19 gennaio 2014

Rischi di chiacchiere e distintivo


 

Per chi ha voglia di riflettere sul futuro del Paese e del nostro territorio consiglio un articolo di spalla, pubblicato stamattina sulla prima pagina del Corriere della Sera, firmato da Dario di Vico, giornalista economico ed ex Vicedirettore del quotidiano milanese. Il pezzo si intitola "La zona franca per evitare la fuga delle imprese" e racconta di come la Confindustria friulana abbia adottato un posizione choc a tutela del distretto dell'elettrodomestico di Pordenone, minacciato dalla delocalizzazione polacca della Electrolux. Il documento confindustriale, redatto da un gruppo di esperti, punta sulla nascita di una "zona manifatturiera e salariale speciale", incentrata su un taglio del costo del lavoro del 20% ottenuto rimodulando a contrattazione di secondo livello - e quindi senza impattare brutalmente sulle remunerazioni di base -, applicare le norme che escludono dagli ammortizzatoi sociali chi rifiuta una proposta di lavoro, introducendo elementi di welfare aziendale e formule di partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese. La situazione del distretto di Pordenone è quasi perfettamente sovrapponibile con quella del nostro territorio e non a caso, già diversi anni fa, si cominciò timidamente a discutere di questi temi, legati alla costruzione di condizioni di attrattività per nuove imprese e al mantenimento degli attuali insediamenti. Qualcuno parlò di chiedere lo stato di crisi, altri di ragionare su ipotesi di franchigia fiscale e contrattuale. Ma la riflessione fu repentinamente abbandonata, perchè il solo discuterne lacerava certezze relative alle magnifiche sorti e progressive del modello produttivo metalmezzadro e costringeva la classe dirigente locale a un bagno di serietà culturale ed economica totalmente estraneo ai maneggi da suk a cui essa era ed è naturalmente votata. Fino al paradosso che si fa quadrato attorno ad aziende senza futuro pur di continuare a lucrare sulla cassa integrazione, intesa come occasione di mantenimento del reddito a zero lavoro e senza contropartite. Ma stamattina si parla di incentivi all'insediamento di nuove imprese sul territorio fabrianese anche sul Corriere Adriatico. Lo fa l'assessore alle attività produttive Galli che, sostanzialmente, inquadra la sua proposta su tre cardini: un piano di alleggerimento della fiscalità comunale sulle imprese, l'attivzione di un metodo concertativo di assunzione delle decisioni e la disponibilità di know how locale per le imprese che garantiscano la produzione sul nostro territorio. Notoriamente i capitali e gli investimenti produttivi non vanno dove li porta il cuore ma dove spira il vento del profitto. E se fossi un imprenditore non aprirei un'unità produttiva a Fabriano per alcune ragioni: inannzitutto perchè generici propositi di buona fiscalità municipale, tra l'altro difficilmente esigibile anche alla luce di certi recenti e discussi provvedimenti, non sono sufficienti a giustificare una scelta di localizzazione d'impresa; in seconda istanza perchè il know how produttivo cumulato nel tempo nel territorio fabrianese è stato consumato e bruciato dalla politica degli ammortizzatori sociali lunghi che diminuisce la propensione al lavoro e determina una brutale obsolescenza delle conoscenze e delle competenze; infine non verrei a Fabriano perchè è un territorio svantaggiato dal punto di vista logistico, privo di infrastrutture e con una viabilità arretrata e irrisolta, visto che anche la Quadrilatero si avvia a essere un altro esempio eclatante di infrastruttura incompiuta. Ma potrei cambiare idea. A una condizione: che questo territorio, grazie a politiche di ispirazione friulana, sia davvero in grado di garantire un taglio del 20% del costo del lavoro. A quel punto potrei anche farci un pensierino. Ma un tale cambio di orientamento non dipenderebbe dai buoni propositi di un assessore comunale, ma da una concertazione Stato-Regione capace di avviare processi strutturali e "friulani" di attrattività, in cui coniugare sostebibilità economica per le imprese e reimpiego produttivo per i lavoratori. Diversamente sarebbero solo chiacchiere e distintivo.
    

18 gennaio 2014

Dal Porcellum...al Porcarellum!


 

I governatori di Marche ed Umbria, Spacca e Marini, hanno inviato un sollecito congiunto al Presidente del Consiglio Letta con il quale richedono al Governo di agire, in via legislativa, per fornire una corretta interpretazione della legge Marzano, ossia per cambiare le carte in corso d'opera sulla questione della ex Antonio Merloni. Di fatto i Presidenti di Marche e Umbria hanno deciso di interferire politicamente su un procedimento giudiziario in atto, che ha già prodotto una sentenza di primo grado pronunciata dalla sezione fallimentare del Tribunale di Ancona che ha annullato la vendita di Ardo a Porcarelli. I commissari ministeriali e l'imprenditore cerretano, confidando nei successivi gradi di giudizio, hanno legittimamente presentato ricorso ma la partita Ardo continua a uscire dal normale iter giudiziario, subendo turbative determinate da un interventismo della politica che preferisce ignorare la divisione dei poteri e le logiche del libero mercato. Prima col Decreto Legge "Terra dei fuochi" n°136 del 10 dicembre 2013, in cui è stato inserito un paragrafo (art.9, comma 1) totalmente estraneo alla materia rifiuti e finalizzato a garantire la continuità produttiva della JP, normando una sorta di diritto a ignorare la sentenza d'annullamento della vendita sancita da un Tribunale della Repubblica, ovvero da una declinazione territoriale di uno dei tre poteri dello Stato. Il che già delinea una grave tracimazione di competenze, perchè il Tribunale di Ancona non ha sentenziato in base a un pregiudizio ma sulla scorta di dati di fatto e di articoli di legge, e quindi è del tutto inaccettabile modificare le regole in corso d'opera per metterle al servizio di un interesse privato di produzione se non sussistono motivi che rimandano a un qualche accanimento giudiziario. Ma a quanto pare il fronte assistenzialista non ritiene di aver completato l'opera, perchè il sottinteso della richiesta di Spacca e Marini è molto chiaro: sollecitare un provvedimento che tolga di mezzo la norma sul badwill su cui ha fatto leva la sentenza del Tribunale di Ancona nell'accertare una vendita non congrua della Ardo alla Jp. A quel punto, ferma restano la non retroattività della norma, il pronunciamento di secondo grado dovrà tenere conto di una eventuale modifica della legislazione in materia di amministrazione controllata e il giudice si troverà nella condizione oggettiva di annullare la sentenza di primo grado emessa dalla sezione fallimentare. Di fatto, in una fase in cui si parla insistentemente di cambiare la legge elettorale, ci troveremmo a sancire un trasferimento di interesse politico del Governo dal Porcellum al Porcarellum, ossia a una norma attraverso la quale è la politica e non il mercato a garantire la continuità operativa dell'impresa e il suo diretto ad operare nel mercato. Un atto di una gravità inaudita, che altera tutte le logiche della libera competizione e configura un indebito aiuto di stato a un'azienda che è difficile possa coltivare prospettive di sviluppo in un mercato in cui neanche la Indesit è più in grado di competere, nonostante marchi, prodotti, tecnologie e dimensioni incomparibilmente più forti di quelli della JP Industries. Il solito gioco delle parti che Spacca sa interpretare magnificamente, specie quando sente avvicinarsi gli appuntamenti elettorali che lo chiamano direttamente in causa. Ma sicuramente fabrianesi, lavoratori e sindacati saranno in prima fila e ben felici di reggergli il moccolo e di applaudire l'ennesima ingerenza d'una politica colonizzatrice nell'economia d'impresa.
    

