13 gennaio 2014

Lo strano caso della Tes.Com. tra il Rag.T e la Dott. I.R.

Ieri, parlando di bollettini e mense, si è accennato di sfuggita alla questione della tesoreria comunale. Si tratta di un servizio che il Comune ha affidato nel 2008, attraverso un bando di gara di procedura aperta correlato a uno schema di convenzione approvato con delibera del Consiglio Comunale n°140 del 16 settembre 2008 (Schema di convenzione). Nel bando era previsto che "l’affidamento avrà la durata di anni 5 (cinque) a decorrere presuntivamente dall’01/01/2009 e comunque dalla data di effettiva consegna del servizio attestata da apposito verbale. L’appalto potrà essere rinnovato, d’intesa tra le parti e per non più di una volta, qualora la normativa vigente lo consentirà" (Bando per Tesoreria Comunale). La gara si tenne il 27 novembre del 2008 e il servizio di tesoreria fu affidato alla Carifac che fu l'unica a concorrere e a depositare il plico (Verbale del bando di gara). Di fatto tra la gara e la decorrenza trascorse un tempo tecnico pari a poco più di un mese, a cui va aggiunto il lasso temporale intercorso tra la data di pubblicazione del bando - 14 ottobre 2008 come la corrispondente determinazione dirigenziale n. 890 - e l'apertura delle buste. Ossia un paio di mesi in totale, segno di una procedura non esattamente comparabile alla velocità di un colpo di pistola. Fatti due conti e ragionando sull'oggi, l'affidamento quinquennale del servizio di tesoreria dovrebbe, quindi, essere scaduto in data 31 dicembre del 2013. L'art.27 dello Schema di Convenzione prevede che alla scadenza del mandato il Tesoriere, in caso di specifica richiesta dell'ente, debba continuare ad erogare il servizio per almeno un altro anno. Il che renderebbe del tutto legittimo il fatto che, ad oggi, il servizio di tesoreria comunale continui ad essere garantito da Veneto Banca, in quanto soggetto che ha incorporato la Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana titolare dell'affidamento. Il problema è che il 21 giugno 2013 il Tar della Campania - in risposta al ricorso presentato da una società privata di riscossione dei tributi, a seguito di una deliberazione del Consiglio Comunale di Frignano che aveva rinnovato l'affidamento del servizio di tesoreria senza ricorrere alla gara pubblica - ha depositato la sentenza n° 3261 (Sentenza del Tar della Campania), con cui chiarisce che le modalità di affidamento del servizio di tesoreria da parte di un ente locale non possono mai prescindere da una gara di pubblica evidenza, e che un eventuale rinnovo dell'affidamento a un medesimo tesoriere non può che essere la risultante della partecipazione a un bando di gara. Nella suddetta sentenza il Tar della Campania - a riprova della fondatezza delle sue asserzioni - fa anche riferimento ad alcuni pronunciamenti del Consiglio di Stato laddove la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Campania afferma che "in seguito all’entrata in vigore dell’art. 23 della legge n. 62/2005, la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha chiarito che, in tema di rinnovo o proroga dei contratti pubblici di appalto non vi è alcuno spazio per l’autonomia contrattuale delle parti, ma vige il principio che l’amministrazione, una volta scaduto il contratto, qualora abbia ancora la necessità di avvalersi dello stesso tipo di prestazioni, deve effettuare una nuova gara (Cons.St. sez, IV 31.10.2006 n. 6457; Con. St. sez. V 8.07.2008 n.3391; Cons. St. sez. V 11.05.2009 n.2882)". Siccome siamo di fronte a una materia articolata e complessa - complicata dal mormorìo cittadino che ipotizza una volontà di Veneto Banca di dismettere il servizio di tesoreria comunale non solo a Fabriano ma anche in altri comuni del comprensorio montano - sarebbe interessante capire quale sia, in materia, lo stato dell'arte del Comune di Fabriano: se l'affidamento del Servizio a Veneto Banca sia ufficialmente scaduto in base alla decorrenza prevista dal bando di gara del 2008; se, alla luce dei pronunciamenti della magistratura amministrativa precedententemente riportati e della tempistica necessaria, sia stata indetta una gara ad evidenza pubblica per il nuovo affidamento; se esista un atto ufficiale - al di là di quanto previsto nello schema di convenzione, che sembra essere smentito dalla giurisprudenza amministrativa - in ragione del quale Veneto Banca possa continuare a erogare il servizio di tesoreria comunale. Si tratta di aspetti che gli scrupolosi e indefessi attuatori della norma che siedono tra Palazzo Chiavelli e Piazzale 26 settembre 1997 avranno sicuramente considerato. Ma vale comunque la pena, con lo spirito equanime e civico che caratterizza questo blog, di inoltrare una domanda al Rag.T e alla Dott. I.R per sapere se stavolta, e per una buona volta, concordano con tale rilievi o se come al solito ritengono più opportuno e evritiero eccepire.
    

12 gennaio 2014

Questione di stile... e di tesoreria

 
Stamattina il piatto è ricco e, ovviamente, mi ci ficco. Sui giornali di ieri era prontamente rimbalzata, attraverso le dichiarazioni del consigliere dell'NCD Urbani, la polemica relativa alla decisione di Sagramola che, invece di astenersi, ha votato a favore di sè stesso, di fronte a un ordine del giorno in cui gli si chiedeva espressamente di dimettersi. Stamattina, sempre a mezzo stampa, il Sindaco ha rispedito al mittente la critica, rivendicando il diritto di esprimere quel voto perchè non essendo in ballo una mozione di sfiducia ma un ordine del giorno il suo "no" era essenzialmente un segnale aggiuntivo di compattezza della maggioranza. Ora, se la politica fosse soltanto adesione insindacale a commi, regolamenti, paragrafi e grida manzoniane il ragionamento di Sagramola non farebbe una piega. Grazie al cielo la politica non è una derivazione minore del diritto amministrativo ma arte del possibile, ovvero spazio in cui è possibile combinare creativamente regole, abilità, realismo e manovra. Ciò vuol dire che la politica si basa su molti e diversi codici simbolici, linguistici e comportamentali che delineano uno stile della politica e dei politici, ovvero un insieme di caratteristiche che ne differenziano l'agire e lo caratterizzano in profondità. Non partecipare a votazioni che riuardano direttamente la propria persona, in tal senso, non è materia che si risolve arrampicandosi sugli specchi con le ventose del regolamento ma ricorrendo a una concezione dello stile politico che è anche consuetudine e bonton istituzionale. Un campo rispetto al quale Sagramola ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, di sapersi muovere con la levità di un ippopotamo tra i vetri soffiati di Murano.

Stamattina i giornali parlano diffusamente di una nuova grana che si è abbattuta sull'amministrazione comunale a seguito della recente spedizione, alle famiglie, di due bollettini di pagamento delle mense scolastiche che riportano date ravvicinatissime di scadenza del pagamento. Siccome i nervi sono molto tesi e l'aria caldissima, per via dello strascico lasciato in eredità dalla Tares, sono immediatamente montate le proteste dei cittadini, a riprova di una rottura sempre più profonda tra la città e chi la amministra. Attraverso i social network sono giunte le scuse degli uffici comunali, che hanno scaricato sulla banca incaricata di gestire la tesoreria comunale l'errore relativo alle date di scadenza dei bollettini inviati. Siamo certi che Veneto Banca saprà chiarire l'accaduto con il massimo della tempestività e dell'ufficialità, rimarcando anche eventuali responsabilità attribuibili alla controparte comunale oltre che difict di operatività dell'istituto.

