioni, gli interrogativi sull’efficienza del servizio erogato e sull'economicità dei processi di gestione: tutto si espande, si allarga e si dilata. E il funzionamento di un’area vasta diviene procedimento autoreferenziale, faccenda che prescinde dalla qualità della cura somministrata al malato e ritorna al naturale alveo di una burocrazia pubblica tecnicamente e weberianamente superiore a chiunque altro nella nobilitazione e legittimazione del proprio strapotere. In questo gioco di specchi e cerimonie è vitale essere sede e centro propulsore, ospitare il gran palazzo della direzione, richiamare da ogni dove personale disposto a percorrere chilometri e chilometri pur di giungere all'onorato sito. Conscio di questa spinta emotiva e propulsiva, appunto bizantina nel suo elegante distacco dalla realtà delle cose, il Supremo Decisore Regionale ha pensato bene d'emulare i romani antichi quanto a guerre puniche, pur di assicurare alla città natìa il ruolo di sede della nuova corte, con dichiarato e rivendicato spirito compensativo e risarcitorio per una terra un tempo ricca d'opifici ed oggi scarnificata e ridotta a parvenza di quegli anni felici. E per garantire la pompa bizantina d'una operazione più politica che sanitaria, s'è focalizzato sull'acquisto d'una sede transata a prezzi di dimora assira: circa tre milioni di euro per un immobile che fu già scomodissima e abbandonata sede di uffici d'unità sanitaria, collocato in luogo ameno, ovvero in strada senza uscita, smilzo di parcheggi e in ripida salita. Ovvero il contrario d'ogni buonsenso ubicatorio. Il nuovo plesso, acquisito a peso d'oro come manco il feroce Brenno sarebbe riuscito a fare, dovrebbe ospitare un paio di cento persone ma ad oggi solo una cinquantina - e tutti autoctoni - hanno raggiunto la corte d'area vasta. I forestieri jesini e senogallici, comandati a trasferta, si rifiutano e ricorrono ai mille impedimenti che sindacalismo e norma mettono a disposizione dei renitenti. E per dare parvenza di verità all'annunciata magnificenza si praticano rimpasti interni, con uffici che migrano da sede all'altra senza geometria nè di formicaio nè d'alveare. Al punto che la vecchia sede direzionale di Via Marconi resta lì, scorticata e vuota, e viene da chiedersi perchè mai si acquisiscano immobili - magari lasciandone parte ad uso del venditore - prima d'aver saturato e messo a frutto sedi già disponibili e di proprietà, manco vivessimo in tempi che consentono prodigalità e scialacqui. E' vero che la sanità è, ad oggi a Fabriano, il principale ramo d'attività lavorativa e di sopravvivenza materiale, ma non sarà l'opinabile scintillìo di nuove corti  e nuove sedi a compensare la fame di un popolo che - vale la pena ripeterlo - chiede pane e non certo croissant in area vasta.
    

6 novembre 2013

Ardo in Cigs: ragioni e dilemmi


 