16 gennaio 2014

Perche Fabriano deve morire


Un fabrianese su quattro non lavora; Asur e Comune sono le due aziende cittadine con il maggior numero di occupati; l'artigianato soffre, arranca e paga a caro prezzo una storica debolezza, effetto di una grande industria che ha fagocitato la piccola e piccolissima impresa; il commercio è dilaniato da uno stillicidio di chiusure che impoverisce lo scenario ed espelle manodopera con livelli minimi di sostegno alla disoccupazione; migliaia di persone tirano avanti con stipendi pubblici e sussidi di lungo corso ma non infiniti, che possono garantire uno stock minimo di potere di acquisto ma sono ben lungi dal dare impulso a una nuova stagione di crescita e di benessere. La vecchia Fabriano, rinomata e liscia come una porcellana di Capodimonte, è diventata, in un lasso di tempo fulmineo e fulminante, un vaso butterato dalle riparazioni e dalle toppe che, via via, ne hanno ridotto ai minimi termini il prestigio, il valore e l'attrattività. Di fronte a questo rantolo materiale e morale sempre più profondo, che non ha modificato di una sola virgola l'agire pacioso e il pensare pigro di una intera comunità - ormai unanime e postulante nella rincorsa agli ammortizzatori sociali -, viene da chiedersi forse definitivamente: ma ha senso continuare a spolverare un vaso che fu prestigioso ed è ridotto a simulacro? E' lungimirante ostinarsi a impastare argille e ripassare vernici su una terracotta invecchiata ed esausta? Fuor di metafora: non è forse giunto il momento di fare il tifo per un crollo definitivo dei fragili equilibri che ancora sorreggono la stanca finzione di una fabrianesità capace di ritrovare il filo che conduce fuori dal labirinto? La sensazione di questi ultimi mesi è che sia in atto un ritorno alle antiche routine e anche la diaspora della borghesia fabrianese, alimentata dalla fine del merlonismo, sembra si stia ricomponendo - come se nulla fosse accaduto - attorno a vecchie socialità, nuove camarille e immutabili desideri di far bottino con quel che resta di una ricchezza rinsecchita ma non del tutto consumata. Abbiamo creduto che la crisi Ardo avrebbe rivoltato il comune sentire e ci siamo ritrovati migliaia di lavoratori che invocano ammortizzatori sociali invece che lavoro; abbiamo confidato nelle aristocrazie operaie della Indesit ed è stato votato, con percentuali bulgare, un accordo ritenuto per sei mesi tondi un misfatto indigeribile; abbiamo riempito sale e oratori di persone infiammate per via della pressione fiscale e a non pagare per intero la Tares sono state meno persone di quelle che inneggiavano alla rivolta. La crisi di Fabriano, purtroppo, non è soltanto economica e occupazionale. E' anche la crisi di una mentalità totalmente inadeguata alle sfide e ai rischi che si addensano tra queste colline. Riformare le strutture è sempre possibile ma senza una rivoluzione mentale e culturale le trasformazioni materiali restano superficiali e incomplete. E Fabriano non esprime intenzioni di cambiamento nè catalizzatori in grado di suscitarlo e coagularlo. C'è una possibilità finale, una sola, che questa comunità possa sopravvivere, con uno scatto di reni, al cataclisma del monoprodotto: segare il ramo su cui è ancora comodamente seduta. Per attivare il trauma, che è necessario a scuotere questa natura morta, serve il combinato disposto di quattro crisi convergenti: la vendita della Indesit che spazzerà via le illusioni di un accordo suicida, il default del Comune, la fine degli ammortizzatori sociali e il big bang dei risparmi familiari. La storia recente ha, infatti, dimostrato che un trauma alla volta non modifica i quadri mentali del fabrianese e che neppure una sequenza "a vagone" di crisi e di criticità ne allenta gli approcci e i punti di vista più retrivi e consolidati. C'è un momento nella storia delle comunità in cui ostinarsi a riparare, ad aggiustare e a fare piccole manutenzioni è una forma di complicità con l'esistente, perchè un sistema non può sopravvivere a lungo negando la realtà e sublimandola con tanti piccoli ritocchi quotidiani. Quando si supera questa linea di razionalità delle cose è giusto che il vaso si rompa e venga sostituito da uno nuovo di zecca. Invece a Fabriano sussiste l'illusione di poter salvare il salvabile e di poter ripartire dal quel che c'è fingendo che sia qualcosa di buono e di promettente. Quando il sistema è marcio l'imperativo deve essere quello di seppellirlo e di eliminare la puzza. E questo pare davvero l'unico riformismo d'entroterra possibile, dettato da un sano pessimismo dell'intelligenza che spinge sempre più lontano dalla vecchia e decrepita fabrianesità.
    

15 gennaio 2014

E qui comando io e questa è casa mia!

 
A Fabriano, quando uno si ritrova di continuo in difficoltà e in condizione di disagio, si dice che se le cerca come le serpi vecchie. In termini assolutamente più eleganti e freudiani si è invece più propensi a parlare di “coazione a ripetere”, ossia di comportamenti che diventano routine, pur nella consapevolezza che la loro replica determina problemi e alimenta negatività. Ho pensato a quanto il comportamento dei singoli influenzi anche le dinamiche politiche e sociali ieri sera, leggendo la replica, condensata in un sorso come fosse un estratto di taurina, della Dirigente dei Servizi Finanziari del Comune di Fabriano alla richiesta dei consiglieri del Polo 3.0 di esprimersi sulla nota vicenda del pagamento spacchettato della Tares. Solari e Peverini, facendosi portavoce di un'esigenza informativa della cittadinanza, si erano infatti avventurati a chiedere al dirigente di chiarire se verranno applicate sanzioni a chi non ha provveduto al pagamento in un’unica tranche dell'iniquo e scandaloso tributo. La risposta, che potete sbirciare anche su questa pagina, è la replica di chi se le cerca come le serpi vecchie: “In riferimento all’oggetto si comunica che l’Ufficio tributi del Comune di Fabriano, si attiene nello svolgimento delle proprie attività, alle disposizioni normative e regolamentari vigenti in materia”. Senza dichiararlo apertamente viene quindi confermata l'applicazione delle sanzioni, ma il modo fu quel che ci vinse. Si tratta, infatti, di due righe in croce che un amico ha ironicamente definite laconiche ma che sarebbe più adeguato etichettare come risposta stitica, quasi beffarda nel suo implicito marameo. Già, perché affermare che un ufficio comunale agisce in base alla norma e ai regolamenti è constatazione degna di un Jacques de Chabannes de La Palice. Ovvero quasi a pijà per culo come si tradurrebbe in vernacolo fabrianese. E la Dottoressa I.R., che sa bene di essere nell’occhio del ciclone, avrebbe dovuto e potuto cogliere l’occasione per stemperare il clima, predisponendo una replica dettagliata, esaustiva e rispettosa delle prerogative dei consiglieri comunali, ovvero della legittima e insindacabile rappresentanza del popolo sovrano. Invece la Dirigente, per il tramite dei consiglieri del Polo 3.0, ha preferito schiaffeggiare di riflesso la città e fare come Gigliola Cinquetti quando cantava “e qui comando io, e questa è casa mia, ogni dì voglio sapere, ogni dì voglio sapere”. Non è da escludere che la replica rientri in una strategia mediatica, attraverso la quale la Dott.ssa I.R. intende imporsi sulla scena come vero e unico epicentro del potere pubblico locale. A costo di rischiare gli effetti perniciosi e fuorvianti di uno splendido isolamento. Ma oltre a questo le due righe di replica denotano anche una rottura profonda con Sagramola sulle modalità di pagamento della Tares, e non è un caso che stamattina il Sindaco abbia sentito il bisogno, puramente politico, di solidarizzare con Sorci in relazione al decreto penale ricevuto dall'ex Sindaco sul versamento dell'IVA comunale. Una solidarietà che, in filigrana, lascia trasparire un'evidente irritazione nei confronti dello strapotere dei dirigenti, un chiarissimo parlare a suocera affinché nuora intenda e rientri nei ranghi. La Dott.ssa I.R., ovviamente, è libera di combattere la sua battaglia personale, fino a farsi capro espiatorio di una situazione di crisi politica che dipende dalla politica e non certo dalla spigolosità dei dirigenti. E se l'oggetto del contendere è chi debba impugnare uno scettro decisionale tutto interno alle dinamiche del Municipio, allora si eviti che ceneri e lapilli colpiscano la città: un fabrianese su quattro è senza lavoro e sarebbe ora che si gode l'inamovibilità  dell'incarico comprenda che questa comunità ha davvero altro a cui pensare.
    

