25 settembre 2013

Il ricorso dei Commissari Ardo


E’ di stamattina l’annuncio del ricorso, alla Corte di Appello di Ancona, perfezionato dai tre Commissari Ardo per contestare l’ordinanza di annullamento della vendita a JP Industries, depositata la scorsa settimana dalla sezione fallimentare del Tribunale di Ancona. Si tratta di un atto legittimo e prevedibile perché l’intero impianto dell’ordinanza ruota attorno all’interpretazione di un articolo del Dlgs 270/99 relativo alle modalità di alienazione dei beni delle grandi imprese in stato di insolvenza. Come i lettori ben sanno, il Tribunale di Ancona ha contestato una valutazione del “perimetro di cessione” calcolata su quattro anni di badwill (ossia di sconto per redditività negativa) invece che su due, con una differenza di valore, secondo le perizie del CTU, di 42 milioni di euro. La partita del ricorso si giocherà, probabilmente, sulla nozione di norma imperativa, elemento assolutamente rilevante ai fini del giudizio di nullità del contratto. Le norme imperative, per intenderci, sono quelle che non possono essere derogate da una diversa volontà delle parti ed è del tutto verosimile che il ricorso dei commissari sarà incentrato sulla dialettica tra imperatività e deroga e, di conseguenza, anche l’eventuale accoglimento da parte della Corte d’Appello, anche se occorre tenere conto che il Dlgs 270/99, tuttora in vigore, impone, nella liquidazione dei beni aziendali, il principio del massimo realizzo e del perseguimento delle finalità conservative del patrimonio. Si tratta, in sintesi, di una complessa questione societaria che troverà una soluzione definitiva soltanto in punta di diritto. Ma una cosa è certa e cioè che occorrerà attendere diversi mesi prima che la Corte d’Appello si pronunci in materia e, da questo punto di vista, è fondamentale garantire la continuità della produzione – come già assicurato da JP Industries - fino alla sentenza, perché un blocco della produzione – stante l’annullamento del contratto di vendita - determinerebbe l’azzeramento definitivo del valore di un “perimetro” che l’ordinanza ha, di fatto, restituito alla gestione dei commissari. Ma c’è anche un altro aspetto che vale la pena rimarcare e riguarda la condizione contrattuale dei lavoratori coinvolti. Col passaggio a JP Industries i lavoratori riassunti sono, infatti, diventati dipendenti di JP e non si capisce bene se l’annullamento della vendita determini automaticamente la cessazione del rapporto di lavoro con JP e il ritorno sotto l’ombrello Ardo. Nel caso la questione fosse in questi termini con quale titolo contrattuale i lavoratori prestano opera negli stabilimenti JP? E’ un punto che sarebbe opportuno e interessante chiarire e che pongo come pura e semplice domanda, purtroppo ricca di molte e complicate implicazioni.
    

24 settembre 2013

Lettera aperta a Marco Milani, asso di bastoni convertito alla carota

Spett.le Dott.Milani, ieri sera, leggendo il comunicato stampa diffuso da Indesit Company sulle proposte di modifica del Piano di Salvaguardia, non ho potuto trattenere un moto di stupore e un lieve senso di disorientamento. Non tanto e non solo per il ricorso, da parte del suo ufficio stampa, a un italianuccio così povero e dimesso da rimandare pericolosamente al pathos di un verbale di consiglio di classe a fine anno, quanto per il punto di vista manageriale che vi si scorge, per gli intendimenti decisionali che quelle righe lasciano presagire e per le carote che cominciano a rimpiazzare i bastoni. Ed è per questo che se avessi la possibilità le farei un'unica domanda, direttissima e secca: ma erano davvero necessari quattro mesi di conflitto sociale, di epitaffi dolenti sulla sopravvivenza dell’entroterra, di ragionamenti serrati sulla competitività perduta, di audizioni scontrose in Senato, di reiterati niet ai tavoli del Mise e di un risentimento popolare, al limite del linciaggio, attorno al nome dei Merloni prima di mettere sul tavolo una proposta, che se fosse stata lanciata sin dal primo giorno avrebbe consentito di negoziare con più razionalità e più equilibrio, senza gatti selvaggi, serrate e rifiuti di ogni genere e grado? Voglio essere sincero: la sensazione che traspare dal comunicato è quella di un’azienda che prima drammatizza gli scenari e poi dice che forse era solo uno scherzo; che costringe anche i fabrianesi meno avvezzi a ragionare sul restringimento dei margini di profitto nel bianco a produzione italiana e poi riporta a Melano da Lodz 85.000 forni e altre produzioni aggiuntive; che prima magnifica il valore strategico delle esternalizzazioni e poi riscopre il significato delle produzioni in house; che consegna agli ammortizzatori sociali 150 impiegati e poi promette di riassorbirli in quattro anni, ma senza uno straccio di esigibilità e senza dire che un colletto bianco, dopo quattro anni a zero ore, si ritrova per le mani un'occupabilità ridotta a parvenza sociologica; che a corollario della complessa e montagnosa rivisitazione strategica mette sul campo il topolino: 126 esuberi in meno, ossia circa il 9% di quanto inizialmente preventivato nella prima versione del Piano di Sacrifici Umani. Come a dire che si e' partiti alzando il tiro e che magari adesso si arriva pure a 250 in meno. A voler essere shakespeariani ci sarebbe da sospirareMuch Ado About Nothing, molto rumore per nulla, ma siccome siamo fabrianesi dobbiamo accontentarci di una prosa assai più modesta e plebea, condensando la sensazione in un epigrafico “era tutto un pià per culo” ma, di certo, abilmente architettato. Era infatti sufficiente far cadere una goccia di veleno per volta, come nel corpo di Mitridate, per abituare e assuefare lavoratori, sindacati e cittadini agli effetti spossanti di un accordo partorito dall'azienda e allevato dalla balia sindacale: la piattaforma di ricerca, poi i contratti di solidarietà, quindi i prepensionamenti e ancora gli esodi incentivati. E alla fine il colpo gobbo: la salvezza espressamente ambigua di Melano, il luogo simbolo della resistenza moderata del metalmezzadro, lo stabilimento assurto a metafora di un’intera vertenza. Dott.Milani siamo tutti uomini di mondo, abituati alle giravolte, ai cambi di passo e ai ribaltamenti d'indirizzo. Ma si fa davvero fatica a comprendere come sia possibile trasformare, in pochi giorni, uno stato di durissima necessità in un morbido e felpato ripensamento. Maliziosamente viene da pensare che quella di Indesit possa essere anche una proposta limitata ma compensativa, una soluzione mediatoria che, senza dichiararlo urbi et orbi, si configura come atto riparatorio rispetto allo sconquasso provocato in città dall'annullamento della vendita della Ardo alla JP Industries. Nel caso ci fosse pure questo ingrediente, nell'improvvisa spargimento di vaselina sociale da lei ispirato, non credo si tratterebbe d'un amore che inaspettatamente sboccia, ma di un senso furbo delle circostanze, in questo caso, gradevolmente cinico e digeribile.
    

23 settembre 2013

Quello che i sindacati non dicono...