La decisione di prolungare di sei mesi la cassa integrazione per i lavoratori ex Ardo non riassunti dalla JP - al di là dell'applicazione delle normative vigenti in materia di mercato del lavoro e ammortizzatori sociali che connota il rinnovo come ultimo giro prima della mobilità - risponde a complesse ragioni di ordine economico, politico e sociale. Dal punto di vista economico il prolungamento della cassa integrazione assolve a una triplice funzione: applicare un modello riparatorio nei confronti di lavoratori che sono rimasti fuori dai processi di riassunzione in JP - le cui modalità hanno generato polemiche, iniquità, favoritismi e problemi -, replicare un approccio compensativo in termini di reddito disponibile nei confronti di un territorio che ha perduto, in poco tempo, una rilevantissima quota di fatturato industriale e di valore aggiunto e posticipare il tracollo economico della comunità fabrianese, nella speranza che in questo breve lasso di tempo possa trovare forma un qualche miracoloso, seppur tecnicamente improbabile, elemento di rilancio imprenditoriale e produttivo. Si tratta di un rimandare e prendere tempo che contiene elementi di rischio dovuti al complicarsi di tutte le situazioni che non vengono prese di petto ma lasciate marcire nel tempo. D'altro canto è anche comprensibile, per motivi politici e sociali, il tentativo di non andare alla rottura traumatica di un equilibrio di sopravvivenza materiale che potrebbe determinare prodromi di scontro sociale difficili da governare e gestire. Sussistono, quindi, robuste e oggettive ragioni a sostegno della necessità del prolungamento della cassa integrazione. Ragioni che, per quanto possibile, vanno svincolate dall'emotività e dal risentimento. Il che non significa che la fondatezza di alcuni elementi economici e sociali comporti un'automatica e conseguente rimozione di tutti gli elementi di insostenibilità che una decisione come questa si trascina inevitabilmente dietro. A partire dalla sensazione di disparità tra sommersi e salvati che viene alimentata dall'idea di una corsia preferenziale vincolata alla dimensione dell'azienda per la quale si era prestatori d'opera; un passaggio privilegiato che lascia, nell'animo di tanti fabrianesi espulsi dai processi produttivi di piccole e piccolissime aziende, il senso di disagio di chi deve sopravvivere senza altro paracadute che i pochi mesi di assegno di disoccupazione. Ma il vero problema che va inquadrato e risolto riguarda i danni di prospettiva prodotti da un concezione degli ammortizzatori sociali lunghi che diventano istigazione all'inedia e prassi parassitaria invece che caratterizzarsi come formule di sostegno economico temporaneo, finalizzate al reinserimento lavorativo, alla riconversione professionale e alla valorizzazione di esperienze sempre più necessarie e strategiche di autoimprenditorialità. La sfida, anche in chiave locale, è quindi quella di contrastare derive assistenzialistiche che possono scatenare una guerra tra poveri, legando la fruizione dei benefici a comportamenti attivi rispetto al lavoro e in relazione ai doveri sociali a cui ogni cittadino deve assolvere. I lavoratori soggetti ad ammortizzatori sociali lunghi e i sindacati che ne rappresentano le istanze hanno il dovere di esprimere una diversa consapevolezza dei problemi, a partire dal fatto che la cassa integrazione pluriennale a zero ore risulta economicamente insostenibile, socialmente divisiva e moralmente iniqua. Ovviamente nessuno immagina un reinserimento lavorativo immediato - le cui possibilità dipendono dall'andamento del mercato e dalla capacità di competere e generare valore delle imprese - ma una chiara volontà di rientrare in gioco, di fare manutenzione delle competenze e di essere disponibile a trasformare le prestazioni di welfare in un'occasione di nuova socialità. Chi percepisce un assegno di cassa integrazione - corrispondente a una quota parte dell'ultima retribuzione - dovrebbe essere impiegato in lavori socialmente utili e di manutenzione urbana e sociale, per un ammontare di ore corrispondente al livello di copertura retributiva garantita dagli ammortizzatori sociali. Su questo tema dell'utilizzo dei cassintegrati in attività orientate al pubblico beneficio, sarebbe opportuno che l'amministrazione comunale, se non lo ha già fatto, provvedesse a richiedere un parere tecnico all'INPS. Nel frattempo sarebbe interessante conoscere, in materia, l'opinione delle organizzazioni sindacali, storicamente restìe interrogarsi sulla possibilità stessa di un diverso e più proficuo utilizzo della forza lavoro a diverso titolo esclusa dai processi di produzione.

