24 agosto 2014

Calci in culo e gavettoni in testa


Parafrasando al contrario Hannah Arendt potremmo cavarcela parlando di "banalità del bene". Cos'altro evoca il selfie in forma di gavettone a favore della ricerca sulla SLA - dispensato al popolo bue dal burlesco e scoutissimo Presidente del Consiglio - se non un'idea di bontà gestuale e scenografica, dispensata di quel silenzioso e oneroso impegno materiale e morale - anticamente denominato solidarietà - necessario a sostenere una ricerca purtroppo ritenuta degna di soli tagli sputtananti e lineari? Sull'argomento c'è poco da aggiungere perchè si corre il rischio di risultare retorici e moralisti. Rischio che non corse Eugenio Montale che sul tema scrisse parole definitive: "...non appartiene a nessuno la carità...sua pari la bolla di sapone che brilla un attimo, scoppia e non si sa di chi era il soffio". 

Il problema è che la severa rampogna montaliana non attecchisce nel mondo del selfie e infatti si è subito scatenata la sindrome emulativa dei renzini sfusi e sparsi in ogni dove. Fabriano, sempre primeggiante nella raccolta dell'inutile e dell'indifferenziato, non poteva restare immune dalla tentazione del "gavettone ssai mediatico e assai poco solidale". A farsene interprete è stato, manco a dirlo, il Presidente del Consiglio Comunale Pino Pariano che da settimane sembra aver sciolto i cani alla continua ricerca di iniziative eclatanti e originali. Un agire legittimo ma autoreferenziale - da cui sembra sparita ogni dimensione politica e istituzionale - che sta trasformando il Presidente del Consiglio Comunale in un one man show. 

Pariano non ha dato a Renzi neanche il tempo di asciugarsi dal gavettone di acqua gelata: in maglietta e infradito si è fatto immortalare fotograficamente mentre si scarica addosso una secchiata di acqua (non sappiamo se gelata o calda). L'operazione mediatica del Presidente si è conclusa con una dichiarazione alla stampa (www.altrogiornalemarche.it) dove il gesto solidale diventa immediatamente gesto politico visto che Pino P., ben conoscendone la goffaggine, cede il testimone dell'iniziativa agli esponenti dell'amministrazione comunale, ossia in primis a Sindaco e Assessori. Ve lo immaginate un Sagramola gavettonato che guarda ispirato il cielo? O un Alianello, inumidito come Winnie the Pooh, che si sveglia di colpo dal lungo girotondo delle rotatorie? O un Saitta che si fa tirare secchi d'acqua dagli utilizzatori del market sociale? O Angelino da San Donato che si gavettona col secchio vuoto perchè l'acqua costa un botto e glie tocca fa la spendinghe reviù? No, proprio non possiamo immaginare uno spettacolo tanto raccapricciante. Ed è per questo che preghiamo a mani giunte che ci venga risparmiato l'affronto di una giunta "bagnata e fortunata"; una compagine che andrebbe cacciata calci in culo e non a gavettoni in testa.

Ultima ma non per ultima una riflessione dedicata all'amico Pariano. Il Presidente del Consiglio Comunale, molto più abile e consumato di quel che vuole far intendere e apparire, non ha vincolo di mandato e può interpretare liberamente il ruolo che lo Statuto gli assegna. Ma tra l'esercitare una funzione passiva e notarile e il ricorrere a un continuo e spumeggiante protagonismo mediatico esiste una ricchissima e articolata terza via che consente di valorizzare la sua persona e proteggere la carica da possibili e rischiose delegittimazioni. Questo blog in più di una circostanza ha difeso Pariano dagli attacchi dei colleghi del PD organizzati in conventicola, che lo considerano un'anomalia da marginalizzare ed eliminare in quanto estraneo al giro dei fighetti; ma se il Presidente intende giocare un ruolo, anche in vista delle regionali, non può cavarsela moltiplicando trovate ed effetti pirici, anche perchè Sorci ha trovato temi politicamente più corposi e aggressivi su cui costruire un consenso personale in direzione di Palazzo Raffaello. I parcheggi rosa, il pane pagato, il cimitero dei cani, le magliette con refuso e i selfie con gavettone possono rappresentare operazioni di contorno, effervescenze una tantum utili per smuovere il pelo dell'acqua e dare brio al tran tran. Ma quando diventano "la politica" la Politica muore e il consenso, inevitabilemente, declina. Perchè, come dicevano le nonne, "il troppo stroppia". Fermarsi in tempo, quindi, non è una sconfitta ma un atto di lungimiranza e un investimento sul futuro.
    