14 gennaio 2014

La condanna di Sorci: annessi, connessi e conseguenze

 
Per tutto il pomeriggio di ieri i mezzi di informazione e i social media hanno rimbalzato la notizia della condanna, per evasione fiscale del Comune di Fabriano, dell'ex Sindaco Roberto Sorci, ritenuto responsabile del reato in quanto legale rappresentante del Comune stesso. La condanna a quattro mesi di reclusione è stata commutata in una multa di circa 34 mila euro. L'ex Sindaco di Fabriano ha dichiarato che impugnerà la sentenza e nel frattempo ha alzato il tiro sulla vicenda inviando una lettera al Presidente Nazionale dell'Anci Fassino e al Ministro dell'Interno Alfano per chiedere loro di riflettere e magari decidere sull'anomalia, tutta italiana, per cui è il Sindaco a rispondere civilmente e penalmente di errori ed omissioni in atti gestionali, quando essi dovrebbero chiamare in causa la responsabilità del dirigente preposto cui la legge, di fatto, attribuisce competenze pressochè esclusive su alcune materie. Conoscendolo immagino che l'ex Sindaco fornirà documentazione sufficiente per chiarire ogni aspetto della vicenda. Certo è che il caso Sorci pone un problema di carattere generale che va al di là dell'aspetto meramente penale, perchè evidenzia l'ormai allarmante rottura di un equilibrio tra i poteri di governance degli enti locali e chiama in causa la relazione, profondamente perversa e totalmente sbilanciata, che intercorre tra la politica e la tecnostruttura pubblica. Di fatto, seppure su piccola scala, la posta in gioco non è tanto l'innocenza o meno di Sorci ma la libertà e l'autonomia della politica, intesa come confronto dialettico di idee e progetti di governo della collettività che si alimentano attraverso il gioco democratico dei rapporti di forza e per il tramite di un sistema di regole delineato come perimetro di gioco comune e condiviso. La politica come arte del possibile è solo e soltanto questo e le sue sintesi decisionali dovrebbero trovare concreta declinazione attraverso l'azione di un apparato che ne garantisca l'applicazione e i procedimenti attuativi. Ma da diverso tempo ciò che dovrebbe funzionare con la routine di un equilibrio virtuoso, fondato sul primato della politica rispetto alla tecnocrazia, si è rovesciato nel suo contrario, in una politica costretta a rinunciare alla sua funzione più creativa per guardarsi continuamente le spalle, fino a diventare, come ha detto giustamente Sorci, una pratica più consona a un studio di commercialista che non al fuoco delle assemblee elettive. In questo quadro di sovvertimento di tutti i canoni tradizionali del buonsenso politico e democratico, i dirigenti dell'apparato si trovano nella condizione privilegiata di poter esprimere, supportati anche dalla norma e dalla giurisprudenza, un esteso e profondo potere di veto e di decisione autonoma rispetto alla politica. Fino alla perversione, davvero sintomatica della border line che si sta sfiorando, di errori gestionali della tecnostruttura direttamente imputati alla responsabilità civile e penale della rappresentanza politica. Che è un po' come se l'amministratore delegato di un'azienda, invece di dedicarsi alle grandi strategie di mercato, fosse costretto a ridurre le sue prerogative a una continua analisi e vidimazione di bonifici e fatture. Ma purtroppo ciò che risulta demenziale al buonsenso dell'impresa privata, appare del tutto naturale e tollerabile quando i ragionamenti si spostano all'interno di un carrozzone pubblico sempre più tentacolare e kafkiano. Ma se è vero, come è vero, che l'errore ricade comunque sulla politica, anche quando la politica dovebbe essere materialmente estranea o addirittura vittima dei fatti, si pone anche un altro problema e cioè che un sistema così concepito consente, a un apparato di funzionari e burocrati a tempo indeterminato, di tenere sistematicamente sotto scacco la politica attraverso il ricatto potenziale dell'errore. Se di un mancato versamento di una quota d'IVA paga, infatti, pegno il Sindaco è chiaro che l'errore diventa una spada di Damocle che il dirigente o il funzionario possono utilizzare per ridurre a miti consigli e a buoni propositi una politica scalpitante o comunque gelosa della propria autonomia. Ecco quindi che il caso Sorci consente di cogliere, in solido, alcuni dei sottili meccanismi di indirizzo e di diktat che l'apparato ha imposto alla politica e alla Giunta Sagramola in occasione della vicenda Tares. Il punto, quindi, non è quello di schierarsi a favore o contro Sorci, ma cogliere in questa vicenda un caso emblematico di conflitto tra la libertà dell'agire politico e il potere abnorme di cui dispone una casta di burocrati che fa e disfa prendendosi gli onori e scaricando sulla bistrattata politica tutto il fango delle responsabilità. Il problema è radicale e profondo e la risoluzione si configura davvero come un bivio decisionale: o il Parlamento chiarisce e legifera in materia, delineando una riforma all'americana in cui i dirigenti vengono nominati da chi governa con contratti di mandato, o davvero le campagne elettoriali, le elezioni e i ballottaggi da momenti di scelte delle alternativedi governo si trasformeranno in procedimenti formali e senza prospettiva. Perchè chiunque vinca sarà costretto a inchinarsi al primato della burocrazia da una legislazione borbonica che tutela lo scaricabarile e punisce le risultanze elettive.
    

13 gennaio 2014

Lo strano caso della Tes.Com. tra il Rag.T e la Dott. I.R.