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5 novembre 2013

Indesit e i fiori d'arancio in autunno


 
C’è un convitato di pietra che segue come un’ombra il Piano di Ristrutturazione e Salvaguardia di Indesit Company, un’entità a cui tutti pensano ma che nessuno osa nominare direttamente: l’alleanza strategica tra la multinazionale tascabile fabrianese e qualche gigantesco player di livello mondiale. Sul tema sono intervenuti Il Sole 24 Ore domenica scorsa e la Repubblica oggi. Secondo il quotidiano della Confindustria, in occasione del Consiglio di Amministrazione tenutosi il 16 ottobre, il Presidente e Amministratore Delegato Marco Milani avrebbe chiesto e ottenuto “un mandato per valutare possibili scenari alternativi, ossia di aggregazione.” Ovviamente il titolo, a Piazza Affari, ha beneficiato di un potente rimbalzo che ha immediatamente allarmato le organizzazioni sindacali, da mesi coinvolte in una lunga, snervante e per ora sterile trattativa con l’azienda su possibili azioni correttive del Piano. Un allarme che si nutre anche di una motivazione aggiuntiva dato che, nelle ultime settimane, è stata rimandata per ben due volte l’attesa riunione del tavolo convocato presso il Ministero delle Attività produttive. Un avanti e indrè che, col senno di poi e forse anche in ragione di queste ultime notizie, potrebbe dare concretezza all’ipotesi di un doppio rinvio tecnico del tavolo, come effetto dei nuovi interrogativi strategici che si stanno moltiplicando in casa Indesit. La necessità di alleanze con grandi player, ovvero la cessione del pacchetto di maggioranza da parte di Fineldo, è da tempo l’opzione principale sul tappeto, perché la dimensione dei principali competitors rende impossibile una corsa solitaria di Indesit in un mercato fortemente penalizzato dalla crisi e dove i produttori o comprano o vengono comprati. Ovviamente la forbice che separa le scelte necessarie alla sopravvivenza di Indesit e quanto riconduce alle aspettative occupazionali ed esistenziali dei lavoratori, del sindacato e dei cittadini fabrianesi, sta diventando ogni giorno più ampia. L’eventuale accordo di alleanza, ovvero la cessione ad altro player, va infatti interpretata nella sua oggettiva molteplicità di significati: complesso iter di valutazioni reddituali, finanziarie e patrimoniali del gruppo; operazione di realizzo a vantaggio della famiglia Merloni e sistema di condizioni di acquisizione che rendono vantaggiosa e significativa l’operazione per il soggetto acquirente. Ciò significa che, in una eventuale cessione, le parti negozieranno ricercando la condizione più vantaggiosa: la Indesit con il massimo di capitalizzazione possibile e il player puntando su un’operazione in cui i principali nodi legati alla rigidità della struttura del gruppo fabrianese siano stati preventivamente affrontati e risolti. E’ quindi congenito al meccanismo stesso dell’alleanza strategica un altissimo quoziente di rischio per la tenuta dei livelli occupazionali, perché è noto e risaputo come il taglio dei posti di lavoro produca effetti positivi sul valore del titolo, e quindi sulla capitalizzazione azionaria, così come è appurato quanto un drastico ridimensionamento degli organici favorisca, di norma, le operazioni di Merger & Acquisition. Le alternative di scelta, in sintesi, si riducono a due: o Indesit spinge gioca le sue carte sulla ristrutturazione per presentarsi all’appuramento col vestito della festa e con un lauto realizzo per gli azionisti, oppure, come mi è capitato di sentire in ambienti sindacali, decide di delegare il lavoro sporco ai futuri proprietari. Comunque vada, è facile che per i lavoratori non sia un successo, perché il rischio concreto è quello di dover scegliere tra un’operazione immediata di taglio bilama – un po’ ora e un po’ coi nuovi proprietari – o una mazzata cumulativa e posticipata fra qualche anno. Una strada senza uscita; un vicolo cieco in cui sembra impossibile ripensarci e avere lo spazio per fare marcia indietro.

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Il nuovo che avanza...e che un po' spaventa


 