Ma sulla questione dei bollettini eviterei di tirare la croce addosso alla Giunta. Un conto è infatti la Tares, che è intimamente legata a una volontà politica e a indirizzi tributari che ricadono in parte su chi governa la città, un conto è una sovrapposizione di scadenze che sarebbe pretestuoso ricondurre a un desiderio politico di mettere in difficoltà i cittadini. Ma se i fabrianesi faticano a distinguere un errore operativo da una scelta politica e se tendono a sospettare raggiri in ogni atto, la colpa non è della loro malizia ma di chi ha consentito che si rompesse quel patto di fiducia che dovrebbe legarli a chi li amministra. La misura è evidentemente colma ma, come emerso l'altra sera in Consiglio Comunale, chi governa preferisce ostinarsi nell'occultamento di cadavere, sperando che la città non si avveda fino in fondo di quel che sta accadendo e delle responsabilità storiche di chi continua a negare l'evidenza.
    

11 gennaio 2014

Il fumogeno riformista del Centro Sociale Fabbri


 

Ieri mattina il Centro Sociale Fabbri ha convocato una conferenza stampa per illustrare il progetto di Laboratorio Sociale e di gestione dell'ex asilo del Borgo. Ho avuto modo di leggere interamente e attentamente il documento che accompagna l'iniziativa e la sensazione è che i ragazzi del Fabbri abbiano deciso di investire strategicamente in un disegno innovativo di legalità e di socializzazione. Un rientro nei ranghi necessario per allargare le basi del consenso e mettere a disposizione della città un'ipotesi di partecipazione liberata da antagonismi e radicalismi identitari, che si sono a lungo configurati come limite costituivo e barriera all'accesso per tanti fabrianesi interessati a sperimentare forme innovative di socialità ma distanti dal retroterra politico del Centro Sociale. Il progetto si baserà, infatti, sul ruolo dell'associazione Il Cantiere delle Idee - associazione culturale e artigianale registrata presso la Camera di Commercio di Ancona - che si incaricherà di coordinare e gestire corsi di formazione, progetti sociali e attività ricreative in autofinanziamento. Di fatto il Cantiere delle Idee chiude la stagione "festaiola" del centro sociale, incarnando una svolta "migliorista" di "servizi alla cittadinanza" di cui potranno beneficiare Fabriano e, innanzitutto, i suoi giovani. Questo cambio di passo - sostenuto anche da 700 firme di cittadini che si sono schierati a favore del Laboratorio Sociale - rappresenta una svolta politica e culturale che la città deve raccogliere e che cambia radicalmente la scena conflittuale venutasi a determinare con l'occupazione dell'ex asilo del Borgo. Il disegno di legalità profilato dal Cantiere delle Idee - e sostenuto da una proposta di gestione legata anche a elementi di autonomia economica, di condivisione sociale e di garanza legale - di fatto vanifica la stravagante e barocca ordinanza di sgombero con cui il Sindaco provò goffamente a censurare un'esperienza di socializzazione di spazi e di relazioni sociali. Di conseguenza il progetto è anche un fatto politicamente rilevante e forse non è un caso che questo fumogeno riformista del Fabbri finisca tra le mani del Sindaco a poche ore di distanza dal brutto spettacolo di autoreferenzialità e chiusura inscenato in Consiglio Comunale dalla Giunta e dal primo cittadino. In questo senso quella del Fabbri è una spiazzante "mossa del cavallo" che costringe Sagramola a confrontarsi sul versante per lui più innaturale e impervio, quello del dialogo sociale con i soggetti collettivi e quello della risposta democratica ai problemi della città. E la svolta moderata del Fabbri mette all'angolo una Giunta che aveva sperato che la città dimenticasse rapidamente quanto accaduto a seguito dell'occupazione e i mille passi falsi commessi pur di stroncare - in modo puerile - un esperimento non istituzionale di democrazia municipale. Adesso Sagramola oscilla tra due diverse opzioni: accettare il compromesso proposto dal Fabbri - comprensivo anche di una diversa soluzione ubicativa - o rilanciare la linea dura dello sgombero. Nell'uno e nell'altro caso ne uscirà confermato il suo indecisionismo ondivago perchè sono stati gli occupanti e non la sinistra di governo a spostare il confronto su un terreno moderato e a rilanciare una proposta di autogestione legale e in economia che pare sia per i comunisti che per i liberali. In passato ho avuto molte e accalorate polemiche col Centro Sociale e, in modo particolare, con alcuni dei suoi esponenti. Polemiche che nascevano da una profonda distanza di punti di vista che non si cancella per decreto o con una spugna inumidita ma che non impedisce di immaginare comprensione e di ipotizzare aperture. E anche per questo sono tra i primi a rallegrarmi del passo in avanti che il Fabbri ha deciso di compiere, perchè un nuovo disegno di comunità non può fare a meno di una spinta dal basso in cui il fare non sia vincolato alle clientele, alla distribuzione di denari e prebende e alla tutela di microinteressi fintamente partecipativi.
    

10 gennaio 2014

Il Consiglio di ieri sera e il baco di Sagramola


 