Ieri, parlando di bollettini e mense, si è accennato di sfuggita alla questione della tesoreria comunale. Si tratta di un servizio che il Comune ha affidato nel 2008, attraverso un bando di gara di procedura aperta correlato a uno schema di convenzione approvato con delibera del Consiglio Comunale n°140 del 16 settembre 2008 (Schema di convenzione). Nel bando era previsto che "l’affidamento avrà la durata di anni 5 (cinque) a decorrere presuntivamente dall’01/01/2009 e comunque dalla data di effettiva consegna del servizio attestata da apposito verbale. L’appalto potrà essere rinnovato, d’intesa tra le parti e per non più di una volta, qualora la normativa vigente lo consentirà" (Bando per Tesoreria Comunale). La gara si tenne il 27 novembre del 2008 e il servizio di tesoreria fu affidato alla Carifac che fu l'unica a concorrere e a depositare il plico (Verbale del bando di gara). Di fatto tra la gara e la decorrenza trascorse un tempo tecnico pari a poco più di un mese, a cui va aggiunto il lasso temporale intercorso tra la data di pubblicazione del bando - 14 ottobre 2008 come la corrispondente determinazione dirigenziale n. 890 - e l'apertura delle buste. Ossia un paio di mesi in totale, segno di una procedura non esattamente comparabile alla velocità di un colpo di pistola. Fatti due conti e ragionando sull'oggi, l'affidamento quinquennale del servizio di tesoreria dovrebbe, quindi, essere scaduto in data 31 dicembre del 2013. L'art.27 dello Schema di Convenzione prevede che alla scadenza del mandato il Tesoriere, in caso di specifica richiesta dell'ente, debba continuare ad erogare il servizio per almeno un altro anno. Il che renderebbe del tutto legittimo il fatto che, ad oggi, il servizio di tesoreria comunale continui ad essere garantito da Veneto Banca, in quanto soggetto che ha incorporato la Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana titolare dell'affidamento. Il problema è che il 21 giugno 2013 il Tar della Campania - in risposta al ricorso presentato da una società privata di riscossione dei tributi, a seguito di una deliberazione del Consiglio Comunale di Frignano che aveva rinnovato l'affidamento del servizio di tesoreria senza ricorrere alla gara pubblica - ha depositato la sentenza n° 3261 (Sentenza del Tar della Campania), con cui chiarisce che le modalità di affidamento del servizio di tesoreria da parte di un ente locale non possono mai prescindere da una gara di pubblica evidenza, e che un eventuale rinnovo dell'affidamento a un medesimo tesoriere non può che essere la risultante della partecipazione a un bando di gara. Nella suddetta sentenza il Tar della Campania - a riprova della fondatezza delle sue asserzioni - fa anche riferimento ad alcuni pronunciamenti del Consiglio di Stato laddove la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Campania afferma che "in seguito all’entrata in vigore dell’art. 23 della legge n. 62/2005, la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha chiarito che, in tema di rinnovo o proroga dei contratti pubblici di appalto non vi è alcuno spazio per l’autonomia contrattuale delle parti, ma vige il principio che l’amministrazione, una volta scaduto il contratto, qualora abbia ancora la necessità di avvalersi dello stesso tipo di prestazioni, deve effettuare una nuova gara (Cons.St. sez, IV 31.10.2006 n. 6457; Con. St. sez. V 8.07.2008 n.3391; Cons. St. sez. V 11.05.2009 n.2882)". Siccome siamo di fronte a una materia articolata e complessa - complicata dal mormorìo cittadino che ipotizza una volontà di Veneto Banca di dismettere il servizio di tesoreria comunale non solo a Fabriano ma anche in altri comuni del comprensorio montano - sarebbe interessante capire quale sia, in materia, lo stato dell'arte del Comune di Fabriano: se l'affidamento del Servizio a Veneto Banca sia ufficialmente scaduto in base alla decorrenza prevista dal bando di gara del 2008; se, alla luce dei pronunciamenti della magistratura amministrativa precedententemente riportati e della tempistica necessaria, sia stata indetta una gara ad evidenza pubblica per il nuovo affidamento; se esista un atto ufficiale - al di là di quanto previsto nello schema di convenzione, che sembra essere smentito dalla giurisprudenza amministrativa - in ragione del quale Veneto Banca possa continuare a erogare il servizio di tesoreria comunale. Si tratta di aspetti che gli scrupolosi e indefessi attuatori della norma che siedono tra Palazzo Chiavelli e Piazzale 26 settembre 1997 avranno sicuramente considerato. Ma vale comunque la pena, con lo spirito equanime e civico che caratterizza questo blog, di inoltrare una domanda al Rag.T e alla Dott. I.R per sapere se stavolta, e per una buona volta, concordano con tale rilievi o se come al solito ritengono più opportuno e evritiero eccepire.
    

12 gennaio 2014

Questione di stile... e di tesoreria

 
Stamattina il piatto è ricco e, ovviamente, mi ci ficco. Sui giornali di ieri era prontamente rimbalzata, attraverso le dichiarazioni del consigliere dell'NCD Urbani, la polemica relativa alla decisione di Sagramola che, invece di astenersi, ha votato a favore di sè stesso, di fronte a un ordine del giorno in cui gli si chiedeva espressamente di dimettersi. Stamattina, sempre a mezzo stampa, il Sindaco ha rispedito al mittente la critica, rivendicando il diritto di esprimere quel voto perchè non essendo in ballo una mozione di sfiducia ma un ordine del giorno il suo "no" era essenzialmente un segnale aggiuntivo di compattezza della maggioranza. Ora, se la politica fosse soltanto adesione insindacale a commi, regolamenti, paragrafi e grida manzoniane il ragionamento di Sagramola non farebbe una piega. Grazie al cielo la politica non è una derivazione minore del diritto amministrativo ma arte del possibile, ovvero spazio in cui è possibile combinare creativamente regole, abilità, realismo e manovra. Ciò vuol dire che la politica si basa su molti e diversi codici simbolici, linguistici e comportamentali che delineano uno stile della politica e dei politici, ovvero un insieme di caratteristiche che ne differenziano l'agire e lo caratterizzano in profondità. Non partecipare a votazioni che riuardano direttamente la propria persona, in tal senso, non è materia che si risolve arrampicandosi sugli specchi con le ventose del regolamento ma ricorrendo a una concezione dello stile politico che è anche consuetudine e bonton istituzionale. Un campo rispetto al quale Sagramola ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, di sapersi muovere con la levità di un ippopotamo tra i vetri soffiati di Murano.

Stamattina i giornali parlano diffusamente di una nuova grana che si è abbattuta sull'amministrazione comunale a seguito della recente spedizione, alle famiglie, di due bollettini di pagamento delle mense scolastiche che riportano date ravvicinatissime di scadenza del pagamento. Siccome i nervi sono molto tesi e l'aria caldissima, per via dello strascico lasciato in eredità dalla Tares, sono immediatamente montate le proteste dei cittadini, a riprova di una rottura sempre più profonda tra la città e chi la amministra. Attraverso i social network sono giunte le scuse degli uffici comunali, che hanno scaricato sulla banca incaricata di gestire la tesoreria comunale l'errore relativo alle date di scadenza dei bollettini inviati. Siamo certi che Veneto Banca saprà chiarire l'accaduto con il massimo della tempestività e dell'ufficialità, rimarcando anche eventuali responsabilità attribuibili alla controparte comunale oltre che difict di operatività dell'istituto.

Ma sulla questione dei bollettini eviterei di tirare la croce addosso alla Giunta. Un conto è infatti la Tares, che è intimamente legata a una volontà politica e a indirizzi tributari che ricadono in parte su chi governa la città, un conto è una sovrapposizione di scadenze che sarebbe pretestuoso ricondurre a un desiderio politico di mettere in difficoltà i cittadini. Ma se i fabrianesi faticano a distinguere un errore operativo da una scelta politica e se tendono a sospettare raggiri in ogni atto, la colpa non è della loro malizia ma di chi ha consentito che si rompesse quel patto di fiducia che dovrebbe legarli a chi li amministra. La misura è evidentemente colma ma, come emerso l'altra sera in Consiglio Comunale, chi governa preferisce ostinarsi nell'occultamento di cadavere, sperando che la città non si avveda fino in fondo di quel che sta accadendo e delle responsabilità storiche di chi continua a negare l'evidenza.
    

11 gennaio 2014

Il fumogeno riformista del Centro Sociale Fabbri


 

