21 gennaio 2013

I sindaci americani e l'occupazione della fabbrica

Ieri mattina le locandine dei giornali annunciavano, a titolone grassettato, che la protesta dei lavoratori della Best era in procinto di sbarcare in casa Nortek, direttamente negli Stati Uniti. Incuriosito da uno "strillo" che avrebbe fottuto pure l'occhio di Aldo Manuzio ho comperato il Messaggero, imbastendo - in modo alquanto immaginifico e superficiale - una connessione tra le proteste dei lavoratori italiani e quelli di altre imprese statunitensi che fanno capo alla multinazionale proprietaria della Best. Il che mi ha reso ancor più fragoroso e motivato il ridere quando ho scoperto che non si stava saldando nessun fronte proletario tra le due sponde dell'oceano, e che la presunta americanizzazione del conflitto era soltanto il rimbombo mediatico di una dichiarazione congiunta del Sindaco di Cerreto d'Esi e del Sagramolone Nostro. Una dichiarazione che riporto testualmente perchè ricorda una politica sedotta dal bicipite rigonfio e ormonato più che dai tormenti del pensiero: "Non credano i dirigenti della Nortek che la nostra protesta non arriverà a loro. Faremo sentire la nostra voce anche in America perchè stanno facendo del male ai lavoratori e alle famiglie". L'uso della prima persona plurale, in questa posa da mascelloni volitivi nel pasticciaccio brutto, potrebbe essere interpretato come un "noi comunitario", ossia come la volontà dei due sindaci di mettersi alla testa di un vero e proprio sbarco di maestranze Best oltreoceano. Ma non è da escludere che il "noi" sia semplicemente riferito ai due primi cittadini in carne e ossa, pronti alla villeggiatura americana e al gesto eclatante dalle parti del Rhode Island. Insomma Alessandroni e Sagramola, memori dei  motivi di Renato Carosone, vorrebbero fare gli americani e vivere alla moda anche se so nnati in Italy. Buon per oro e peggio per noi. Di ben altro rilievo è invece una notizia che i giornali riportano glissando e che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella vertenza cerretana. Secondo i sindacati, infatti, se l'azienda non deciderà di confrontarsi sul piano industriale non è più da escludere l'occupazione dell'azienda da parte dei lavoratori. Ciò significa che la vertenza sta arrivando a uno snodo cruciale che si configura come possibile punto di non ritorno. Ci sono molti episodi di occupazione di fabbriche, di cantieri e miniere. Alcuni magistralmente raccontati anche da un segmento di cinematografi, capace di narrare con tocco d'artista il lato umano e dolente delle questioni sociali. Tanto per restare in zona giusto questa estate si sono commemorati i 60 anni dell'occupazione delle miniere di zolfo di Cabernardi, che finì con la vittoria della Montecatini e la chiusura dei pozzi. L'occupazione, che amo come culmine del vitalismo romantico, di solito finisce con sconfitte epocali che generano riflussi lunghi e un diffuso senso di sconfitta. E' un elemento che va considerato. Così come va valutata la reazione del territorio in cui si attua l'occupazione. La nostra è una terra estranea alle vertenze collettive, figlia di una piccola mezzadria priva di quelle strutture di governo rurale come le fattorie in cui, ad esempio, si concentravano le grandi battaglie mezzadrili per la modifica delle quote di riparto condotte dalla Federterra. E' facile quindi che questa storica estraneità del territorio alla solidarietà orizzontale si tramuti in un senso di fastidio che inibisce la comprensione e la condivisione dei problemi. Si tratta di un elemento decisivo perchè quando i lavoratori sono isolati la sconfitta è pressochè certa. C'è un solo modo per costruire consenso: dare rilievo nazionale alla lotta degli operai della Best attraverso una combinazione inedita di modalità rivendicative. Ad esempio  ruotando i lavoratori tra occupazione della fabbrica e lavori volontari socialmente utili. Mettere squadre di operai e impiegati in fabbrica e squadre esterne pronte a farsi carico di lavori gratuiti a vantaggio della collettività è un modo per dare visibilità, sostegno e consenso alla lotta. Per farlo servono volontà, consapevolezza e la direzione politica di un sindacato che, nella sua natura di corpo intermedio, assolva a una funzione fondamentale di mediazione e raccordo tra lavoratori, cittadini, azienda e istituzioni. A quel punto tutte le posizioni si chiariranno e nel bene o nel male si sarà fatto un grande passo in avanti.
    

20 gennaio 2013

La magra solidarietà del Pd agli operai Best

"'125 è un numero…… solo un maledetto numero! Ma rappresenta il dramma che sta dilaniando le maestranze della Best SPA: 125 licenziamenti su 309 dipendenti!!!!!!!!!!' Non si può non essere sensibili per le difficoltà di questi Lavoratori e delle loro Famiglie a cui va la più sincera solidarietà di tutto il Circolo PD di Fabriano e dell’intera comunità territoriale. Il Circolo PD di Fabriano invita, inoltre, i vertici aziendali della BEST SPA insieme alle Rappresentanze Sindacali e le Istituzioni locali, a prendere iniziative che rappresentino una forte assunzione di responsabilità sociale nei confronti dei Lavoratori e delle loro Famiglie". Il Circolo PD Fabriano

L'energia negativa della crisi, che pervade il nostro territorio, dovrebbe infrangersi in un'energia contraria e reattiva, capace di medicare - quanto meno sul versante psicologico - le ferite di un sistema locale tormentato da crisi aziendali che assumono la forma dello stillicidio. E i problemi che si presentano a gocce, piuttosto che a grappoli, hanno la caratteristica di abituare l'organismo individuale e sociale, innanzandone la soglia di sopportazione e la tendenza all'immobilismo. Ed  anche per queste ragioni fa riflettere il debolissimo argine che la politica - comandata al governo dei procesi sociali - oppone all'inerzia delle cose e alla rassegnazione, ormai esponenziale, dei fabrianesi. Tanto per dare un’idea di questa congenito limite di intervento, ho riportato integralmente le 99 parole – pari a 646 caratteri comprensivi di spazi – con cui il Partito Democratico di Fabriano è riuscito nella magia di non prendere posizione, fingendo però di farlo, sul caso Best, ossia sulla vertenza operaia più rilevante dopo quella della Ardo. Si tratta di un documento emblematico, che sintetizza con brutale chiarezza la difficoltà ideale, culturale e politica che vive il principale partito politico fabrianese. Sicuramente la scelta montiana di Maria Paola Merloni e l'incertezza con cui la sezione di Fabriano ha vissuto le primarie hanno aggravato sintomi e decorso della crisi; una crisi che dipende da molte ragioni ma che, principalmente, è il frutto della marginalizzazione della militanza, sostituita col palliativo della pratica di governo e con l’occupazione militare delle cariche pubbliche. Siccome siamo uomini di mondo conveniamo con quanto affermava il giacobino Saint Just, secondo il quale nessuno, alla fine, governa senza colpe. Ma la stipsi ideologica del comunicato piddino - che riguarda il destino di quella classe operaia guardata sempre come riferimento sociale dai comunisti e con lo sguardo fisso sulla Rerum Novarum dalla sinistra democristiana - è qualcosa che denota un vero e proprio smarrimento, come se al Partito Democratico sfuggissero quasi interamente senso, prospettive e ragione sociale. Scandagliando le poche affermazioni ivi contenute, la sensazione di vuoto incontra sponde e suggelli. Sentite questa: "Non si può non essere sensibili per le difficoltà di questi Lavoratori e delle loro famiglie". Più che una frase chiave somiglia a una frase killer, una perifrasi al limite dell’incaglio linguistico, che fa più comodo di mille politologie per descrivere la distanza che separa il mondo del lavoro fabrianese dal partito che, almeno teoricamente, dovrebbe rappresentarne e convogliarne bisogni e istanze. Una perifrasi cui fa seguito una pigra dichiarazione di solidarietà e l'invito, di pura circostanza, alle parti sociali a trovare iniziative e soluzioni "che rappresentino una forte assunzione di responsabilità sociale". In pratica, nel comunicato del Pd, non trova dignità di pensiero alcuna analisi di contesto, delle dinamiche settoriali, delle scelte aziendali, del destino di questo territorio, delle possibili risposte dei lavoratori e del ruolo del movimento sindacale. Men che meno un cenno alle iniziative politiche che il partito intende sviluppare per ricercare una soluzione concertata e bilaterale per la vertenza Best. Questa rinuncia integrale al primato e alla centralità della politica nella costruzione degli equilibri economici e sociali, trasforma il partito democratico in un marchio commerciale, in una tenda al riparo della quale si consolidano carriere personali al netto di ogni ambizione di governo della società locale. Una posizione rinunciataria e subalterna, accompagnata dall’utilizzo di un linguaggio che non contiene, di conseguenza, né stimoli alla mobilitazione né ambizioni descrittive o di pedagogia politica ed economica. Si tratta, in sintesi, di un pronunciamento indegno di un partito a vocazione maggioritaria. Così indegno da far pensare alla scrittura di getto di un redattore improvvido e non troppo titolato a esprimere posizioni politiche. Perché se dovessimo pensare che sia questo il massimo livello di sintesi politica raggiunto da un partito che annovera almeno tre cervelli pensanti – Sorci, Mingarelli e Becchetti –, ciò significherebbe che la militanza nel Pd è in grado di produrre solo effetti mutageni di rattrappimento delle facoltà intellettuali. Ma siccome non siamo sedotti dall'antipolitica - e quindi non puntiamo alla sostituzione comunarda dei partiti con il partito unico della società civile - preferiamo immaginare questo testo prosciugato e smunto come voce dal sen fuggita e non precipitato di una cultura politica. Perché, nel caso, saremmo di fronte a uno scandalo ideale, all’interno del principale partito cittadino, meritevole di epurazioni  e di punizioni su vasta scala.
    

19 gennaio 2013

Vezzali a Fabriano il 25 gennaio: bionda fiorettista o bionda capolista?