Ho seguito il Consiglio Comunale di ieri sera in diretta streaming. Con la certezza che, alla fine, la matematica sarebbe diventata l’unica, possibile opzione politica di salvataggio del Sindaco Sagramola. La legge elettorale dei Comuni – lo ricordavo l’altra sera presentando il libro del Prof.Guido Crainz all’Oratorio della Carità – è figlia legittima e viziata di un’ebbrezza collettiva e maggioritaria. Un delirio dei primi anni novanta che ha fatto sì che, nell’amministrazione delle città, alla politica come arte del possibile subentrasse brutalmente una potenza dei numeri dura e livellatrice; una legge pensata per sostenere un bisogno di stabilità ma, alla fine, generatrice di una governabilità demenziale, scandita da comportamenti e atteggiamenti mediamente improntati a quel “dispotismo della maggioranza” che tanto inquietava le visionarie riflessioni del liberale Tocqueville. E ieri sera hanno trionfato i numeri della drogheria politica, quelli che non lambiscono mai il linguaggio matematico della bellezza, ma si assiepano attorno al meccanismo erto ma tagliente del far di conto. Era un esito prevedibile, perché la sequenza pluriennale dei precedenti non lasciava di certo spazio a possibili cambi di paradigma o a sentori di ribaltamento. E ciò che è prevedibile - per prima cosa - non scandalizza, perché è già tutto inscritto nei grigiori della routine e nella dinamica crudele della democrazia politica che, non lo si dimentichi mai, è sublimazione della guerra, ossia pratica improntata alla riproduzione perpetua del binomio vittoria e sconfitta. Eppure, anche nello spazio ristretto e perimetrato di un esito già conosciuto a priori, spicca – come elemento di differenziazione profonda – il valore del metodo adottato, perché il binomio vittoria sconfitta non è mai esaustivo in sé stesso ma si articola e si declina in modo assai più complesso e problematico. Perché si può vincere bene e vincere male, come rientra nel novero delle possibilità il perdere bene e il perdere male. Sagramola ieri sera ha vinto male. Ma anche questo non sorprende, perché al Sindaco manca quella "dura eleganza non cattolica" che gli avrebbe consentito di trasformare un passaggio politicamente difficile in un’occasione di rafforzamento della propria legittimità. Sagramola ha rimosso dall'orizzonte un dato strutturale del suo mandato e cioè il suo destino di Sindaco di minoranza, votato al ballottaggio da circa un quarto del corpo elettorale. Questo vizio di origine gli avrebbe dovuto suggerire un approccio empatico e relazionale, aperto alla città e ai suoi bisogni e a una minoranza da non derubricare a “fastidio” ma, piuttosto, da ritenere voce di una coscienza politica che stimola a migliorare capacità politiche e amministrative. Il goleador d'eccellenza , infatti, non segna a una squadra senza terzini ma è colui che possiede l'abilità di superare la linea bianca aggirando la resistenza accanita di un difensore di rango. Invece in Sagramola è prevalso il solipsismo ombroso, la pretesa di autosufficienza, il “dare retta” ad amici e sodali che avevano l’unica finalità di dimezzarne efficacia  e impatto. Ieri sera il Sindaco poteva finalmente giocare di rimessa, annunciando un fine mandato di diverso conio, dialogante e concertativo. E poteva provarci proprio facendo tesoro degli errori e dei passi falsi clamorosamente emersi nel corso della lunga vicenda Tares. Invece il primo cittadino ha delegato la sua difesa a un comunicato di maggioranza che resterà negli annali della povertà politica e linguistica cittadina, tagliando le unghie alla libertà di parola dei suoi consiglieri e trasformando Palazzo Chiavelli in un’aula sorda e grigia, ma senza neanche la tentazione anacronistica ma risoluta di un petto in fuori e di un mascellone volitivo. Fossi stato il Sindaco avrei bevuto fino in fondo l’amaro calice, incentrando la mia difesa sull'elogio dell’errore che, anche in politica, è la base dell’apprendimento e del miglioramento, e chiedendo alla maggioranza che, al di là del voto finale, si facesse carico di una severità politica e culturale superiore a quella prevedibile e fisiologica dell’opposizione. Invece abbiamo assistito all’umiliazione delle cariche elettive, alla saga silente di consiglieri evirati dal conformismo, impauriti dai comandi di scuderia, muti e ciechi come pesci di fondale, convinti dai capibastone che il libero pensiero sia la più subdola delle tentazioni e non l’espressione più luminosa del senso civico e della ragion di stato. Sagramola ha vinto male perché è un uomo che ha timore delle parole, perché è terrorizzato dalla dialettica che fluisce senza argini premeditati, perchè coltiva un desiderio assillante e condizionante, comprensibile in termini di potere ma estraneo alle ragioni di una politica ariosa e potente: durare. E quando durare è l'unico movente capace di animare atteggiamenti e decisioni, è naturale che venga travolto ogni argine politico, di confronto e, se vogliamo, anche di stile, fino a quel vero e proprio default simbolico rappresentato dal Sindaco che vota la fiducia a se stesso senza il bonton di astenersi almeno su qualcosa che lo chiamava personalmente in causa. L’opposizione, dal canto suo, ha fatto quel che ha potuto. Nessuno dei consiglieri di minoranza avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità di esibire lo scalpo di Giancarlone, ma c'erano risultati politici minori su cui valeva la pensa investire. E sicuramente due punti l'opposizione li ha portati a casa; da un lato moltiplicare l'azione stressogena su una maggioranza nervosa che ha ridotto le sue difese a un comunicato politicamente plumbeo e linguisticamente stentato, di cui nessuno dei consiglieri di prima linea si è sentito di riconoscere l’impronta e la paternità; dall’altro rafforzare una tendenza unitaria che se non configura, in filigrana, una possibilità di alleanza politica alternativa, di certo fa risaltare un ordito civico trasversale che può diventare un punto di riferimento per ampi settori della società fabrianese. Ma anche la minoranza merita qualche critica, perchè ha perso non bene ma benino. Essa, a mio avviso, non è riuscita a narrare efficacemente il tarlo di un’amministrazione che, in quanto statalista e cattocomunista, esprime un'innata tendenza alla moltiplicazione fasulla dei pani e dei pesci, animata ricorrendo a linee di compensazione finanziaria basate su una tassazione feroce e su pratiche di riscossione da colonia romana. Il baco di Sagramola, purtroppo per i fabrianesi, non è la Tares ma il modo illiberale di concepire il rapporto con la spesa pubblica e col contribuente, secondo il quale è sempre quest'ultimo il soggetto che gioca a barare rifiutando di versare, col sorriso sulle labbra, l'obolo necessario al mantenimento di queste sacche locali di spirito sovietico e di socialismo reale. Ed è esattamente questo, più che i tanti ma volatili tecnicismi della Tares, lo sfondo politico che sarebbe stato importante dare alla richiesta di dimissioni. Perchè il limite di Sagramola è intimamente politico e non può essere limitato alla fattispecie di questa vicenda tributaria che, a consuntivo, somiglia più a una linea di confine culturale che a un problema di bilancio e di equilibri contabili.
    

Fabriano tra luoghi e non luoghi: la comunità e l'individuo

Giorgio De Chirico - Piazza d'Italia 
Ieri sera in Consiglio Comunale è andata come era previsto che andasse. Senza sorprese e senza colpi di scena. Ragion per cui il commento può attendere ed è rimandato a stasera. Stamattina ritorno su quanto affrontato ieri, un tema cruciale per il futuro della nostra città, ovvero la progressiva dissoluzione di simboli che attraversa la quotidianità dei fabrianesi, proviamo quindi ad aprire nuove finestre legate alla sociologia dei luoghi, ospitiamo l'intervento di Nico Bazzoli, giovane fabrianese esperto di sociologia urbana e conoscitore dei processi di frammentazione del contesto sociale nelle città contemporanee. Un punto di vista su cui è possibile costruire una nuova visione della città, a partire dalla fine del benessere che ha scandito per molto tempo la nostra storia locale (GPS).

C'è un qualcosa di sconfortante nel vedere un centro commerciale brulicare di vita e nell'osservare, allo stesso tempo, una piazza storica sempre meno frequentata; qualcosa che mi prende nell'animo e mi fa riflettere sul tempo in cui viviamo. Il passaggio dal “Ce vedemo in piazza” al “Ce beccamo al centro commerciale” per quanto possa sembrare una semplice espressione che denota un cambiamento nei luoghi di ritrovo, in realtà cela significati tutt'altro che lapalissiani. Non si tratta, infatti, di semplici abitudini che cambiano, di una preferenza per il nuovo o di una modernizzazione che ha raggiunto le vallate appenniniche, quanto piuttosto di espressioni che denotano la morte dei luoghi in favore degli spazi di attraversamento e di consumo. L'antropologo francese Marc Augé, nel delineare quella che autodefinisce “un'antropologia della surmodernità”, coglie mutamenti come quello in questione nella dualità che si viene oggi a creare tra luoghi e non luoghi. Un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico e trova la sua massima espressione dove la comunità ha forgiato per decenni il suo senso di appartenenza e i suoi meccanismi di riconoscimento politici e identitari, come ad esempio nelle piazze. Uno spazio che non può definirsi identitario, relazionale o storico definisce invece un non luogo, un ambito che viene riempito in maniera funzionale. In questa contemporaneità si moltiplicano i punti di transito, si rimodulano i centri e le periferie, si sviluppano reti in cui grandi magazzini, distributori automatici e carte di credito riannodano i gesti di un commercio muto che ha perso ogni relazione con il vicinato, un mondo promesso all'individualità solitaria e al semplice passaggio. Una costruzione che entra in pieno contrasto con i luoghi, con la loro valenza di spazi pubblici d'incontro, ed è sintomo di un loro svuotamento di significato. In una uscita al centro commerciale il sistema relazionale umano viene mediato dall'atto di consumo e si può trovare il tempo per qualche fugace scambio di parole tra un acquisto e l'altro, tra l'uso di un servizio ed un orario di chiusura da rispettare. Il non luogo trasforma la storia e se ne appropria, non a caso Il Gentile è il nome utilizzato dal Simply. Trova nell'indole commerciale il suo fattore più attrattivo, la comodità di parcheggio e la collocazione in una zona di passaggio strategica della città penseranno a rimpirlo senza problemi. La distesa di macchine che il sabato pomeriggio si può ammirare senza alcuno sforzo visivo presso via Dante segna il passaggio di un'epoca in cui spazi commerciali privati divengono luoghi di ritrovo e aggregazione, mentre luoghi storicamente pubblici sembrano essere dei semplici spazi destinati a perire, in attesa di una loro “spettacolarizzazione” da un punto di vista turistico. A cambiare non sono semplicemente le abitudini dei fabrianesi ma il sistema stesso di relazioni sociali, che oggi tende a preferire le cattedrali anonime del consumo alle piazze in cui si forgia senso di appartenenza e cittadinanza. Uno stravolgimento che oggi dovrebbe far riflettere su come le “Due vasche per il corso” possano racchiudere un senso che va al di là della semplice passeggiata. Il Corso riacquisisce il suo valore di luogo plurimo solo in poche occasioni come il sabato mattina, momento in cui individualità e gruppi differenti si incontrano e si fermano a parlare di attualità cittadina, creando le basi di quella parte di dibattito pubblico che non nasce nei social network. E' il luogo che assume la sua funzione di catalizzatore politico e rivive la profondità della sua essenza. Al non luogo spetta invece l'anonimia di individualità che non si incontrano e di un'acquisizione di significati che non gli appartengono, assorbendo la funzione di mero contenitore di persone in cui non si forgiano idee ma si eseguono gesti automatici di un consumo che ha perso ogni valenza territoriale ed è divenuto macchina di guadagno per grandi corporation. Il luogo tuttavia può ancora essere ricreato, poichè è fatto di scambio, di relazioni e interconnessioni che la società civile è ancora in grado di ricreare in piccole forme. Mercati rionali, dibattiti pubblici, conferenze, iniziative culturali e una rete commerciale di piccoli negozianti legati al livello locale possono animare un nuovo sistema capace di bilanciare l'attuale prevalenza del non luogo sul luogo, dell'individualismo sul senso di comunità. Ma forse Fabriano per riscoprirsi comunità, per comprendere il suo senso di luogo, ha bisogno di un ulteriore passaggio: l'inevitabile fine di un benessere generale che ci ha fatto accettare ogni compromesso e che ci porterà a pensare alla cooperazione locale come mezzo fondamentale per il miglioramento generale della qualità della vita (Nico Bazzoli)
    