Un’assemblea al parcheggione di Santa Maria. Poi in corteo in direzione Municipio, per concordare col Sindaco difficili linee di difesa e improbabili azioni di contrattacco. La sceneggiatura che emerge è una raffigurazione plastica di come si condensa il senso comune, che raramente diventa buonsenso, ai tempi della crisi: maestranze con lo scalpo del giudice Ragaglia in mano e promesse altisonanti di azioni da intentare contro le banche, ovviamente rapinatrici e ree d'ogni malignità terrena e celeste. Come se fosse soltanto loro l'impronta digitale, il sigillo di un tracollo che, invece, s'inaugura più di dieci anni fa anche se si finge che tutto sia accaduto ieri e di colpo; dieci anni in cui sono stati asfaltati mercati, interrotte produzioni e bruciate competenze. Fino al crollo finale, allo sbriciolamento sussurrato di un “impero terzista” che ha scardinato dalle fondamenta il modello Fabriano, chiudendo il ciclo della ricchezza strabordante e inaugurando quello, inevitabilmente doloroso, dell'impoverimento diffuso. Puntare i forconi contro l’ordinanza – come se fosse la quintessenza di una prassi antisindacale e di un attentato al lavoro e al territorio e non invece la censura formale di un'operazione giudicata irregolare - significa ridurre volontariamente e colpevolmente il campo visivo dei lavoratori coinvolti, la loro percezione della realtà e il quadro delle forze in campo. Qualche anno fa Sergio Cofferati, allora segretario generale della CGIL, riprendendo la lezione del grande Peppino Di Vittorio - leader indiscusso di una gloriosa stagione del sindacalismo italiano - affermò che i diritti dei lavoratori sono sempre intimamente connessi al rispetto della legalità, perché se si intacca la legalità i diritti di chi lavora diventano inevitabilmente fragili e precari. Si tratta di un pilastro del sindacalismo riformista che le organizzazioni dei metalmeccanici fabrianesi sembrano aver dimenticato, nel momento stesso in cui hanno fatto della contestazione dell’ordinanza un elemento centrale di queste giornate di inevitabile e preoccupata mobilitazione. Il sindacato a Fabriano ha vissuto un destino amaro: essere per decenni uno dei soggetti del controllo sociale e del paternalismo in fabbrica e ritrovarsi, di colpo, a interpretare una dinamica di conflitto complessa ed estranea alla sua vicenda locale e al suo codice genetico. Ed è, per certi versi, anche comprensibile la fatica con cui, oggi, esso prova a fare i conti con i fondamentali di una rappresentanza moderna. Ma se non si accetta di essere ancora e di nuovo subalterni alle vecchie e nuove forme padronali, occorre riscoprire, almeno in linea teorica, la funzione tradizionale del sindacalismo: tutelare il lavoro e una redistribuzione della ricchezza basata sui principi di solidarietà ed equità. Tutelare il lavoro significa battersi per una politica industriale vera, per sostenere lo sforzo di aziende realmente operative, produttive e capaci di generare reddito da redistribuire e quindi rompersi la testa e le ossa pretendendo linee di sviluppo, rivendicando piani industriali sostenibili e azioni sistematiche di monitoraggio delle attività d’impresa. Invece i sindacati fabrianesi, risucchiati da un massimalismo che si consuma nell'invettiva sterile contro le banche, considerano questi temi materie complementari rispetto alla rivendicazione di soluzioni momentanee e senza prospettiva strutturale. Di fatto per tutelare i lavoratori attraverso nuovi ammortizzatori sociali è sufficiente un provvedimento ad hoc che, molto probabilmente, verrà adottato con urgenza dalle istituzioni centrali. Per contro sarebbe, invece, proficuo mettere da parte l’ordinanza e le invettive e comprendere quale concreta declinazione abbiano trovato alcune delle linee strategiche enunciate da JP, perchè è da queste che può derivare un giudizio di valore sull'opportunità o meno di fare quadrato attorno all'operazione JP. Che sono, poi, le questioni su cui si misura la capacità di produrre risultati economici, lo spazio di possibili investimenti produttivi e le opportunità di consolidamento dei livelli occupazionali: quanti elettrodomestici di alta gamma (anzi di "sartoria" come ebbe a definirli Porcarelli) sono stati prodotti e venduti a partire da marzo 2012; quali numeri di produzione e di vendita hanno interessato il segmento alto di gamma, per conto terzi, destinato a grandi produttori; quali opportunità si sono dischiuse per il mercato degli elettrodomestici industriali; quale spazio ha ricoperto la produzione di componentistica elettrica ed elettronica e, infine, quale è stato il peso produttivo e commerciale dello stampaggio della plastica. Perché è solo e soltanto all'interno di questo articolato quadro di domande e risposte, relativo al mix di produzione e di vendita, che è possibile valutare i livelli di saturazione della capacità produttiva, il rapporto tra input e output operativi e lo stock di manodopera necessario a garantire l’equilibrio tra produzione e reddito d'impresa. La battaglia sindacale dovrebbe focalizzarsi qui perchè è da questo punto che si cessa di essere gestori di esuberi e si inaugura una nuova, seppur tardiva, frontiera della rappresentanza. E non certo sull’imperatività delle norme di compravendita aziendale o sugli spazi di una possibile deroga che di certo non serve a tutelare il lavoro ma che attiene alla sottigliezze della giurisprudenze e alle abilità degli studi legali. Altrimenti, alla fine dell'opera, ai sindacati competerà soltanto il ruolo di garanti dell'acquisizione, di fustigatori delle banche e di artefici di una politica delle riassunzioni tanto opinabile da aver generato una frattura tra sommersi e salvati oltre che la nascita di forme inedite e oppositorie di sindacalismo di base Ci sarà qualcuno tanto coraggioso e spavaldo da narrare pure questo ai lavoratori legittimamente vocianti?
    