Ancora un segno della brillante fantasia di
Fabrizio Moscè
Jesi ha da sempre una grande tradizione di scherma. Di quelle che sfornano campioni e medaglie d'oro: Cerioni, Trillini, Vezzali, De Francisca. In una logica di campanile, da fabrianesi lamentosi, potremmo tranquillamente invidiare ai nostri amici della Vallesina il rigore e il metodo, l'impegno e il sacrificio di uno sport in cui, spesso, si fatica a distinguere tra le diverse discipline. Certo è che, in un generoso slancio di sinergia territoriale, qualche jesino/a di spada lesta avrebbe potuto organizzare corsi di scherma anche da queste parti, e magari scoprire qualche talento su cui investire e attorno al quale creare interesse, motivazione e coinvolgimento. Invece gli schermidori marchigiani crescono e prosperano solo nella città di Federico II. A ciascuno il suo, direbbe con sicula saggezza Leonardo Sciascia. Fatto sta che, di punto in bianco, anche Fabriano avrà i suoi corsi di scherma per bambini. Corsi che verranno inaugurati il 25 gennaio alla presenza di una testimonial d'eccezione: la super medagliata olimpica Valentina Vezzali da Jesi. Come molti altri genitori attenti alle iniziative rivolte ai bambini mi sono compiaciuto di questa città che finalmente investe su se stessa e sulle sue giovani e giovanissime generazioni; mi sono sentito fiero di far parte di una comunità che si dispone e si propone a misura di bambino anche allargando l'offerta di attività sportive. E mi sono pure detto che la Vezzali è proprio brava a fregarsene di certi campanilismi d'entroterra se la posta in gioco è diffondere la passione per una disciplina sportiva che educa al rispetto delle regole e delle persone. Mi piace questo elemento. Mi piace davvero. Anzi mi piacerebbe davvero un sacco se non ci fosse un piccolo dettaglio, un granello di sabbia capace di inficiare questa straordinaria testimonianza di fratellanza territoriale. Già, perchè il 25 di gennaio è esattamente un mese prima delle elezioni politiche. Mi direte: che c'entrano i corsi di scherma col nuovo Parlamento? Di per sè nulla, sia chiaro. Ma forse c'entra qualcosa che la Vezzali - ossia la campionessa che viene a fare da madrina - sia candidata alle elezioni politiche. Anzi, per la precisione sia la capolista marchigiana della Lista Civica per Monti alla Camera dei Deputati. Certo i bambini non votano e pensano solo alla spada e al fioretto, ma altrettanto certamente votano le mamme e i papà che, magari, sono così indecisi sul da farsi che votare per una campionessa, alla fine, tanto male non fa e non butta. E siccome la Vezzali è una campionessa che ben conosce e apprezza le mille sfaccettature dello spirito olimpico, è facile che sia lei stessa a trovarsi a disagio al cospetto di persone che faticano a comprendere se devono considerarla la bionda fiorettista, la bionda capolista, o entrambe in straordinaria stoccata anfibia. Le soluzioni tampone sono sostanzialmente due: la prima è quella di posticipare il madrinaggio del corso fabrianese di scherma di un mese e un giorno, in modo tale che sulla sua venuta non si addensino sospetti di propaganda elettorale; la seconda è che Maria Paola Merloni inauguri il corso di fioretto - con la spada in mano - mentre la Vezzali ci spiega le recenti scelte industriali del gruppo Indesit. Uno scambio di ruoli davvero provvidenziale, perchè in quei termini non avremmo più dubbi su quale lista non votare.
    

18 gennaio 2013

Caso Best: modernità del conflitto e limiti dell'informazione


Sembra un destino quello di chiudere le fabbriche quando giunge l'inverno. Quasi che la stagione possa servire a rendere più duro e impegnativo il resistere dei lavoratori; come se il freddo e il grigiore fossero la prova metereologica e cromatica di una volontà collettiva che ha bisogno di essere temprata da condizioni difficili. Stamattina scendono fiocchi e per presidiare per ore una fabbrica con zero gradi di temperatura e la neve che cade ci vogliono buone ragioni e la certezza che quel che si sta facendo non è vano. Di fondo credo che Giove Pluvio, o chi per lui, lo faccia apposta, per dare a questa disperata lotta degli operai della Best il sapore del romanzo sociale e di un romanticismo ambientale in cui inserire la quotidianità degli scioperi, dei tavoli e delle vertenze. Era una giornata fredda e grigia, a metà anni ottanta, quando i lavoratori della Lorev scoprirono di non essere una realtà produttiva di eccellenza ma esuberi che non sarebbero stati più riassorbiti. Ero un ragazzo ma ricordo bene quello sciopero di solidarietà delle scuole superiori e la lunga fila indiana di studenti che raggiungeva a piedi lo stabilimento di Marischio. Sinceramente l'augurio è quello di un esito migliore, per la Best, rispetto a quello che conoscemmo allora. Ritornando all'oggi c'è da dire che la cronaca e i resoconti dei giornali evidenziano un elemento nuovo e cioè che gli impiegati si sono uniti agli operai, consapevoli che il destino è comune e che l'antica divisione tra colletti bianchi e colletti blu non ha ragione di esistere quando in gioco non è la diversità di mansioni e di profili professionali ma l'esistenza stessa dell'azienda e di un comune sentire. Così come cominciano a giungere, con un ritardo che induce al sospetto, le dichiarazioni di solidarietà del mondo politico. Dichiarazioni formali, anemiche e prive di coinvolgimento ma, come si dice in questi casi, piuttosto che niente è sempre meglio piuttosto. Quel che colpisce è invece la fatica dei giornali a cogliere gli elementi di modernità del conflitto che si è innescato attorno alla Best. Si parla di picchetti quando siamo di fronte a puri e semplici scioperi; si accenna a un muro contro muro tra azienda e sindacati quando l'asimmetria di un rapporto totalmente sbilanciato, dovrebbe suggerire ben altra immagine e cioè quella di un muro aziendale che si rovescia sulla carne viva e ferita dei lavoratori. La fatica del descrivere nasce dal paradosso di queste terre: essere luoghi ad alta densità operaia ma privi di cultura operaia. Un paradosso che ha trovato la sua espressione più compiuta con la crisi Ardo, quando l'implosione violenta di una grande azienda non ha prodotto, nei lavoratori, alcuna reazione ma soltanto un placido adeguamento alla pantofola degli ammortizzatori sociali lunghi. I lavoratori della Best, consapevoli di non avere il culo coperto dalla legge Marzano, hanno fatto ricorso all'unico strumento di rivendicazione possibile: se stessi, i propri corpi e le proprie vite. Ed è anche a causa di questa modernità "fisica" e non liquida del conflitto - che ha restituito vigore anche alle solitamente quiete federazioni metalmeccaniche dei sindacati confederali - che la politica è sembrata presa in contropiede. Una politica locale senza ragione sociale, senza rappresentanza chiara di interessi sociali, priva di una visione del modello industriale in grado di decifrarne caratteri e contraccolpi non può che faticare ad allinearsi ai cambiamenti. Adesso occorrerà capire il seguito, verificare i rischi di escalation, comprendere la soglia di contrattazione possibile, riflettere sulla sostenibilità di una lotta prolungata e dura, misurare il punto di resistenza delle organizzazioni sindacali e la loro border line psicologica e materiali. Questioni di fondo che incideranno profondamente sull'esito di questa battaglia e che avrebbero bisogno di un'informazione capace di raccontare e divulgare le complesse dinamiche del conflitto sociale e sindacale. Una capacità che ci è negata da decenni di sicuro paternalismo e di retorica armonia. Ma possiamo fare da subito un passo in avanti. Qui ed ora.
    

17 gennaio 2013

Merloni che non vende e Best che non si salva

Operai in bilico sul futuro
Ieri la Lista Civica per Monti si è presentata ai marchigiani. Alla conferenza stampa hanno partecipato, ovviamente, Maria Paola Merloni e Valentina Vezzali, il ticket rosa che guiderà le truppe montiane alla Camera e al Senato. Entrambe molto sorridenti ma l'un contro l'altra armate, come si addice a due primedonne costrette a condividere lo stesso spazio politico, la stessa compagine e gli stessi riflettori. MPM ha detto di aver lasciato il Pd perché il partito di Bersani è diventato troppo di sinistra, smarrendo l'identità riformista sulla cui base era stato fondato. Come se provare a essere semplicemente socialdemocratici non fosse l'equivalente ideale e ideologico dell'essere riformisti. Enigmi culturali irrisolti degli imprenditori prestati alla politica. Ma la Merloni ha parlato anche di altro, di una scelta fondamentale per il destino e il futuro del nostro territorio e cioè che Indesit non sarà venduta a qualche grosso player internazionale del bianco ma resterà saldamente in mano alla famiglia Merloni, unita attorno a prospettive di crescita e sviluppo. E' la prima volta, da anni, che appare all'orizzonte la notizia in controtendenza di un'azienda importante che resta invece di chiudere baracca e burattini e trasferire le produzioni in qualche paese in cui i lavoratori possono essere utilizzati come carne di porco. E certe notizie possono anche essere il propellente psicologico per ricominciare a guardare il futuro con occhio meno incupito. Conta poco, se non in termini di curiosità politica, che la ritrovata armonia in casa Merloni sia stata annunciata proprio in contemporanea con la conferenza stampa di presentazione della lista Monti. Il Professore ci ha messo forse lo zampino? Può darsi. Certo è che la coincidenza temporale ha colpito tutti. Intervistato da questo blog Maurizio Benvenuto, pochi giorni fa, aveva parlato di una lista Monti pronta a mettere radici sul territorio. Operazione alquanto difficile se MPM avesse dato il benestare alla vendita della Indesit. Oggi quella contraddizione tra volontà e realismo sembra essersi risolta grazie a una scelta industriale che sembra legata anche a considerazioni di natura politica. Risolta positivamente grazie alla politica e al centro montiano? Poco male. Per ora.

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Sempre più drammatica invece la situazione alla Best. Il presidio operaio e il confronto di ieri in Confindustria non pare abbiano spinto l'azienda a modificare la decisione granitica di procedere al taglio massiccio di posti di lavoro. La motivazione del pareggio di bilancio da ottenere subito suggella la natura di un management aziendale che pare esprimere una concezione stile mattatoio dei valori economici. E ha probabilmente ragione il sindacato quando sostiene che 125 esuberi su poco più di 300 lavoratori equivalgono a una vera e propria scelta non dichiarata di chiusura degli impianti. In compenso ieri sera sono giunte le parole di solidarietà del Vescovo di Fabriano Mons.Veccerica, che se non cambiano lo scenario di certo tolgono i lavoratori della Best da un isolamento frutto anche degli atteggiamenti assenteisti assunti dalla classe politica locale. Il vero problema è che, a questo punto, il tavolo negoziale non ha alcuna possibilità di decollare perché mentre i lavoratori hanno il disperato bisogno di un accordo l'azienda si trova esattamente nella condizione opposta e può opporre, al fronte sindacale, un argomento che, in tempi di crisi, è capace di far breccia e dividere i lavoratori: meglio dichiarare la resa salvando il salvabile che difendere un principio generale e chiudere la baracca. Sappiamo bene che quando hai ceduto una prima volta, come avrebbe detto Cicerone, hai creato il precedente e dopo qualche mese l'azienda ti farà cedere per la seconda volta, mettendo a segno la chiusura finale. Accettare la politica degli esuberi proposta in questo giorni significa quindi dilazionare l'agonia e poi, magari, rivendicare come una vittoria del sindacato quella che sarà soltanto una dismissione a rate dei lavoratori e della produzione. E siccome non sussistono le condizioni minime per un negoziato sensato ed efficace l'unica alternativa reale è l'occupazione della fabbrica, garantendo la produzione finché possibile - perché il blocco della produzione sarebbe un grande alibi per l'azienda - ed evitando, con la presenza fisica,  il trasferimento materiale degli impianti. Si tratta di una scelta sindacale difficile e complessa, che va gestita da quadri responsabili più ricchi di sangue freddo che di passione, da una politica capace di garantire un cordone di partecipazione solidale e da una comunità territoriale in grado di trasferire calore e sostegno alla lotta. Una combinazione di fattori difficile da realizzare ma a questo punto indispensabile. E' l'unica e l'ultima scelta possibile. Si arriverà a questo per salvare tanti posti di lavoro e la vita di tante famiglie? Temo di no ma spero, senza crederci neanche un po', davvero di si.
    