9 gennaio 2014

Il Tema di Lara



la pizza Doodle Archivio Fotografico - 13101790 
Oggi mi pare giusto meditare sul Tema di Lara. E non parliamo del capolavoro di Pasternak e di quel Dottor Zivago che ha portato generazioni di lettori e di cinefili nelle steppe innevate della Madre Russia. Il tema di Lara è tipicamente fabrianese e riguarda il più noto dei ristoranti cittadini che pare abbia chiuso i battenti. E’ un altro mattone nel muro della crisi, l’ennesimo sfaldamento di  una comunità che crolla su stessa anche attraverso la parabola declinante dei suoi simboli. La pizza di Lara e lo scoglio di Lara non sono stati, per lunghi anni, soltanto una mitologia gastronomica alimentata da una comunità abitudinaria e poco avvezza alla sperimentazione, ma una certezza relazionale, un elemento dell’arredo mentale dei fabrianesi che ha resistito al trascorrere del tempo e ai cambiamenti del gusto. Da questo punto di vista mi ha sempre colpito quell’insegna esterna mai rinnovata e quasi ridotta memoria in bilico di una continuità che non aveva bisogno di ritocchi visivi e di restauri formali. L’identità di una città si compone di tanti elementi e la sua anima più profonda si alimenta di suggestioni molteplici e varie. La chiusura di un ristorante, a volte, è capace di toccare corde emotive che vanno al di là del ciclo di vita di un pubblico esercizio. C’è un “sentimento del tempo” nelle cose che finiscono che è capace di narrare la crisi meglio di mille ricerche e report analitici. Fabriano è una città che ha sempre convissuto con sospetto con l’idea del fuori casa ma la pizza di Lara era la proposta che rendeva praticabile e conciliabile l’idea della condivisione esterna con la visione radicalmente casalinga dei fabrianesi. Non è quindi interessante sapere perché questa storia finisca e quale contesto abbia determinato il cortocircuito che ha spinto i proprietari ad adottare tale decisione. Così come non cambia la scena l’eventuale riapertura in nuovi locali e sotto nuove insegne. L’unica certezza è che si è interrotta un’emozione condivisa e si è infranto un simbolo della migliore socialità locale. Cose che prescindono dal gioco commerciale delle chiusure e delle riaperture. Il dato davvero sconvolgente è come ogni chiusura e ogni evento negativo che coinvolge ciò che resta del nostro tessuto economico, tenda a replicare assuefazione, a generare e diffondere una propensione digerente dove tutto viene consumato e metabolizzato senza lasciare traccia e senza animare una reazione di orgoglio o soltanto di scazzo. Fabriano perde pezzi e la cosa è considerata e ritenuta normale, come in una tombola rovesciata dove ognuno spera di non essere il prossimo numero estratto dal sacchetto e annunciato dal banco. Ed è facile immaginare che la doglianza prevalente, rispetto al Tema di Lara, sarà legata alla perdita delle pizze, degli scogli e dei frittini, dimenticando che non è questo il punto vero ma l’inarrestabile dissipazione di simboli che sta trasformando questa città in un luogo ameno senza storia e senza memoria.
    

8 gennaio 2014

Ancora Ardo! Ancora demagogie!

Sindacato partite IVAQuesto blog ha sempre seguito con interesse e partecipazione la questione Ardo e il seguito della storia in veste JP, assumendo una posizione solitaria e scomoda, ovvero di critica radicale rispetto alla cessione di quel che restava del gruppo Antonio Merloni all'azienda guidata da Giovanni Porcarelli. In virtù di questo oggettivo e incontestabile pedigree posso permettermi di non rimandare alle puntate precedenti, focalizzandomi invece su quanto accadrà oggi. E' infatti prevista una manifestazione unitaria delle sigle sindacali che, stamattina, daranno vita a una carovana lenta di automobili in direzione di Ancona, dove si terrà la prima udienza relativa al ricorso presentato dai Commissari e dalla Jp contro l'annullamento della vendita Ardo, sancito dalla Sezione Fallimentare del Tribunale di Ancona lo scorso settembre. Il segretario provinciale della Fiom Bassotti ha precisato che la finalità della manifestazione sindacale di oggi è soltanto quella di esprimere un chiaro dissenso nei confronti delle banche che, dopo aver dato il via libera alla vendita, hanno deciso di rovesciare l'approccio facendo valere, in sede giudiziaria, la propria posizione di creditori pesantemente esposti. Di fatto, però, la manifestazione si configura anche come un tentativo di influenzare le decisioni del Tribunale, anche se non si troverà mai nessuno disposto ad ammetterlo e questo intendimento non dichiarato incrina oggettivamente l'immagine del sindacato che, in quanto corpo intermedio, dovrebbe opporsi a qualsiasi tentazione e tentativo di ingerenza nelle decisioni dei poteri dello Stato. Ma il vero tallone d'Achille di questa manifestazione è la concezione di sindacato che essa lascia emergere. Il ruolo del sindacato, specie nei momenti di crisi, dovrebbe essere molto ben contornato: difendere la produzione e la capacità dell'impresa di produrre valore, perchè solo in questo modo è possibile tutelare l'occupazione e agire in termini di redistribuzione dei benefici generati dalla competitività aziendale. Diversamente si diventa gestori di ammortizzatori sociali e si fa patronato, trasformando il sindacalismo in una istituzione burocratica che non ha nulla a che vedere con la rappresentanza vivace di interessi e con la tutela materiale e morale del lavoro. Questo significa che stamattina un sindacato moderno e sensibile allo sfaldamento sociale e occupazionale del territorio, avrebbe scelto di manifestare avanti alla direzione della JP perchè il vero nodo - al di là dei pronunciamenti della magistratura - è pretendere chiarezza da Porcarelli sulle strategie che intende adottare per far sì che l'acquisizione della ex Ardo non risulti essere un puro e semplice trasferimento di proprietà - garantito dal Ministero e dal ricorso agli ammortizzatori sociali e messo a rischio dal Tribunale - ma un'operazione importante dal punto di vista industriale e occupazionale. Fino ad ora, invece, le organizzazioni sindacali si sono accontentate delle dichiarazioni di intenti e delle volontà verbali dell'imprenditore cerretano, allineandosi alle ragioni di un'operazione che stenta a convincere e di cui l'annullamento della vendita, sancito dal Tribunale, è soltanto uno degli elementi più eclatanti, come lo fu, tempo fa, la vendita di alcuni macchinari che aveva lasciato intendere una sorta di non dichiarato disimpegno industriale da parte di Porcarelli. Le domande che mi farei se fossi un sindacalista sono molto semplici e lineari: la Jp sta davvero producendo valore? E se sì quanto? Qual è il livello di redditivà del capitale investito? Quante persone a tempo pieno sono state occupate nell'ultimo anno? Quante ore di produzione sono state registrate nell'ultimo anno? Quali prospettive di sviluppo è possibile prevedere da qui a tre anni? Si intende proseguire con un massiccio ricorso alla cassa integrazione o ci sono spazi per una crescita produttiva autonoma dal ricorso agli ammortizzatori sociali? Su questi temi sarebbe interessante incontrare il parere e le opinioni plurali di un sindacato davvero moderno e volitivo. Invece, e mi fa male dirlo in quanto amico del sindacato, si prosegue con le manifestazioni a effetto, con un sindacalismo "quattro ruote", con iniziative che fanno notizia ma poi, alla fine, non incidono minimamente la pellicola. Perchè un territorio in crisi avrebbe bisogno, come l'aria, di un sindacato della crisi e non certo di un sindacato in crisi.