Il tassello sparito dal mosaico JP

La tesi più utilizzata, in queste ore, per delegittimare l’ordinanza del Tribunale sulla Ardo è quella che mira a rappresentare il pronunciamento del giudice come la rottura imperdonabile di uno splendido incantesimo, incentrato sulle magnifiche sorti e progressive dell’intrapresa porcarelliana e sui   rimbalzi assistiti della CIGS. Un incantesimo, quindi, bicefalo e credulone, tutto ruotante attorno al comandamento biblico di un’acquisizione resa tollerabile e meritevole da un piano industriale segretato come un esperimento nucleare iraniano, ma di sicuro e quadriennale respiro, come hanno tenuto a sottolineare, con partecipe zelo, le organizzazioni sindacali, esprimendo rigidissimo pollice verso nei confronti dell’ordinanza. Ma se sono questi i presupposti scontati e difettosi di una difesa a tutto tondo dell’operazione JP, allora forse vale la pena gettare uno sguardo indagatore e malizioso su alcuni retroscena che aiutano a comporre un quadro d'insieme più nitido. Per cominciare a farlo è necessario rimettere le lancette indietro di qualche settimana. E’ il 7 agosto 2013 e vale la pena fare un salto alla Camera dei Deputati. A Montecitorio si sta svolgendo un question-time in Commissione Lavoro e il sottosegretario allo Sviluppo Economico Carlo Dell’Aringa è chiamato a rispondere a un’interrogazione presentata dalla deputata perugina del Movimento 5 Stelle Tiziana Ciprini, sui provvedimenti  da adottare a tutela del lavoro, alla luce dell’imminente pronunciamento del Tribunale di Ancona. Il sottosegretario, con risposta scritta, affronta le diverse questioni poste dalla deputata e in un passaggio fa riferimento a una riunione tenutasi l’8 luglio 2013 presso il Ministero dello Sviluppo Economico. E’ buona cosa fare attenzione alla data, perché l’8 luglio è un giorno in cui il focus mediatico è tutto concentrato su Indesit. Il 9 luglio, infatti, è la giornata del grande serpentone di automobili e lavoratori diretto alla sede della Regione Marche e quattro giorni dopo, ossia venerdì 12 luglio, Fabriano ospitera' la manifestazione nazionale dei lavoratori di tutti i siti produttivi Indesit. E cosa sta accadendo, a Roma, proprio quell’8 di luglio? Riporto testualmente le parole di Dell’Aringa: “Lo scorso 8 luglio la società cessionaria J.P. Industries e le organizzazioni sindacali hanno sottoscritto, presso i competenti uffici del Ministero del lavoro, un accordo per la definizione di un nuovo programma di ristrutturazione. In particolare, la società ha confermato l'intento di perseguire il proprio progetto industriale e mantenere gli impegni assunti operando tuttavia un ridimensionamento del programma in funzione del contenimento dei volumi di attività causato del venir meno delle risorse esterne cui aveva fatto affidamento”. Tradotto in parole povere significa che JP non è più in grado di sostenere il Piano Industriale presentato in sede di acquisizione. E questa impossibilità viene riconosciuta e ratificata dal Ministero col sostegno e il consenso del sindacato. Ma a Fabriano non se ne sa nulla perché nessuno  riporta questa notizia fondamentale. Ho ripreso i quotidiani di quei giorni ma, forse un difetto di ricerca, non sono riuscito a trovare alcun riferimento agli esiti della riunione romana tenutasi presso il MInistero. Col senno di poi ciò vuol dire che oltre alla nullità dell’atto di compravendita, sussisteva pure un problema strutturale di tenuta del Piano Industriale e, quindi, un confronto sulla necessità impellente di ridimensionare impegni, disegni e responsabilità. Domani mattina al grande parcheggio di Santa Maria si terrà un’assemblea di tutti i lavoratori della JP Industries. E’facile immaginare che gli amici sindacalisti grideranno forte il loro no e rivendicheranno tutto il buono dell’operazione Porcarelli. E magari, gia' che ci sono, non sarebbe male fornire alle maestranze gli opportuni chiarimenti in merito a questo ridimensionamento condiviso del Piano Industriale, di cui oggi emergono, con tutta la prepotenza possibile, i non detti e le rimozioni.

Chi desidera leggere il testo completo dell'Ordinanza del Tribunale di Ancona sulla Ardo lo può trovare al link seguente: http://comitatolavoratorimerloni.wordpress.com/2013/09/21/a-merloni-il-tribunale-di-ancona-seconda-sezione-civile-emette-sentenza-di-impugnazione-vendita-alla-j-p-industries/
    

22 settembre 2013

Ordinanza Ardo: reazioni, spacchettamenti e guerre puniche

Sui giornali di stamattina sono cominciate a trapelare le prime reazioni all'ordinanza del Tribunale di Ancona sull'annullamento della vendita Ardo. E si tratta di reazioni prevedibili, che mirano a produrre uno schema classico di disinformazione e di protezione del sistema di potere: aizzare la naturale, comprensibile e fondatissima disperazione dei lavoratori contro il pronunciamento del collegio presieduto dal giudice Edi Ragaglia, per evitare che l'ordinanza possa diventare occasione di riflessioni severe e serene sulle responsabilità storiche della proprietà e del management. Qualcuno ha definito le trentacinque pagine dell'ordinanza incredibili, infondate e incomprensibili perchè l'obiettivo - condiviso anche da un sindacato tragicamente nemico del principio di verità - è quello di delegittimarne complessivamente l'impianto, costruendo l'assioma di un complotto che ha per protagonisti un pool di banche rapaci e tre giudici cattivi, contrapposti all'esercito del fare angelico, ovvero Porcarelli, i sindacati e l'asse Pd-Udc. Per uscire dal gioco delle strumentalizzazioni - di cui l'ex sindaco Sorci ha condensato l'apice parlando di un effetto comparabile con quello del terremoto del 1997, ma senza spendere parole altrettanto severe per la proposta di sacrifici umani architettata dal vertice della Indesit - è necessario diradare le nebbie, spacchettando problemi e questioni. Per prima cosa è opportuno tracciare linee di demarcazione inequivocabili tra il destino dei lavoratori, gli errori di valutazione dei commissari e le azioni di autotutela dell'imprenditore Porcarelli. Mantenere intatto il coacervo, sia chiaro, serve solo alla tutela degli interessi più forti, ma ad oggi non sembra che questa consapevolezza circoli in quantità sufficienti a far cambiare la rotta e il senso delle cose. Un primo punto fermo è che i lavoratori sono sostanzialmente le principali vittime di quanto accaduto in passato e di quanto sta avvenendo in queste ore. Ma essere la vittime accertate e riconosciute non è sufficiente a delineare una prospettiva, se ci si accontenta di svolgere un ruolo oggettivamente marginale. I lavoratori, infatti, non possono limitarsi a rivendicare diritti recitando il ruolo di spettatori, rumorosi ma inerti, di decisioni che vengono prese sulla loro pelle. La sfida è quella di essere protagonisti di un destino che li coinvolge in prima persona. Non basta, quindi, invocare una soluzione di semplice tutela e di ricorso a nuovi ammortizzatori sociali se non la si accompagna con altre iniziative capaci di arricchire la scena del conflitto in atto. I lavoratori si sentono vittime di questa decisione del Tribunale? Bene, invece di evocare il complotto, facendo il gioco dei poteri forti che li hanno messi in mezzo alla strada, ne facciano proprie le motivazioni e si attivino per una class action collettiva, un'azione di responsabilità nei confronti dei commissari, visto che l'ordinanza individua in una pecca di valutazione dei cespiti aziendali la causa primaria di annullamento dell'atto di compravendita. In questo crinale entra in gioco la funzione del sindacato. La posizione assunta dalle sigle dei metalmeccanici confonde piano industriale e badwill, livelli occupazionali e rispetto della norma sulla cessione di azienda in amministrazione straordinaria. E la confusione dei sindacati è di per sè confusione dei lavoratori, che col sindacato dovrebbero intrattenere relazioni tipicamente fiduciarie. Così come è folle commentare dicendo che "ci va sempre di mezzo la povera gente", perchè la classe operaia non è fatta di povera gente ma di lavoratori che rivendicano e pretendono diritti e la cui rappresentanza dovrebbe evitare il ricorso a concetti che evocano il pietismo e l'approccio compassionevole di un certo paternalismo in declino. Su un piano diverso si muove la vicenda Porcarelli. L'imprenditore cerretano ha tutto il diritto di fare ricorso nei confronti dell'ordinanza, ma magari dovrebbe pure spiegare alcune scelte. Ad esempio come sia saltato in mente a un'azienda con un valore patrimoniale di circa 30 milioni di euro, di farsi carico di un'acquisizione tanto smisurata e onerosa. Oppure perchè mai la produzione procedesse continuamente a singhiozzo e senza un adeguato riassorbimento di manodopera, chiamata a lavorare una tantum e tutelata da un massiccio e sistematico ricorso alla cassa integrazione. Sicuramente l'ordinanza del Tribunale mette Porcarelli nella condizione di parte lesa perchè la valutazione del valore del "perimetro di cessione" non spettava sicuramente a lui. Ma, fatta eccezione per i lavoratori, questa vicenda non vede reali e oggettive parti lese ma un sistema di accordi e di transazioni che prescinde dai tre elementi fondamentali di qualsiasi attività produttiva: continuità, redditività e garanzia dei livelli occupazionali. E le guerre puniche che si profilano non sono altro che la prova provata di una città che - come mi ha detto stamattina un importante avvocato fabrianese - riassume, peggiorandoli qualitativamente, tutti i vizi e i limiti delle nazione italica
    

