Gli attivisti del Centro Sociale Fabbri, in tuta bianca come certe antiche frange zapatiste del movimento no global, hanno depositato letame all'ingresso di Bellaluce, la residenza fabrianese di parte della famiglia Merloni. Si è trattato di un'azione di rovesciamento simbolico, dissacrante e carnevalesca, che recupera la logica provocatoria di certi autori della Scuola di Francoforte, che si domandavano se fosse più pornografico e scandaloso un pube di donna o le bombe al napalm usate in Vietnam. Il Centro Sociale Fabbri ha applicato lo stesso metodo, spingendo la città a chiarire definitivamente a se stessa se sia più nauseabondo un sacchetto di liquame all'uscio o una politica aziendale che regala prospettive escrementali a un'intera comunità. Con il paradosso che tagliare migliaia di posti di lavoro è un reato morale che non produce sanzioni mentre un'azione dimostrativa incentrata sul simbolismo contiene il rischio potenziale di provvedimenti e querele. Ed è proprio questa lampante contraddizione logica la radice e la ragione del forte impatto di questa iniziativa. Da quel che si mormora pare che un'azione così eclatante non sia stata gradita da ambienti del sindacalismo istituzionale, che tendono a interpretarla come una radicalizzazione che potrebbe ostacolare la linea del dialogo con l'azienda e frapporsi all'individuazione di soluzioni soddisfacenti e condivise. Altri sostengono invece che il suo "rinculo mediatico" potrebbe spingere tra le braccia del merlonismo morente quell'area grigia di favrianesità che è ancora legata alla memoria degli antichi fasti e alle logiche di fedeltà al sistema. Sono chiavi di lettura che non convincono perché rimuovono una maturazione delle coscienze che è avvenuta assai rapidamente rispetto ai tempi geologici che da sempre scandiscono le trasformazioni di mentalità in questo territorio. Il Centro Sociale Fabbri ha agito con animalesco istinto mediatico, cavalcando un'onda che si è alzata da settimane, annusando per bene l'aria che tira e con la certezza che stavolta la città non avrebbe fatto quadrato attorno alle vittime dello sberleffo. In questo senso non va mai dimenticato che la questione Indesit si snoda sue due piani: da un lato quello concreto e materiale della vertenza, delle produzioni da razionalizzare e degli esuberi da gestire; dall'altro quello junghiano della mentalità, degli archetipi e degli effetti che le lotte sociali determinano nel modo individuale e collettivo di guardare la realtà e di adattarsi ad essa. Dopo il parricidio della fiaccolata è arrivata l'irriverenza del liquame a tagliare il cordone ombelicale tra la città e la sua dinastia, perché non c'è niente di più rabbioso e definitivo di una delusione inattesa e di un tradimento consumato nel silenzio. Quel che è accaduto ieri sera è, insomma, il preludio di una localissima damnatio memoriae, di un colpo di spugna su cinque decenni di storia locale più che mai necessario per uscire dalla crisi in forma adulta e senza più l'illusione di una delega salvifica e risolutiva.
10 luglio 2013
9 luglio 2013
Gianmario, l'ultimo imperatore senza trono
I lavoratori della Indesit hanno
portato la vertenza ad Ancona, l’hanno intasata di traffico, di bandiere e gagliardetti sindacali, fino a concludere una giornata di lotta festosa nelle
felpate stanze del Consiglio Regionale delle Marche dove hanno testimoniato l’angoscia del presente e il timore del futuro. Una prova di forza propedeutica allo sciopero di venerdì prossimo che non farebbe neanche notizia se non fosse che i lavoratori fabrianesi - in quel santuario di mediazioni al
ribasso e di continua transazione - hanno compiuto l'atto più dirompente: la contestazione rumorosa del Governatore Gianmario Spacca, il fabrianese più
in vista e prestigioso oltre che persona culturalmente e politicamente figlia dell’utero merloniano. Spacca ha cercato di mediare, di intortare
politicamente il dissenso, di spingere il focus in direzione di Roma e del
Governo centrale, come se Letta non fosse un compagno di partito, di
covata margheritina e un eletto in terra marchigiana. Di fronte a queste
manovre “di alleggerimento” si rimane comunque attoniti, perché sembrano passati anni
luce da quando, per governare il conflitto sociale, era sufficiente ricorrere a
un guscio vuoto e burocratico come l’Accordo di Programma; una scatola del
nulla propagandata con la certezza assoluta che poi sarebbe toccato a
sindacalisti, politici locali e cittadini ignari trasformarla nell'Arca di
Indiana Jones. E sono passati solo tre anni da quella primavera del 2010, quando
il Governatore si giocò un pezzo consistente di rielezione con la sponsorizzazione spinta e convinta della soluzione cinese prima e iraniana poi
al caso Ardo. E’ passato poco tempo ma sembra un secolo, e oggi è davvero
difficile per Spacca convincere i lavoratori chiedendo a Indesit di
cambiare il Piano ma rimuovendo dalla scena
il cin cin con la senatrice Merloni, nell'ormai storico ed epico aperitivo di Genga. Il cambiamento di scenario, con cui tutti siamo
costretti a misurarci, consuma vecchie certezze, abbatte monumenti di
imprenditori e statue di politici. Spacca si sta muovendo con molta
concitazione per sollecitare il Governo ad aprire tavoli di settore e per
attivare ogni azione che possa rendere più dolce, sopportabile e gestibile il
trauma della delocalizzazione Indesit. E’ una lotta contro il tempo attraverso
la quale il Governatore sta cercando anche di mettere in sicurezza la propria