    

7 gennaio 2014

SanMario Spacca che fa di rogo virtù

di Fabrizio Moscè

La conclusione del periodo natalizio – sancita dalla festività dell’Epifania – riporta al centro della scena una dialettica politica che sembra scorrere per mille rivoli, fino ad affermarsi attraverso percorsi decisamente anomali e imprevedibili. La notizia del giorno vede repentinamente Spacca sugli scudi della cronaca locale. Non per un qualche provvedimento risolutivo della crisi marchigiana o di rilancio dell’ormai asfittica economia regionale, ma per via d’una segnalazione d’emergenza vicinale, un allarme antincendio che ha consentito il pronto intervento dei vigili del fuoco presso l’abitazione dei genitori di Silvano D’Innocenzo, consigliere comunale di Forza Italia, vittime di un rogo innescatosi nel garage della loro casa fabrianese. Lo scampato pericolo ha consentito ai mezzi d’informazione di spostare l’attenzione dalla fiamme e dagli estintori alla curiosità politica d’un Governatore di centrosinistra che mette in salvo la famiglia dell’oppositore berlusconiano. Il che ci può stare, visto che la politica sembra attirare e trattenere attenzione solo quando si fa aneddoto e spigolatura. Ma quel che suscita interesse, e per certi versi lascia pure di stucco, è l’impronta salvifica dell’intervento spacchiano che emerge dai titoli dei giornali e delle locandine, col Governatore narrato e aggettivato come una sorta di San Lorenzo laico e di governo, che sfida la graticola e le lingue di fuoco, rapidamente deragliando in direzione dell’eroico e del provvidenziale. E Spacca non si incazzerà di certo per tale e tanto servo economio, perché quel che ha fatto il Governatore – avvisare i pompieri e dare una mano a spegnere il rogo – è di certo il minimo sindacale che avrebbe animato qualsiasi vicino di casa di media umanità, ma quando coinvolge un politico l'atto istintivo di soccorso diviene meritevole di prime pagine con titoloni a rischio di lecchinaggio e d'agiografia. Il Resto del Carlino, non a caso, strilla: “Rogo in casa D’innocenzo: salvati da Spacca” e a guardare la locandina emerge tutta l’ambiguità trionfante di un titolo che non si capisce bene se sia una constatazione asettica o se sia, invece, riconducibile a una dichiarazione del consigliere di Forza Italia che, riconoscente, finisce per giubilare l’identità del proprio angelo custode di avversa sponda politica. E considerata la tendenza fabrianese all’esagerazione di fatti e misfatti non è da escludere che, nel giro di qualche ora, inizi a circolare il sospetto d’un rogo galeotto, capace di convincere l’ormai distaccato D’Innocenzo – sempre più DJ e sempre meno consigliere – a concedere un occhio di riguardo al traballante Sagramola. Non perché Spacca trascorra il tempo a stracciarsi le vesti per il Sindaco di Fabriano, ma di certo – nell’ottica del terzo mandato in Regione – è fondamentale tenere botta e bottino elettorale nella città d’origine, facendone avamposto di difesa dall’assalto famelico dei pesaresi. Il che rende buono e gradito ogni apporto, anche quello eccentrico delle figure apparentemente più distanti dalla propria famiglia politica e dal proprio raggio d’azione. E allora anche un rogo, fortunatamente senza conseguenze, può ritornare buono nella tessitura politica, nella costruzione dell’onda mediatica e nella profilazione salvifica di SanMario Spacca. Perché, come direbbe il mio diletto Machiavelli, “giudico che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre…”. E SanMario è davvero politico anfibio, capace di combinare come pochi altri dosi cavalline di fiuto, d'anima e di culo.
    

6 gennaio 2014

il discorso liberale che l'opposizione non farà a Sagramola


 

Rivestimenti divelti, tegole in caduta libera, alberi di Natale che precipitano a terra e altri rimossi prima del previsto. Il vento - come la pioggia e le campane a morto - è tornato protagonista della vita cittadina regalando, oltre al disagio, anche qualche elemento divertente, come l'immagine plastica dell'assessore Paglialunga intento nel monitoraggio degli alberi di Natale. Ma Eolo, figlio di Poseidone e dio dei venti, fa spirare violenti turbini sulla Giunta. Giovedì prossimo, in Consiglio Comunale, si discuterà delle dimissioni di Sagramola. Una richiesta dell'opposizione, maturata in occasione della scandalosa gestione del caso Tares e accompagnata da una massiccia raccolta di firme a sostegno, oltre che da inedite, rumorose e persistenti proteste dei cittadini. Ovviamente Sagramola non si dimetterà e, anzi, troverà il consenso corale della sua maggioranza. Le dimissioni del Sindaco comporterebbero, infatti, lo scioglimento del Consiglio Comunale e un ritorno alle urne carico di incognite per chi governa la città e ritiene politicamente fondamentale durare a prescindere dai contenuti e dall'efficacia dell'azione amministrativa. Nonostante l'esito scontato del dibattito consiliare di giovedì credo che l'opposizione abbia fatto bene a forzare, perchè la dialettica politica cittadina ha bisogno di linee di demarcazione nette e di atteggiamenti capaci di andare oltre la complicità "anglosassone"  tra pezzi di maggioranza e di opposizione che in più di una occasione si è vista all'opera. Ora c'è da capire quali saranno gli atteggiamenti e gli approcci delle diverse forze in campo. E qui cominceranno a farsi sentire le note dolenti, perchè se è vero che la maggioranza di centrosinistra è un cenobio di monaci allineati e conformisti è altrettanto vero che l'opposizione è un pollaio animato da troppi galli che fanno a gara a chi ha la cresta più bella e a chi scova il tecnicismo più brillante. Immagino, quindi, che la richiesta di dimissioni di Sagramola si giocherà su temi squisitamente tecnici e quindi politicamente neutrali: regolamenti, prerogative dirigenziali, legittimità di atti, delibere mancanti o eccedenti, danni erariali, paragrafi e commi. Con la politica confinata al ruolo di ancella del diritto amministrativo, a strumento di decodifica dei troppi geroglifici normativi e procedurali che ne infestano e ne limitano le funzioni decisionali. Fossi un consigliere d'opposizione eviterei, come la peste bubbonica, qualsiasi utilizzo del sapere amministrativo nella richiesta di dimissioni di Sagramola perchè sulle "tecniche" si fa oreficeria interpretativa e non lotta politica. Il contenuto politico della richiesta di dimissioni del Sindaco è, infatti, di tutt'altra natura e riguarda due punti fondamentali: il suo aver rinunciato a incarnare in modo potente il primato della politica rispetto alla "firma" dei dirigenti e della burocrazia comunale e l'aver trasformato il municipio da luogo della politica come prossimità e servizio a struttura illiberale e tentacolare di riscossione dei tributi. La battaglia liberale che l'opposizione non farà è quella indicata dal grande economista liberale e premio Nobel per l'economia Milton Friedman, quando affermava che se si desidera tagliare le unghie a un apparato pubblico non bisogna razionalizzarne le spese ma diminuirne il più possibile le entrate. Perchè più un apparato pubblico incassa e più tenderà a spendere e spandere, a gestire marchette e a favorire clientele pagate con il sacrificio dei contribuenti. E per incassare le risorse necessarie alla dilapidazione del denaro pubblico trasformerà i tributi in mazze ferrate, gli accertamenti in azioni di polizia e le riscossioni in procedure esattoriali confortate dal pignoramento. Sagramola si deve dimettere non per il modo approssimativo e dilettanesco con cui ha gestito la questione Tares ma per aver cercato di far credere alla collettività che più tasse servono a produrre più equità sociale e fiscale. Tanti anni fa Arthur Laffer, allora docente alla California University, spiegò a Ronald Reagan attraverso una curva a campana il rapporto tra il gettito fiscale atteso e il prelievo fiscale imposto. C'è un punto nella curva di Laffer che deve sempre essere ricordato da chi governa in modo intelligente e cioè quando l'aumento del livello di pressione fiscale comincia a far diminuire il gettito perchè chi lo subisce inizia a pensare che non valga più la pena continuare a lavorare. Sono effetti economici che una Giunta illuminata dovrebbe considerare in ogni istante, senza cadere nel moralismo delle tasse che vanno sempre e comunque pagate e in quel concetto puritano e paraculo di equità fiscale che è stato ferocemente messo nero su bianco nella delibera del 23 dicembre di cui abbiamo ampiamente parlato ieri. Ed è esattamente questa la rivoluzione liberale di cui l'opposizione giovedì non parlerà e di cui eviterà di farsi carico.
    