23 agosto 2014

Via Balbo, il contesto e tutto il resto


E'durata una sola e lontana stagione, l'illusione che la musica fosse uno degli strumenti adatti a cambiare il mondo. Roba di cinquant'anni fa, tempi di rocker che morivano a 27 anni, bruciati dall'alcool, dalla droga e dai conflitti generazionali. Oggi la musica è altro. E' puro e semplice intrattenimento, genere che non accampa pretese di rivolgimento politico e non ricerca nicchie di rivoluzione sociale. Ma come spesso accade è il contesto a determinare il clima e la funzione delle cose. E allora può pure succedere che un paio di serate di musica live diventino, volenti o nolenti, un fatto politico. A prescindere dalle intenzioni dei promotori, degli sponsor e degli organizzatori. Ma cosa trasforma due momenti musicali estivi in uno scorno politicamente rilevante? E' appunto il contesto, lo scenario in cui quelle esibizioni si svolgono, la vera ragione di fondo che consente di trasfigurarne il contenuto simbolico, aprendo il varco al tema dell'impatto politico. E il "contesto", per essere compreso, deve essere spacchettato nelle sue componenti principali. Ma andiamo con ordine. Che cosa è successo in città in queste notti di fine estate? Una cosa normalissima ovunque ma anomala tra questi quattro cantoni: alcuni pubblici esercizi fabrianesi, in collaborazione con un'associazione culturale locale specializzata in eventi, decidono di organizzare tre concerti agostani, scegliendo come location non i loro locali Via Balbo, la strada cittadina in cui quei pubblici esercizi offrono i loro servizi. E fin qui siamo all'acqua calda, alla più naturale e scontata delle iniziative promozionali, perchè il fatto - presentato in questi termini - appare del tutto decontestualizzato e, in quanto tale, non presenta peculiarità di rilievo nè, tanto meno, il minimo sentore di un qualche riflesso politico. Ma la scena cambia radicalmente se alziamo lo sguardo in direzione del contesto, osservandone, come si diceva, alcune componenti: da un lato analizzando il profilo dei promotori e dall'altro riflettendo sugli effetti simbolici della location individuata. Cominciamo dai promotori. Si tratta di esercizi commerciali riconducibili alla somministrazione di alimenti e bevande. Di fatto sono, quindi, soggetti concorrenti che hanno deciso di lavorare senza pestarsi i piedi, ovvero comprendendo che c'è più remunerazione potenziale in una logica cooperativa che nel macumba marketing, ossia nella fabrianesissima tendenza a implorare gli dei dell'Ade, chiedendo loro di far fallire il concorrente e di vedere con le pezze al culo il negozio del dirimpettaio. Sviluppare relazioni economiche collaborative e orizzontali in una città che ha teorizzato l'egoismo economico e sostenuto il verticalismo più becero e solitario, significa inserire un cuneo eversivo in una tradizione economica e sociale locale incentrata sulla malignità e sull'invidia, che non sono forze dinamiche di mercato ma effetti collaterali distruttivi della psicologia collettiva. Ed è così a prescindere dalle intenzioni dei soggetti coinvolti che, sicuramente, se ne sbattono i maroni di generare, anche solo di riflesso, possibili effetti di natura politica. Il che rende la loro azione ancor più dirompente, perchè da tempo si fa una politica più incisiva col palato che iscrivendosi a qualche partito, che dispensa poltrone ma carbonizza idee e pensiero. Ma la vera botta dei concerti agostani in Via Balbo deriva, appunto, dall'aver scelto la strada come location espressiva delle serate musicali. E qui occorre muovere da un concetto di antropologia territoriale e cioè che le vie del centro storico, a Fabriano, sono quasi esclusivamente riservate alla circolazione di automobili e alla funzione di parcheggio. Al di fuori di questo dualismo impigrito - parte integrante del culturame metalmezzadro - non è mai stata concepita nè tollerata altra possibile fruzione delle strade, ritenuta lesiva del sacro diritto al riposo; un diritto universalmente valido e riconosciuto ma che a Fabriano si impone, refrattario a compromessi con altre tipologie di diritto, configurandosi come primato inderogabile e sacrale, rito rurale protetto da usi, consuetudini, teste di legno e facce da cazzo. Aver "preso" via Balbo - come fosse una sorta di Porta Pia dell'oscurantismo vecchiardo e dormiente - facendone palcoscenico e location di cover rockettare, forse può sembrare poca cosa, ma c'è dentro un desiderio di appropriazione lecita e debita degli spazi e un bisogno di vivere la città, fino a renderne fruibile anche il singolo sampietrino, eversivi rispetto alla città dormitorio su cui una politica merloniana nel pensiero e nelle decisioni ha costruito le sue fortune e le nostre disgrazie. Ma questa è soltanto una mia personalissima opinione.
    