Ieri mattina il Centro Sociale Fabbri ha convocato una conferenza stampa per illustrare il progetto di Laboratorio Sociale e di gestione dell'ex asilo del Borgo. Ho avuto modo di leggere interamente e attentamente il documento che accompagna l'iniziativa e la sensazione è che i ragazzi del Fabbri abbiano deciso di investire strategicamente in un disegno innovativo di legalità e di socializzazione. Un rientro nei ranghi necessario per allargare le basi del consenso e mettere a disposizione della città un'ipotesi di partecipazione liberata da antagonismi e radicalismi identitari, che si sono a lungo configurati come limite costituivo e barriera all'accesso per tanti fabrianesi interessati a sperimentare forme innovative di socialità ma distanti dal retroterra politico del Centro Sociale. Il progetto si baserà, infatti, sul ruolo dell'associazione Il Cantiere delle Idee - associazione culturale e artigianale registrata presso la Camera di Commercio di Ancona - che si incaricherà di coordinare e gestire corsi di formazione, progetti sociali e attività ricreative in autofinanziamento. Di fatto il Cantiere delle Idee chiude la stagione "festaiola" del centro sociale, incarnando una svolta "migliorista" di "servizi alla cittadinanza" di cui potranno beneficiare Fabriano e, innanzitutto, i suoi giovani. Questo cambio di passo - sostenuto anche da 700 firme di cittadini che si sono schierati a favore del Laboratorio Sociale - rappresenta una svolta politica e culturale che la città deve raccogliere e che cambia radicalmente la scena conflittuale venutasi a determinare con l'occupazione dell'ex asilo del Borgo. Il disegno di legalità profilato dal Cantiere delle Idee - e sostenuto da una proposta di gestione legata anche a elementi di autonomia economica, di condivisione sociale e di garanza legale - di fatto vanifica la stravagante e barocca ordinanza di sgombero con cui il Sindaco provò goffamente a censurare un'esperienza di socializzazione di spazi e di relazioni sociali. Di conseguenza il progetto è anche un fatto politicamente rilevante e forse non è un caso che questo fumogeno riformista del Fabbri finisca tra le mani del Sindaco a poche ore di distanza dal brutto spettacolo di autoreferenzialità e chiusura inscenato in Consiglio Comunale dalla Giunta e dal primo cittadino. In questo senso quella del Fabbri è una spiazzante "mossa del cavallo" che costringe Sagramola a confrontarsi sul versante per lui più innaturale e impervio, quello del dialogo sociale con i soggetti collettivi e quello della risposta democratica ai problemi della città. E la svolta moderata del Fabbri mette all'angolo una Giunta che aveva sperato che la città dimenticasse rapidamente quanto accaduto a seguito dell'occupazione e i mille passi falsi commessi pur di stroncare - in modo puerile - un esperimento non istituzionale di democrazia municipale. Adesso Sagramola oscilla tra due diverse opzioni: accettare il compromesso proposto dal Fabbri - comprensivo anche di una diversa soluzione ubicativa - o rilanciare la linea dura dello sgombero. Nell'uno e nell'altro caso ne uscirà confermato il suo indecisionismo ondivago perchè sono stati gli occupanti e non la sinistra di governo a spostare il confronto su un terreno moderato e a rilanciare una proposta di autogestione legale e in economia che pare sia per i comunisti che per i liberali. In passato ho avuto molte e accalorate polemiche col Centro Sociale e, in modo particolare, con alcuni dei suoi esponenti. Polemiche che nascevano da una profonda distanza di punti di vista che non si cancella per decreto o con una spugna inumidita ma che non impedisce di immaginare comprensione e di ipotizzare aperture. E anche per questo sono tra i primi a rallegrarmi del passo in avanti che il Fabbri ha deciso di compiere, perchè un nuovo disegno di comunità non può fare a meno di una spinta dal basso in cui il fare non sia vincolato alle clientele, alla distribuzione di denari e prebende e alla tutela di microinteressi fintamente partecipativi.
    

10 gennaio 2014

Il Consiglio di ieri sera e il baco di Sagramola


 

Ho seguito il Consiglio Comunale di ieri sera in diretta streaming. Con la certezza che, alla fine, la matematica sarebbe diventata l’unica, possibile opzione politica di salvataggio del Sindaco Sagramola. La legge elettorale dei Comuni – lo ricordavo l’altra sera presentando il libro del Prof.Guido Crainz all’Oratorio della Carità – è figlia legittima e viziata di un’ebbrezza collettiva e maggioritaria. Un delirio dei primi anni novanta che ha fatto sì che, nell’amministrazione delle città, alla politica come arte del possibile subentrasse brutalmente una potenza dei numeri dura e livellatrice; una legge pensata per sostenere un bisogno di stabilità ma, alla fine, generatrice di una governabilità demenziale, scandita da comportamenti e atteggiamenti mediamente improntati a quel “dispotismo della maggioranza” che tanto inquietava le visionarie riflessioni del liberale Tocqueville. E ieri sera hanno trionfato i numeri della drogheria politica, quelli che non lambiscono mai il linguaggio matematico della bellezza, ma si assiepano attorno al meccanismo erto ma tagliente del far di conto. Era un esito prevedibile, perché la sequenza pluriennale dei precedenti non lasciava di certo spazio a possibili cambi di paradigma o a sentori di ribaltamento. E ciò che è prevedibile - per prima cosa - non scandalizza, perché è già tutto inscritto nei grigiori della routine e nella dinamica crudele della democrazia politica che, non lo si dimentichi mai, è sublimazione della guerra, ossia pratica improntata alla riproduzione perpetua del binomio vittoria e sconfitta. Eppure, anche nello spazio ristretto e perimetrato di un esito già conosciuto a priori, spicca – come elemento di differenziazione profonda – il valore del metodo adottato, perché il binomio vittoria sconfitta non è mai esaustivo in sé stesso ma si articola e si declina in modo assai più complesso e problematico. Perché si può vincere bene e vincere male, come rientra nel novero delle possibilità il perdere bene e il perdere male. Sagramola ieri sera ha vinto male. Ma anche questo non sorprende, perché al Sindaco manca quella "dura eleganza non cattolica" che gli avrebbe consentito di trasformare un passaggio politicamente difficile in un’occasione di rafforzamento della propria legittimità. Sagramola ha rimosso dall'orizzonte un dato strutturale del suo mandato e cioè il suo destino di Sindaco di minoranza, votato al ballottaggio da circa un quarto del corpo elettorale. Questo vizio di origine gli avrebbe dovuto suggerire un approccio empatico e relazionale, aperto alla città e ai suoi bisogni e a una minoranza da non derubricare a “fastidio” ma, piuttosto, da ritenere voce di una coscienza politica che stimola a migliorare capacità politiche e amministrative. Il goleador d'eccellenza , infatti, non segna a una squadra senza terzini ma è colui che possiede l'abilità di superare la linea bianca aggirando la resistenza accanita di un difensore di rango. Invece in Sagramola è prevalso il solipsismo ombroso, la pretesa di autosufficienza, il “dare retta” ad amici e sodali che avevano l’unica finalità di dimezzarne efficacia  e impatto. Ieri sera il Sindaco poteva finalmente giocare di rimessa, annunciando un fine mandato di diverso conio, dialogante e concertativo. E poteva provarci proprio facendo tesoro degli errori e dei passi falsi clamorosamente emersi nel corso della lunga vicenda Tares. Invece il primo cittadino ha delegato la sua difesa a un comunicato di maggioranza che resterà negli annali della povertà politica e linguistica cittadina, tagliando le unghie alla libertà di parola dei suoi consiglieri e trasformando Palazzo Chiavelli in un’aula sorda e grigia, ma senza neanche la tentazione anacronistica ma risoluta di un petto in fuori e di un mascellone volitivo. Fossi stato il Sindaco avrei bevuto fino in fondo l’amaro calice, incentrando la mia difesa sull'elogio dell’errore che, anche in politica, è la base dell’apprendimento e del miglioramento, e chiedendo alla maggioranza che, al di là del voto finale, si facesse carico di una severità politica e culturale superiore a quella prevedibile e fisiologica dell’opposizione. Invece abbiamo assistito all’umiliazione delle cariche elettive, alla saga silente di consiglieri evirati dal conformismo, impauriti dai comandi di scuderia, muti e ciechi come pesci di fondale, convinti dai capibastone che il libero pensiero sia la più subdola delle tentazioni e non l’espressione più luminosa del senso civico e della ragion di stato. Sagramola ha vinto male perché è un uomo che ha timore delle parole, perché è terrorizzato dalla dialettica che fluisce senza argini premeditati, perchè coltiva un desiderio assillante e condizionante, comprensibile in termini di potere ma estraneo alle ragioni di una politica ariosa e potente: durare. E quando durare è l'unico movente capace di animare atteggiamenti e decisioni, è naturale che venga travolto ogni argine politico, di confronto e, se vogliamo, anche di stile, fino a quel vero e proprio default simbolico rappresentato dal Sindaco che vota la fiducia a se stesso senza il bonton di astenersi almeno su qualcosa che lo chiamava personalmente in causa. L’opposizione, dal canto suo, ha fatto quel che ha potuto. Nessuno dei consiglieri di minoranza avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità di esibire lo scalpo di Giancarlone, ma c'erano risultati politici minori su cui valeva la pensa investire. E sicuramente due punti l'opposizione li ha portati a casa; da un lato moltiplicare l'azione stressogena su una maggioranza nervosa che ha ridotto le sue difese a un comunicato politicamente plumbeo e linguisticamente stentato, di cui nessuno dei consiglieri di prima linea si è sentito di riconoscere l’impronta e la paternità; dall’altro rafforzare una tendenza unitaria che se non configura, in filigrana, una possibilità di alleanza politica alternativa, di certo fa risaltare un ordito civico trasversale che può diventare un punto di riferimento per ampi settori della società fabrianese. Ma anche la minoranza merita qualche critica, perchè ha perso non bene ma benino. Essa, a mio avviso, non è riuscita a narrare efficacemente il tarlo di un’amministrazione che, in quanto statalista e cattocomunista, esprime un'innata tendenza alla moltiplicazione fasulla dei pani e dei pesci, animata ricorrendo a linee di compensazione finanziaria basate su una tassazione feroce e su pratiche di riscossione da colonia romana. Il baco di Sagramola, purtroppo per i fabrianesi, non è la Tares ma il modo illiberale di concepire il rapporto con la spesa pubblica e col contribuente, secondo il quale è sempre quest'ultimo il soggetto che gioca a barare rifiutando di versare, col sorriso sulle labbra, l'obolo necessario al mantenimento di queste sacche locali di spirito sovietico e di socialismo reale. Ed è esattamente questo, più che i tanti ma volatili tecnicismi della Tares, lo sfondo politico che sarebbe stato importante dare alla richiesta di dimissioni. Perchè il limite di Sagramola è intimamente politico e non può essere limitato alla fattispecie di questa vicenda tributaria che, a consuntivo, somiglia più a una linea di confine culturale che a un problema di bilancio e di equilibri contabili.
    