5 gennaio 2014

La delibera beffa del 23 dicembre: another brick in the wall


 

Torniamo per qualche istante all'anno che si è da poco concluso. E' il 23 dicembre del 2013 e l'orologio segna le 15.30. Sono le ultime ore utili per i regali, per acquistare vivande, completare il menù della Vigilia e godersi qualche momento di pausa dalle tensioni di un anno difficile e amaro. I fabrianesi sono quasi tutti con la mente rivolta ai cappelletti, i remi in barca e l'andamento lento. Quasi tutti ma non tutti, perchè alle 15.30 del 23 dicembre 2013 la Giunta Comunale rompe l'armonia pastorale e si riunisce per deliberare. Ci deve essere sicuramente un'emergenza dietro tanto zelo, un imprevisto furioso che costerna, un'eccezione da gestire con spirito e prontezza. Non c'è tempo per la festa, per il Pandoro Bauli e il panettone Motta, il torrone duro e il moscato. La Giunta festeggerà il Santo Natale ma non subito, perchè prima incombe la decisione suprema e inattesa, l'ennesimo sacrificio sagramoliano che, come Giobbe, si fa carico last minute di provvedimenti fondamentali per la vita dei fabrianesi. Eccola la scelta che cambia le sorti della città. Finalmente giunge al desco la delibera n°202. Oggetto: Piano di attività di recupero dell'evasione fiscale dei tributi comunali annualità 2013. E' bello pagare le tasse, ma per qualcuno è ancora più bello che siano in tanti a non pagarle. E sapete perchè? Perchè il recupero dell'evaso non è una routine, una prassi naturale, un effetto colaterale della gestione ma un business da rivendicare. Quando un dipendente di un'azienda privata recupera un credito quasi inesigibile il titolare gli dice bravo e si compiace di avere un collaboratore valido ed efficace. Ma se è un dipendente pubblico a recuperare un tributo evaso non ci si accontenta di un "bene, bravo, bis" ma si bussa immediatamente a denari. Anzi si fa riunire la Giunta il 23 dicembre, col Bambinello che sta per scendere dalle stelle, per un'approvazione rapida e blindata della delibera necessaria ad attivare la liquidazione del dovuto. Già, perchè a leggerne il contenuto (delibera 202) non si intravedono le linee di un Piano di recupero politicamente definito e sensato ma soltanto prosaiche richieste di premio, infarcite di parole asettiche e vane sull'equità sociale; parole che fanno rigirare le budella come a Julia Robert in Pretty Woman mentre assiste alla Traviata. In pratica è il Dirigente dei Servizi Finanziari - l'ormai leggendaria Immacolata Riscossione - a proporre alla Giunta un Piano di Recupero che da scelta politica si tramuta in diktat tecnocratico, corredato da pretese di neutralità e di politically correct. Per prima cosa la suddetta se la canta e se la suona, ricordando in quante cose difficili e impegnative è stato coinvolto l'ufficio tributi nel 2013: controllo incrociati di banche dati, mappature, inserimento di dichiarazioni e autocertificazioni. Tutta roba che uno Stato serio dovrebbe fare in automatico e che in Italia diventano roba da muratori meretevole di riconoscimento economico. Ma più di tutto pare siano sgocciolate lacrime di sudore per adeguare la banca dati Tarsu alle esigenze Tares, tanto che I.R. si lascia andare ad ariose aggettivazioni e divertenti ossimori, parlando esplicitamente di "enorme lavoro". Ma nonostante le lacrime e il sangue, versati in nome dell'equità sociale, il recupero dell'evasione ICI e TARSU ha visto addirittura raddoppiare l'ammontare del valore accertato. Al che la dirigente dei servizi finanziari arriva a sostenere che grazie a questa attività l'amministrazione Sagramola potrà garantire una più equa redistribuzione del carico fiscale tra i cittadini, a riprova che la linea politica la detta I.R. e non certo un Angelino o un Giancarlone. Ed ecco allora che, dopo una così succosa premessa, la Dirigente arriva puntuale a destinazione: siccome sono stati tanto bravi e visto che c'è sempre una delibera, una norma e una pezza giuridica per giustificare di tutto e di più, è bene provvedere alla liquidazione di alquanti mila euro all'ufficio tributi come fondo incentivante per il recupero dell'evasione. Ma il bello giunge a chiusura del testo, quando si riporta in maiuscolo quasi urlato la frase killer, ovvero "rendere il presente atto IMMEDIATAMENTE ESEGUIBILE". Il che significa che la Giunta si è riunita d'urgenza il 23 dicembre - cioè ad anno non ancora concluso - non per adottare decisioni necessarie e urgenti ma per siglare una delibera a sostegno dei privilegi sovietici della tecnostruttura, così che il premio fosse liquidato prima della fine dell'anno, in modo da garantire copertura a vacanze e cotechini. Non si discute la legittimità dell'atto, che è stato sicuramente confezionato in punta di diritto visto che la legge è com la pelle dei coglioni, ma l'inopportunità politica di averlo siglato e ratificato il 23 dicembre con massima urgenza, ovvero sette giorni dopo aver massacrato i fabrianesi con il versamento della Tares e otto giorni prima che l'anno di riferimento della delibera si concludesse. Ci vuole davvero la faccia come il culo.
    

4 gennaio 2014

Indesit: la storia eravamo noi..