17 agosto 2014

Le ombre parlano: anche Moscè contro Sagramola


Alessandro Moscè è uno dei pochissimi fabrianesi ad essersi cimentato, anima e corpo, con la scrittura, fino a farne la propria cifra esistenziale e professionale. E' autore di romanzi - il primo, intitolato "Le Ombre Parlano", lo presentai assieme all'autore, a Roberto Sorci e Roberto Carmenati in una fredda serata di dicembre del 2000 -, di raccolte poetiche, di saggistica letteraria incentrata sul rapporto tra autori e luoghi e di articoli di attualità, pubblicati sul settimanale cittadino L'Azione di cui è redattore, oltre che direttore editoriale di una radio locale. Un'attività multilevel che, tecnicamente, lo qualifica come intellettuale. Anzi, come l'intellettuale fabrianese per antonomasia, in bilico tra la scrittura scabra e rigorosa e un'indole che lo spinge a trasferire in una dimensione pubblica - insonne, rumorosa e bambinesca - il surplus di energia che resta insoluto nelle sue opere di scrittore. Se volessimo ricorrere a una nota classificazione di Umberto Eco potremmo dire che Moscè non incarna l'idealtipo dell'intellettuale apocalittico o del dissidente per animo e forma mentis, ma piuttosto uno schema di scrittore "integrato", che ha bisogno di contatto istituzionale e opera a ridosso di un circuito in cui la classe dirigente include dispensando legittimazioni e accreditamenti. Il che, ovviamente, non incide sul valore intrinseco delle opere e non inficia l'autonomo giudizio che ciascuno può liberamente esprimere su di esse, ma rende per forza di cose dimezzato e problematico l'impatto politico delle sue riflessioni pubbliche. Sul Corriere Adriatico di oggi, tanto per dire, Moscè si è prodigato in un durissimo attacco all'amministrazione comunale su alcune questioni assolutamente condivisibili, ma già ampiamente sviscerate da diversi protagonisti dell'opposizione politica e informativa. Come si dice a Fabriano, Moscè è arrivato col treno della breccia, ma è un fatto che attaccando frontalmente Sagramola e la Regione ha rotto una personale consuetudine di prudenza e neutralità rispetto alle questioni locali meno connesse al merito e più legate al simbolismo politico dell'adesione, del consenso e del dissenso. Per alcuni osservatori potrebbe trattarsi di un'operazione riconducibile a qualche ombroso disegno ordito dal suo amico e mentore Marco Ottaviani. Per gli oppositori del sagramolismo quello di Moscè rappresenta, invece, un sintomo di rottura con un'amministrazione comunale mai attaccata frontalmente; una novità che, di fatto, trascina e ricolloca all'opposizione anche la radio di cui è direttore editoriale e il settimanale locale di cui è redattore, con tutte le conseguenze materiali, politiche e relazionali che ciò inevitabilmente comporta per i soggetti coinvolti. Il dinamismo innescato da Moscè si caratterizzerebbe come ulteriore cartina di tornasole della crisi di consenso della Giunta Sagramola se le parole di denuncia dello scrittore non fossero banalizzate, fino al punto da determinarne una risacca d'impatto, dal focus delle sue dichiarazioni, incentrato sul costo esorbitante sostenuto per le riprese fabrianesi della fiction Rai "Che Dio ci aiuti". Nulla da eccepire in linea generale perchè, in effetti, ancora non è stato chiarito - con dovizia di particolari - perchè mai Modena abbia rinunciato alle riprese se da esse derivavano opportunità e affari tali da giustificare e compensare la dimensione dei costi da sostenere. Il tallone d'Achille è rappresentato da una sorta di "ostacolo settoriale" visto che Moscè sta lavorando alla realizzazione di un film tratto dal suo bel romanzo "Il talento della malattia". E i film notoriamente costano un patrimonio, spesso a prescindere dal valore dell'opera. Per realizzarli servono, quindi, ingenti risorse pubbliche e private che tendono a indirizzarsi laddove più forte è il potere contrattuale e dove si presume, magari erroneamente, un potenziale ritorno sull'investimento in termini di audience e di  promozione dell'immagine locale. Siccome Moscè è uno scrittore abituato ai giudizi e all'idea stessa della critica, mi perdonerà se affermo che le sue parole hanno un retrogusto pungente perchè l'attacco alla fiction più che da un giudizio indignato sull'operato degli enti locali sembra inacidito da una nota d'acredine condita di rimandi politici, come se i denari destinati alla fiction fossero stati tolti al film, in una sorta di gioco a somma zero tanto suggestivo quanto difficile da dimostrare e sostenere. Se così fosse saremmo di fronte a un caso di politicizzazione di questioni private, ma conoscendo Moscè so bene che così non è. O almeno spero.
    

14 agosto 2014

Tassa di soggiorno: a Frittole un fiorino!


Non era una boutade agostana quella del consigliere Guidarelli sulla tassa di soggiorno. Perchè le provocazioni partorite da isolata fantasia individuale svaporano con la stessa velocità con cui sono state dispensate. Invece il consigliere di Cresci Fabriano ha trovato la sponda dell'assessore Balducci, segno di un'operazione verosimilmente congiunta, nata dall'esigenza - ormai sentita anche in alcuni settori della maggioranza - di scuotere l'amministrazione comunale dal torpore rincoglionito che ne caratterizza il tran tran e smuovere la sinistra dalla linea di faglia del tirare a campare. Un'intenzione sicuramente lodevole ma declinata sul più scivoloso dei temi, ossia quello della fiscalità locale. In linea teorica l'idea di generare nuove entrate ricorrendo a un balzello rivolto a chi alloggia in città e che, in quanto tale, si configura come una tantum per chi deve pagarlo, può essere affrontata e discussa senza demonizzazioni preconcette e preventive. Il problema è che l'idea della tassa di soggiorno nasce da un rigurgito di fabrianesità, ossia dalla tentazione rurale del raccolto immediato, di portare rapidamente all'incasso gli effetti di alcune manifestazioni che si stanno svolgendo in città, a partire dalla Mostra su Giotto e Gentile. Una tentazione incardinata su una premessa che sconfina nell'onirico e cioè che gli attuali flussi turistici siano un elemento strutturale e che a Mostra conclusa proseguiranno senza rilevanti alterazioni quantitative. Della serie campa cavallo! La desertificazione industriale della città, le migliaia di disoccupati che, attraverso gli ammortizzatori sociali lunghi, vivono a spese della collettività, il ricorso sempre più massiccio al supermercato dei poveri e il tentativo di creare una qualche economia sul versante turistico, avrebbero dovuto spingere Guidarelli e Balducci a fare una proposta completamente ribaltata: erogare un incentivo di soggiorno, come ringraziamento ai viandanti e ai turisti per aver deciso di raggiungere la nostra città, per l'ignara sfida a bar e ristoranti chiusi, nonostante promettenti depliant e menù ipercalorici, per la cronica carenza di cessi e di accoglienza, per aver regalato linfa a un'altrimenti dimenticata e povera cittadina dell'entroterra montano. Ma purtroppo la politica, oltre all'arte di governo, ha smarrito anche la vocazione creativa alla provocazione, al ribaltamento e allo stimolo che impatta, per rifugiarsi nell'unica equazione che è capace di concepire: governare uguale tassare. La strada che conduce in Paradiso quando la grana scarseggia, cari Guidarelli e Balducci, non è quella di immaginare senza sosta nuove entrate ma di tagliare la spesa corrente, le tasse, le sovvenzioni individuali, gli incentivi a pioggia e i voucher lavorativi alla cazzo di cane. Si dice che Balducci ambisca a essere il prossimo candidato del PD alla carica di Sindaco. Certo, fare peggio di Sagramola è missione impossibile anche mettendo tutta la scienza del mondo al servizio dell'errore, ma se il primo spot balducciano è la tassa di soggiorno vuol dire che il seguito dell'opera sarà una rea mistura di puttanate e raccapriccio. Al solo pensiero mani scongiuranti corrono verso il basso ventre. Nella speranza che almeno i santissimi siano esenti da aliquote e tributi. A Frittole un fiorino: non ci resta che ridere!
    

