6 marzo 2015

Il tallone oltrista del candidato Ceriscioli

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"Venite, amici, che non è mai troppo tardi per scoprire un nuovo mondo. Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte". Queste parole del poeta inglese Alfred Tennyson furono uno dei refrain di successo attorno ai quali Achille Occhetto costruì la narrazione della svolta che condusse allo scioglimento del PCI.

L'invito ad andare oltre conteneva un'indicazione che avrebbe condizionato la storia della sinistra: uscire dal comunismo senza approdare alla socialdemocrazia, ma con l'alibi di una ricerca tutta da compiere e da inventare. A rileggerla oggi può sembrare una citazione anacronistica come il contesto politico a cui si riferisce, ma paradossalmente contiene un potenziale descrittivo che riguarda il presente e può essere utile anche per interpretare un elemento di cronaca politica come il risultato delle Primarie del Pd marchigiano.

La sfida tra Ceriscioli e Marcolini è stata letta e interpretata in tanti modi: melodramma di partito, frattura interna a un gruppo dirigente, riflesso politico della rottura di equilibri territoriali, conclusione di un decennio di subalternità alla leadership centrista.

A me pare che oltre al tema fondamentale della frattura territoriale ci sia anche quel riflesso oltrista che emerse con la fine del PCI. E non inganni l'accaduto di questi ultimi tempi. Due anni fa, per dire, furono in molti a leggere il risultato delle Primarie del Pd per la scelta dei candidati alle elezioni politiche, come il primo step della riconquista del partito da parte della componente ex comunista. Un percorso che, a detta di qualcuno, si sarebbe completato con la rottura politica con Spacca e con la scelta di Ceriscioli come candidato Governatore. 

In realtà l'esito delle Primarie di domenica scorsa non sembra configurare la rinascita di un monolite di derivazione diessina in quanto lo scontro tra Ceriscioli e Marcolini sembra piuttosto la rappresentazione della "dialettica eterna" che segna da tempo il passo della sinistra più che il ritorno a un vecchio modello di egemonia d'apparato: quella tra la componente oltrista e tennysoniana incarnata da Ceriscioli - animata da quello che Sartori definisce "novitismo", ossia un cambiamento fine a se stesso, spinto fino all'estrema teorizzazione del rottamare come disegno riassuntivo del nuovo - e la solida linea della destra migliorista di Amendola e Napolitano, con la sua passione del realismo e della gradualità, che ha trovato in Marcolini un valido interprete a prescindere dalla sua collocazione nella vicenda correntizia dei comunisti marchigiani. 

Quando Marcolini ha messo in guardia Ceriscioli dal rischio del grillismo non ha fatto altro che rimarcare la divisione profonda tra una sinistra socialdemocratica che si interroga sul governo della Regione e una che nella ricerca ostinata "dell'andare oltre" riduce inevitabilmente il proprio assalto al cielo al bisogno di rimpiazzare una elite con un'altra, ossia con sè stessa. 

Una vittoria di Marcolini avrebbe messo in difficoltà il disegno politico del centro perchè un Pd a trazione socialdemocratica era in grado di riassorbirne la dialettica tecnocratica e moderata. Con la vittoria oltrista di Ceriscioli nel PD si delinea, invece, una deriva dei continenti che spinge la socialdemocrazia verso il centro: per affinità di linguaggio, sensibilità di approccio, cultura razionalista e lettura dei problemi. 

E alla fine se è certo che in politica contano i numeri, il potere e i rapporti di forza, è anche vero che si tratta di elementi che nascono sulla base delle culture politiche, in ragione della loro affinità e della geometria dei loro posizionamenti. Ed è per questo che la lotta tra vecchio e nuovo non spiega mai i processi profondi della politica e le sottili alchimie che inevitabilmente li accompagnano.
    

2 commenti:

  1. Proprio perché sono i numeri a contare, gli elettori che sono andati a votare alle primarie sono molto pochi per un partito che rappresenta e ha l'ambizione di rappresentare la maggioranza.

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  2. ma secondo voi la gente, quella che ironicamente si pronuncia con due gg, quella che va a votare, fa tutti 'sti ragionamentri contorti, da far scoppiare la testa? ecco la radice del diaframma tra politica e popolo.

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