21 settembre 2013

L'ordinanza Ardo e la fine del regime

L'ordinanza esecutiva di annullamento della vendita di parte della Antonio Merloni alla Jp Industries, disposta dalla seconda sezione civile del Tribunale di Ancona, non è - come a sangue caldo ritiene qualche osservatore poco avvezzo a consultare direttamente le fonti - un atto di abnegazione e di subalternità della magistratura amministrativa al solito e classico interesse delle banche creditrici, ma una fondatissima e convincente lezione di diritto societario accessibile, nonostante le asprezze e le inflessioni barocche del linguaggio giuridico, anche ai non addetti ai lavori. In questo senso sarebbe buona cosa che le organizzazioni sindacali - nonostante escano con le ossa rotte dal pronunciamento del Tribunale, visto il loro schierarsi davvero poco meditato con le posizioni dell'acquirente cerretano - abbiano il coraggio intellettuale di distribuire a tutti i lavoratori il testo dell'ordinanza esecutiva del Tribunale. Cosa è successo, in soldoni, di così anomalo ed eclatante da convincere il Tribunale ad annullare sia il preliminare di vendita che il successivo atto notarile di formalizzazione della cessione? Semplicemente che la definizione del valore del cosiddetto perimetro "il perimetro della cessione" del ramo d'azienda a JP, è stato valutato considerando uno "sconto" sull'ammontare dovuto a una previsione di redditività negativa (badwill)attribuita a un arco temporale di quattro anni, quando la normativa vigente sulla cessione di aziende in amministrazione straordinaria prevede, inderogabilmente, un badwill di due anni, a tutela non solo dei creditori ma del principio della tutela del patrimonio dell'azienda insolvente. Questa violazione della norma ha determinato un valore finale dell'azienda pari a 12,2 milioni di euro e una cessione che è avvenuta a 10 milioni di euro. Il ricalcolo del valore, seguendo la norma dei due anni di badwill, si attesterebbe invece - secondo la perizia realizzata dal consulente nominato dal Tribunale - intorno ai 54 milioni di euro. Un valore 5 volte superiore a quello pattuito e stabilito per la vendita. E da questo punto di vista non viene ritenuta né valida né attenuante la decisione di procedere a una vendita sottostimata per assenza di altre proposte di acquisto, perché, nel caso, si sarebbe dovuto vendere solo e soltanto in presenza di un prezzo congruo, ricorrendo, in caso contrario, alle normali procedure fallimentari. Alle banche si deve quindi contestare non tanto l'aver fatto ricorso per esercitare un diritto sancito del creditore ipotecario, ma il modo in cui esse ebbero a largheggiare negli anni passati, accordando milioni di euro di crediti quando la Antonio Merloni aveva già cominciato a essere un gigante dai piedi di argilla destinato al crollo. Ma l'ordinanza esecutiva - a cui Porcarelli può opporre reclamo in Corte d'Appello entro dieci giorni dalla notifica - svolge anche, come riflesso involontario del suo impatto, una funzione politica non contemplata dagli intendimenti del Tribunale ma che riconduce, ancora una volta, ai nodi fondamentali di quanto è accaduto a questo gruppo industriale, imploso su se stesso senza lasciare l'ombra di quegli interrogativi fondamentali che, invece, ritornano oggi di drammatica e stringente attualità: come è potuto accadere che un'azienda di quelle dimensioni si sbriciolasse nel giro di pochissimi anni? Fu solo un’incapacità cronica di cogliere le trasformazioni del mercato o ci fu pure il concorso decisivo di una mala gestione di cui sembra impossibile risalire a nomi e volti? Insomma, chi furono i dirigenti che gestirono, in posizione preminente, quelle lunghe e convulse fasi di declino accompagnate da errori strategici imperdonabili ? Quali poteri decisionali potevano esercitare i top manager, seppur in presenza di una vocazione notoriamente accentratrice, come quella espressa dal patriarca Antonio Merloni? Quali coperture - politiche e di potere economico - sono state attivate per evitare che fossero intentate azioni di responsabilità nei confronti di un management a cui la normativa attribuisce specifici poteri decisionali e conseguenti assunzioni di responsabilità? Per quali ragioni le organizzazioni sindacali evitarono di denunciare la situazione aziendale, nonostante le nude cifre dei bilanci d'azienda fornissero, anche ai più profani, spunti ed elementi di chiarissima valutazione? Il punto è che il sistema politico ed economico locale decise coralmente di nascondere la verità e di gettare la polvere sotto il tappeto, nella speranza di poter sanare a posteriori il caos che si era venuto a determinare e con l'obiettivo di non mettere troppo in agitazione, elettorale oltre che sociale, le migliaia di lavoratori coinvolti. La vendita a JP è stata, quindi, soltanto l'epilogo minore di un gigantesco e irresponsabile processo di rimozione, di cui Porcarelli - verso il quale non sono mai stato tenero - rischia di rappresentare niente di più che l'anello debole e il capro espiatorio. Come dice sempre un mio amico, forgiato dall'occhio critico, per far saltare questo sistema di pietra rinforzata dal cemento era necessaria un'ingerenza esterna, un qualche fatto che disarticolasse questo feroce e decennale sistema di falsificazione. L'ordinanza del Tribunale di Ancona ha aperto uno squarcio di verità conclusiva sul modello Fabriano e duole che a pagarne il prezzo più alto siano gli operai e i lavoratori di quella che fu l'Antonio Merloni. Nel frattempo, causa spostamento del focus sociale e mediatico, in Indesit, forse, c'è chi festeggia si prepara al knock out.
    

20 settembre 2013

Revocata la vendita Ardo. Povera Fabriano. Poveri noi.