12 agosto 2014

Fine senza inizio per il bike sharing fabrianese


 


Mentre il caso Tesoreria sembra incagliarsi in forma d’un ennesimo papocchio, torna alla ribalta la questione del bike sharing. L’assessore Galli –di nuovo in fase cinetica dopo un persistente letargo – ha dichiarato la volontà dell’amministrazione di rinunciare al progetto perché troppo costoso. Pare, infatti, che i costi di gestione annui sarebbero stati pari a circa 45 mila euro per una decina di biciclette. Una cifra spropositata, al limite dell’appropriazione indebita, che avrebbe configurato un vero e proprio vilipendio nei confronti della crisi economica cittadina. Il bello è che il Comune ci si era messo di buzzo buono per dare decenza operativa a un’operazione fecondata da seme mediatico ma senza che nessuno credesse davvero alle virtù del nascituro: solenni proclami sulla mobilità sostenibile, indagini di mercato per individuare le possibili ditte fornitrici, obietti di miglioramento del sistema dei trasporti urbani, inevitabili e retorici riferimenti all’ambiente, all’ecologia e all’inesauribile repertorio di puttanate verdi con cui, oramai, si incarta e s’imbelletta ogni merda possibile e immaginabile. Il vero problema, infatti, non è il costo esorbitante del servizio ma l’assenza di un progetto complessivo di mobilità all’interno del quale inserire il bike sharing. Fabriano è, notoriamente, una città monopolizzata dalle auto, con un sistema di trasporti pubblici inutile e naif, un centro storico organizzato per ricavare il maggior numero di parcheggi possibile e un lungo anello circolare, inframmezzato da orrende minirotatorie Girella a cui se ne dovrebbero aggiungere altre perché abbiamo un assessore ai lavori pubblici che vuole lasciare un segno ai posteri riempiendo la città di auto che fanno giro girotondo. In questo quadro magari si trova il modo di inventare una corsia preferenziale per il passaggio dei trattori ma non c’è spazio politico, culturale e materiali per le biciclette: troppo europee e troppo evolute per una città ancora piena di metalmezzadri. Chi vuole usare la bicicletta come mezzo di trasporto – e non per le sgambatine da cassintegrato - non può farlo senza invadere marciapiedi e violare divieti: non può accedere ai parchi pubblici - perché Sagramola si è messo in testa che gli anziani diventerebbero birilli sanguinanti, il target preferito del bipede in mountain bike – e deve trasferirsi alla pista ciclabile di via Aldo Moro, un strisciona bislacca di cemento, “sempre sotto il chioppo del sole”, che dopo due giri va sui maroni quasi quanto un intervento di Tini in Consiglio Comunale. Insomma, se in una città si preferiscono i gas di scarico all’afrore ascellare del ciclista sudato, il bike sharing serve a poco. L’assessore Galli ha fatto bene a bloccare la spesa scellerata, ma il discorso avrebbe avuto bisogno di un’onesta e veritiera descrizione di scenario. A costo di essere ripetitivo mi pare corretto rimarcare, per l’ennesima volta, un concetto fondamentale e cioè che per realizzare il dipinto prima si acquista la tela e poi si procede alla pittura. Fuor di metafora: chiusura del centro storico con accesso riservato a pedoni e biciclette; anello Sintagma a senso unico con parcheggio su un lato e pista ciclabile con percorsi di accesso al centro storico; quindi strumenti di mobilità sostenibile come bus elettrici e bike sharing. Non sarebbe il caso, assessore Galli, di riprendere questo discorso su cui lei ebbe a porgere orecchio attento nei primi mesi di questo non certo furente mandato amministrativo?
    