prospettiva istituzionale, perché la sensazione è che il caso Indesit
travolgerà rapidamente quel poco di politica che è rimasta in circolazione dalle nostre parti. C’è
stato un tempo in cui a nessuno sarebbe venuto in mente di contestare e di violare quel principio
di lesa maestà su cui si è basata l’idea stessa di ordine e disciplina nella
nostra città. Oggi, invece, la sensazione è che tutti coloro che, come imperatori potentissimi, hanno esibito lo scettro siano soltanto regnanti
dimezzati, dei Romolo Augustolo che verranno ricordati soltanto per essere
stati gli ultimi a esercitare un potere blando e residuale. Non è chiaro come
si concluderà la vertenza Indesit, ma una cosa è certa: in poche settimane i
lavoratori hanno svelato l’obsolescenza
di un potere. Come nella nota favola in cui tutti vedevano che il
vestito nuovo dell’Imperatore non era altro che pura e adamitica nudità ma tutti
fingevano di essere al cospetto del più prezioso dei broccati. Fin quando non spetto all'innocenza di un bimbo dire tutta la verità e soltanto la verità: “mamma il re è nudo”. E
oggi a essere nudi sono Spacca e il sistema che lo ha generato. E non c'è davvero nulla di potente e michelangiolesco in questo stato di natura.
Il tavolo di settore che forse svela le intenzioni di Indesit

La sera della fiaccolata promossa dalla Diocesi un amico mi ha fatto una domanda e cioè quanto avrei pagato per vivere una vertenza come quella della Indesit venti anni fa. Era una domanda puntuale, di quelle che colgono nel segno perché chi la formula conosceva bene gli antefatti e, quindi, andava a colpo sicuro. Infatti venti anni fa mi sarei cullato nel romanticismo della lotta, mi sarei schierato di pancia e senza filtri di pensiero, avrei spaccato con l'accetta il fronte dei buoni (gli operai) e quelli dei cattivi (i Merloni e Milani), e sarei andato ogni sera a letto con la certezza di essere dalla parte giusta. Avrei trasformato un problema collettivo in una questione militante e la disperazione sociale in un tonico ideologico. Il passare del tempo, per fortuna, complica e stinge: le mitologie sono archiviate, le semplificazioni hanno lasciato il campo a una visione più distaccata e mesta, ragioni e torti si mescolano e, a volte, confondono le interpretazioni e i punti di vista. Nonostante il sopraggiungere di un grigio adulto e disilluso mi sono schierato con gli operai e gli impiegati della Indesit perché questa è la mia terra e la mia gente. Una scelta di campo più morale che politica, che però non impedisce di guardare le cose onestamente, collocando i diversi tasselli in una prospettiva più attenta e meditata. E in questo senso anche il punto di vista della Indesit va analizzato e valutato senza demonizzazioni, perché il declino della produzione manifatturiera italiana non è un complotto di Milani ma un fatto strutturale. C'è una domanda che, più o meno tutti, abbiamo evitato di farci e cioè se, dal punto di vista dell'azienda, produrre in Italia sia una scelta sana e lungimirante o se corrisponda invece, in queste condizioni, a un suicidio lento e prolungato. Come ha detto la Camusso, Indesit fa utili e non si può dire che sia un gruppo in crisi che ha stringente necessità di una ristrutturazione. Ma se uno si prende la briga di guardare il conto economico della Indesit si accorge che l'utile industriale, da un anno all'altro, si è ridotto di quasi un terzo. Ciò significa che la cosiddetta gestione caratteristica perde colpi ed è su quella che si misura una parte importante del livello di competitività dell'azienda. Guardando i numeri, con la prudenza che deriva dall'ignoranza e dalla consapevolezza che i bilanci ufficiali dicono tanto e non dicono niente, ci si rende conto che a pesare sono prevalentemente fattori ambientali esterni, sui quali il potere di intervento dell'azienda è strutturalmente limitato: l'aumento dei costi delle materie prime, l'incremento sempre più insostenibile della bolletta energetica che incide violentemente sulla competitività del sistema Italia, la crescita dei costi di trasporto e della componentistica, il maggiore potere contrattuale della grande distribuzione, il rafforzamento dei competitori asiatici nell'area del freddo e del lavaggio, la tendenza ad allungare il ciclo di vita medio dei prodotti e l'assenza di qualsiasi dinamismo nel mercato dell'edilizia. In questo quadro di fattori di scenario che non possono essere modificati e di mercato in contrazione l'azienda non può investire sul futuro immaginando recuperi di competitività basati su auspici e dichiarazioni di intenti. E' quindi comprensibile che l'azienda agisca cercando di guadagnare polpa sul versante del costo del lavoro e che lo faccia pianificando tagli e calcolando esuberi. In questo senso è intelligente la proposta di costituire un tavolo nazionale sul settore degli elettrodomestici, formulata unitariamente ieri dal sindacato, perché se si vogliono mantenere certe produzioni in Italia è necessario farlo attraverso politiche industriali che i governi non sviluppano più dal tempo della Olivetti e di Enimont, quando errori e scandali misero una pietra tombale su qualsiasi ipotesi di programmazione dello sviluppo industriale nel nostro Paese. Su questo punto nevralgico capiremo, quindi, quale sarà la reale posizione dell'azienda: se deciderà di aderire, partecipando costruttivamente a decisioni complessive e di settore, o se invece il suo Piano guarda altrove, in quanto frutto di altre logiche e altre decisioni.