16 gennaio 2013

La lezione della Best e il mutismo dei candidati

Stamattina ho intravisto gli operai del Comune presi col montaggio delle plance elettorali. Il che significa che stiamo entrando nel vivo della competizione politica per l'elezione del nuovo Parlamento. La campagna elettorale, almeno teoricamente, è uno dei pochi momenti brillanti e coinvolgenti: si dicono verità, si sparano puttanate, si fanno volare stracci, si finge, si simula e si dissimula. Ma il clima e la temperatura della campagna elettorale di queste politiche dipendono profondamente dalla natura del Porcellum, un sistema a liste bloccate che spinge alla pantofola sia chi è certo di essere eletto sia chi è stato messo in lista per pura e semplice riempitura. Ciò significa, come mi ha saggiamente ricordati un amico direttamente coinvolto in questa campagna elettorale, che l'unica scelta sensata e razionale è quella di lanciare messaggi generici attraverso mezzi a larga diffusione come radio, televisioni e affini. Setacciare il territorio, incontrare gente, organizzare conviviali e simposi ha senso, infatti, soltanto se ci sono da accalappiare preferenze e se le scelte dei cittadini dipendono dall'identità e dalla prossimità dei candidati come, ad esempio, accade con le Comunali. Il Porcellum spingerà, quindi, verso una campagna elettorale moscia e insensata, ripulita di posizioni politiche che possano compromettere il riposante equilibrio già raggiunto con le candidature. Nel nostro piccolo abbiamo avuto un assaggio di questa "politica in brodo vegetale" proprio negli ultimi giorni. Dei cinque candidati alle elezioni politiche nessuno si è presentato ai cancelli della Best per cercare un contatto con gli operai, o per provare a rendersi direttamente e fisicamente conto della situazione: Casoli assente, Merloni assente, Ottaviani assente, Terzoni assente, Fucksia assente. Un candidato che abbia in mente altro oltre ai propri anni dorati in Parlamento dovrebbe, invece, avere il coraggio fisico e intellettuale di affrontare gli operai imbestialiti, di prendere la parola in un'assemblea di lavoratori rischiando fischi e insulti, di assumere impegni futuri, magari non di soluzione ma quanto meno di interesse e di rappresentanza territoriale rispetto a questioni che riguardano la vita e la morte di una intera comunità locale. Invece i candidati sono rimasti serenamente e tranquillamente nell'ombra. Così come i movimenti e i partiti che li sostengono, delineando una straordinaria e ingrigita uniformità tra la destra, la sinistra e chi si vanta di essere migliore di tutti gli altri messi assieme. E il grigiore condiviso ha fatto sfuggire a tutti un elemento nuovo e cioè che per la prima volta un segmento minoritario di classe operaia del nostro territorio è stato capace di reagire con rabbia e determinazione a una decisione aziendale, sfidando il buonsenso subalterno del sindacato e l'individualismo di chi ritiene possibile salvarsi da solo. Una risposta inedita che, per ora, ha costretto l'azienda a sedersi attorno a un tavolo, perché accendere un riflettore su certe decisioni è l'unico modo per procurare disagi a strutture manageriali abituate a tagliare e far scorrere sangue senza neanche sorbirsi le grida disperate di chi perde tutto in pochi istanti. Quel che sta accadendo alla Best e che, purtroppo, non è successo prima alla Ardo, fa di questi lavoratori la punta di lancia di una possibile reazione comunitaria che va sostenuta e coltivata. Il prossimo passo potrebbe anche essere l'occupazione della fabbrica. Nel caso si tratterebbe di un gesto duro, impegnativo, che ha bisogno di una solidarietà totale da parte del territorio e di grande sostegno politico. E se ciò accadesse certi silenzi dei candidati e delle forze politiche verrebbero messi direttamente alla prova. Ma temo che anche di fronte a un gesto tanto impegnativo e radicale la politica sarebbe capace di fare, ancora una volta, orecchie da mercante. Senza eccezioni e senza distinzioni.

p.s. in compenso ha preso posizione a favore degli operai il consigliere regionale Dino Latini. Di Fabriano?Nooo!Di Cerreto? Noooo! Di Genga? Noooo! Di Osimooooooo!!
    

15 gennaio 2013

La storia della Best in una sola storia

Enrico Morettini, operaio Best e
sindacalista della  Fiom
Per qualche giorno abbiamo tenuto il riflettore accesso su spezzoni ed esponenti della borghesia locale, affascinato dal moto politico e dalle traiettorie del potere. Una borghesia serena e appagata, ignara di crisi e disagi, che ha in mente di dare ordine sociale al caos, convinta che una giusta lontananza dai problemi prosciughi l'animo e dia l'oggettività con cui il chirurgo lavora di bisturi. L'interrogativo amletico è solo se candidarsi e con chi e quale posizione occupare in lista perché pure da lì si deduce il rango politico acquisito. Ma questo è il lato oscuro, the dark side of the moon. Poi c'è la politica che sconfina fin dentro la vita, quella che comporta un investimento psicologico dal quale ci siamo faticosamente emendati ma di cui sappiamo subito riconoscere l'impronta e il lessico familiare. L'ho ritrovata stamattina sulle pagine locali dei quotidiani, nella foto che ritrae uno degli operai della Best costretti ad azioni estreme ed eclatanti per salvare il posto di lavoro, lo stipendio e la dignità che serve per andare avanti. Quell'operaio si chiama Enrico Morettini. L'ho conosciuto a metà degli anni ottanta quando, da studenti delle superiori, ci affacciavamo alla militanza politica tra coloro che furono ribattezzati i "ragazzi dell'85". Io simpatizzavo per il Pci e lui per Democrazia Proletaria. Lui un ragazzaccio rumoroso e fragoroso, con dentro l'anima la quantità di follia erasmiana necessaria a creare il clima propizio; io più introverso, silenzioso, individualista di pancia seppur cartesiano di cervello. Ed era questa diversità radicale di carattere a concederci quel sapore fraterno che alimenta l'empatia tra gli inconciliabili. Poi, come è naturale, ognuno ha preso la sua strada. A lui è toccata la fabbrica e il volerci stare da protagonista attraverso la Fiom, un sindacalismo su misura per uno come lui. Un destino che non credo abbia subito come una diminuzione di sè ma scelto come la modalità più fervida per essere coerente con i propri ideali di gioventù e la sorridente passione per un comunismo libertario che esisteva solo nei suoi sogni. Ieri era ad Ancona, costretto dalla circostanze e dalle scelte di una multinazionale a trasformare i vecchi giochi e le antiche scelte di adolescente in un Armageddon personale ed esistenziale. E nel guardare la foto me lo sono figurato almeno mezzo metro avanti agli altri colleghi: un po' per gioco - perchè, come cantava Bennato, ogni favola è  un gioco - e un po' per sopravvivenza; un po' per la vita e un po' per il gesto; un po' per il futuro e un po' per ciò che eravamo. Ti auguro di farcela compagno Morettini. The Best.
    

14 gennaio 2013

Un nuovo episodio nella grande saga del centro

Nel film Amadeus - vincitore di otto Oscar e dedicato alla vita tumultuosa di W.A.Mozart, magistralmente raccontata da un Antonio Salieri roso dall'invidia e dall'ammirazione - il grande genio musicale austriaco è ripreso più di una volta in totale solitudine al tavolo da biliardo. Con la musica che prende forma direttamente nella sua mente fulgida e trova la sua forma nella delizia geometrica delle traiettorie delineate dal moto delle sfere da biliardo e dal susseguirsi delle sponde. La politica, di norma più vicina ai sentimenti biliosi di Salieri che non al genio di Mozart, ha le sue geometrie, le sue carambole, i suoi giochi di sponda che servono ai contendenti per trovare la soluzione più adatta a vincere la partita. E in tal senso si parla, proprio in queste ore, di una proposta di nuove geometrie politiche locali, di un gioco di sponda al tavolo verde che si inserisce come ennesimo episodio in quella che si potrebbe legittimamente definire la "saga del centro politico" a Fabriano. Si dice infatti che l'attivissimo Ottaviani abbia cercato un abboccamento col Pdl per ragionare su una sorta di patto di desistenza, su un accordo incrociato in ragione del quale Ottaviani si impegnerebbe a far confluire sul Pdl, al Senato, il pacchetto di voti di cui dispone in cambio di un sostegno del partito di Berlusconi alla lista dell'Udc alla Camera in cui è candidato. In questo modo Ottaviani potrebbe incrementare la sua "dote elettorale" rispetto alla lista Monti, e quindi il suo potere contrattuale sugli equilibri futuri del centro, mentre Casoli disporrebbe di un pacchetto di voti aggiuntivo nella sua sfida personale con Maria Paola Merloni. Da quel che si mormora pare che il Pdl abbia rifiutato l'avance perché la proposta spicca per manifesta assenza di fondatezza politica. Primo perché sia Casoli che la Merloni sono al terzo giro e quindi il sapore del derby tra industriali fabrianesi si è estinto da tempo; secondo perché Berlusconi ha indicato chiaramente nel Pd - ossia nel partito lasciato da Maria Paola Merloni - il soggetto politico da battere; terzo perché sostegni incrociati di tal fatta possono avere senso tra forze che, almeno sul territorio, condividono il medesimo posizionamento politico, mentre da noi Pdl e Udc siedono su fronti opposti. La verità politica è che quella di Ottaviani è una proposta asimmetrica, priva di quella logica del win win che deve necessariamente nutrire i processi negoziali di successo. Con il lodo Ottaviani a guadagnarci sarebbe stato, invece, il solo Ottaviani, dato che la partita politica principale  non è tra Casoli e la Merloni ma tra quest'ultima e il leader del Polo 3.0 e riguarda la contendibilità del centro e dei suoi futuri equilibri interni. Insomma, il tentativo di ampliare il fronte pare sia andato a vuoto e adesso piange il telefono, come avrebbe cantato il grande Domenico Modugno.
    