11 agosto 2014

Il danno e la tesoreria comunale




Fare politica, in un sistema in cui i poteri sono interamente conculcati dalla burocrazia e da un apparato normativo che ne legittima il comando, è un impegno frustrante e gravoso, perché costringe i politici a diventare ostaggio del diritto amministrativo e a concepire il successo o l’insuccesso della loro azione negli stessi termini in cui tali concetti possono essere trattati e “sentiti” all’interno di uno studio legale.  Il politico di razza non è, quindi, quello che individua i percorsi più consoni per rendere efficace e persuasiva la sua visione del governo del res publica ma chi sa trovare più rapidamente la via d’uscita dai labirinti del diritto. Ed è anche per questo che la politica scarseggia di visionari e abbonda di meri, ma scaltri esecutori. Può non piacere, ma è quello che passa il convento e, quindi, fingersi giuristi non è certamente una virtù ma una evidente necessità interpretativa e di comprensione dei fatti. In questi giorni si parla molto del servizio di Tesoreria che il Comune, cinque anni fa, ha affidato alla ex Carifac, ora Veneto Banca. Più precisamente di quarantamila euro di contributo annuale del tesoriere che l’istituto di credito era chiamato a versare entro il 30 giugno di ogni anno al Comune, come previsto dall’art.25 dello Schema di Convenzione approvato con Delibera del Consiglio Comunale n°140 del 16 settembre 2008. Il problema è che l’affidamento per il Servizio di Tesoreria è scaduto il 31 dicembre 2013. Da questo punto di vista l’articolo 27 della Convenzione prevede che “scaduto il termine di cui al precedente articolo 26, ove l’Ente non avesse provveduto alla nomina del nuovo Tesoriere e al disimpegno del relativo nuovo servizio, il Tesoriere dovrà continuarlo, su richiesta dell’ente e nelle more dell’individuazione del nuovo affidatario, con gli stessi obblighi e condizioni e ciò per il periodo massimo di un anno”. Il Comune di Fabriano, al 31 dicembre 2013, non aveva avviato le procedure necessarie all’individuazione del nuovo tesoriere. In base alla Convenzione, quindi, ci troviamo in una situazione di proroga del servizio affidato a Veneto Banca che “deve” erogarlo – l’articolo 27 è imperativo in tal senso – con gli stessi obblighi e condizioni. Ciò significa che se ci si attiene alla lettera della Convenzione, Veneto Banca avrebbe dovuto erogare il contributo annuale a favore del Comune entro il 30 di giugno 2014. Così non è stato e su questo tema sono intervenuti sia l’NCD, che ha reiteratamente sollevato il problema in Consiglio Comunale, che l’ex Sindaco Roberto Sorci che ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale. A prima vista sembrerebbe un caso di facile interpretazione ma così non è perché sulla questione dei contratti pubblici di appalto è intervenuto il Consiglio di Stato con la sentenza n°6457 del 31 ottobre 2006 ha chiarito che, in tema di rinnovo o proroga dei contratti pubblici di appalto non vi è alcuno spazio per l’autonomia contrattuale delle parti, ma vige il principio che l’amministrazione, una volta scaduto il contratto, qualora abbia ancora la necessità di avvalersi dello stesso tipo di prestazioni, deve effettuare una nuova gara. In questo quadro, come scrive il sito specializzato www.altalex.com, l’istituto della proroga “è assolutamente eccezionale, al punto che è possibile ricorrere ad esso solo per cause (e sono pochissime) determinate da fattori che non coinvolgono la responsabilità dell’amministrazione aggiudicatrice (cfr.d.lgs.n.163/2006); in tal senso, è dato ragionevolmente dubitare della legittimità della proroga di un contratto che sia ormai scaduto e per il quale la P.A. non abbia provveduto ad indire nuova gara, dal momento che la P.A. era a conoscenza dell’imminente scadenza di quel contratto e ben avrebbe potuto organizzarsi a che la nuova gara prendesse, quanto meno, avvio o, comunque, si concludesse entro il termine finale di “sopravvivenza” del precedente contratto pubblico. La proroga del contratto pubblico, dunque, è atto senz’altro espresso, impugnabile di fronte al Giudice Amministrativo”. In sintesi la Convenzione evidenzia il “torto” di Veneto Banca, mentre la norma e la Giurisprudenza tendono a evidenziare la negligenza del Comune. Ma siccome la legge e le sentenze del Consiglio di Stato valgono più di una Convenzione stipulata da un Comune, fate due conti e tirate le vostre conclusioni su come andrà a finire.
    