I bookmakers fabrianesi non avevano scommesso un becco sulla vittoria di Michele Crocetti. Le ultime previsioni pubbliche e condivise dal tam tam risalgono alla mattina di sabato 2 novembre, quando davvero nessuno dei segnali di fumo che anticipano gli eventi lasciava presagire la benchè minima possibilità di successo per il giovane outsider attidiense. Anche perchè era vox populi la conferma di un rinnovato e consolidato patto di continuità tra democristiani e diessini a sostegno della Monacelli. Su questa linea di ricomposizione aveva lavorato di tigna e sfinimento il redivivo Mingarelli, animale de furesta specializzato in tutte le fasi che contraddistinguono la politica come sublimazione della guerra: mobilitazione ansiogena degli iscritti, compattamento militaresco, conta finale e resa senza condizioni. L'elemento attrattivo delle azioni politiche è il loro essere perturbate da mille variabili capaci di alterarne l'orientamento, le finalità e il risultato, ma è davvero raro assistere a una frattura tettonica tra previsione e realtà come quella che in poche ore si è abbattuta sul Pd di Fabriano. Una divaricazione così anomala da sollevare, quasi immediatamente, perplessità e sospetti incrociati, che hanno trovato una coda brutale anche in questo blog, trasformato per ore in uno spazio di contrapposizione e dileggio spinto fino allo sberleffo più risentito e acuminato. Ma cosa è successo di così rilevante da trasformare un evento minore, come un congresso di partito, in una sanguinosa tauromachìa interna alla sinistra cittadina? Da quel che si racconta i sismografi hanno preso a oscillare paurosamente a partire dal Giorno dei Morti quando, attorno al Pd, si sono addensate le prime scosse di assestamento. Quarantotto ore in cui qualcosa cambia repentinamente, fino a far deragliare equilibri congressuali già illusoriamente messi in sicurezza. Per comprendere i movimenti in corso nel sottotraccia e nel sottobosco è sufficiente dare uno sguardo all'esterno e leggere sui giornali nazionali le cronache che rimbalzano dai congressi territoriali del partito: adesioni di massa e last minute, tessere che vanno e vengono con la leggerezza di una piuma, dati gonfiati ad arte come neanche nella Dc campana ai tempi gloriosi di Gava, Cirino Pomicino e delle truppe mastellate. A Fabriano si ripete quel che sta accadendo dappertutto, con le singole fazioni - l'un contro l'altra armate nonostante la calma apparente dovuta all'occupazione di un comune contenitore - che sospettano reciprocamente si stia giocando a fare incetta di adesioni, per ramazzare voti e spostare gli equilibri congressuali. Per arginare il rischio dell'altrui vittoria ognuno fa quel che può, arruolando di tutto e di più pur di estendere numericamente - e quindi politicamente - la propria disponibilità di militi votanti. Il regolamento nazionale prevede, infatti, che ci si possa iscrivere al partito fino al giorno del congresso e anche a votazioni in corso. In pratica un regolamento che istiga al mercimonio, come sarebbe il piazzare Dracula a garantire il buon esito delle donazioni Avis. Lo scrutinio serale di domenica 3 novembre complica e infittisce le nebbie: la vittoria di Crocetti è smisurata e plebiscitaria, un referendum così straripante da far sorgere dubbi e perplessità che un distacco minore avrebbe, invece, spinto a mettere da parte e a sostituire con valutazioni più prettamente politiche. Il troppo stroppia, dicevano le nonne sagge e dedite al low profile e, in più, e attira pure l'attenzione e i riflettori. Dopo la concitazione delle prime ore sono subito trapelate voci, quelle che incrinano la narrazione festosa di un successo che contiene anche elementi politici, purtroppo subissati dal prevalere del retroscena. Tra sabato e domenica il Partito Democratico di Fabriano gli iscritti al Pd pare siano aumentati di più di 80 unità. Un exploit capace di competere alla pari con i lussuriosi rigonfiamenti di militanza di cui dà conto la stampa nazionale e con la chicca di un venerandissimo neomilitante di 97 anni, forse arruolato per concorrere al cambiamento e al rinnovamento generazionale. Chi conosce i partiti e il tasso di attrattività che sono attualmente capaci di esprimere sa bene che una massa di adesioni concentrata in un lasso di tempo risicato, ha l'inconfondibile impronta dell'operazione a tavolino, di un'OPA ostile lanciata collettivamente a un partito ritenuto facilmente scalabile. Il che è sicuramente molto efficace dal punto di vista tattico e interessante per chi, come il sottoscritto, continua a considerare la politica un nobile impasto di sangue e merda. E quindi sarebbe interessante e significativo che la nuova segreteria del Partito Democratico mettesse a disposizione gli oltre 80 cedolini di adesione. Non tanto per curiosare tra i nomi quanto per capire chi è stato a sottoscrivere l'adesione fungendo da "garante" del nuovo iscritto. Così, giusto per segmentare la massa e capire quale delle due fazioni in lizza sia stata la più brava ad arruolare militi, in vista dello scontro finale. Di certo - a voler fare dell'idealismo un tanto al chilo che mal si addice ai machiavellici Bicarbonati - quel che è accaduto non sembra esattamente un case history da testo di educazione civica o o una buobna prassi da emulare in quella bella politica che piace alquanto al neosegretario. Un giovane di successo che mi fa pensare a Bertold Brecht quando diceva: noi che volevamo preparare il terreno per la gentilezza, noi non potevamo essere gentili. E spero davvero che il segretario del Pd, con l'intento di preparare il terreno al cambiamento, non si sia ritrovato a sacrificare proprio quel nuovo che richiama continuamente nelle sue parole e nei suoi scritti. Perchè sarebbe un caso classico di eterogenesi dei fini, di azioni che contraddicono drammaticamente i loro stessi presupposti.

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4 novembre 2013

Crocetti o scherzetti?