13 gennaio 2013

Lo scontro al centro che rimette in moto la politica

Un tempo il centro politico era un luogo immobile e tolemaico. E i fabrianesi lo sanno bene, visto che del centro hanno conosciuto una versione di lungo corso e di indubbio successo. Ma adesso qualcosa è cambiato. Anche nella nostra città. Non per una critica proveniente dall'esterno, dalla destra o dalla sinistra, ma dall'interno, come effetto dello sparigliamento montiano, che ha costretto un'intera area politica a mettere in agenda la propria autoriforma. Per ora abbiamo capito, dalla viva voce di uno dei protagonisti locali, che la Lista Civica Monti non sarà un'aggregazione elettorale transitoria, una coalizione yogurt con data di scadenza, ma un vero e proprio partito politico, fondato sul patto tra quel che resta della borghesia e quel che resta della classe operaia. In pratica una Democrazia Cristiana rinnovata ma sempre interclassista, con l'I Phone al posto dell'aspersorio e una visione tecnocratica che subentra al permanente e sotterraneo clericalismo del vecchio partito cattolico. Questo disegno, per la natura materiale e ideologica che lo connota, non potrà che risucchiare nella sua orbita l'Udc fabrianese. Il partito di Casini può percorrere due strade: restare quel che è ora - ossia una confederazione di piccoli potentati individuali attivi nelle frazioni - ed essere assorbito dalla lista Civica per Monti recitando, al massimo, il ruolo di cespuglio subalterno. E questa sarebbe la soluzione più rapida e indolore per il centro a trazione merloniana. Oppure giocare da potenza a potenza e in termini paritari con la componente merloniana. E forse è anche per questo che Viventi ha puntato su Ottaviani alla Camera, collocandolo al quarto posto della lista, ossia in una posizione di tutto rispetto. In questo senso, come si diceva prima, il mandato di Ottaviani è molto chiaro: garantire l'autonomia dell'Udc rispetto a Maria Paola Merloni e rinnovare il partito per contendere, alla ex deputata del Pd, l'egemonia sul nuovo centro. Primum vivere deinde philosophari. Questa prospettiva di rinnovamento dell'Udc ha però bisogno di un accordo tra Ottaviani e Galli, perchè avere in uno stesso partito due rinnovatori spinti che non si accordano può determinare squilibri profondi e sicuri insuccessi. Basti ricordare, in grande, lo scontro che oppose Eltzin e Gorbaciov e la gara a chi dei due fosse più riformista, drammaticamente conclusasi con una nuova glaciazione politica. Da questo punto di vista non è un caso che proprio stamattina l'assessore Galli abbia dichiarato alla stampa di voler incontrare uno ad uno i cinquemila disoccupati e cassintegrati fabrianesi. Una sfida stakanovista che farebbe sorridere se non fosse direttamente connessa a un evidente messaggio di presenza e a una ambizione di leadership sui nuovi processi che coinvolgono il centro politico fabrianese. Comunque vada Udc e Lista Civica per Monti sono condannati a convivere e, alla fine, a fondersi in un unico soggetto. E questo, in prospettiva, significa che non sarà più automatico e scontato l'asse Pd - centro per il governo della città, perchè avremo un centro che potrà allearsi con la destra del Pdl o con la sinistra del Pd, caratterizzandosi come ago della bilancia ed elemento strategico di aggregazione. Piaccia o meno questo scenario rimette in movimento la politica fabrianese scongelando, in una prospettiva di governo locale, i voti della destra e restituendo al Pd un profilo più nettamente di sinistra. Per ora il centro ha fatto la prima mossa, ma siccome la politica è innanzitutto "sistema" è probabile che queste elezioni politiche costituiscano un'occasione per ricostruire una destra forte e una sinistra meno silenziosa e dorotea. E se fossi nei panni di Sagramola inizierei a girare col corno rosso e il nano che fa gli scongiuri.
    

12 gennaio 2013

Ad oggi Casoli e Merloni i fabrianesi eletti

Nel pieno di questa continua altalena di candidature, per le elezioni politiche, forse è utile approfittare dello stacco del fine settimana per fotografare lo stato dell'arte e capire come sta evolvendo la situazione politica locale. Per prima cosa le certezze: Francesco Casoli è capolista al Senato del Pdl e quindi entrerà per la terza volta a Palazzo Madama. Idem con patate per Maria Paola Merloni, capolista della Lista Civica per Monti e quindi sicuramente eletta. Per lei si tratta di un debutto al Senato che, per via dei problemi di omogeneità del risultato legati ai premi di maggioranza su base regionale, diventerà la vera fossa dei leoni del nuovo Parlamento. E' di ieri sera, invece, la notizia della candidatura di Ottaviani alla Camera per l'Udc. Una candidatura che non ne prefigura l'elezione, ma che si caratterizza come mossa direttamente finalizzata a un mutamento degli equilibri interni all'Udc e come linea difensiva da cui partire, subito dopo le elezioni poliliche, per avviare un'aspra guerra di posizione coi merloniani della coalizione montiana. Sempre meno probabile risulta, invece, la candidatura di Urbani alla Camera per il Pdl, perchè senza posizioni di testa disponibili nella lista berlusconiana la sua rischia di essere non tanto una candidatura di servizio o di bandiera, quanto un'operazione sacrificale - la terza in due anni - cpace di eroderne ulteriormente la credibilità e il ruolo politico locale. Più complessa, invece, la situazione delle due candidate del Movimento 5 Stelle. Fino a qualche settimana fa erano date entrambe per certe, perchè i sondaggi assicuravano almeno tre deputati e un senatore al movimento di Grillo. La discesa in campo di Monti, le primarie del Pd e il ritorno prepotente di Berlusconi, abbinati alla radicalizzazione estremista del 5 Stelle stanno invece cambiando, pure da noi, lo scenario e i rapporti di forza. In questo senso pare sempre più improbabile che i grillini possano eleggere più di due deputati nelle Marche. Il che lascerebbe fuori dalla Camera Patrizia Terzoni. Ma pare che nelle ultime ore sia a rischio pure l'elezione, data da tutti per certa, di Serena Fucksia al Senato, nonostante la posizione da capolista. Si sta infatti verificando una stabilizzazione al ribasso del Pd nei confronti della lista Monti, a cui cederebbe uno scranno senatoriale, e, in parallelo, una nuova spinta che si addensa attorno al Pdl - dopo la performance di Berlusconi da Santoro e la conseguente mobilitazione dell'elettorato del centrodestra - che potrebbe far scattare il secondo senatore nelle Marche al Popolo delle Libertà. Il che, in una visione complessiva del risultato, metterebbe a rischio proprio l'elezione della Fucksia. Insomma, ad oggi  i due eletti sicuri sembrerebbero Casoli e Merloni. Ma di doman non v'è certezza.
    

11 gennaio 2013

Ottaviani candidato e l'OPA sull'Udc


E’ stato il blog di Radio Gold, circa un’ora fa, a dare la notizia: Marco Ottaviani si candida alla Camera dei Deputati, con la lista dell’UDC. Si tratta di uno sbocco politico che brucia di molto i tempi perché, nell'ambito del totonomine, si mormorava di un Ottaviani sulla rampa di lancio in paziente attesa delle elezioni regionali. E’ vero che il giorno di Natale, proprio dalla pagine di questo blog, Ottaviani aveva dichiarato il suo endorsement nei confronti del centro montiano, ma nulla lasciava presagire una candidatura alle elezioni politiche. E giusto ieri, tanto per rimarcare qualche frizione nel composito schieramento montiano fabrianese, Maurizio Benvenuto aveva preso, in qualche modo, le distanze da Ottaviani attribuendogli, senza troppa diplomazia, una vocazione elitaria poco compatibile col nuovo disegno centrista. La candidatura con l’Udc consente, invece, a Ottaviani di scartare di lato, di rispondere alla stoccata dei merloniani e di rimanere saldamente all’interno del progetto centrista e del suo consolidamento locale. In questo senso occorre considerare che l’UDC a Fabriano è, oggettivamente, il soggetto politico decisivo nella costruzione di una massa critica montiana. Sia per  il radicamento storico sul territorio che per la quantità di consensi tuttora disponibili. Il che prefigura una dialettica potenziale e potenzialmente devastante, all'interno del centro, tra la componente tecnocratica di matrice merloniana e quella cattolica e curiale incarnata culturalmente e antropologicamente da Ottaviani. Il dato politico essenziale – considerato che l’UDC eleggerà un solo deputato, ossia il capolista Ciccanti – è che Ottaviani ha lanciato, attraverso la sua candidatura - un’Opa ostile sull’Udc di Fabriano. Ciò prelude a una strategia politica in cui è inevitabile l'accordo tra Ottaviani e Galli; un accordo finalizzato a far fuori tutta la vecchia guardia nazionalpopolare favorendo l’accesso alle posizioni di comando dei giovani turchi che già scalpitano all’interno del partito. Si tratta di una partita complessa in cui mosse e contromosse si sovrapporranno sin dai prossimi giorni, ed è sicuramente anomalo - e per questo politicamente di rilievo - che le scosse telluriche della politica fabrianese provengano direttamente dall'area di centro, con destra e sinistra a riflettere su quanto accade senza alcuna tentazione di movimento o di iniziativa. Sarà quindi interessante riflettere non tanto su cosa accadrà da qui al voto ma sugli accadimenti successivi alla tornata elettorale. Nel frattempo, tanto per non farsi fregare dagli eventi, l’unico sguardo rivelatore sarà quello capace di scrutare e indagare sotto il pelo dell’acqua perché è esattamente e tutti lì l’epicentro dei bradisismi politici locali.
    