9 agosto 2014

La storia di Livia, caduta in piedi alla Bastille cerretese


Oggi raccontiamo una storia sbagliata ma emblematica. Una storia di politica locale. La storia di Livia. Per farlo dobbiamo spostarci di pochi chilometri. E raggiungere Cerreto d'Esi. Qui, per dieci anni, ha brillato la stella di Davide Alessandroni, Ragioniere Capo del limitrofo Comune di Fabriano nei tempi nefasti dell'Antonio Merloni trionfante e poi, per un decennio, primo cittadino del piccolo comune ubicato sotto le Serre. Non prevedendo la norma il terzo mandato, per Alessandroni non è stata possibile un'ulteriore candidatura a Sindaco e questo impedimento normativo ha rimesso in moto la politica cerretese, anche come rinculo di un'eredità dei conti pubblici fortemente condizionata da elevati livelli di indebitamento. Fatto sta che alle elezioni comunali del maggio scorso a competere sono quattro liste: due civiche, una del Movimento 5 Stelle e una del Partito Comunista. Con il 48,7% dei voti a vincere è la lista civica Uniti per Cerreto. Diventa Sindaco un giovane avvocato: Livia Ciappelloni. Ha un'età con la quale, nell'Italia renziana, si può diventare Ministro o Presidente del Consiglio ma se ti metti in testa di fare il Sindaco devi mettere in conto ostacoli e ostracismi aggiuntivi rispetto al classico repertorio di trucchi, tranelli e imboscate. Anche in un Comune di quattromila anime, come Cerreto d'Esi. Ma nonostante i vincoli di contesto Ciappelloni vince e indossa la fascia tricolore. Tra chi la sostiene, come sempre accade in queste circostanze, c'è chi pensa di poterla pilotare, limitandone la sovranità decisionale e riconducendone l'operato a prassi eterodiretta governata da centrali esterne. In fondo il neo Sindaco non è solamente giovane ma pure inesperta. Nel frattempo altri cerretesi puntano l'indice su un elemento aggiuntivo che può azzopparne il ruolo e cioè l'allegra brigata con cui la Ciappelloni ha condiviso campagna elettorale e progetto politico; una compagnia capace di portare voti ma, per alcuni, legata mani e piedi al vecchio sistema di potere cerretese. Ma se è successo a Nostro Signore di sbagliare nella scelta di almeno uno dei dodici Apostoli, non si può certo pretendere il lindo e il pinto da una Livia Ciappelloni o da un qualsiasi altro Pinco Pallino intenzionato a capitanare una lista politica e a subire il fascino dell'arte di governo. Infatti il nuovo Sindaco sbaglia subito: l'11 giugno 2014 si insedia ufficialmente - sostenuta da otto consiglieri su dodici - e annuncia in Consiglio Comunale la composizione della Giunta e la distribuzione delle deleghe. A partire dal Vicesindaco, individuato nella persona di Annalisa Porcarelli, figlia di Giovanni Porcarelli - protagonista dell'operazione JP Industries - e attiva in ruoli di primo piano all'interno dell'azienda di famiglia, come si evince, ad esempio, dalla sua presenza alla riunione del 31 luglio scorso presso il Ministero dello Sviluppo Economico sul caso Ardo (Verbale di riunione JP Merloni). Che è un po' come se a Fabriano, due anni fa, Sagramola avesse nominato come ViceSindaco Maria Paola Merloni. Anche i più moderati tra i metalmezzadri l'avrebbero ribattezzata Giunta Merloni ed è naturale che molti abbiano visto nella scelta della Ciappelloni il segno indelebile di una Giunta Porcarelli, il marchio di fabbrica di una compagine di governo cittadino direttamente targata JP Industries. Insomma, fossi stato cerretese l'11 giugno mi sarei incazzato a bestia col neo Sindaco e l'avrei accusata di essere un prestanome politico. Ma dopo soltanto un mese va in onda il colpo di scena. Neanche il tempo di pisciare nei bagni del Comune di Cerreto e il Sindaco Prestanome si fa carico di un atto politicamente estremo e definitivo: firmare i decreti di revoca delle deleghe assessorili ad Annalisa Porcarelli e Katia Galli che si sarebbero distinte sin dalla riunione di Giunta del 16 giugno - ossia sei giorni dopo i decreti sindacali di nomina - per una serie di astensioni culminate in un'azione di dissenso focalizzata attorno al Bilancio di Previsione 2014 (I Decreti di Revoca). Attorno ai no ai si e ai ni della politica c'è sempre molto da discutere, da precisare e di eccepire, ma osservando le cose da una cittadina limitrofa - ovvero da sede neutrale - ci si rende conto che è davvero poco interessante scavare e scovare tra le motivazioni amministrative dello scontro e molto più sensato rifarsi al simbolismo politico, cioè a un Sindaco che mette fuori dalla Giunta la figlia del superindustriale locale. Fosse successo a Fabriano nel caso ipotetico di MPM Vicesindaco sarebbe stata la presa della Bastiglia. E in qualche modo lo è anche a Cerreto. I Decreti di Revoca del 18 luglio appaiono, infatti, come un atto di autonomia della politica dai poteri forti dell'economia. C'è dell'altro? Può darsi. Ma così è se vi pare. Come è naturale le revoche hanno prodotto uno strascico perchè in politica l'autonomia si paga, e paga dazio chi rompe il sistema delle alleanze e delle consuetudini. E si pagano pure le svolte psicologiche, i passaggi da Prestanome a Impavida perchè gli strappi fanno saltare lo schema della mediazione, bruciano tutti i ponti alle spalle e alimentano desideri di vendetta; una vendetta pianificata e strutturata che trova la sua declinazione istituzionale il 7 agosto: otto consiglieri su dodici rassegnano simultaneamente le dimissioni, determinando la caduta del Sindaco e il Commissariamento del Comune di Cerreto d'Esi. La simultaneità configura l'esistenza di un accordo politico trasversale tra maggioranza e opposizione, un "inciucio a rompere" che se rappresenta un'oggettiva vittoria dell'opposizione, di certo getta un'ombra inquietante sulla maggioranza e sulla responsabilità politica e istituzionale dei suoi esponenti, che hanno preferito ricorrere a un'arma di distruzione di massa piuttosto che vincere una legittima battaglia politica ricorrendo allo strumento della mozione di sfiducia; strumento che avrebbe costretto ogni consigliere a motivare la propria posizione davanti al Consiglio Comunale e innanzi ai cerretesi. La storia di Livia finisce qui. Ma forse no, perchè cadere in piedi è il miglior viatico per risalire la china e tornare a vincere. Un monito e una lezione per chi aborre una politica che vive di sola tattica e di continui e snervanti inciuci.
    