Fabriano tra luoghi e non luoghi: la comunità e l'individuo

Giorgio De Chirico - Piazza d'Italia 
Ieri sera in Consiglio Comunale è andata come era previsto che andasse. Senza sorprese e senza colpi di scena. Ragion per cui il commento può attendere ed è rimandato a stasera. Stamattina ritorno su quanto affrontato ieri, un tema cruciale per il futuro della nostra città, ovvero la progressiva dissoluzione di simboli che attraversa la quotidianità dei fabrianesi, proviamo quindi ad aprire nuove finestre legate alla sociologia dei luoghi, ospitiamo l'intervento di Nico Bazzoli, giovane fabrianese esperto di sociologia urbana e conoscitore dei processi di frammentazione del contesto sociale nelle città contemporanee. Un punto di vista su cui è possibile costruire una nuova visione della città, a partire dalla fine del benessere che ha scandito per molto tempo la nostra storia locale (GPS).

C'è un qualcosa di sconfortante nel vedere un centro commerciale brulicare di vita e nell'osservare, allo stesso tempo, una piazza storica sempre meno frequentata; qualcosa che mi prende nell'animo e mi fa riflettere sul tempo in cui viviamo. Il passaggio dal “Ce vedemo in piazza” al “Ce beccamo al centro commerciale” per quanto possa sembrare una semplice espressione che denota un cambiamento nei luoghi di ritrovo, in realtà cela significati tutt'altro che lapalissiani. Non si tratta, infatti, di semplici abitudini che cambiano, di una preferenza per il nuovo o di una modernizzazione che ha raggiunto le vallate appenniniche, quanto piuttosto di espressioni che denotano la morte dei luoghi in favore degli spazi di attraversamento e di consumo. L'antropologo francese Marc Augé, nel delineare quella che autodefinisce “un'antropologia della surmodernità”, coglie mutamenti come quello in questione nella dualità che si viene oggi a creare tra luoghi e non luoghi. Un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico e trova la sua massima espressione dove la comunità ha forgiato per decenni il suo senso di appartenenza e i suoi meccanismi di riconoscimento politici e identitari, come ad esempio nelle piazze. Uno spazio che non può definirsi identitario, relazionale o storico definisce invece un non luogo, un ambito che viene riempito in maniera funzionale. In questa contemporaneità si moltiplicano i punti di transito, si rimodulano i centri e le periferie, si sviluppano reti in cui grandi magazzini, distributori automatici e carte di credito riannodano i gesti di un commercio muto che ha perso ogni relazione con il vicinato, un mondo promesso all'individualità solitaria e al semplice passaggio. Una costruzione che entra in pieno contrasto con i luoghi, con la loro valenza di spazi pubblici d'incontro, ed è sintomo di un loro svuotamento di significato. In una uscita al centro commerciale il sistema relazionale umano viene mediato dall'atto di consumo e si può trovare il tempo per qualche fugace scambio di parole tra un acquisto e l'altro, tra l'uso di un servizio ed un orario di chiusura da rispettare. Il non luogo trasforma la storia e se ne appropria, non a caso Il Gentile è il nome utilizzato dal Simply. Trova nell'indole commerciale il suo fattore più attrattivo, la comodità di parcheggio e la collocazione in una zona di passaggio strategica della città penseranno a rimpirlo senza problemi. La distesa di macchine che il sabato pomeriggio si può ammirare senza alcuno sforzo visivo presso via Dante segna il passaggio di un'epoca in cui spazi commerciali privati divengono luoghi di ritrovo e aggregazione, mentre luoghi storicamente pubblici sembrano essere dei semplici spazi destinati a perire, in attesa di una loro “spettacolarizzazione” da un punto di vista turistico. A cambiare non sono semplicemente le abitudini dei fabrianesi ma il sistema stesso di relazioni sociali, che oggi tende a preferire le cattedrali anonime del consumo alle piazze in cui si forgia senso di appartenenza e cittadinanza. Uno stravolgimento che oggi dovrebbe far riflettere su come le “Due vasche per il corso” possano racchiudere un senso che va al di là della semplice passeggiata. Il Corso riacquisisce il suo valore di luogo plurimo solo in poche occasioni come il sabato mattina, momento in cui individualità e gruppi differenti si incontrano e si fermano a parlare di attualità cittadina, creando le basi di quella parte di dibattito pubblico che non nasce nei social network. E' il luogo che assume la sua funzione di catalizzatore politico e rivive la profondità della sua essenza. Al non luogo spetta invece l'anonimia di individualità che non si incontrano e di un'acquisizione di significati che non gli appartengono, assorbendo la funzione di mero contenitore di persone in cui non si forgiano idee ma si eseguono gesti automatici di un consumo che ha perso ogni valenza territoriale ed è divenuto macchina di guadagno per grandi corporation. Il luogo tuttavia può ancora essere ricreato, poichè è fatto di scambio, di relazioni e interconnessioni che la società civile è ancora in grado di ricreare in piccole forme. Mercati rionali, dibattiti pubblici, conferenze, iniziative culturali e una rete commerciale di piccoli negozianti legati al livello locale possono animare un nuovo sistema capace di bilanciare l'attuale prevalenza del non luogo sul luogo, dell'individualismo sul senso di comunità. Ma forse Fabriano per riscoprirsi comunità, per comprendere il suo senso di luogo, ha bisogno di un ulteriore passaggio: l'inevitabile fine di un benessere generale che ci ha fatto accettare ogni compromesso e che ci porterà a pensare alla cooperazione locale come mezzo fondamentale per il miglioramento generale della qualità della vita (Nico Bazzoli)
    