 
Da storico soccombente al ferreo stalinismo mingarelliano - anno del Signore 1993 - dovrei godermi l'elezione di Michele Crocetti a segretario del Pd come vendetta postuma e riprova confuciana di quanto sia opportuno, seppur sfibrante, attendere sulla riva del fiume il passaggio del nemico, oramai ridotto a inoffensive e decadenti spoglie. Ma il colpo di scena politico che ha preso forma al Congresso del Pd di Fabriano va ben oltre un noioso e posticipato regolamento di conti. La forzata quiescenza di Mingarelli, e del suo tradizionale entourage politico, consegna agli annali della storia cittadina un'idea datata ma corposa di partito, una visione limitata e massiccia del fare, un corpo di idee farraginose e sfiatate ma comunque effetto di confronti e sintesi faticose da collocare in un sistema di cooptazione delle classi dirigenti che potrà non piacere alle anime belle ma che di certo fu efficace per mitigare, stroncandoli, gli spiriti animali dei modernisti e di una gioventù che, sempre più spesso, confonde e sovrappone riformismo e frequentazione di corsi e master universitari. Quel vecchio mondo, più comunista e diessino che democristiano, ha concluso ieri il suo ciclo locale perchè troppo prosaico per questi tempi superficiali e sanguigni. Ed è anche in ragione di un turbamento epocale che il renziano Crocetti ha travolto la socialdemocratica Monacelli col 65% dei consensi, determinando più un salto di paradigma che una semplice rottura politica. E lo ha fatto cavalcando un'onda e un ecomiabile situazionismo: da un lato predicando, con impronta delicata e volenterosa, la retorica cattolica del volontariato applicato alla politica, e dall'altro mettendo cinicamente a frutto un'assise congressuale viziata da un regolamento doroteo e corsaro che consentiva a chiunque di iscriversi al partito, anche a votazione in corso, dando forma regolamentare e legale a scorrerie e operazioni di sapore vagamente messicano. L'errore di Crocetti, perchè in genere un errore i vincitori lo commettono, è stato quello di lavorare più di tessere che di tombolo. Con un obiettivo: stravincere e portare all'estremo il distacco numerico e politico da un pezzo decisivo e influente della vecchia guardia. Perchè con quei numeri si finisce per umiliare l'avversario, stringendolo in un angolo e dando forma a un massacro politico che scardinerà inevitabilmente l'unità dei democratici. Un testimone oculare e uditivo mi ha raccontato che, a scrutinio concluso, Crocetti si è avvicinato alla contendente dicendole che avrà bisogno anche di lei. Un gesto di cortesia non meditato che sa di congedo e che umilia non una persona ma una comunità di militanza, perchè una lunga vicenda politica - come quella della Monacelli - non può essere liquidata e risolta con una parolina magica, ricorrendo a un "anche" che ha il sapore della pacca sulle spalle e della rottamazione rispetto a una fedeltà al partito meritevole di più attenzione e più tatto. La Fabriano in crisi si appresta quindi ad avere un partito di maggioranza volatile e frou frou, sradicato e d'opinione, depurato di ogni residuo di sensibilità socialdemocratica nei confronti del lavoro, del sindacato e dell'idea stessa della politica come strumento e declinazione di una rappresentanza sociale. I giovani turchi, capitanati dal volitivo figlio d'arte, sono una compagine forte ma che dovrà sanare tempestivamente i molti talloni d'Achille che questa vittoria senza tempi supplementari lascia intravedere e che, in parte, sono emersi nel corso di una discussione congressuale in cui sono mancati le idee e i contenuti: il rischio di un tutoraggio pesante da parte di maggiorenti convertiti al renzismo, l'equilibrio baronale che vede Crocetti padre capogruppo consiliare e Crocetti figlio segretario del partito, come manco ai tempi di Bobo e Bettino; l'allineamento acritico e ammirato per i tormenti del Sindaco Pirandelliano, l'assenza di una linea dialettica verso le altre forze politiche e di un'analisi approfondita della crisi territoriale. In questo quadro la sensazione immediata è quella di un imprevisto rafforzamento dell'asse Sagramola - Alianello, letale per la città, di un peso abnorme dell'enclave d’Attidium rispetto al primato del centro cittadino, e di un possibile e forse probabile fine corsa per l'assessore Paglialunga, già sommerso nei giorni scorsi dalle severe parole del neosegretario. Partecipando da osservatore cazzeggiante e attento al congresso del Pd ho colto un passaggio del discorso di Michele Crocetti che, a mio avviso, narra meglio di cento documenti politici il senso di questa vittoria inattesa, laddove il neosegretario del Pd, nel suo discorso di presentazione, ha tagliato i tempi del proprio intervento sostenendo di non voler tediare troppo a lungo la platea. Che è come se uno si candidasse a fare il maestro di ballo e di fronte a un giro di merengue si rivolgesse agli allievi dicendo loro di non volerli annoiare con figure e ritmi caraibici. Una stranezza che solleciterebbe subito il domandone: ma se non te piace a ballà, che ce sì venuto a ffà??!!
    