 
Alla fine la grande tegola, tanto a lungo evocata ed esorcizzata, e' precipitata dal cornicione in strada, travolgendo i passanti, forse disattenti ma non certo ignari: il Tribunale ha, infatti, disposto la revoca della vendita della Ardo alla JP Industries accogliendo, di fatto, il ricorso delle banche indispettite dalla brutale svalutazione dei crediti e le valutazioni del perito nominato dal Tribunale stesso che aveva accertato un valore di vendita della Antonio Merloni al gruppo Porcarelli di molto sottostimato rispetto all'entità della transazione effettivamente accordata. La sentenza è immediatamente esecutiva e, al di la' delle disposizioni del giudice, ciò significa che, come in un drammatico gioco dell’oca, si torna indietro di parecchie caselle, riaprendo una ferita economica, sociale ed occupazionale che non era stata certo sanata dalla strana e, per certi versi, opaca acquisizione da parte di JP. Un’operazione che non ha mai convinto dal punto di vista industriale, che ha sempre emanato un persistente odore di papocchio e che era sembrata digeribile soltanto perché l’ultima e l’unica proposta rimasta in campo dopo le rocambolesche defezioni degli iraniani e dei cinesi. La decisione del Tribunale, a questo punto, riscrive per intero il copione della vicenda e apre la strada a due possibilità: procedere formalizzando  il fallimento della Ardo, chiudendo la fase degli ammortizzatori sociali lunghi, o riaprire le danze pubblicando un nuovo bando internazionale di vendita, sotto l'ombrello infinito e sempre piu fittizio della Legge Marzano. Fermo restando che Porcarelli ha la possibilità di fare ricorso, o per invalidare la sentenza o quanto meno per chiedere che gli siano riconosciuti i danni per il periodo in cui si è fatto carico di gestire stabilimenti e strutture. Un ricorso che rinchiuderebbe i lavoratori in un limbo segnato dall'assenza di regole, di prospettive e di precedenti su cui far leva. In questo quadro, però, è difficile immaginare nuovi acquirenti internazionali, perché non ci sono marchi appetibili da acquisire, strutture commerciali d'avanguardia da rilanciare o clientela di prima fascia da servire ma soltanto tecnologie obsolete e impianti superati. Risulta assai più probabile, quindi, la via del fallimento, con il suo corollario di effetti collaterali sui settecento lavoratori inizialmente riassorbiti da JP, che si ricongiungeranno con la quota di maestranze rimaste fuori dalla ricollocazione produttiva. Purtroppo l’intera vicenda Ardo è stata trattata e gestita male, sin dalle prime fasi, mescolando finzioni politiche, mascheramenti giornalistici e opportunismi mediatici e di potere, in un vortice di menzogne di cui oggi pagano le conseguenze i lavoratori e i cittadini di Fabriano e dei comuni della dorsale umbro marchigiana. Perché, come sempre accade, cancellare la storia industriale di un grande grupppo e rifiutarsi di attribuire le giuste responsabilità ai protagonisti è solo un modo per posticipare la resa dei conti e i nodi al pettine, rendendo gli effetti del posticipo sempre più insopportabili e amari.Povera Ardo. E povera Fabriano.
    

Il Giancarlo Furioso rientra, saluta e se ne va

Il Consiglio di Stato ha provveduto a reintegrare Giancarlo Bonafoni nel civico consesso di Fabriano, bocciando il pronunciamento del TAR che, in prima istanza, aveva accolto il ricorso della Lista Paoletti, sulla ripartizione dei seggi - tra maggioranza e minoranza - successiva alle elezioni comunali dell'anno scorso. Voci di piazza e di corridoio sostengono, in punta di diritto, che non sia finita qui. Pare, infatti, che una sentenza della Corte di Cassazione su alcuni tecnicismi relativi alle modalità di ricorso, potrebbe condurre a un nuovo procedimento amministrativo che, alla fine dell'iter, disarcionerebbe nuovamente Bonafoni, restituendo lo scranno perduto all'uscente Mastro Sandrone Romani. In attesa di nuovi eventi proviamo a bloccare a ieri la sequenza di fotogrammi che ha scandito questa interminabile "saga del riparto". E il fermo immagine che se ne trae narra di una seduta del Consiglio Comunale in cui il rientro di Bonafoni non si è svolto con un pacifico e sorridente "ribenvenuto a bordo" ma è stato segnato e accompagnato da un furioso sfogo del rientrante, una coda polemica - per ora al netto di conseguenze politiche - che consente di misurare il livello di decadenza raggiunto dai meccanismi di solidarietà e coesione politica al tempo dei rottamatori, dei Fonzarelli, dei gerontofobi e del neofascismo di chi valuta le persone in base al dato anagrafico. Bonafoni ha, infatti, annunciato l'intenzione di lasciare il gruppo del PD per dare vita a un gruppo autonomo. Uno strappo generato dalla solitudine politica e dalla sensazione di essere stato abbandonato dal suo partito che lo ha mollato al suo destino ritenendolo più un peso che una risorsa. Certo, Bonafoni incarna una concezione politica d'altri tempi, ancorata a una visione da Nonno Libero - col crine innaturalmente scuro e gli occhi tagliati lunghi come un Tutankhamon senza Piramide e senza Sfinge - che mal si concilia con i sempre incombenti leaderismi estetici. Ma se i partiti fossero ancora una cosa semiseria, un atto di accusa di questa risma avrebbe dovuto suscitare, nel Pd, un dibattito al limite dello psicodramma. Invece, come mi ha raccontato un peso massimo del partito democratico, avvezzo alla confidenza discreta, tutto si risolverà senza spargimenti di sangue perché Bonafoni è un buono e di certo non creerà problemi alla navigazione sempre più insensata e perigliosa dei Pirati dei Caraibi Sagramola & Tini. Ma quel che più deprime è la totale leggerezza con cui viene affrontato e archiviato il dissenso, a maggiore ragione se a farse interprete è un onesto dinosauro come Giancarlo Bonafoni. Stiamo parlando, infatti, di un prodotto dignitoso della democristianeria fabrianese, di un ferroviere bianco - infarcito di spirito dopolavorista - che è sopravvissuto alla pressione egemonica della rotaia rossa, a quel nucleo storico di ferrovieri comunisti di cui io stesso, in quanto togliattiano non moralista, fui politicamente vittima all'inizio degli anni novanta. L'elemento curioso del caso Bonafoni è che quanto non riuscì alla sinistra ferroviaria sia giunto a compimento, come in un contrappasso dantesco, grazie all'indifferenza mannara dei suoi sodali democristiani e renziani, che hanno cinicamente deciso di archiviare la pratica contando sull'indole rumorosa ma pacioccona di Bonafoni, sulla sua tendenza non vendicativa e sul fatto che velleità e risentimenti si affievoliranno rapidamente come un fuoco fatuo. A ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che essere democristiani non è una scelta politica ma l'effetto di un'inspiegabile perversione di natura da cui l'istinto e il fato mi hanno reso miracolosamente immune. E nonostante la lontananza antropologica mi auguro di cuore che a Giancarlo il Pennellone subentri un Bonafoni Furioso che, con spirito ariostesco, faccia come l'Orlando che "venne in furore e matto d'uom che si saggio era stimato prima".

PS: E' uscita la sentenza del Tribunale di Ancona sulla vendita della Ardo al gruppo Porcarelli ma non se ne conoscono ancora i contenuti.
    