La decisione del Tribunale di accogliere la richiesta della famiglia Merloni di nominare Aristide Merloni come tutore legale del padre Vittorio - titolare delle quote di maggioranza della holding Fineldo che controlla Indesit Company - sana un'anomalia e rigenera equilibri naturali in merito alla proprietà della multinazionale fabrianese del bianco. L'anomalia era stata la precedente nomina di un esterno che, surrogando i poteri di firma di Vittorio Merloni, di fatto esercitava un'influenza incompatibile con gli equilibri proprietari del gruppo Indesit. La nomina di Aristide riporta la situazione in un contesto fisiologico e proprio per questo si connota come scelta di garanzia e non certo come alterazione dei rapporti di forza all'interno della famiglia Merloni. Ciò significa che non si registrerà alcuna variazione di rilievo rispetto ai contenuti e agli indirizzi strategici delineati con il Piano di Ristrutturazione e Salvaguardia annunciato il 4 giugno 2013. Certo è che la nomina di Aristide Merloni elimina dalla scena un elemento di stallo che stava inceppando - almeno temporalmente - la road map aziendale. Adesso la catena dei passaggi  e delle tappe adesso è più chiara e scorrevole: il 3 dicembre la firma dell'accordo strategico sul recupero di ristrutturazione aziendale sottoscritto dai sindacati; il 10 dicembre il referendum confermativo dei lavoratori; il 13 dicembre, secondo quanto riportato in un lungo articolo pubblicato il 2 gennaio dal Sole 24 Ore, una riunione del Consiglio di Amministrazione della Indesit che ha "preso atto che Goldman Sachs sta sondando il terreno per fare una ricognizione di partner entro la fine di gennaio". Poi il 17 dicembre la firma ufficiale dell'accordo presso il Ministero dello Sviluppo Economico e in questi giorni l'ufficializzazione della nomina di Aristide Merloni a tutore legale del padre che il quotidiano della Confindustria ritiene "sbloccante" rispetto all'individuazione di un partner di cui pare si dovrebbe discutere in un decisivo Consiglio di Amministrazione previsto per la metà del mese di febbraio. Ciò significa che ci sono tutte le condizioni di ristrutturazione e di relazioni industriali per facilitare l'ingresso di un socio. I nomi in ballo sono quelli che ormai circolano da mesi: i turchi di Arcelik, i cinesi di Haier, gli svedesi di Electrolux e gli americani di Whirlpool. L'eventuale ingresso di un socio, probabilmente, ricalcherà procedimenti di acquisizione in grado di salvaguardare, in un fase iniziale, l'idea morbida di una partnership, arrivando in un econdo momento all'acquisizione totalitaria. Un po' come verificatosi, proprio in questi giorni, con l'acquisizione del 100% di Chrysler da parte della Fiat. Di fatto il centro di gravità della futura Indesit - nonostante le volatili rassicurazioni di Milani ai sindacati - si sposterà inevitabilmente all'estero, allineando a una dimensione sempre più globale mercati, strategie e comportamenti. E sarà sempre più difficile contrattare con l'azienda in una prospettiva globale, evitando di cadere nella pressione del basso costo del lavoro dei paesi in via di sviluppo, dove il nuovo player cercherà di sviluppare politiche di outsourcing e piani ininterrotti di riduzione del personale. E sarà davvero emozionante, a quel punto, andare a togliere striscioni a Istanbul, a organizzare carovane d'auto a Pechino, gatti selvaggi in Svezia e blocchi stradali di fronte alla Casa Bianca.
    

3 gennaio 2014

Edma, il gigante anconetano che divora Comuni e cittadini

 

Mentre il Sindaco Sagramola intravede nei duemila giovani che hanno affollato il Palaguerrieri per la festa di Capodanno, il seme di un rinato bisogno comunitario - e non invece un naturalissimo effetto sciame, rafforzato da un evidente e lapalissiano deficit di offerta -, ad Ancona viene siglato un accordo che avrà inevitabili ricadute di prospettiva anche nella comunità fabrianese in carne ed ossa. Dall'accordo tra Multiservizi e la Estra Spa di Prato - società pubblica impegnata nei settori del gas, dell'energia elettrica, dei servizi energetici e delle telecomunicazioni - è nata un'altra, ennesima, società pubblica, denominata Edma (Energia del Medio Adriatico). L'obiettivo della nuova società è quello di partecipare alle gare per la gestione delle reti del gas naturale che saranno indette entro la fine del 2014 e che rendono necessari ingenti risorse per il riscatto delle reti dai precedenti gestori e di notevoli investimenti di gestione e di funzionamento dell'ambito di competenza. Come scrive il Messaggero "nella nuova società Multiservizi conferirà la partecipazione in Prometeo, primo operatore delle Marche per la vendita di energia, e il ramo di azienda della distribuzione di gas naturale, attività svolta attualmente in 15 comuni della provincia di Ancona.". Ciò significa che, almeno in una prima fase, il business dell'acqua resterà fuori da un'operazione che costituisce, comunque, il primo passo verso la realizzazione di una multiutility pubblica di carattere interregionale, che in prospettiva vedrà convergere al suo interno gas, acqua, energia elettrica e rifiuti. Non è un caso, da questo punto di vista, che i quotidiani di oggi facciano esplicito riferimento a un possibile ingresso di Ancona Ambiente nella nuova società, segno che il gas è soltanto un piede di porco, il punto di partenza di un'operazione assai più vasta e ambiziosa di centralizzazione delle forniture e delle diverse utilities. Da questo punto di vista è interessante ricordare - giusto per completare lo scenario di riferimento - che su Estra nel 2012 c'è stato un pronunciamento dell’Antitrust, che ha ritenuto Estra Reti Gas e Estra, responsabili di aver abusato della loro posizione dominante nel mercato della distribuzione del gas nel Comune di Prato. Inoltre, nel novembre del 2013 i vertici della società sono stati indagati per turbativa d'asta e abuso d'ufficio dalla Procura di Prato. Ma quel che interessa davvero sono gli aspetti legati alle ricadute politiche e territoriali di questa operazione di concentrazione societaria a sfondo pubblico. Abbiamo infatti una società pubblica come la Multiservizi - di cui sono soci obbligatori i comuni della provincia di Ancona - che delibera una scelta di valore strategico per la popolazione provinciale senza che i Consigli Comunali dei comuni soci abbiano la possibilità - oggi e non qualche mese addietro - di illustrare ai cittadini, che sono i veri azionisti in quanto contribuenti, vantaggi e svantaggi, rischi e opportunità della nascita di una multiutility di profilo interregionale; abbiamo due società pubbliche che, approfittando delle semplificazioni operative e decisionali connesse al loro regime privatistico, ne creano una terza, che in futuro prossimo di connoterà come soggetto economico operante in regime di monopolio, rispetto al quale ai cittadini non sarà consentito di esercitare diritti di scelta che sono la base del sistema di mercato e di una concorrenzialità orientata al miglioramento dei servizi e delle prestazioni; abbiamo monopoli nazionali lentamente rimpiazzati da un vero e proprio proliferare di monopoli territoriali, finanziati da una crescita sistematica delle tariffe e dall'applicazione di tributi compensativi pagati dai cittadini dei comuni soci in caso di perdite d'esercizio. Si tratta, in sintesi, di scelte onerosissime e prive di utilità che archiviano almeno un decennio di liberalizzazioni in cui, alla fine del giro, si è tornati al punto iniziale, ovvero ai molti vizi e alle poche virtù dello Stato imprenditore e dello Stato gestore, una sacca di socialismo reale che peggiora la situazione dei conti pubblici aggravando una pressione fiscale ormai giunta al punto di rottura della Curva di Laffer, ossia in quello snodo in cui l'aumento della pressione fa diminuire il gettito spingendo all'evasione e all'elusione. Su questo tema credo che il Sindaco di Fabriano abbia il dovere di esprimersi chiaramente a tutela dei diritti della nostra comunità, delle prerogative degli organi elettivi e di un mercato davvero libero, liberale e concorrenziale. Un approccio politico finalmente incisivo e scevro dal mantra utilizzato per giustificare ogni peggiore immobilismo: dura lex sed lex.
    