3 novembre 2013

Tutto il Congresso Pd minuto per minuto


 

O 7.50 Mi sto acchittando per il Congresso del Pd fabrianese. Oggi si gioca in trasferta: tra gli spalti si tollerano poco Bicarbonati e insorgenti acidità.

Ore 8.15 Nubi basse e mobili. In basso aliti di vento. Ma non è la brezza del cambiamento quella che spira stamattina attorno al primo partito cittadino.

Ore 8.16 Ho deciso per il casual. Ma lo accompagno con Philosykos al fico, roba d'alto bordo. Al fico non ai Fiori.

Ore 8.22 Fra poco in edicola e forse compro la Settimana Enigmistica. Rubrica "Trova le differenze". Ci vuole occhio a capire quelle tra Monacelli e Crocetti. Forse l'anagrafe?

Ore 8.42 Pare che dopo la delusione del credito cooperativo Mingarelli si sia messo di tigna a scavare e arare per la Monacelli: da Peppe Banga a Peppe Vanga!

Ore 8.52 Intanto faccio colazione da Lot. Per sicurezza. Non ho ancora capito se il nuovo corso renziano preveda il coffee break...

Ore 9.10 Prima perlustrazione in auto al Museo della Carta. Mingarelli in completo marrone Forse gli serve a mimetizzarsi meglio nel sottobosco congressuale.

Ore 9.15. E' arrivato l'onorevole Lodolini e anche senza volerlo e' facile accorgersene.

Ore 9.25 Il giovane Crocetti in blu liberal e orecchino. Monacelli fresca di coiffeur. Prime differenze insorgenti

Ore 9.40 Solo 18 presenti. Ne mancano 4 per fare una partitella. Sagramola forse dorme o e' messa. In compenso troneggia l'anestesista Pellegrini. Sopore garantito.

Ore 9.45 E'arrivato anche Luciano Stopponi. Si mormora che possa prendere la parola. Paglialunga ignaro forse ancora riposa...

Ore 10.02 Arriva il Sindaco Emerito Sorci da porta d'ingresso laterale. E te pareva!

Ore 10.13 Arrivano i militanti. Il nuovo che avanza. Appuntamento alla bocciofila per partita a tre sette e mezzetta.

Ore 10.24 Parlano le due candidate alla segreteria provinciale del Pd. Temo che possano concludere il loro intervento con la ricetta della crostata

Ore 10.30 Si presenta il candidato Michele Crocetti. Il padre capogruppo gongola.

Ore 10.34 Crocetti dice di non voler parlare della crisi per non tediare la platea. Ma chiede di sostenere Sagramola.  Renzismo sottolio.

Ore 10.44 Tocca a Monacelli. Voce rotta dall'emozione e stress apertamente dichiarato. Ma la socialdemocrazia dov'e'?

Ore 10.53 Monacelli parla di Fabriano: non fa cenno a Indesit e Ardo ma rivendica la centralita' della sanita'. Vince ai punti ma non convince.

Ore 10.55 Arriva il messaggio di Sagramola: non partecipera' ai lavori in quanto impegnato con le celebrazioni della Vittoria. Quella degli altri

Ore ,11.03 Porta il saluto il segretario provinciale dei giovani democratici. Non si nota per i contenuti ma per i capelli. Parrucchiere da processare per direttissima.

Ore 11.11 Parla Cennini. Questo partito ha oggettivi problemi al cuoio capelluto

Ore 11.14 Arriva Sagramola. Tutti girati dall'altra parte.

Ore 11.20 Dietro il tavolo della presidenza incombe una Crocefissione di Antonio da Fabriano. Ho detto tutto

Ore 11.22 Silenzio parla il Sindaco. Parla di morti e sacrifici. Allegria!

Ore 11.23 ffijo mio a discorre non e' fatica, fatica' e' fatica a dillo. Citazione colta del Sindaco. Aridatece Baffone

Ore 11.29 La buca mia e' piu' larga della tua. Sagramola sta saccheggiando il cassetto delle saggezze della nonna

Ore 11.33 Sagramola parla dei suoi pochi capelli. Ripeto questo partito ha piu' bisogno di Cesare Ragazzi che di un segretario.