19 settembre 2013

Piatto ricco...mi ci Ficco



Il Responsabile nazionale per gli elettrodomestici della Uil Gianluca Ficco ha fatto filtrare, attraverso la stampa, il contenuto di una conversazione informale svoltasi tra i rappresentanti dei sindacati metalmeccanici e i funzionari del Ministero delle Attività Produttive. La chiave di volta di un cambio di passo nella vertenza Indesit potrebbe risiedere nell'applicazione del cosiddetto contratto di sviluppo. Ovviamente la stampa smemorina tratta la materia con l’enfasi che, normalmente, si riserva a un colpo di scena, quasi narrando le gesta di un coniglio bianco improvvisamente sbucato dal cilindro creativo del Ministero e dei suoi tavoli sdoppiati. In realtà non siamo di fronte a un fatto nuovo ma a una rassicurante e speranzosa versione del cosiddetto usato sicuro, visto che di contratti di sviluppo si parlò nella riunione del tavolo istituzionale tra Indesit, Governo e Regioni tenutosi a Roma il 23 luglio e su cui, in quella stessa giornata, scrissi un post intitolato “IRI profumo d’intesa al tavolo del bianco” che, chi vuole, può tranquillamente rileggere e consultare. In quella sede fu la Indesit a mettere in campo l’ipotesi del contratto di sviluppo, ossia di incentivi che possono essere richiesti dalle aziende per investire in progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale. Il Ministero delle Attività produttive, quindi, non fa altro che allinearsi a ipotesi di partnership tra pubblico e privato, finalizzate ad aggiungere finanziamenti all'ipotesi della Piattaforma di Ricerca, ideata e promossa dalla Regione Marche, anche considerando che il Decreto del Fare ha messo a disposizione 150 milioni di euro per rifinanziare i contratti di sviluppo nelle aree del Centro Nord. Da questo punto di vista fa bene il sindacato a non ostacolare l’istituzione della Piattaforma, ma è bene non sovrapporre i piani, perché in questa fase è facile inciampare nelle semplificazioni e negli equivoci, ad esempio mescolando contratti di solidarietà e contratti di sviluppo come fossero variazioni su un unico tema, ossia quello della migliore formula di inquadramento dei lavoratori da proporre per mantenere inalterati i livelli produttivi e occupazionali in Indesit. A questo punto sarà decisivo - per comprendere le linee di sviluppo possibile della trattativa tra azienda, sindacati e ministero – esaminare nel dettaglio la mission e il Piano economico della Piattaforma di Ricerca, coglierne le relazioni con la probabile dismissione dello stabilimento di Melano e valutare il rapporto tra entità degli investimenti pubblici ed eventuale contrazione del numero degli esuberi rispetto alla formulazione iniziale del Piano Indesit. Insomma, piatto ricco mi ci Ficco.
    

17 settembre 2013

Fabriano puliamola noi...di braccia e ramazza


Un paio di giorni fa ho pubblicato un post sulla “città sporca” che ha suscitato un’accesa discussione in questa pagina. La mia idea è che lo sporco nasca dal basso e dalla progressiva consunzione del senso civico. Di conseguenza un’azione correttiva non può che partire dal basso, dall'intervento di gruppi di persone non ancora corrose dalla prevalenza del familismo amorale che propone case pulite e strade sporche e tira una riga netta e dirimente tra la dimensione pubblica e quella privata dell’agire. In questa spinta dal basso – che è valorizzazione dei beni comuni - la politica è soltanto un ingombro e un peso morto, perché essa si configura, sempre di più , come uno spazio di vita associata sterilizzato e intaccato dall'egocentrismo autoconservativo dei suoi esponenti, senza distinzioni figure di maggioranza ed esponenti dell'opposizione. Ciò vuol dire che per restituire un filo di decoro a questa città, vittima di abbandono amministrativo e d’incuria progettuale, occorre rimboccarsi le maniche, riscoprendo direttamente una nuova e più concreta idea di cittadinanza attiva. Non dico che è giunto il momento di metterci la faccia, perché trattasi di frase insopportabilmente retorica, ma quanto meno mettere in circolo un po’ di braccia e di ramazza. Per non risultare velleitari, e realizzare un intervento efficace, la buona volontà del singolo è una condizione irrinunciabile ma da sola non basta. E’ necessario un luogo collettivo in cui l’intervento stesso possa coagularsi, organizzarsi e sottostare a giusto e sano coordinamento. Ma creare l’ennesima associazione tematica – che segmenta invece di aggregare, riducendo la forza d’urto di una potenziale massa critica – non ha alcun senso empirico e di risultato, anche se la gemmazione infinita è una tendenza innata dei fabrianesi, eternamente in gara tra loro per dimostrare di essere i più belli, i più intelligenti e i più fighi del reame. Occorre, quindi, comprendere la mission delle associazioni e correlarla alla natura di un intervento che non è semplicemente di pulizia urbana e rimozione dei rifiuti sparsi, ma di recupero della bellezza e di manutenzione estetica dell’esistente. Ed è per questo che un’azione “Mastro Lindo”, realizzata dai fabrianesi per Fabriano, non può che essere sostenuta, organizzata e promossa dal Comitato per la Tutela del Giano. Non per delega che deresponsabilizza i proponenti ma per meriti direttamente acquisiti sul campo negli ultimi anni. Se abbiamo ripreso a discutere di urbanistica, se la valorizzazione delle cose e il recupero di luoghi e spazi abbandonati non sono più appannaggio di una ristretta cerchia di appassionati, di studiosi e di professionisti del settore, lo dobbiamo principalmente a questa “coalizione di volenterosi”, che ha provato a interpretare lo spirito della polis senza mai compromettere il senso della battaglia civica con obiettivi collaterali e funzionali ad operazioni di promozione e di consenso politico individuale. Per una volta è il caso di sdoganarci da tutor e tutele. Chiedendo a politici e affini di rispettare la città, facendo un passo indietro rispetto alla libera iniziativa dei cittadini e tenendosi a debita distanza da partecipazioni attive che emanano sempre un chiaro odore di di strumentalismo. Perché irrefrenabile, in loro, è la sindrome di Re Mida, ma con la differenza sostanziale che quel che toccano non si tramuta in oro ma volge drammaticamente in merda.
    