Quel che dovrebbe fare l'Asse delle Serre

In questi giorni di calda passione politica ed elettorale - anche locale - tiene giustamente banco il caso Best, un altro colpo all'economia del territorio. L'annuncio di circa 120 licenziamenti, successivo a scelte di delocalizzazione dell'azienda che hanno assunto spesso la fisionomia del sotterfugio, costituisce un colpo mortale per il territorio non solo per la perdita di posti di lavoro e per il massacro di esistenze che la crisi sta producendo, ma anche per i contraccolpi psicologici che si generano sul clima di fiducia delle famiglie e delle persone. Tali propositi di macelleria sociale, in stile messicano, somigliano alle ricadute che si verificano dopo le lunghe malattie, alla speranza che si consuma lentamente producendo rassegnazione, rassegnazione e ancora rassegnazione. Ma quel che continua a stupire è la qualità della risposta politica e sindacale alla strategia dei licenziamenti di massa. Una risposta educata e scontata, appenata e penosa. Ora, sappiamo bene che - quale che sia la risposta, da quella più silente a quella più rabbiosa - non c'è nulla che possa opporsi alle dure leggi dell'economia globale e al fatto che produrre altrove è più redditizio che restare e difendere fortilizi produttivi mezzo diroccati. E sappiamo anche che davvero poco può fare la politica, specie quella locale, per fermare processi che esprimono un'inerzia minacciosa e transnazionale. La politica può solo creare un clima negoziale, a partire dal quale contrattare risorse, triangolando cinicamente con le imprese e con lo Stato. Concretamente ciò significa che l'Asse delle Serre, ossia la concertazione decisa tra Sagramola e Alessandroni a tutela dei posti di lavoro alla Best, è solo un modo per far vedere, in termini mediatici, che le istituzioni si muovono e provano a fare qualcosa. Costruire tavoli di trattativa, infatti, non ha senso e non ha prospettiva se non sono preceduti da un'operazione di clima capace di incidere sulla qualità della negoziazione. Perché  allo stato attuale, l'asimmetria di potere tra gli americani proprietari della Best e il territorio e chi lo rappresenta è incolmabile e smisurata. Quindi contrattare non ha senso perché significherebbe soltanto aderire alle condizioni e alle decisioni adottate dall'impresa che taglia la corda. Creare il clima significa invece far diventare il caso Best, come si sarebbe dovuto fare a suo tempo con la Ardo, una questione nazionale su cui accendere i riflettori dei mass media. Lancio una proposta in quattro punti:
  • Sviluppare un'azione propedeutica di conoscenza sulle modalità di lotta adottate dagli operai ternani della Tyssen quando l'azienda decise di riportare in Germania alcune produzioni di acciaio. Giusto per capire quali sono le lotte che portano risultati
  • Dichiarare uno sciopero generale territoriale perseguendo, per una volta, obiettivi di adesione totale
  • Incatenare Sagramola e Alessandroni nudi ai cancelli della Best - immagine già di per sé terribile - chiamando immediatamente una troupe di Sky Tg 24, approfittando del fatto che una delle inviate del telegiornale è una nostra concittadina
  • A telecamere accese incendiare simbolicamente - ad uso della telecamera - il pneumatico di un autoarticolato, in modo tale da restituire un'immagine di conflitto perché quel che conta è l'immagine non la realtà
A quel punto, complice anche la campagna elettorale, interverrebbe il Governo a riportare la calma e l'ordine, utilizzando qualche palata di euro come ammortizzatore sociale aggiuntivo. Perché solo l'intervento del Governo può riequilibrare i poteri contrattuali, fornendo un'alternativa possibile e plausibile alla delocalizzazione delle imprese locali. E' solo fantascienza e fantapolitica?
    

9 gennaio 2013

Benvenuto: "Con Monti sopra il 20%"

Con Maurizio Benvenuto, coordinatore provinciale di Italia Futura, ci siamo inviati qualche sms a inizio anno per uno scambio di auguri e per concordare una chiacchierata sulla politica fabrianese, sul nuovo centro che nasce e sul passaggio di Maria Paola Merloni da Bersani a Monti. Ci siamo incontrati, giusto ieri, nel suo studio di Via Miliani: mobilio di antico pregio, vecchi libri con elegante rilegatura rossa, qualche affresco a decorare, un crocifisso di tonalità scura e, a fianco al simbolo cristiano, un laicissimo gagliardetto romanista; l'avvocato assiso di schiena a un camino in disuso ma ampio e ben scolpito, come si conviene a uno stile sobrio, montiano e, in qualche modo, rinascimentale. Un mix di generi accompagnato dal classico baffo ferroso ma sereno, come se per un istante la proverbiale irruenza forense avesse trovato, nel sopraggiunto gusto della riflessione politica, un'isola di inedita e curiosa pacificazione. Quello che segue è il sunto della nostra conversazione: distesa, a tratti calorosa, con qualche lieve cedimento ai fraseggi del dire e non dire e il tentativo serrato di dare una prospettiva locale e una narrazione attrattiva al nuovo soggetto politico che intende radicarsi anche nella nostra città.

Avvocato Benvenuto, subito una domanda a bruciapelo. Ti candidi alle Politiche?
No, non sarò candidato e devo dire che è stata una decisione sofferta, perché in tanti mi hanno chiesto di impegnarmi direttamente. Ho detto di no innanzitutto perché il Parlamento è poco adatto a una personalità passionale come la mia. E poi perché il territorio fabrianese avrà una rappresentanza parlamentare all'altezza - come Maria Paola Merloni, Francesco Casoli  - che sapranno interpretare bene le esigenze della comunità. Dal canto mio mi batterò per una nuova politica nelle Marche e a Fabriano, impegnandomi a far crescere il partito sul territorio, anche nella mia nuova veste di tesoriere regionale del movimento. Per il resto si vedrà.

Quindi Maria Paola Merloni è ufficialmente candidata. Capolista al Senato?
Si, ed è una battaglia in cui ci siamo impegnati tutti quanti coralmente: anche perché Maria Paola è stata la prima, in questa regione apparentemente periferica, a intuire il valore dell'operazione Italia Futura e del messaggio lanciato da Montezemolo. E la prima a proporre e promuovere concretamente Italia Futura sul territorio.

E' vero che Monti la nominerà capogruppo al Senato della sua lista?
Diciamo che questa è una domanda decisamente prematura, perché certe scelte dipendono da tanti fattori che, in questo momento, non hanno alcuna concretezza e quindi fare previsioni è davvero un' operazione sterile.

Visto organizzerai il partito a livello locale, Ottaviani che ha già fatto l'endorsement per Monti sarà tra gli uomini di punta che andrete a schierare?
Ho grande stima di Ottaviani ma ho in mente una forza politica che non rivolge le proprie attenzioni solo alle singole personalità ma che è anche capace di parlare a ceti sociali in apparenza lontani ma decisivi per portare avanti un'operazione politica nuova. Dobbiamo assolutamente evitare il rischio di essere elitari e personalizzare non ci aiuta ad avere successo.

Quindi non nascerà il partito della borghesia fabrianese?
In questo ultimo periodo ho incontrato tanta gente comune e mi sono convinto che se questo nuovo partito politico vuole avere un futuro non può limitarsi ad aggregare imprenditori e professionisti ma deve cominciare a parlare anche con gli operai. Non lo fa più nessuno, neanche i partiti che, da sempre, dicono di rappresentarne le ragioni.

Siamo al vecchio interclassismo che prelude alla rinascita del partito merloniano?
No, lavoriamo per un partito che sia vissuto dalla gente come qualcosa per cui vale la pena spendersi. Maria Paola Merloni si impegnerà a Roma per tutelare il nostro territorio, lasciando a noi l'onore e l'onere di lavorare sul territorio battendolo in lungo e in largo.

E vero che costituirete un gruppo consiliare capitanato da Sergio Solari?
Solari è un giovane per cui ho grande stima ma per il momento lui è con Futuro e Libertà, anche se sono certo che svolgerà un ruolo prezioso quando andremo alla fusione dei diversi soggetti politici che sostengono Monti. Avere un gruppo consiliare è importante ma sono anche convinto che i gruppi debbano essere il risultato di un processo elettorale che ne legittimi la rappresentanza.

Domanda secca: quanta gente porterete via al Pd?
Penso che dal Pd usciranno diverse persone. Non so quante, ma ne usciranno. Così come prevedo movimenti a favore nostro anche da tutti gli altri partiti, come il Pdl, e anche dal Movimento 5 Stelle. Ma anche questo è un pensiero elitario perché si muove attorno alle sigle. Personalmente sono attratto da chi propone un pensiero diverso e da chi ha un passo diverso. L'obiettivo, quindi, non è imbarcare ex ma coinvolgere le tante persone che sono disponibili a resettare il proprio modo di pensare per rimettere in moto questa città sclerotizzata.

Come vi organizzerete sul territorio?
Io credo che ci sia bisogno di partiti strutturati e che sia necessario ripensarli e rifondarli in ogni città, rilanciando anche la vita di sezione. Non è il passato che ritorna ma una necessità per dare alla politica lo spessore e la concretezza che ha perduto.

Le sezioni organizzate come al tempo del PCI?
Si, o come quelle della dc o come certe esperienze di socialità da "oratorio". Questo è quello che proveremo a costruire. Per quel che mi riguarda me ne farò promotore. Poi magari, sul lungo periodo, non è detto che debba essere per forza io l'animatore di questa operazione.

E della Fabriano del futuro che pensi?
Penso che bisogna dire innanzitutto la verità: la crisi è clamorosa e irreversibile. Le aziende che abbiamo conosciuto non ci saranno più. Quindi dobbiamo agire subito, a partire da quel che abbiamo: recuperando le bellezze della città, il suo decoro e quel senso di responsabilità che serve per dare serietà e concretezza alle nuove idee. E se serve facciamoci aiutare dall'esterno, da esperti di valore capaci di immaginare e progettare il futuro. Il tempo dei "bravi, ricchi e solitari" è finito. Abbiamo tutti una grande colpa: non aver alimentato una socializzazione sana, non avere cercato di connettere il tessuto manageriale delle imprese con la realtà quotidiana dei fabrianesi. E oggi ne paghiamo il prezzo, in termini di carenza di relazioni, di opportunità e di futuro.

Quanto prenderete a Fabriano alle politiche?
Sicuramente supereremo il 20% perché Monti è un treno vuoto, pronto a far sedere le persone responsabili che desiderano salire e che vogliono contare solo per se stesse e per ciò che valgono.

Il partito di Monti come la Roma di Zeman?
Per certi versi si: una filosofia di gioco rivoluzionaria che può avere anche punti di connessione con una nuova politica: bisogna correre, attaccare e fare squadra. Interessante no?!
    

Il culo al quadrato di Sagramola


Sagramola ringiovanito dalla dea bendata
Quando un pubblico amministratore è politicamente in bilico o si ritrova a gestire i malumori e le tensioni  di chi lo sostiene, si innesca immediatamente - come elemento di differenziazione tra buoni e cattivi politici -  la vecchia, implacabile formula einsteiniana: E=mc2.. Il che tradotto significa che l'Esistenza e la sopravvivenza di un Sindaco - tanto per dare concretezza al concetto - equivale al prodotto tra la quantità di magheggi di cui è capace e il quadrato del culo con cui il ciel l'aiuta, ossia dello stock di fortuna a cui può fare appello. E il valore del culo tende all'infinito solo quando si verificano due circostanze speciali e, proprio per questo, piuttosto infrequenti: la guerra e le elezioni politiche. La guerra impone immediatamente la censura dell'informazione e della libertà di pensiero e quindi, in nome dell'unità della nazione e della comunità a tutti i livelli, spegne la dialettica e afferma un comodo e ipocrita spirito unitario, in cui la gente cerca più rassicurazioni che spunti polemici. Quello è il momento della grande distrazione di massa, il frangente in cui i governi combinano guai e, tanto per dire, i sindaci in bilico o in difficoltà infinocchiano, a colpi di vaselina, la volubile bonafede dei cittadini e degli elettori. Ma se è vero che, sordianamente, finchè c'è guerra c'è speranza è altrettanto vero che se mancano gli uomini in arme ci sono sempre le elezioni politiche a spostare altrove l'attenzione e a salvare le chiappe dei politici. Prendiamo Fabriano. In questo momento, fatta eccezione per i giornali che parlano autisticamente di saldi da quasi due settimane, siamo tutti presi da candidati e candidature, dai nomi che vanno e vengono, dai colpi di scena, dai conigli che escono dal cilindro e dalle previsioni su chi va a Roma e chi sverna nel paesello. L'animo dei faVrianesi è quindi tutto spostato su questo movimentato palcoscenico in cui ci si può sbizzarrire mescolando curiosità, pettegolezzo, sarcasmo, adesione, ideologia, interessi e cattiveria. Il che lascia l'ottimo Sagramolone, praticamente per sessanta giorni netti, totalmente esentato da controlli, al riparo da sospetti ed emendato da malizie oppositorie e finto alleate. Una vera pacchia per un amministratore contestato - e quindi pericolosamente in bilico - che ha la possibilità concreta di regolare qualche conto, di procedere a nomine non esattamente neutrali e di ricomporre un puzzle totalmente sbilanciato a suo favore, in attesa che la politica locale, risolta col voto l'improvvisa passione elettorale, precipiti di nuovo nella sua uggiosa e urticante normalità. Quel che si vuol dire è che questa è l'occasione propizia per Giancarlone, l'assist del destino per fregare una maggioranza riottosa e un'opposizione pian pianino rinsavita, preparando il terreno per una vera e propria offensiva marzolina che, pare, sarà anticipata da manovre mirate ed emblematiche attorno a quel che resta di Unifabriano e all'azienda agraria di Putido. Così mentre un'intera città si balocca tra le luci della ribalta politica un vecchio e navigato democristiano - cui non è stata concessa deroga parlamentare - si prepara alla pokerata che fa male e ripulisce il piatto. E proprio vero, restando in tema di carte, che contro vento ci si va ma contro culo assolutamente no.
    