9 gennaio 2014

Il Tema di Lara



la pizza Doodle Archivio Fotografico - 13101790 
Oggi mi pare giusto meditare sul Tema di Lara. E non parliamo del capolavoro di Pasternak e di quel Dottor Zivago che ha portato generazioni di lettori e di cinefili nelle steppe innevate della Madre Russia. Il tema di Lara è tipicamente fabrianese e riguarda il più noto dei ristoranti cittadini che pare abbia chiuso i battenti. E’ un altro mattone nel muro della crisi, l’ennesimo sfaldamento di  una comunità che crolla su stessa anche attraverso la parabola declinante dei suoi simboli. La pizza di Lara e lo scoglio di Lara non sono stati, per lunghi anni, soltanto una mitologia gastronomica alimentata da una comunità abitudinaria e poco avvezza alla sperimentazione, ma una certezza relazionale, un elemento dell’arredo mentale dei fabrianesi che ha resistito al trascorrere del tempo e ai cambiamenti del gusto. Da questo punto di vista mi ha sempre colpito quell’insegna esterna mai rinnovata e quasi ridotta memoria in bilico di una continuità che non aveva bisogno di ritocchi visivi e di restauri formali. L’identità di una città si compone di tanti elementi e la sua anima più profonda si alimenta di suggestioni molteplici e varie. La chiusura di un ristorante, a volte, è capace di toccare corde emotive che vanno al di là del ciclo di vita di un pubblico esercizio. C’è un “sentimento del tempo” nelle cose che finiscono che è capace di narrare la crisi meglio di mille ricerche e report analitici. Fabriano è una città che ha sempre convissuto con sospetto con l’idea del fuori casa ma la pizza di Lara era la proposta che rendeva praticabile e conciliabile l’idea della condivisione esterna con la visione radicalmente casalinga dei fabrianesi. Non è quindi interessante sapere perché questa storia finisca e quale contesto abbia determinato il cortocircuito che ha spinto i proprietari ad adottare tale decisione. Così come non cambia la scena l’eventuale riapertura in nuovi locali e sotto nuove insegne. L’unica certezza è che si è interrotta un’emozione condivisa e si è infranto un simbolo della migliore socialità locale. Cose che prescindono dal gioco commerciale delle chiusure e delle riaperture. Il dato davvero sconvolgente è come ogni chiusura e ogni evento negativo che coinvolge ciò che resta del nostro tessuto economico, tenda a replicare assuefazione, a generare e diffondere una propensione digerente dove tutto viene consumato e metabolizzato senza lasciare traccia e senza animare una reazione di orgoglio o soltanto di scazzo. Fabriano perde pezzi e la cosa è considerata e ritenuta normale, come in una tombola rovesciata dove ognuno spera di non essere il prossimo numero estratto dal sacchetto e annunciato dal banco. Ed è facile immaginare che la doglianza prevalente, rispetto al Tema di Lara, sarà legata alla perdita delle pizze, degli scogli e dei frittini, dimenticando che non è questo il punto vero ma l’inarrestabile dissipazione di simboli che sta trasformando questa città in un luogo ameno senza storia e senza memoria.
    

8 gennaio 2014

Ancora Ardo! Ancora demagogie!

Sindacato partite IVAQuesto blog ha sempre seguito con interesse e partecipazione la questione Ardo e il seguito della storia in veste JP, assumendo una posizione solitaria e scomoda, ovvero di critica radicale rispetto alla cessione di quel che restava del gruppo Antonio Merloni all'azienda guidata da Giovanni Porcarelli. In virtù di questo oggettivo e incontestabile pedigree posso permettermi di non rimandare alle puntate precedenti, focalizzandomi invece su quanto accadrà oggi. E' infatti prevista una manifestazione unitaria delle sigle sindacali che, stamattina, daranno vita a una carovana lenta di automobili in direzione di Ancona, dove si terrà la prima udienza relativa al ricorso presentato dai Commissari e dalla Jp contro l'annullamento della vendita Ardo, sancito dalla Sezione Fallimentare del Tribunale di Ancona lo scorso settembre. Il segretario provinciale della Fiom Bassotti ha precisato che la finalità della manifestazione sindacale di oggi è soltanto quella di esprimere un chiaro dissenso nei confronti delle banche che, dopo aver dato il via libera alla vendita, hanno deciso di rovesciare l'approccio facendo valere, in sede giudiziaria, la propria posizione di creditori pesantemente esposti. Di fatto, però, la manifestazione si configura anche come un tentativo di influenzare le decisioni del Tribunale, anche se non si troverà mai nessuno disposto ad ammetterlo e questo intendimento non dichiarato incrina oggettivamente l'immagine del sindacato che, in quanto corpo intermedio, dovrebbe opporsi a qualsiasi tentazione e tentativo di ingerenza nelle decisioni dei poteri dello Stato. Ma il vero tallone d'Achille di questa manifestazione è la concezione di sindacato che essa lascia emergere. Il ruolo del sindacato, specie nei momenti di crisi, dovrebbe essere molto ben contornato: difendere la produzione e la capacità dell'impresa di produrre valore, perchè solo in questo modo è possibile tutelare l'occupazione e agire in termini di redistribuzione dei benefici generati dalla competitività aziendale. Diversamente si diventa gestori di ammortizzatori sociali e si fa patronato, trasformando il sindacalismo in una istituzione burocratica che non ha nulla a che vedere con la rappresentanza vivace di interessi e con la tutela materiale e morale del lavoro. Questo significa che stamattina un sindacato moderno e sensibile allo sfaldamento sociale e occupazionale del territorio, avrebbe scelto di manifestare avanti alla direzione della JP perchè il vero nodo - al di là dei pronunciamenti della magistratura - è pretendere chiarezza da Porcarelli sulle strategie che intende adottare per far sì che l'acquisizione della ex Ardo non risulti essere un puro e semplice trasferimento di proprietà - garantito dal Ministero e dal ricorso agli ammortizzatori sociali e messo a rischio dal Tribunale - ma un'operazione importante dal punto di vista industriale e occupazionale. Fino ad ora, invece, le organizzazioni sindacali si sono accontentate delle dichiarazioni di intenti e delle volontà verbali dell'imprenditore cerretano, allineandosi alle ragioni di un'operazione che stenta a convincere e di cui l'annullamento della vendita, sancito dal Tribunale, è soltanto uno degli elementi più eclatanti, come lo fu, tempo fa, la vendita di alcuni macchinari che aveva lasciato intendere una sorta di non dichiarato disimpegno industriale da parte di Porcarelli. Le domande che mi farei se fossi un sindacalista sono molto semplici e lineari: la Jp sta davvero producendo valore? E se sì quanto? Qual è il livello di redditivà del capitale investito? Quante persone a tempo pieno sono state occupate nell'ultimo anno? Quante ore di produzione sono state registrate nell'ultimo anno? Quali prospettive di sviluppo è possibile prevedere da qui a tre anni? Si intende proseguire con un massiccio ricorso alla cassa integrazione o ci sono spazi per una crescita produttiva autonoma dal ricorso agli ammortizzatori sociali? Su questi temi sarebbe interessante incontrare il parere e le opinioni plurali di un sindacato davvero moderno e volitivo. Invece, e mi fa male dirlo in quanto amico del sindacato, si prosegue con le manifestazioni a effetto, con un sindacalismo "quattro ruote", con iniziative che fanno notizia ma poi, alla fine, non incidono minimamente la pellicola. Perchè un territorio in crisi avrebbe bisogno, come l'aria, di un sindacato della crisi e non certo di un sindacato in crisi.