16 settembre 2013

Sagramola arde d'amore per Milani e vede l'Eden nella Death Valley

Giancarlo Sagramola ha osservato un lungo silenzio sabbatico sulla questione Indesit, una parentesi all'incirca trimestrale che fa risalire alla manifestazione fabrianese di metà luglio i suoi ultimi pronunciamenti, in fascia tricolore, in merito al Piano della multinazionale del bianco. Eppure il primo cittadino fu immediatamente e severamente prodigo di parole e moniti quando Milani propose e impose redditività in cambio di sacrifici umani. Al punto di farsi voce istituzionale del rifiuto, con la barba sale e pepe infoltita dalla speranza di una trasfigurazione cofferatiana, buona anche senza l’articolo 18 e i milioni al Circo Massimo; un sindaco sindacalista pronto ad afferrare microfoni, a rincorrere intervistatori e a intercettare il "ciak si gira" più adatto per un rimbalzo d'immagine, quella dell'amministratore insonne, con le occhiaie scurite dal vizio della solidarietà e lo sguardo rivolto al cielo, come i soggetti controriformisti delle tele di Guido Reni. In questo cimento glorioso il pezzo forte dell'ipercinetico agire sagramoliano è stato, senza dubbio, la rivendicazione del filo diretto con Milani. Si comincia l'11 di giugno, quando Sagramola incontra il Presidente della Indesit e, il giorno dopo, dichiara ai giornali: "Io ho spiegato le ragioni dei lavoratori, che condivido in pieno, lui ha subito messo in chiaro di non voler arretrare sugli esuberi né sulla decisione di dismettere l'attività a Melano". E per rimarcare la posizione di forza, il Sindaco ebbe pure a rivelare, con involontario e gustoso umorismo, che Milani si sarebbe impegnato a inviargli, a stretto giro di posta, il piano completo. Così, giusto per dare un peso piuma alla sua fascia di primo cittadino e per gentilmente offrire la possibilità di uno studio dettagliato e risolutivo. Non si è mai capito fino in fondo il seguito relazionale dello storico faccia a faccia: se Sagramola sia riuscito a fare breccia nel cuore dell'AD, generando affinità elettive, o se il tutto sia rimasto confinato nella dimensione marmorea dell'evento rilevante ma senza strascico di diplomazie e contatti. Certo è che Milani, in questi mesi, non è mai arretrato di un solo millimetro dalle sue posizioni: né sul numero degli esuberi né sulla volontà di archiviare Melano. Ossia su due temi di assoluto dissenso rimarcati, a suo tempo, dal Giancarlone sindacalizzato. Un Giancarlone che, poi, lungamente tace e di colpo ritorna. E si fa vivo parlando ancora di Milani, segno che l'AD resta, in forma quasi gucciniana, la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, la cartina di tornasole di un desiderio di legittimazione d'alto bordo che va e viene senza mai trovare pace e soluzione. Ma sono cambiati il registro e i contenuti: non presiede più la distanza ma lo spiraglio. Milani conferma quel che diceva e Sagramola smentisce quel che affermava: "Le ultime dichiarazioni di Milani qualche incoraggiante segnale d'apertura l'hanno fornito. Obiettivamente la volontà di ricorrere ad ammortizzatori sociali per tre anni e incentivi all'esodo la intendo come un primo passo verso la linea del dialogo con i sindacati". Siamo, evidentemente, ben lungi dai cortei di luglio, dalle fiaccolate e dall’ira del capo corteo in grisaglia. Quel che fu ripugnante ora s'abbozza, l'indigeribile lentamente si metabolizza e la death valley diventa oasi ed eden. Ma il cuore del nuovo corso sagramoliano non è nel vedere il buono che non c'è e la luce che non brilla ma nel desiderio di nuove vicinanze: "Dopo quel vertice (quello del 23) anche io conto di essere ricevuto da Milani per fare il punto della situazione". Come mi ha insegnato un  vecchio e acuto sindacalista Fiat - di cui ho la fortuna di essere amico - la parola "anche" è quella che più di ogni altra cambia il senso delle cose. L'anche sagramoliano evoca una fiumana, una lunga fila di persone convocate per conferire con l'AD e sentirsi dire che al massimo si cambiano le virgole. Speriamo almeno che bibite e tramezzini siano di buona qualità. Il Sindaco, di certo, ci riferirà in proposito.
    

15 settembre 2013

Ahi serva Fabriano di sporcizia ostello!

Foto di Roberto Becchetti
Quando si attraversa un momento difficile capita di lasciarsi andare, di adattarsi passivamente alla negatività dei pensieri e di affrontare le cose con la bandiera bianca bene issata davanti. E'una scorciatoia istintiva e comoda, una rovinosa zona di comfort a cui si fatica a resistere e che inaugura prolungati stati depressivi, in cui chi dovrebbe reagire si ritrova, congiuntamente, Saturno e se stesso contro. In quei momenti l'imperativo diventa sopravvivere e uscire dal circolo vizioso. Costi quel che costi. E si comincia a respirare di nuovo anche grazie a qualche forzatura formale e alla volontà di imporsi scelte e comportamenti, financo estetici, che si pongono faticosamente in contrasto con le tentazioni di inerzia e di arrocco che tanto agevolmente calamitano il depresso. Ragion per cui si pugna col destino cinico e baro anche attraverso i simbolismi, e quindi annodando una bella cravatta attorno al collo della camicia quando si avrebbe voglia di una maglietta lisa e ombrata di ragù, oppure rinnovando il taglio di capelli nel momento stesso in cui l'istinto, ineluttabilmente, spinge in direzione di una sintomatica capigliatura a cazzo di cane. E quel che vale per le persone si applica pure alle comunità che dovrebbero rispondere alle difficoltà, di congiuntura o di struttura, ricorrendo alla grande lezione del decoro urbano, della bellezza declinata per strade e per vicoli, della pulizia come antidoto al degrado delle cose, della manutenzione come nobile arte conservativa, della lotta alla sporcizia come frontiera e baluardo di moralità collettiva. Esattamente quel che non riesce a fare Fabriano che, giorno dopo giorno, appare sempre più sporca:: cicche, cartacce, depliant di offerte speciali appallottolati, bottiglie di plastica e di birra ovunque. E' sufficiente fare una passeggiata guardando a terra, invece che davanti, per accorgersi di come la crisi economica sia diventata anche crisi igienica, disprezzo della cosa pubblica e abbassamento abissale del livello di educazione civica. Il paradosso è che la politica assume vigilantes e controllori per verificare il buon funzionamento della raccolta differenziata dei rifiuti e poi allegramente consente il lievitare della sporcizia pubblica e la metamorfosi di una intera città ridefinita a monnezzaro e a penosa isola di smaltimento. Nessuno pretende una città in abito da sera - perché è impossibile trasformare la provincia italiana in un'appendice imitativa delle bomboniere svizzere o austriache -, ma parlare di turismo regalando al forestiero il biglietto da visita di una città ridotta a "carta sporca", come la Napulè di Pino Daniele, è davvero la summa teologica delle nostre contraddizioni e della presunzione di avere le carte in regola non per incoronazione esterna ma per semplice e gradassa autoinvestitura. Ieri sera, tanto per rimarcare l'effetto deflagrante delle comparazioni, sono stato a cena a Bevagna e ho guardato in alto, davanti, in basso e dentro i molti locali aperti. E ho capito perché a Fabriano il turismo non decollerà mai. Facciamocene una ragione.
    