6 agosto 2014

Fabriano sotto i 32 mila: il segno di un fallimento politico


La notizia più rilevante di questi giorni l'ha data Claudio Curti del Messaggero e riguarda il trend demografico cittadino. Fabriano scende sotto i 32 mila abitanti, una dimensione innaturale raggiunta attraverso forzature politiche e amministrative, ricongiungimenti familiari senza fondamento lavorativo e per il tramite di una politica abitativa che ha riempito la città di cemento e cubature inutili, e di migliaia di vani disabitati con conseguente deprezzamento degli immobili e una terrificante diminuzione del patrimonio delle famiglie. Questa visione da tirannelli sedotti dalla pianificazione demografica, praticata quando i segnali di crisi non erano più un vago ed episodico scricchiolìo, era l'effetto di un'equazione demenziale generata non dalla mente lucida di Atena ma dai cervelli di gallina della politica locale: superare quota 30 mila per avere più consiglieri comunali e più assessori da nominare; e quindi puntare con decisione verso i 40 mila perchè il numero degli abitanti fa crescere il livello dei trasferimenti statali. Sull'altare di questa fisima politicista - incentrata su nuove residenze e non sul trend delle nascite - è stato sacrificato tutto, a partire dalla verità, perchè per far trasferire migliaia di persone in un pertugio geografico come Fabriano era necessario convincere i forestieri in arrivo che, da queste parti, fosse possibile trovare non solo casa e lavoro ma anche una notevole quantità di salsicce attaccate ai fili. La crisi ha consumato l'illusoria bolla demografica, creata a tavolino dalle amministrazioni di sinistra, e non è un caso che il deflusso veda in prima fila stranieri e italiani di origine meridionale, ovvero i soggetti su cui si era puntato per spiccare il volo verso quota 40 mila abitanti. La diminuzione di residenti non è, quindi, soltanto l'effetto numerico della crisi ma anche il fallimento di una politica in cui l'ambizione ombelicale di alcuni amministratori ha impedito di fare i conti con la realtà e con i suoi molti vincoli strutturali. Gli effetti del fallimento, come è naturale che sia, si riflettono anche sui servizi al cittadino che, a loro volta, sono stati progettati e strutturati non per rispondere a un bisogno collettivo ma per aderire alle deliranti pieghe di un disegno politico. E' per questo che oggi si fanno i conti con asili nido paurosamente sovradimensionati rispetto al numero di bambini utenti e al potere d'acquisto delle rispettive famiglie; strutture che un Comune sovietico si ostina a tenere in piedi al prezzo di rette insostenibili e di un deficit tra entrate e uscite compensato mettendo le mani nelle tasche dei cittadini fabrianesi. In un anno siamo passati da 87 a 37 iscrizioni, ma nel Bilancio di Previsione sembra tutto sereno e tranquillo. La verità è che questo dato rivela, in modo portentoso, come un mix di fallimento politico e crisi economica possa generare un cortocircuito nella struttura sociale di una comunità che non può avere futuro se non inverte la tendenza del saldo naturale. Di questo passo Fabriano diventerà una Città della Terza Età, meritevole di uno specifico riconoscimento Unesco, e la vecchiaia, che piaccia o meno alle anime belle, non attira capitali e investimenti. Al massimo cliniche per patologie senili. E in una città vecchia magari ci si fa pure un salto per vedere Giotto, ma senza fermarsi a lungo e giusto di passaggio. Come fanno i nipoti che vanno a trovare un vecchio zio che ha mille aneddoti sul passato ma poco da dire sull'oggi e sul domani.
    

5 agosto 2014

I Due Parrucchieri che fanno lo scalpo alla città


Il Bilancio di Previsione 2014 - approvato sabato scorso dal Consiglio Comunale tra polemiche e malpancismi di maggioranza  - non è, come hanno affermato in molti, soltanto un documento di contenimento senza respiro e prospettiva, ma qualcosa di peggio: è un atto profondamente e totalmente politico, la mossa con cui Giancarlone & Angelino, complementari ma rivali come una coppia di parrucchieri per signore, hanno soddisfatto gli appetiti di alcuni settori della maggioranza notoriamente bulimici e sfrocedati. Di fatto il Bilancio di Previsione e il Piano delle Opere non sono altro che la formale ratifica della perversione politica che orienta le scelte dei Due Parrucchieri: governare dando in cambio ossa e polpa ad assessori e consiglieri comunali sempre più famelici; distribuire solo e soltanto a lor signori prebende e denari da spendere a cazzo di cane, ma sempre seguendo una rigorosissima logica di soddisfazione territoriale, in cui alcune frazioni cittadine continuano a drenare risorse sproporzionate rispetto a ciò che esse rappresentano nel tessuto sociale cittadino. Il Bilancio di Previsione 2014 è quindi la Magna Chartae del sagramolismo tiniano, la prova empirica di una glaciazione politica destinata a durare fino al 2018, ossia fino al definitivo annientamento della morente città della carta. In questo quadro, così democristiano che più democristiano non si può, non convince il dissenso a metà della Lista Cresci Fabriano, il gioco anfibio di Guidarelli - verso il quale nutro stima e simpatia personale - che spara sul bilancio ma lo vota turandosi il naso, come se una rima nel cognome fosse sufficiente a emulare il Montanelli che, nel 1975, ricorreva a volontaria apnea per fermare, attraverso la Dc, il sopraggiungere delle orde berlingueriane. Non convince perchè Sagramola si muove in base a un imperativo che prevale su ogni altra cosa: durare e restare in sella, costi quel che costi. E per tenersi in groppa il Parrucchiere Senza Crine predilige la prebenda e non l'urticante e rischioso gioco delle idee. Per questo le parole di critica felpata e dimezzata di Guidarelli e del pacioso Quinto Balducci, ai suoi occhi, non sono altro che penultimatum, un utilissimo gioco delle parti, la classica ed efficace alternanza del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. La tattica politica suggerirebbe di valorizzare certi timidi segnali, di farne il cuneo non acuminato di un'azione di frattura di una maggioranza che sostiene il più condominiale e ricurvo degli esperimenti di governo conosciuti da questa città. Ma la partita del dissenso può essere giocata solo quando è radicale, definitiva e senza dualismi da ranocchio; quando poggia su un'elaborazione che prelude a distacchi culturalmente e politicamente rocciosi. Diversamente è soltanto nicodemismo, opposizione notturna: un passo avanti e due passi indietro. Un giochetto che, a turno, ha visto protagonisti assessori e consiglieri, tutti rapidamente e mestamente rientrati nei ranghi. Il problema, ovviamente, riguarda anche l'opposizione che sembra non aver colto fino in fondo la dimensione politica di questo Bilancio di Previsione: il ricorso, da parte dei Due Parrucchieri, alla leva fiscale per accumulare risorse da redistribuire non al popolo ma ai singoli assessori attraverso opere capaci di generare consenso e voti. Insomma Giancarlone & Angelino governano e gli altri fanno il lifting ai loro pacchetti elettorali. Una degenerazione che l'opposizione fatica ad affrontare coralmente perchè, come sostiene il consigliere Urbani, a contrastare i Due Parrucchieri ci sono troppi candidati a sindaco, ovvero soggetti più propensi al gesto solitario che al meno glorioso ma più efficace gioco di squadra. In realtà interrompere l'esperienza Sagramola non è il frutto di un generico bisogno di contrasto ma un modo per mettere in relativa sicurezza la città, ovvero il culo di tutti noi. E credo che l'autunno 2014 saprà regalare alla città una novità inattesa, un guizzo di amor proprio capace di ricomporre le divisioni che attraversano l'opposzione politica e sociale e ancora consentono ai Due Parrucchieri - sicuramenti abili e navigati ma ben lungi dal profilo di statisti seppure a dimensione locale - di applicare il sempiterno e diabolico principio del potere: divide et impera. Finora gli è andata grassa ma niente dura in eterno. Manco in questa città del cazzo.
    