    

7 gennaio 2014

SanMario Spacca che fa di rogo virtù

di Fabrizio Moscè

La conclusione del periodo natalizio – sancita dalla festività dell’Epifania – riporta al centro della scena una dialettica politica che sembra scorrere per mille rivoli, fino ad affermarsi attraverso percorsi decisamente anomali e imprevedibili. La notizia del giorno vede repentinamente Spacca sugli scudi della cronaca locale. Non per un qualche provvedimento risolutivo della crisi marchigiana o di rilancio dell’ormai asfittica economia regionale, ma per via d’una segnalazione d’emergenza vicinale, un allarme antincendio che ha consentito il pronto intervento dei vigili del fuoco presso l’abitazione dei genitori di Silvano D’Innocenzo, consigliere comunale di Forza Italia, vittime di un rogo innescatosi nel garage della loro casa fabrianese. Lo scampato pericolo ha consentito ai mezzi d’informazione di spostare l’attenzione dalla fiamme e dagli estintori alla curiosità politica d’un Governatore di centrosinistra che mette in salvo la famiglia dell’oppositore berlusconiano. Il che ci può stare, visto che la politica sembra attirare e trattenere attenzione solo quando si fa aneddoto e spigolatura. Ma quel che suscita interesse, e per certi versi lascia pure di stucco, è l’impronta salvifica dell’intervento spacchiano che emerge dai titoli dei giornali e delle locandine, col Governatore narrato e aggettivato come una sorta di San Lorenzo laico e di governo, che sfida la graticola e le lingue di fuoco, rapidamente deragliando in direzione dell’eroico e del provvidenziale. E Spacca non si incazzerà di certo per tale e tanto servo economio, perché quel che ha fatto il Governatore – avvisare i pompieri e dare una mano a spegnere il rogo – è di certo il minimo sindacale che avrebbe animato qualsiasi vicino di casa di media umanità, ma quando coinvolge un politico l'atto istintivo di soccorso diviene meritevole di prime pagine con titoloni a rischio di lecchinaggio e d'agiografia. Il Resto del Carlino, non a caso, strilla: “Rogo in casa D’innocenzo: salvati da Spacca” e a guardare la locandina emerge tutta l’ambiguità trionfante di un titolo che non si capisce bene se sia una constatazione asettica o se sia, invece, riconducibile a una dichiarazione del consigliere di Forza Italia che, riconoscente, finisce per giubilare l’identità del proprio angelo custode di avversa sponda politica. E considerata la tendenza fabrianese all’esagerazione di fatti e misfatti non è da escludere che, nel giro di qualche ora, inizi a circolare il sospetto d’un rogo galeotto, capace di convincere l’ormai distaccato D’Innocenzo – sempre più DJ e sempre meno consigliere – a concedere un occhio di riguardo al traballante Sagramola. Non perché Spacca trascorra il tempo a stracciarsi le vesti per il Sindaco di Fabriano, ma di certo – nell’ottica del terzo mandato in Regione – è fondamentale tenere botta e bottino elettorale nella città d’origine, facendone avamposto di difesa dall’assalto famelico dei pesaresi. Il che rende buono e gradito ogni apporto, anche quello eccentrico delle figure apparentemente più distanti dalla propria famiglia politica e dal proprio raggio d’azione. E allora anche un rogo, fortunatamente senza conseguenze, può ritornare buono nella tessitura politica, nella costruzione dell’onda mediatica e nella profilazione salvifica di SanMario Spacca. Perché, come direbbe il mio diletto Machiavelli, “giudico che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre…”. E SanMario è davvero politico anfibio, capace di combinare come pochi altri dosi cavalline di fiuto, d'anima e di culo.
    

6 gennaio 2014

il discorso liberale che l'opposizione non farà a Sagramola


 

Rivestimenti divelti, tegole in caduta libera, alberi di Natale che precipitano a terra e altri rimossi prima del previsto. Il vento - come la pioggia e le campane a morto - è tornato protagonista della vita cittadina regalando, oltre al disagio, anche qualche elemento divertente, come l'immagine plastica dell'assessore Paglialunga intento nel monitoraggio degli alberi di Natale. Ma Eolo, figlio di Poseidone e dio dei venti, fa spirare violenti turbini sulla Giunta. Giovedì prossimo, in Consiglio Comunale, si discuterà delle dimissioni di Sagramola. Una richiesta dell'opposizione, maturata in occasione della scandalosa gestione del caso Tares e accompagnata da una massiccia raccolta di firme a sostegno, oltre che da inedite, rumorose e persistenti proteste dei cittadini. Ovviamente Sagramola non si dimetterà e, anzi, troverà il consenso corale della sua maggioranza. Le dimissioni del Sindaco comporterebbero, infatti, lo scioglimento del Consiglio Comunale e un ritorno alle urne carico di incognite per chi governa la città e ritiene politicamente fondamentale durare a prescindere dai contenuti e dall'efficacia dell'azione amministrativa. Nonostante l'esito scontato del dibattito consiliare di giovedì credo che l'opposizione abbia fatto bene a forzare, perchè la dialettica politica cittadina ha bisogno di linee di demarcazione nette e di atteggiamenti capaci di andare oltre la complicità "anglosassone"  tra pezzi di maggioranza e di opposizione che in più di una occasione si è vista all'opera. Ora c'è da capire quali saranno gli atteggiamenti e gli approcci delle diverse forze in campo. E qui cominceranno a farsi sentire le note dolenti, perchè se è vero che la maggioranza di centrosinistra è un cenobio di monaci allineati e conformisti è altrettanto vero che l'opposizione è un pollaio animato da troppi galli che fanno a gara a chi ha la cresta più bella e a chi scova il tecnicismo più brillante. Immagino, quindi, che la richiesta di dimissioni di Sagramola si giocherà su temi squisitamente tecnici e quindi politicamente neutrali: regolamenti, prerogative dirigenziali, legittimità di atti, delibere mancanti o eccedenti, danni erariali, paragrafi e commi. Con la politica confinata al ruolo di ancella del diritto amministrativo, a strumento di decodifica dei troppi geroglifici normativi e procedurali che ne infestano e ne limitano le funzioni decisionali. Fossi un consigliere d'opposizione eviterei, come la peste bubbonica, qualsiasi utilizzo del sapere amministrativo nella richiesta di dimissioni di Sagramola perchè sulle "tecniche" si fa oreficeria interpretativa e non lotta politica. Il contenuto politico della richiesta di dimissioni del Sindaco è, infatti, di tutt'altra natura e riguarda due punti fondamentali: il suo aver rinunciato a incarnare in modo potente il primato della politica rispetto alla "firma" dei dirigenti e della burocrazia comunale e l'aver trasformato il municipio da luogo della politica come prossimità e servizio a struttura illiberale e tentacolare di riscossione dei tributi. La battaglia liberale che l'opposizione non farà è quella indicata dal grande economista liberale e premio Nobel per l'economia Milton Friedman, quando affermava che se si desidera tagliare le unghie a un apparato pubblico non bisogna razionalizzarne le spese ma diminuirne il più possibile le entrate. Perchè più un apparato pubblico incassa e più tenderà a spendere e spandere, a gestire marchette e a favorire clientele pagate con il sacrificio dei contribuenti. E per incassare le risorse necessarie alla dilapidazione del denaro pubblico trasformerà i tributi in mazze ferrate, gli accertamenti in azioni di polizia e le riscossioni in procedure esattoriali confortate dal pignoramento. Sagramola si deve dimettere non per il modo approssimativo e dilettanesco con cui ha gestito la questione Tares ma per aver cercato di far credere alla collettività che più tasse servono a produrre più equità sociale e fiscale. Tanti anni fa Arthur Laffer, allora docente alla California University, spiegò a Ronald Reagan attraverso una curva a campana il rapporto tra il gettito fiscale atteso e il prelievo fiscale imposto. C'è un punto nella curva di Laffer che deve sempre essere ricordato da chi governa in modo intelligente e cioè quando l'aumento del livello di pressione fiscale comincia a far diminuire il gettito perchè chi lo subisce inizia a pensare che non valga più la pena continuare a lavorare. Sono effetti economici che una Giunta illuminata dovrebbe considerare in ogni istante, senza cadere nel moralismo delle tasse che vanno sempre e comunque pagate e in quel concetto puritano e paraculo di equità fiscale che è stato ferocemente messo nero su bianco nella delibera del 23 dicembre di cui abbiamo ampiamente parlato ieri. Ed è esattamente questa la rivoluzione liberale di cui l'opposizione giovedì non parlerà e di cui eviterà di farsi carico.