13 settembre 2013

Milani, l'Apache che prima tace, mai acconsente e poi lancia segnali di fumo



Ho scritto in più di un'occasione – per il poco che vale e il nulla che serve – che, nonostante l'impegno e la buona volontà, faccio sempre più fatica a comprendere il comportamento, le posizioni e gli attorcigliamenti mediatici e sindacali di Fim, Fiom e Uilm. In parallelo c’è, però, da dire che un certo sentore di barocco e di naif comincia ad emergere pure nelle prese di posizione di Milani, l'algido e distante amministratore delegato della Indesit. Dopo l’annuncio shock del Piano di Salvaguardia, il Top Manager scelse volontariamente la strada benedettina del silenzio assoluto e si inabissò di colpo come un corso d’acqua risucchiato dalle rocce carsiche; una scelta così radicale e ostinata che nemmeno le sollecitazioni più pesanti, pressanti e autorevoli sono riuscite a intaccare. Anche perché, in circostanze come queste, è sufficiente una parola dal sen fuggita o una virgola mal disposta ad alimentare un sistema autopropulsivo e matto di deduzioni e congetture. Ultimamente, invece, dai vertici dell’azienda sono cominciate a filtrare – a tutta callara - dichiarazioni, precisazioni e indicazioni riguardanti il futuro. Un cambio di passo mediatico che ha spinto a supporre che tanta inattesa logorrea fosse il preludio di un accordo pressoché siglato, dato che – da che mondo è mondo - un accordo, quale che sia il suo contenuto, viene sempre annunciato e fatto digerire con congruo anticipo alle maestranze, alla cittadinanza, ai critici e agli scettici. E l’intervista di Milani, rilasciata domenica al Corriere della Sera - vista e considerata la tranquilla sicumera del CEO Indesit circa accordi, prospettive e scenari di mercato - sembrava davvero il de profundis, la definitiva saldatura dello zinco sul cofano mortuario della lotta operaia. Invece oggi Milani ha nuovamente chiamato a raccolta i giornalisti per una conferenza stampa. D'istinto ho pensato che fosse in procinto di comunicare buone o cattive nuove, ma il comunicato Ansa – nel rimarcare i contenuti della perorazione milanesca – ha soltanto confermato che non ci sono nuove di alcun genere rispetto a quanto il vertice Indesit va ripetendo dai primi di giugno: nessun licenziamento, nessuna intenzione di abbandonare l’Italia, nessuna retromarcia sul numero degli esuberi, razionalizzazione produttiva attraverso l’accorpamento degli stabilimenti di Melano e Albacina, trasferimento in Polonia delle produzioni più soggette alla concorrenza sul costo e alto di gamma tra Marche e Campania. Viene quindi naturale chiedersi come mai Milani abbia sentito il bisogno di un nuovo giro mediatico, a distanza di una sola settimana dall'intervista al Corriere, in cui recitare per, filo e per segno, un copione già rodato e per questo classico nella sua routine. Sicuramente la conferenza stampa non è stata convocata tanto per ammazzare un po’ di tempo in vista del weekend. L’impressione è che, dati i contenuti non propriamente esplosivi, la chiacchierata con i giornalisti sia servita per lanciare qualche segnale di fumo, in perfetto stile apache. Ma a quali destinatari? Non certo al microcosmo fabrianese, ossia a lavoratori, sindacato e cittadini, che ben conoscono i contenuti e le posizioni dell’azienda e non hanno certo bisogno di rinverdirne punti e spunti. Altrettanto sicuramente il segnale di fumo non era indirizzato a Piazza Affari, visto che il titolo Indesit ha reagito alla grande all'intervista del Corriere e che gli operatori di Borsa non hanno certo bisogno della ripassata per attivare le loro azioni speculative sui mercati azionari. Insomma, afferrare il linguaggio e le intenzioni criptiche del Geronimo della Indesit sta diventando intellettualmente impegnativo, ma sorge il dubbio che la presa di posizione a favore dei lavoratori da parte della Boldrini – con tanto di foto di gruppo, maglietta in dono e impegno a intervenire sul Governo e sulle commissioni parlamentari – possa avere convinto Milani a intervenire di nuovo sulle intenzioni, per ora non integralmente delocalizzatorie, del gruppo fabrianese, magari per arginare un possibile indebolimento istituzionale della posizione Indesit ai tavoli romani di negoziazione. Ma, ovviamente siamo nel campo del possibile e delle congetture. Ragion per cui restano aperte le iscrizioni per tutti coloro che desiderano ampliare il livello delle ipotesi e delle possibili motivazioni. Augh!!
    

Tutto Indesit tra loquaci, silenti e pizzicagnoli saggi


La pressione mediatica sulla vertenza Indesit prosegue senza sosta. E si fatica, sempre di più, a capire e distinguere tra le diverse posizioni ormai inquinate da vere e proprie cortine fumogene. Quel che è certo è che alcuni conti non tornano nel modo in cui i giornali e i media riportano la posizione del sindacato: con i titoli che proclamano intenti e sguardi unitari e gli articoli che esprimono, invece, contenuti tesi a prefigurare un sottofondo più complicato e divisivo. Ieri a Roma, tanto per dire, si è tenuto il coordinamento di Fim, Fiom e Uilm che, secondo il Corriere Adriatico, avrebbe dato il suo assenso al progetto di Piattaforma di ricerca, messo in campo dalla Regione Marche per compensare la dismissione produttiva dello stabilimento di Melano. In realtà non è possibile rintracciare alcun comunicato congiunto delle tre sigle sindacali e ciò che il giornale propone come posizione ufficiale della triplice non è altro che una considerazione deduttiva, ricavata da una frase, peraltro assai prudente, pronunciata dall'assai loquace Andrea Cocco, della Fim Cisl, circa la necessità di verificare la disponibilità e le intenzioni dell’azienda al tavolo ministeriale del 23 settembre. Ma il problema, ovviamente, non è soltanto di qualità e di correttezza dell’informazione - tema su cui è il caso di mettersi definitivamente l’anima in pace - quanto di cogliere ed evidenziare il rischio che corre il sindacato di farsi dettare, mediaticamente, la linea da terzi, senza comprendere il bisogno strategico e chiarificatorio di assumere una posizione ufficiale e unitaria da comunicare alla stampa, ai lavoratori e ai cittadini. L’opera di baccano mediatico prosegue poi sul Resto del Carlino, che titola a tutta pagina “ La buonuscita soddisfa i sindacati” e giunge a quantificare l’ammontare dell’incentivo all'esodo volontario, fissato a 28 mila euro, quando tutti sanno che si tratta di un valore in cui si combinano e si ponderano diversi parametri di calcolo poco compatibili col gioco di numeri, in stile lotteria popolare, che tanto appassiona i gossip pari locali. Anche in questo caso, tra l’altro, il titolo risulta nettamente fuorviante rispetto al contenuto, e quelle che vengono definite “prove tecniche di intesa” tra azienda e sindacati non sono altro che il frutto, superficiale e approssimativo, dell’ennesima dichiarazione del Loquace Cocco, che considera quella della buonuscita – legittimandola senza concordarla con i silenti di Fiom e Uilm - un’iniziativa da prendere comunque in considerazione. La lettura mediatica del Carlino è semplice: esiste una vera e propria coincidenza politica, sindacale e organizzativa tra il concetto di sindacato e il concetto di Fim Cisl. Trattasi di una violazione brutale e strumentale del principio di realtà perché ciò che sostiene Cocco rappresenta soltanto quel che pensano i vertici della Fim e i suoi iscritti, dato che anche le posizioni più unitarie riguardano sempre la somma degli iscritti alle tre sigle sindacali e non i lavoratori erga omnes, purtroppo costretti ad essere rappresentati anche quando non hanno sottoscritto una tessera e una delega. Resta il fatto che quando Cocco, come l’Uomo del Monte, dice si all'ipotesi di esodi incentivati fa del male al sindacato, ai lavoratori e alla vertenza: al sindacato perché accetta che il rapporto tra azienda e lavoratori diventi fatto individuale e non più mediato dalla rappresentanza collettiva; ai lavoratori perché li abbandona a una scelta solitaria - accettare o meno il bonus – in cui il denaro costituisce spesso una tentazione allettante ma di corto respiro e senza prospettive (pochi, maledetti e subito); alla vertenza, perché accettare la modalità dell’esodo volontario significa fare proprie le esigenze espresse nel Piano Industriale dell’azienda senza dichiararlo apertamente, ma anzi continuando ad inasprire le parole; parole che, appunto, diventano tanto più aspre e radicali quando più spinto e deprecabile è il livello di compromesso cui si è giunti. Stamattina un amico commerciante, a questo proposito, mi ha regalato una perla di “naso sindacale” che mi piace riportare testualmente: “Gian Piè si questi accetta la bonuscita vordì na cosa sola: che non glie frega ‘n cazzo della lotta ma solo de di de scì a portà via tutto”. C’è molto più sindacato nel buonsenso di un pizzicagnolo che in mille, pompose, sigle federali e confederali.