Ore 11.35 Chiude Sagramola. Ite missa est

Ore 11.40 Interviene Crocetti Senior: figlio ecco tuo padre; padre ecco tuo figlio

Ore 11.50 Brillante intervento di Andrea Ugolini: partito alla frutta per voti e per iscritti e outing oer Crocetti. Attesa per il Sindaco Emerito Sorci

Ore 12.13 Platea in dissoluzione. Il riformismo soccombe alle ragioni del pranzo. Piu' che l'onor pote' il digiuno

Ore 12.30 Momento clou: tocca a Sorci. Che inizia il suo intervento con "compagni" e appoggia la Monacelli. Lezione sulla storia dei comunisti e dei democristiani e sulla Graziella abbandonata per un anno. Il resto e'noia.

Ore 12.32 Stasera sapremo chi vince e chi perde. E come direbbe Bergoglio: cari fratelli e sorelle, buon pranzo".
    

2 novembre 2013

Don S. e l'ordinanza presciolosa

 
Il cielo turchino d'Ognissanti è svanito di colpo tra le nubi basse di stamane e lo spleen grigiastro di questo giorno dei morti pare il miglior viatico per letture d'atti più meditate e riflessioni divanate sui poteri d'ordinanza del primo cittadino: veri, presunti o millantati. La fattispecie - essendo amministrativa e quindi ginepraio di garbugli e quisquilie - consiglia sempre una lettura lentissima e molecolare, a maggior ragione se l'atto che si sviscera è viziato dall'impronta concitata della gatta presciolosa che mai discerne tra l'importanza e l'urgenza di ciò che si fa e si pensa. L'ordinanza di sgombero dell'ex asilo del Borgo, siglata da un volitivo ma pur sempre malpancista Don S., a dire il vero, non pare fosse importante e neanche urgente ma "l'alta febbre del fare" lo spinse inarrestabilmente alla ceralacca dell'atto ufficiale. Un prevvedimento che, già oggi con animo freddo analitico, mostra la corda, sia per debolezza giuridica che per insostenibilità politica: può, nello specifico, il Sindaco rivendicare il ruolo di autorità di Pubblica Sicurezza e agire come se di esso fosse investito? Si in quanto ufficiale di Governo ma con postilla dirimente, ovvero solo laddove risulti assente un Commissariato di P.S e relativi funzionari preposti. Il che significa che a Fabriano il Sindaco l'essere Autorità di Pubblica Sicurezza se lo sogna e, per calzare in testa quel solenne cappello, non gli bastano gli articoli 50 e 54 della legge 267 del 2000, laddove essa prevedeva la possibilità, per i Sindaci, di adottare provvedimenti temporanei e urgenti in presenza di gravi pericoli per l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Falcoltà che venne allargata con la legge 125 del 2008, che estendeva l'ambito anche alle situazioni non contingibili e urgenti, ma che fu bocciata prima dal Tar del Veneto e poi da sentenza (N°15 del 2011) della Corte Costituzionale. Il Sindaco di Fabriano, oltre a non essere autorità di Pubblica Sicurezza, era nella condizione di rilevare un rischio oggettivo e tale da giustificare un'ordinanza contingibile e urgente nei confronti degli occupanti dell'ex asilo del Borgo? Il distacco dell'acqua, decretato dal Comune, era forse ragione necessaria e sufficiente per adottare un provvedimento in cui quel medesimo distacco si addita come elemento igienico sanitario qualificante per procedere allo sgombero? E con quali riscontri oggettivi si fotografano i "gravi motivi" quando essi sono esplicitamente indicati nel DM del 5 agosto 2008, che fornisce la definizione e gli ambiti di applicazione dei concetti di incolumità pubblica e sicurezza urbana? L'occupazione abusiva di immobili è esplicitamente indicata, all'articolo 2 comma c, come ambito di intervento del Sindaco ma solo nelle situazioni indicate ai punti a e b: le situazioni urbane di degrado o di isolamento che favoriscono l'insorgere di fenomeni criminosi, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l'accattonaggio con impiego di minori e disabili e i fenomeni di violenza legati anche all'abuso di alcool;le situazioni in cui si verificano comportamenti quali il danneggiamento al patrimonio pubblico e privato o che ne impediscono la fruibilità e determinano lo scadimento della qualità urbana. Dal che risulta evidente come nessuna di queste circostanze sia oggettivamente attribuibile agli occupanti dell'ex Asilo del Borgo. La sensazione che se ne trae è quella di un'ordinanza che presenta punti deboli e smagliature tali da renderla probabilmente impugnabile con successo innanzi al Tribunale Amministrativo Regionale. Ma il dato che davvero conta è ancora e di nuovo politico: l'ordinanza di sgombero - al di là della ragioni e dei torti giuridici - è il frutto di un orientamento semplificatorio in cui l'incapacità di ponderare e decidere genera azioni e atti scadenti in quanto a prudenza e lucidità politica. E Fabriano, in questo passaggio delicato della sua storia, non può davvero permettersi un pilota che mentre l'aereo perde quota e precipita sbaglia sistematicamente a manovrare leve e a premere pulsanti.