8 gennaio 2013

Il mutuo soccorso e il sindacato che non c'è

Ieri stavo pensando al sindacato confederale e mi sono reso conto di non conoscere i nomi dei segretari di Cgil, Cisl e Uil di Fabriano. Poco male, si dirà, anche perchè sono assolutamente convinto che la stragrande maggioranza dei fabrianesi ne ignori, oltre ai nomi, pure la fisionomia e le gesta. Quando una comunità colpita da una crisi economica e produttiva devastante ignora i nomi dei segretari delle organizzazioni sindacali, vuol dire che il sindacato non ha svolto quel ruolo fondamentale che, nei momenti di crisi acuta, spetta ai corpi intermedi . Svolgere un ruolo centrale per le sorti di una comunità non significa rivendicare la bacchetta magica o diventare centro di produzione di soluzioni a buon mercato ma, più concretamente, offrire analisi di scenario, strumenti di conoscenza economica del territorio e, in generale, un approccio legato ai mutamenti reali della società e al ruolo che in essa può ancora svolgere il lavoro. E questo diverso punto di vista, in una fase in cui la politica discute prevalentemente di nodi sovrastrutturali, costituirebbe una risorsa preziosa di conoscenza e di approfondimento per la comunità fabrianese. Ovviamente il sindacato non ha minimamente operato in questa direzione. Basti pensare alle complicità, ai silenzi e alle omissioni che hanno segnato la posizione confederale rispetto alla crisi Ardo. Al punto che qualsiasi tentativo di riflessione sul futuro di Fabriano non si è mai avvalso di un contributo proveniente dalla cultura e dall'esperienza sindacale. La drammatica realtà fabrianese avrebbe, invece, bisogno come l'aria di un sindacato attrezzato culturalmente, capace di parlare con cognizione di causa di riconversione del distretto metalmeccanico e di un nuovo modello di sviluppo dell'economia locale. In una fase come questa - invece che isterilirsi in attività di puro servizio, come il patronato o l'assistenza fiscale - il sindacato potrebbe, ad esempio, alimentare e promuovere attività di mutuo soccorso, riprendendo e modernizzando una sua antica e sempre valida ispirazione. Un mutuo soccorso inteso come rete di protezione fondata sulla reciprocità dello scambio e su relazioni paritarie di solidarietà. Provo a esemplificare: immaginiamo una famiglia di ex operai disoccupati che si trovi in un momento di disagio e difficoltà. Rivolgersi alla Caritas significa ratificare simbolicamente una condizione di marginalità e fruire di un'assistenza che sconfina inevitabilmente nella compassione e nella passività. Immaginate che quella stessa famiglia, invece di ricorrere alla Caritas, trovi sostegno nelle reti di solidarietà di un sindacato capace di dispiegare le proprie iniziative di tutela non solo nel luogo di lavoro ma anche laddove si manifesta concretamente una difficoltà. Il disagio sarebbe esattamente lo stesso ma la sensazione psicologica radicalmente diversa: da un lato un resistere lagrimoso e senza dignità. Dall'altro il mutuo soccorso come risposta solidale alle difficoltà del momento. I primi di novembre del 2012 sono stato ospite presso la scuola Julian Basteiro dell'UGT, uno dei principali sindacati spagnoli e mi hanno raccontato che è proprio questo l'esperimento sociale che si sta cercando di realizzare in quel paese. Fabriano, nel suo piccolo non potrebbe essere a sua volta un luogo di sperimentazione di nuove forme sociali di solidarietà? O siamo condannati a brillare solo per la storica e mai sopita tendenza a ricorrere a strategie di salvezza individuale, tipicamente anacrostiche e rurali?
    

7 gennaio 2013

Le parole che non diranno


Dopo aver cazzeggiato e discettato sui posizionamenti e le geometrie dei probabili/possibili/certi candidati fabrianesi alle elezioni politiche, è giunto il momento di inoltrare loro qualche domanda a cui, per partito preso, non risponderanno. Ma prima di fare domande e formulare interrogativi è opportuno ricordare che in ogni soggetto che concorre per accedere ai nobili scranni del Parlamento si miscelano tre componenti principali: l'ambizione personale, la rappresentanza territoriale e la funzione nazionale. L'ambizione è il propellente extrapolitico fondamentale e la vera ragione della corsa alla candidatura. Ed è un combustibile tanto più infiammabile e calorico quanto più il candidato sostiene di essersi messo in gioco per spirito di servizio e per amore del bene comune. E questo è già un ottimo elemento di conoscenza e discernimento in mano all'elettore. Di seguito occorre anche considerare la funzione nazionale del parlamentare, ossia il contributo che può dare, una volta eletto, al sistema di decisioni che interessa e coinvolge la totalità degli italiani. Si tratta di una prerogativa puramente teorica perché  nonostante la Costituzione preveda che il singolo parlamentare eserciti al sua funzione senza vincolo di mandato, la stragrande maggioranza degli eletti vota come gli viene chiesto di votare dal proprio partito e dal proprio gruppo parlamentare. I voti in dissenso se li possono permettere in pochi perché comportano la fine di ogni prospettiva di rielezione al giro successivo. Di conseguenza l'elettore non può scegliere sulla base delle dichiarazioni d'intenti formulate dai singoli candidati sulle grandi questioni nazionali. Resta quindi un unico spazio di giudizio e cioè le posizioni che il candidato si impegna a sostenere in relazione a quanto ruota attorno alla rappresentanza territoriale. Sappiamo bene che quando si vota alle politiche subentrano, nell'elettore, ragioni di appartenenza ideale, valutazioni di sistema, antipatie ideologiche e calcolo d'interessi. Ma resta il fatto che conoscere il pensiero dei candidati su alcuni grandi temi locali aiuta a esprimere, attraverso il voto, un giudizio complessivo più nitido sulla qualità e il valore dei nostri potenziali rappresentanti. Sarebbe, ad esempio, interessante sapere dai candidati:

1. se ritengono una soluzione l'uso degli ammortizzatori sociali lunghi per le nostre aziende in crisi e che giudizio danno del comportamento tenuto dal sindacato del nostro territorio rispetto alle crisi produttive
2. se intendono impegnarsi per l'approvazione di norme che consentano di impiegare i cassintegrati e i lavoratori in mobilità in attività di pubblica utilità
3. quali iniziative intenderanno sviluppare per agevolare l'afflusso di capitali imprenditoriali e produttivi sul nostro territorio
4. come intendono operare per rafforzare le agevolazioni e le opportunità previste dall'Accordo di Programma
5. in che termini intendono favorire la riconversione produttiva del distretto metalmeccanico
6. quali iniziative intendono promuovere per favorire lo sviluppo di attività connesse al turismo nel nostro territorio

Si tratta, come è evidente, di capitoli general generici su cui i candidati si guarderanno bene dal confrontarsi e dall'intervenire, magari solo per dare all'offerta politica un ulteriore e utilissimo elemento di differenziazione. Ma così facendo e operando si giunge al totale svilimento della funzione parlamentare che, privata di implicazioni nazionali e locali, si riduce a un'ottima occasione promozionale per se stessi e per la propria ambizione individuale. Niente di male, sia chiaro! Ma non chiamiamola politica. Perché quella, pur contemplando solidissime ambizioni e smanie di potere, è altra cosa. E' l'arte del possibile. Mentre oggi somiglia tragicamente a una professione di pessimo conio, a uno spazio di depravazione dove purtroppo si sbrigano le pratiche di un'intera collettività.
    