1 agosto 2014

Merloni e JP: lo spiraglio che non c'è




Ammetto di essere ignorante e di non sapere. Di non capire una mazza di leggi e leggine, scritte con linguaggio volutamente torbido e immaginate non per regolare fenomeni ma per complicarne la vista, l’uso e l’accesso. Una complessità  di rami e fronde utilissima per nascondere le carte, raccontare storie inverosimili e tracciare una linea d’ombra sui fatti e sulle cose. Eppure, anche in questa bigiotteria legale, qualche barlume si può sempre scorgere. E’ sufficiente un po’ di attenzione, di buona volontà e raziocinio. C’è un Tribunale della Repubblica Italiana – espressione del cosiddetto terzo potere costituzionale – che sancisce che la vendita della Antonio Merloni alla JP Industries è da ritenersi nulla. La nullità comporta il venir meno di tutti gli effetti prodotti dal contratto, come se lo stesso non fosse mai esistito. Non si fa riferimento, quindi, a irregolarità sanabili o da sanare ma a una fattispecie di cui un potere dello Stato ha dichiarato, di fatto, l’inesistenza. L’articolazione dei gradi di giudizio ha permesso ai protagonisti della vicenda – commissari, sindacati e JP Industries – di ricorrere in appello. E appello fu. Solo che il secondo grado di giudizio ha confermato, in toto, il pronunciamento di primo grado, ovvero l’annullamento della vendita della Antonio Merloni alla JP. Ad oggi, quindi, la vendita della Antonio Merloni alla JP Industries è giuridicamente inesistente, in attesa del pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione. Ciò significa che la verità conclusiva sulla vicenda sarà il frutto di un iter regolato dai codici, dalle leggi e dall’interpretazione che di essi forniranno i magistrati di Cassazione. Eppure, stamattina, una stampa locale da sempre poco avvezza all’approfondimento e orientata d’istinto alle rassicurazioni più infondate, proclama ai quattro venti che si profila un accordo tra le banche e la JP Industries, con la benedizione del Mise. Obiettivo: far ripartire la produzione della JP, sbloccare le linee di credito e trovare un accordo di transazione tra le parti, magari rifilando agli istituti di credito un paio di capannoni, come ha titolato stamattina, con una superficialità da brivido, uno dei quotidiani locali. La domanda che mi piacerebbe rivolgere al Viceministro allo Sviluppo Economico è molto semplice: se la vendita della Antonio Merloni alla JP per lo Stato italiano non esiste, in quanto formalmente annullata da un suo Tribunale in primo e secondo grado, come può un accordo di transazione garantito dal Ministero bypassare l’effetto di tale, duplice, pronunciamento? Esiste forse una norma secondo la quale, in caso di accordo tra le parti, la Cassazione è obbligata a recepirne i contenuti limitando la propria insindacabile libertà di giudizio? Che io sappia no, ma confesso, su questi temi, di essere un “celentano” un tantino ignorante. Ma non troppo. L’unica possibilità è che la Cassazione ribalti i primi due gradi di giudizio, ma fino a quel momento – che chiuderà definitivamente la partita – è valido il giudizio di secondo grado, anche se nel Decreto dei Fuochi è stato inserito un comma - ad aziendam - che consente a un’impresa sottoposta alle condizioni di amministrazione controllata di proseguire la propria attività anche in presenza di procedimenti giudiziari in corso. Ovviamente si tratta di una situazione transitoria che non modifica lo stato dell’arte e l’unica verità accertata e cioè che, a causa della riconosciuta nullità, la vendita della Antonio Merloni alla JP Industries non è mai esistita. In quale piega della norma risiedono, quindi, quegli spiragli di intesa di cui straparlano i quotidiani? Perché i sindacati chiedono certezze sui tempi dell’accordo, ma senza spendere una parola che sia una sulla sua reale fattibilità e utilità? Misteri della fede, ma è difficile credere che possa essere questa la base per una riflessione corretta e condivisa sui diritti dell’economia reale e per un impegno condiviso a tutela del lavoro e della produzione.