ps: domani mattina i Bicarbonati parteciperanno al Congresso del Pd con cronaca semiseria minuto per minuto su questo blog

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1 novembre 2013

Don S. e lo sgombero pirandelliano


 

L'albo pretorio non è esattamente il portone della cattedrale di Wittenberg, in cui l'indignato Lutero affisse le sue tesi contro la papale mercanzia delle indulgenze, nè Giarcalone Nostro possiede l'indole, il piglio e il ferrigno afflato del riformatore tedesco deciso all'epocale scisma. Ma ivi pubblicando l'ordinanza di sgombero dell'ex asilo del Borgo occupato, Don S. si è riscoperto opinabile fustigatore di costumi e di legalità, scoprendo un se stesso di nuovo tridentino e controriformista. La cacciata dei giovani, che occupano spazi pubblici abbandonati per generare e disseminare nuova socialità, assume infatti la forma gesuita e moralistica del procedimento amministrativo, ove si ridonda di imperativi, di comandi e disposizioni esecutive che rimandano ai dispacci caporettiani dell'infausto Cadorna. Da quel che filtra dal divertito narrare dei protagonisti il tempestoso incedere della decisione si è rapidamente infranto per via di un congenito e immancabile siparietto, come sempre alimentato da dosi incontrollate di involontario umorismo. A partire dal rifiuto degli occupanti di ricevere la notifica dalle mani di un mesto pubblico ufficiale, quando un tempo sarebbe stato lo stesso Don S. - in qualità di messo comunale - a incaricarsi della scomoda consegna; e quindi il contrappasso spassoso di un'altra occupazione provocatoria e irridente: quella dell'ufficio del Sindaco nella sede municipale, con il Borgomastro nuovamente costretto a snervante e infruttuoso diktat innanzi al gioioso rilancio dei perturbatori. Siamo a una politica che si fa fantasia letteraria e non a caso c'è un sapore sempre più pirandelliano in Don S., un senso di maldestra rivalsa, un isolamento politico che si traduce, e si tradurrà sempre di più, in gesti distanti dal suo intimo sentire, nella ricerca quasi ostinata di un altro da sè finalmente vincitore e vincente, nell'anelare un alter ego 2.0 garante di un "voler essere" non più così sudato e claudicante. L'ordinanza di sgombero (Ordinanza di sgombero) dantescamente "giudica e manda" ma, nel contempo, chiarisce e rivela. Ad esempio che l'immobile non appartiene a fantomatica società partenopea ma riconduce direttamente al novero delle molte, troppe proprietà comunali; che lo stabile è occupato da persone non meglio identificate quando anche il gatto conosce vita, morte, miracoli e anagrafe di chi va e di chi viene; che lo sgombero dipende, udite udite, dall'assenza di servizi essenziali alla permanenza delle persone, guarda caso come quell'acqua distaccata giusto da qualche giorno chissà se per agevolare o meno la validazione logica dell'ordinanza e sostenerne la necessità davanti alla pubblica opinione; che il pericolo a cui si fa solennemente cenno non sussiste, in quanto legato non all'incolumità dei cittadini ma al quieto vivere necessario a regalare ore indimenticabili, e senza sediziosi striscioni in centro storico, a Prodi, Letta e ulivi vari che atterreranno in città a metà del mese. A leggere il testo, brumoso e kafkiano nella sua farcitura di burocratese poverissimo e lezioso, viene da chiedersi se un qualche dio non abbia deciso di accecare congiuntamente l'ispiratore e l'estensore del documento e del procedimento. Di certo e sempre di più l'immagine di Don S. tende a sovrapporsi a quella di Bernardino Lamis, esimio prof. di celebre novella pirandelliana che tenne una formidabile lezione sull'eresia catara davanti ad uditorio di soprabiti da lui, provvidenzialmente e umanissimamente, scambiati per persone in carne ed ossa.

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