6 gennaio 2013

Uccelli per diabetici in casa PD

Proviamo a mettere ordine nella intricata situazione politica fabrianese. Ad oggi sono sei i candidati alle elezioni politiche: due del Pdl, due della lista civica per Monti e due del Movimenti 5 Stelle. Pare invece sempre più probabile la rinuncia di Gigi l'Amoroso Viventi, che non avrebbe certezze ma solo un gigantesco punto interrogativo che non può essere barattato - in una stagione in cui il coraggio politico tende drammaticamente all'estinzione - con una poltrona da assessore regionale, per quanto depurata di poteri e resa precaria dalle sofisticate manovre del Governatore Spacca. In questo quadro il dato politico che attira l'attenzione dei curiosi e degli occhi di falco, come abbiamo rilevato in più di un'occasione, non si annida nel pieno di chi si candida ma nel vuoto di chi, volente o nolente, si è dovuto rifugiare in piccionaia. E l'elemento che spicca è l'assenza del Pd fabrianese, il vuoto pneumatico di un partito locale senza candidati; un vuoto che si può spiegare in mille modi e maniere ma che, quale che sia il punto di vista, sintetizza lo smarrimento di un intero partito di fronte ai saluti e baci della sua altolocatissima deputata e al venir meno di un potere che, allo stesso tempo, ha castigato e viziato una lunga fase della vita politica fabrianese. Su questo versante, da ambienti del Pd, arrivano stimoli e suggestioni contrastanti: da un lato c'è chi interpreta la dipartita politica della Merloni con il sollievo di chi già immagina una nuova stagione meno ingessata e di più libero movimento, e dall'altro chi si interroga sullo stillicidio di abbandoni, volontari e coatti, prodotto da questo repentino ma non clamoroso passaggio di campo. L'altro dato interessante va rintracciato nell'esibito silenzio del Governatore che si dice intento a realizzare due operazioni congiunte di sostegno discreto alla campagna della Merloni nella Lista Monti e di permanenza senza euforie nel Pd, in vista di una possibile terza ricandidatura a Governatore. Una candidatura che, se va bene, si potrebbe spuntare direttamente nel Pd e, se va male, potrebbe invece derivare da un improvviso e decisivo ribaltamento montiano del Governatore, con l'addolorato ma inevitabile appoggio da parte del Pd. Per il resto la resa dei conti nel Pd fabrianese sta iniziando a prendere corpo con diversi esponenti dell'area ex Margherita che, non a caso, mugugnano sempre più liberamente su queste primarie marchiate a fuoco dal predominio della componente Ds e che potrebbero preludere a una corposa scissione dei democristiani in direzione di Monti. Con la nascita, a Fabriano come altrove, di un Pd sempre più socialdemocratico e sempre meno democristiano. E questo spiega le voci sempre più insistenti che raccontano di un Mingarelli tutto teso a favorire il rientro nel partito di parecchi degli ex comunisti, dispersi da una diaspora ormai praticamente ventennale. Il che prelude a una implosione di cui farà le spese Sagramola perchè l'opzione socialdemocratica del Pd non è compatibile con un gruppo consiliare quasi totalmente democristiano e in cui l'unico consigliere di area ds - il buon Riccardo Crocetti - ha espressamente sostenuto il liberale Renzi. E questa contraddizione profonda tra il partito e il gruppo consiliare non potrà che generare un conflitto, che si svilupperà in forma carsica e sotterranea fino alla primavera prossima ventura e che esploderà in modo clamoroso in occasione del congresso del partito, dove la componente merloniana verrà bastonata ed emarginata da quegli ex comunisti, vecchi e nuovi, che hanno dovuto subire, per quasi un decennio, il tallone padronale della Merloni e una identità del Pd in cui alla sinistra toccava il compito, davvero appagante, di fare da sospensorio alle palle mosce e allungate dei democristiani. A dimostrazione che gli unici cambiamenti possibili in questa città sono quelli che derivano direttamente dalle scelte della classe dirigente, frutto di un sovversivismo dall'alto che rappresenta una prova tra le tante della subalternità, dell'incultura e del conformismo del popolo faVrianese.
    

5 gennaio 2013

L'eterno ritorno del Generale Lavazza

In ogni film di fantascienza che si rispetti c'è sempre un Alieno Resistente che complica i piani e mette a rischio la vita e gli equilibri degli umani. Quello che se gli tagli un braccio gli ricresce in un istante; che quando lo uccidi rinasce subito a nuova vita, come un Lazzaro allegro e  minaccioso; che appena pensi di essertene liberato te lo ritrovi dietro l'angolo col sorriso metallico e la voglia matta di menare ancora le mani. Ma se la fantascienza non ci garba allora possiamo sbizzarrirci coi sinonimi e l'Alieno Resistente si tramuterà in un gommosissimo Misirizzi, oppure in un Rieccolo dedito all'eterno ritorno nietzschiano o ancora in un Caffè Lavazza, che più lo butti giù e più si tira su. Ora anche Fabriano ha il suo Alieno Resistente, il Lavazza di Nebbiano, l'uomo che visse almeno tre volte: Urbano Urbani. E' giusto di ieri la notizia che correrà per il PDL nella lista della Camera dei Deputati. Chapeau! Perchè nessuno prima di lui - forse solo Viventi, ma gli era servito qualche anno di quarantena - era riuscito, in soli sei mesi, a rinascere dalle proprie ceneri di candidato sindaco sconfitto. Non si conosce a fondo la radice di questo postulato euclideo della politica, ma pare sia destino di tutti i candidati sindaci sconfitti lo sposalizio con la solitudine, l'angoscia di fronte al sipario che si chiude, il dolore per le pubbliche attenzioni che svaporano e per i fan che, silenziosamente, si diradano e rinnegano le antiche lodi. Urbani dopo la sconfitta con Sagramola aveva perduto parecchio del suo smalto, ma a differenza di Carmenati - devastato dallo sfogo di Sant'Antonio, successivo alla sconfitta del 2007 - era rimasto in piedi. Sicuramente claudicante e mesto ma ancora capace di impegnarsi in Consiglio Comunale e di portare avanti l'idea di Made in Fabriano, come se nulla fosse successo. Una forza di volontà frutto di un ego ipertrofico e di uno stock infinito di autostima, grazie ai quali è riuscito ad allontanare il sospetto che quel residuo di attivismo post elettorale, fosse solo un movimento di circostanza, la scia conclusiva di un impegno tutto racchiuso nello sforzo preelettorale di allargare la propria base di consenso in vista delle elezioni comunali. In molti avevano scommesso su un lento declino di Urbani, magari ironizzando anche su certe sue strategie di rimozione della sconfitta che avrebbero messo in crisi, in un colpo solo, gli inconsci di Freud e gli archetipi di Jung. E invece ieri mattina la berlusconata che non ti aspetti: Urbani candidato alla Camera dei Deputati. Ovviamente è assai difficile che possa essere eletto, perchè sono molti gli appetiti regionali che si addensano attorno alle liste dei partiti politici. Ed è difficile anche perchè non è verosimile che uno stesso gruppo industriale possa esprimere e piazzare, in un colpo solo, un deputato e un senatore. Ma una cosa è certa, al di là di ogni ragionamento politico: Urbani è risorto e correrà come se avesse la certezza di un'elezione in bilico solo per qualche manciata di voti. E lo farà con quello spirito a metà tra il suntuoso e il dozzinale a cui ci ha abituati: dipensando denari, mobilitando persone e corridori, occupando contado e frazioni, mettendo a rischio i trigliceridi personali e i tassi di colesterolo totale della popolazione fabrianese. Ed è anche per questa scia di attivismo prussiano che lo precede e lo accompagna, che Casoli ha calato il suo nome. Perchè sa che Urbani presidierà il territorio palmo a palmo - come un Ho Chi Min dedito alla cacciata dei francesi dall'Indocina - e che tale presidio darà alla risalita berlusconiana un segno locale evidente e tangibile. L'obiettivo vero non è l'elezione di Urbani ma il rafforzamento di Casoli, che ha bisogno di portare al Berlusca la prova provata che aveva senso, anche in chiave territoriale, ricandidare per la terza volta il fedelissimo patron dell'Elica. Una sfida, questa, che ha più bisogno di sangue e di generali che di Imperatori ieratici e lontani. E Urbani è fatto su misura quando alla guerra di trinca subentra quella di movimento. E allora salviamo il Generale Lavazza, quello che più lo butti giù e più ritorna su. Anche se alla fine si ripropone. Come l'anima verde dell'aglio che, notoriamente, Berlusconi non gradisce. E che poco gradirono, qualche mese fa, pure i fabrianesi.
    

4 gennaio 2013

Maria Paola se n'è ghiuta e soli l'ha lasciati

"Vittorini se ne è ghiuto e soli chi ha lasciato". Così scriveva Palmiro Togliatti, col sarcasmo tipico del politico intellettuale,  a commento dell'uscita dello scrittore siciliano dal Partito Comunista. Come a dire, ci dispiace molto, ma per noi poco cambia perché è Vittorini ad avere bisogno di noi e non il contrario. Chissà se il Pd fabrianese avrà accolto togliattianamente la migrazione ufficiale di Maria Paola Merloni verso le calde spiagge montiane; se avrà commentato scrollando le spalle o se invece si sarà limitato ad assaporare il sentore inconfondibile di un amaro in bocca. Certo è che la fine della colonizzazione merloniana della sinistra - che indirettamente era presente e attiva anche al tempo del Partito Comunista - rappresenta per il PD un'occasione ghiotta per tornare alla sua ragione sociale iniziale, a quel compromesso storico tra comunisti e sinistra democristiana che non prevedeva minchiate liberal, imprenditoriali e renziane. Ma si tratta di un libro tutto da scrivere e di certo le prime pagine non saranno vergate prima di qualche mese. Sarà invece interessante osservare, sin da subito, cosa accadrà dalle parti del centro, perché è difficile immaginare una Maria Paola Merloni che non organizza, a Fabriano, un gruppo di seguaci disposti a lavorare sul radicamento di questo esperimento politico. Ovviamente si tratta di una strada tutta in salita perché un conto è essere il deus ex machina di un partito a vocazione maggioritaria come il PD, un conto è costruire ex novo un raggruppamento politico probabilmente destinato a restare minoritario in città. Anche perché l'UDC - nonostante il forte ridimensionamento politico ed elettorale subito in un decennio - mantiene un cospicuo tesoretto di voti, accompagnato da una vera e propria golden share rispetto al'amministrazione Sagramola. Il che rende il partito difficilmente scalabile anche per una corazzata come quella che si sta coagulando al centro. Il successo fabrianese dell'operazione Monti - considerando anche la locale inesistenza del FLI - dipenderà quindi dalla capacità di costruire un consenso attorno alla lista di Montezemolo, che per declinarsi efficacemente - oltre all'energia profusa dal coordinatore provinciale Benvy Baffo di Ferro, al secolo Maurizio Benvenuto - ha bisogno di trovare terminali politici su due versanti: in quel che resta di una borghesia fabrianese che non ha mai brillato per senso civico e intelletto scaltro e in Consiglio Comunale, dove, in attesa delle decisioni di Alianello e della Malefora, è dato per certo il passaggio al fronte montezemoliano di Sergio Solari. Diverso e anomalo è il caso di Ottaviani, che ha dichiarato il suo endorsement montiano in anticipo su tutti ma che, per spigolosità e individualismo, faticherà a trovare la quadra e il ruolo in un movimento che, per la sua natura, tenderà ad attrarre molti galli e galletti convinti di essere il sale della terra. E quando ci sono molti galli a cantare - con Gallo Peppino per una volta escluso da ogni allusione - non si fa mai giorno. Una cosa è certa: la grande giostra delle elezioni politiche è cominciata e ci sarà da divertirsi.
    