2 gennaio 2014

Le intenzioni di un blogger fabrianese

Nelle ultime settimane - a seguito della posizione durissima assunta dal blog sulla Tares - sono ricominciati i tentativi di delegittimazione dell'autore e dei contenuti pubblicati che avevano segnato i primi mesi di vita di questa pagina virtuale. E' sicuramente un sintomo di vitalità e di successo, la prova che proporre un punto di vista irrituale e fotografico degli accadimenti funziona perchè svela visuali e pertugi altrimenti confinati nell'ombra e la dimostrazione che è possibile sviluppare una narrazione dei fatti politici distinta e distante dall'imburramento della realtà ancora prevalente tra i commentatori locali. Ma per mantenere questo approccio estetico-civico servono alcune condizioni e diverse precisazioni che provo rapidamente ad evidenziare:
1. Chi ama brucia. E' il claim di una vecchia pubblicità dei Pavesini che applico volentieri a me stesso. Non pubblicherò mai uno scritto asettico, anglosassone, completamente distaccato dal soggetto considerato. Chi scrive partecipa e nel partecipare si svela. Quindi continuerò ad essere fazioso non nel senso d'una preferenza ottusa per una parte o per l'altra ma in quanto coinvolto e partecipe delle cose che provo a narrare.
2. Fare partito per me stesso. Faccio mio l'invito di Dante. Non amo fare comunella politica e non sono stato progettato per condividere alcunchè con gli altri, in quanto individualista e misantropo. Quindi l'unico partito che posso sostenere è un partito di cui io sia l'unico iscritto. Sbaglia quindi chi sostiene che io sia contro la sinistra e a favore della destra o viceversa. Da riformista liberale sono terzo rispetto agli attuali schieramenti. Se sono particolarmente severo con la Giunta Sagramola è perchè la Giunta Sagramola è particolarmente capace di sbagliare e non certo per ragioni di antipatia politica. Ma se chi governa dovesse cambiare passo sarei altrettanto lesto a cambiare approccio e giudizio.
3. Appello ai sordi. Ricordo a quanti criticano aspramente le mie opinioni e sostengono che spargo gratuitamente merda che tale defecazione è gratuita, ad accesso universale, priva di finanziamenti pubblici e totalmente volontaria e non remunerata. Visto che non chiedo oboli e rimborsi e manco ci guadagno sarò libero di scrivere il cavolo che mi pare? Almeno questo misia concesso.
4. Note agli invidiosi. Ovviamente ci sono molti invidiosi che capitano da queste parti. Gente che detesta che una cosa fatta da altri e senza sostegni esterni possa avere un qualche successo. A questi gentili signori do un consiglio spassionato: siccome aprire un blog è cosa di pochi istanti sarebbe bello avere tanti autori fabrianesi che dicono la loro senza preoccuparsi troppo di chi dice la sua. Una sana e reciproca indifferenza di cui si gioverebbero tutti i cittadini.
5. Mio malgrado. A partire da ieri tutti i commenti che vengono lasciati su questo blog sono soggetti a moderazione. Ciò grazie allo spamming sistematico di alcuni deficienti prezzolati che hanno approfittato della totale libertà che ho sempre concesso a tutti per fare dei Bicarbonati il palcoscenico della propria frustrazione e del loro ruolo di mazzieri un tanto al chilo. Si tratta di un'azione di salvataggio di questo spazio dallo sporco che stava cominciando a incombere e a inquinare ragionamenti e contenuti. Quando si toglie la sporcizia e si fanno le pulizie di Pasqua la casa diventa più bella, accogliente e fruibile. Non censurerò neanche sotto tortura opinioni, punti di vista e critiche di qualsiasi genere, a partire da quelle relative all'autore, ben consapevole di essere criticabilissimo oltre che mediamente antipatico. Segnalerò come spam soltanto chi interviene per trasformare un luogo di confronto, seppur vivace e spigoloso, in una discarica di inutili motteggi e di parole poco odorose. Per tutti gli altri non nulla cambia, a partire dall'anonimato che viene sempre consentito, rispettato e valorizzato. Alcuni amici esperti in social media mi hanno detto più volte che ero un pazzo a non utilizzare filtri minimi a tutela del valore dei contenuti del blog e delle opinioni dei tanti che leggono e non commentano e di quelli che non hanno piacere di vedere i propri commenti circondati da volgarità e buffonerie. Avevano ragione e non ho alcuna remora a riconoscerlo. Buon 2014!

Gian Pietro Simonetti
    

1 gennaio 2014

Lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!


 

Stamattina almeno un paio di amici – oltre a farmi gli auguri di buon anno – hanno avuto la buona idea di mettermi al corrente dell’ultima gaffe del primo cittadino, un inciampo notturno messo nero su bianco su Facebook, che per la politica è sempre di più uno strumento scivoloso e pieno di crepacci, in modo particolare quando l’ora è pericolosamente tarda e Minerva resta a guardare. Uno dei due amici, nell'inoltrarmi i dettagli dell’accaduto, ha utilizzato in modo calzante e puntualissimo un rimando a una nota serie televisiva di Michael Crichton, quel “E.R. Medici in prima linea” che ha imperversato tra il 1994 e il 2009, raccontando i tanti momenti convulsi e difficili vissuti in un pronto soccorso di Chicago. Una  serie contrassegnata da casi d’emergenza sistematicamente accompagnati da una nota frase da codice rosso: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”. E allora proviamo a vedere come siè perso il Sindaco. Tutto accade su Facebook nel giro di poch ore: il Movimento 5 Stelle posta un provocatorio invito al Sindaco e alla Giunta a devolvere l’ammontare teorico di 15 mila euro – risparmiati rinunciando ai botti di fine anno – per realizzare un’area di sgambatura all’interno del Giardino Pubblico. Sagramola aveva tre possibilità per gestire la provocazione grillina: ignorare l’appello, confidando nella massiccia distrazione popolare dovuta ai bagordi sansilvestrini; raccogliere l’appello e farlo proprio inaugurando una stagione creativa di judo mediatico con i critici e con l’opposizione politica; impapocchiarsi in una replica da Cimabue che fa una cosa e ne sbaglia due alle tre di notte del primo gennaio, schivando il merito e ricadendo di nuovo nella tentazione di una spocchia da accierre in 140 caratteri. Inoltro ai lettori un rotoricissimo quesito: secondo il vostro illuminato parere quale delle tre buste ha scelto il primo cittadino? Manco a dirlo la numero tre, ovvero quella d’una replica inevitabilmente sentita, in cui si chiede ai grillini dove abbiano letto dei 15 mila euro preventivati per i fuochi e come sia possibile, a loro parere, devolvere fondi non stanziati. Come se un forum pubblico, alimntato da cittadini qualsiasi e senza potere, fosse un conciliabolo di soloni contabili sul Bilancio, un simposio svettante con Angelino da San Donato e Immacolata Riscossione a fare da luminari della ragioneria pubblica. La notizia relativa al costo di 15 mila euro, tanto per dire, appare, senza successive rettifiche, sul Resto del Carlino del 5 dicembre e fa riferimento alle spese per i fuochi sostenute negli anni precedenti. Tanto che il quotidiano ebbe a sottolineare, sempre nello stesso articolo non smentito nè rettificato, come il budget del Comune per tutto il cartellone natalizio fosse di 10 mila euro contro i 25 mila dello scorso anno. Il che rende fondata la posizione di chi, magari con finalità politiche del tutto legittime e sostenibili, si fa promotore di una richiesta banale: spostare le economie conseguite rinunciando ai botti di fine anno a favore di un’iniziativa coerente con lo strombazzamento animalista di fine 2012. Si tratta, ovviamente, di segnali politici e di decisioni politiche. Ma il Sindaco le ignora, ricorrendo al giochetto tecnicista secondo il quale non possono essere diversamente destinate risorse non stanziate. parole in latinorum contabile Una risposta forse dettate dalla stanchezza e dall’ora tarda, che non avrebbe sottoscritto neanche un ragioniere senz’anima e senza sangue, a riprova che è l’assenza di empatia e di sintonia con gli umori della gente il vero problema di questo Sindaco e della sua Giunta. E allora siamo già oltre i medici in prima linea, perché forse non ha più senso chiedersi se questo Sindaco lo stiamo perdendo. Semplicemente perché lo abbiamo già perso. Da diverso tempo. E.R : emergency room!