3 gennaio 2013

Il silenzio benedettino delle candidate a Cinque Stelle

Non sono appassionato di par condicio perché seguendone i dettami si rischia di fare la parte del cerchiobottista. E non a caso diversi amici, appassionati di questo gioco fintamente paritario tra forze diverse e diversamente radicate, mi hanno chiesto come mai mi sia soffermato solo sui possibili candidati delle aree politiche maggiori: Partito Democratico, Centro Montiano e Destra Berlusconiana. L'ho fatto per un motivo politico e cioè che il sistema sta transitando rapidamente dal bipolarismo muscolare a una configurazione "tedesca", incentrata su tre blocchi principali di forze dislocate lungo l'asse destra, centro e sinistra, accompagnati da isole delimitate di contestazione. Da questi tre blocchi, che piaccia o meno, uscirà il futuro Governo del Paese e la considerazione realistica del peso esercitato dallo schema e dai conseguenti rapporti di forza, dovrebbe orientare il giudizio sia di chi fa politica che di chi la osserva. Di conseguenza il fatto che ci siano o meno candidati fabrianesi riconducibili a queste tre aree politiche assume importanza prospettica per la nostra città e per il suo futuro economico e sociale. E questa è la spiegazione politica del perché, ad esempio, abbia deciso di lasciare sullo sfondo la doppia candidatura fabrianese emersa dalle Parlamentarie del Movimento 5 Stelle, nonostante il partito di Grillo rappresenti, in termini numerici, la seconda forza politica cittadina. C'è poi una ragione aggiuntiva, di natura extrapolitica, e cioè che non conosco Serena Fuxia e Patrizia Terzoni. Quindi non sono in grado di fare congetture sul possibile beneficio territoriale prodotto da una loro elezione al Parlamento, nelle file di un'opposizione che, non essendo riformista ma di sistema, risulterà obbligatoriamente sterile e velleitaria. Delle candidate ho solo avuto modo di vedere i video di presentazione alle Parlamentarie grilline, ma in trenta secondi è oggettivamente difficile sia raccontarsi che offrire una prospettiva politica a chi osserva. Il dato di rilievo è che Fuxia e Terzoni hanno conquistato la testa di lista del Movimento con pochi click, in una competizione on line che, comparata alle primarie del Pd, è stata un evento non propriamente epocale, sia in termini di impatto politico che di portata quantitativa. E solo il mito incomprensibile della democrazia diretta - che notoriamente esiste solo nei sogni o in punta di baionetta - e la pippa sui mandati incompatibili con l'elezione ad altre cariche, hanno privato la città dei due veri candidati naturali del Movimento Cinque Stelle, il caliente Romagnoli e il cerebrale Arcioni, idealtipi perfetti delle due grandi linee di faglia che attraversano politicamente e culturalmente il Movimento. Tra le altre cose, a complicare i meccanismi di comprensione ha dato una mano anche la scelta, praticata dalle due candidate, di immergersi in un silenzio benedettino rispetto ai grandi temi che affliggono il territorio che si troveranno a  rappresentare. Un silenzio rotto soltanto - da quel che si evince dai social network, vera agorà dei grillini -  da un'orgogliosa e opinabile rivendicazione della loro inesperienza politica. Quasi che essa si connoti come il miglior viatico per una buona performance a Montecitorio e a Palazzo Madama. Che è come se uno si candidasse a fare il Direttore Finanziario di un'azienda non solo rivendicando la propria estraneità rispetto al gioco delle fonti e degli impieghi ma, anzi, considerando proprio tale estraneità la vera sorgente di un inarrestabile incremento di redditività. Ragion per cui non posso andare oltre un giudizio sospensivo su Fuxia e Terzoni che, come spesso accade, ci sorprenderanno per dedizione, passione e impegno nell'esercizio della carica. Ammetto, però, di aver osservato con un certa curiosità la scelta benedettina del silenzio che, a mio avviso, non può essere ricondotta al  solo timore del passo falso o della buccia di banana. Già, perché il silenzio è, in realtà, anche il frutto di uno dei cardini teologici del grillismo, ossia la cosiddetta "teoria del portavoce". Per i grillini l'eletto è, infatti, il portavoce del movimento e dei cittadini. Quindi l'idea che l'eletto eserciti la carica senza vincolo di mandato e in un precario equilibrio tra posizioni personali e posizioni politiche del Movimento non appartiene alle categorie politiche del grillismo. Il silenzio delle candidate è quindi anche un atto volontario di rinuncia al proprio "io politico", in nome di una causa che ne valorizza il profilo assai più di quanto possa fare quella molla pericolosa che è l'umanissima ambizione personale che fa di ciascun essere umano un incorreggibile e mai raddrizzabile ramo storto (sono ambiziosi anche i grillini ma non possono affermarlo senza sentirsi traditori di un'etica superiore). Ecco quindi che l'esperienza politica diviene accessorio inutile, dato che il solo ruolo legittimato e condiviso è quello di cassa di risonanza e di grembo della voce collettiva del movimento. In questa dinamica si spiega anche il senso del breve video di presentazione, ossia il bisogno essenziale, seppur ridotto all'osso, di mostrare il corpo attraverso il quale transiterà il messaggio, il contenitore umanizzato del Verbo grillesco, la causa che si incarna nel militante. Spero vivamente che la campagna elettorale sia sufficientemente tesa da rompere la teca fiabesca in cui si sono racchiuse le due candidate. Non solo per loro, ma anche per la città che andranno a rappresentare e per l'indipendenza di giudizio che dovranno inevitabilmente coltivare ed esprimere.
    

2 gennaio 2013

Il polimorfismo della ricandidatura Casoli

Dopo aver dedicato un prolungato sguardo alle cose di Casa PD, credo sia utile sviluppare una qualche riflessione pure sui dirimpettai e, quindi, su quel che rimane in piedi del centrodestra fabrianese. Per comprendere la sfortunata vicenda del centrodestra nostrano occorre misurarsi con un paradosso e cioè che a Fabriano la sinistra governa da molti anni, nonostante un tessuto cittadino caratterizzato da un solido midollo culturale di centrodestra. Questa anomalia strutturale deriva da una sorta di "inversione politica" che si è determinata a livello di gruppi dirigenti locali; ragion per cui la destra democristiana egemonizza la sinistra di governo e pezzi di sinistra riformista, almeno da un quinquennio, si scervellano su come dare una linea e una prospettiva al centrodestra fabrianese. Questo schema politicamente ambiguo, frutto della mai risolta diaspora socialcomunista degli anni novanta, ha consentito che, anche a Fabriano, attecchisse una tendenza bipolare, che si è però rotta clamorosamente con le comunali del maggio scorso, quando l'area di centrodestra - complice anche la crisi nazionale del berlusconismo - ha raggiunto il minimo storico in termini di voti e di consenso politico. In pratica la seconda gamba del bipolarismo in salsa fabrianese si è drammaticamente accorciata e questo rende oggettivamente zoppo il sistema politico locale, che ha invece bisogno di equilibri e di stabilità. In questo quadro le imminenti elezioni politiche possono drammatizzare o risolvere la crisi del centrodestra locale. Ed è su questo crinale instabile e irto di ostacoli che si inserisce la possibile ricandidatura di Francesco Casoli come capolista al Senato di un PDL. Si mormora che Casoli verrà riconfermato come capolista al Senato e, vista la rimonta berlusconiana, è assai probabile che atterrerà per la terza volta a Palazzo Madama. Come si diceva a proposito della Merloni il sistema elettorale vigente non facilita la relazione tra l'eletto e il territorio, ma per Casoli questa tornata elettorale è un'occasione per intervenire in modo più deciso sulle questioni locali e per attivare una ricostruzione del centrodestra fabrianese, superando l'approccio aziendalista che ha connotato il passato recente di questa area politica ed è culminato nella decisione di candidare a Sindaco Urbano Urbani. Il dato di partenza non è incoraggiante, ma tentar non nuoce. E serve più un'operazione culturale che politica; una semina che possa aggregare nuove leve di giovani conservatori in grado di produrre riflessione culturale e azione politica. C'è un filone interessante da esplorare, che è quello della tutela del patrimonio culturale della nostra città e della valorizzazione bellezza. L'idea di una destra che si batte per la conservazione del bello è una sfida culturale di alto profilo e quasi pasoliniana nella ricerca di quella "destra sublime che è in ciascuno di noi". Quella di Casoli è quindi una sfida polimorfa che chiama in causa la sua carriera politica, il rilancio del centrodestra e il ruolo di possibile portavoce parlamentare dei problemi locali. Il suo gruppo industriale, in questo quadro, può svolgere una funzione di massa critica, perché costituisce un elemento di potere reale. E i processi politici si attivano solo quando una massa critica spinge sui confini senza invadere e senza tracimare.
    

1 gennaio 2013

Avviso ai naviganti: grandi manovre al Centro

"Dio ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà". Così pontificava, e alquanto saggiamente, il filosofo Epitteto. Da questo punto di vista bisogna riconoscere che Maria Paola Merloni ha sposato senza riserve la filosofia stoica. Al punto da essere riuscita a far perdere le proprie tracce, costringendo gli osservatori a ragionamenti e ipotesi generiche e deduttive. C'è chi ne dà per certa una candidatura nella lista civica di Montezemolo, a sostegno di Mario Monti, anche in ragione della chiara scelta di campo fatta nei mesi scorsi con Italia Futura. Ma c'è anche chi la racconta fidelizzata al Pd e con una candidatura blindata nel listino nazionale a cui sta lavorando Bersani. Comunque vada per lei sono previsti incarichi di primo piano: o a livello di Governo, dove potrebbe ambire a ruoli ministeriali (sottosegretario?) o in termini politici, perchè sia restando nel Pd che andando con Monti potrà svolgere - in quanto ex parlamentare democratica e dirigente di Italia Futura - un importante ruolo di "cerniera", di connessione e mediazione tra il PD e il nuovo raggruppamento centrista. In questo quadro popolato di ombre e sovrumani silenzi leopardiani non sono pochi a leggere l'assenza di candidati fabrianesi alle primarie del PD come la rappresentazione plastica e simbolica di uno "spazio prenotato" dalla Merloni, attraverso il listino bloccato del PD, che non poteva essere minacciato da una qualsiasi candidatura locale. Di contro è piuttosto nutrita anche la platea di quanti sostengono che il silenzio sulle primarie sia più il sintomo di un distacco personale dalle sorti del principale partito della sinistra, che una deliberata volontà di osservare i processi in atto nel PD restando discretamente a bordo campo. Comunque vada un dato è acclarato: la relazione senza pathos tra Maria Paola Merloni e il territorio fabrianese non subirà mutazioni di rilievo rispetto agli anni passati, anche perchè il sistema elettorale senza preferenze non cementa il vincolo tra l'agire politico e i particolarismi del collegio elettorale e rende, di fatto, incompatibile la legittima ricerca di un ruolo nazionale con un radicamento territoriale strutturato e profondo. L'elemento di interesse territoriale, stando così le cose, tenderà quindi a focalizzarsi unicamente sull'effetto prodotto, nella politica fabrianese, dalla nascita di un centro cattolico a possibile impronta neomerloniana, anche perchè - quanto meno per visione moderata e cultura politica - non è inverosimile immaginare anche un avvicinamento di Francesco Merloni al raggruppamento montiano. Nel caso saremmo di fronte a un poderoso richiamo della foresta, che potrebbe attrarre pezzi importanti di quella Fabriano che non ha mai smesso di essere democristiana e di pensare che non può esserci salvezza senza un ritorno sulla scena politica ed economica della famiglia Merloni. E si tratta di una ipotesi che uscirebbe ulteriormente rafforzata - in termini di radicamento montiano e di esercizio del potere in chiave locale - se trovasse conferma anche la notizia di una possibile candidatura di Luigi Viventi alla Camera dei Deputati nelle liste dell'UDC.