8 luglio 2013
La "borghesia" fabrianese imboscata come uno Jacovacci nella Grande Guerra
Le sirene Indesit e il lieve desistere a marchio Fiom
Il fascino della FIOM è tutto
incentrato nella sua identità di organizzazione capace di costruire una
mitologia dell’errore, di rivendicare con orgoglio la persistenza del proprio
anacronismo, di considerare necessario e provvidenziale anche il più vetusto e
superato dei classismi. Sedersi sistematicamente dalla parte del torto rimanda,
infatti, a emozioni poetiche e scapigliate che attraggono, a una epopea del bel
gesto che solletica e a un’epica della sconfitta che seduce. Eppure da questo
microcosmo moderno e preistorico al tempo stesso, sono emersi sindacalisti di
grande spessore e personalità: Bruno Trentin, Gianni Rinaldini, Claudio
Sabattini e, da ultimo, Maurizio Landini che ha conquistato la scena ponendosi
come rognoso controcanto del nuovo corso FIAT, contrapponendo la lana grossa
dei maglioni sindacali al cachemire antipopolare di Marchionne e ribaltando
l’impronta del sindacalismo moderato: “niente fabbrica senza diritti” per
spodestare il “niente diritti senza fabbrica” di matrice riformista e cislina.
E per questo insieme di ragioni da Landini ti aspetti l’approccio radicale,
l’eloquio nervoso, la critica spietata della logica d’impresa e, alla fine, un
sindacalismo conseguente. Invece sulla vertenza Indesit Landini è stato
inaspettatamente mite e stranamente conciliante, ricorrendo a parole più
consone al pessimismo contrattuale dei riformisti che non a una federazione che
ha come simbolo una ruota dentata e per vision un’ansia di palingenesi della
società e del lavoro. Commentando l’esito del primo round del tavolo nazionale
Landini si è, infatti, limitato a definire incoerente la posizione di Milani e
ad auspicare una battaglia focalizzata sui contratti di solidarietà. I CdS sono
istituti contrattuali regolati dalla legge e già il proporli delinea un’azione
sindacale “procedurale” invece che una dialettica dei risultati delegata
all'autonomia negoziali delle parti sociali. La sensazione è che sul caso
Indesit si sia scompaginato il tradizionale posizionamento delle single
sindacali, con una FIOM più realista del re, che scavalca al centro FIM e UILM
e rimpiazza la vulgata declamatoria con un inedito approccio concertativo. Al
punto che verrebbe da chiedersi: cui prodest? A chi giova questa
trasfigurazione della FIOM a pochi giorni dallo sciopero generale di settore
previsto per venerdì prossimo? E’ forse l’effetto di qualche riservatissima diplomazia
che trasforma la realtà in una misteriosa valigia munita di sottofondo? Non
sarà mica la recita a soggetto di un copione che serve ad animare un Truman
Show in cui i lavoratori Indesit sono oggetto di sperimentazioni negoziali che
passano sopra la loro testa? Fuori dai denti: forse che l’ultima pagina è stata
scritta quando la prima non era stata ancora annunciata urbi et orbi? Chissà.
Sicuramente a dare risposte certe sarà il tempo, mai come questa volta giudice
e galantuomo.
6 luglio 2013
Le pagelle della settimana
Roberto Evangelisti voto 3
Si prepara all'ordalia popolare di lunedì quando, all'Oratorio della Carità, sarà costretto a confrontarsi con gli agguerriti esponenti del Comitato del Giano e con i cittadini che contestano l'imbracatura del Ponte dell'Aera e il progetto di ricopertura del fiume. Giudizio critico: immolato!
Si prende tutta la scena mediatica relativa alla presentazione delle iniziative per la stagione estiva fabrianese, oscurando completamente l'assessore alla Cultura che, normalmente, si incarica di organizzare e gestire il cartellone estivo. Giudizio critico: smisurato!
Lascia che l'assessore Balducci si prenda tutta la scena mediatica relativa alla presentazione delle iniziative per la stagione estiva fabrianese, facendosi oscurare quasi completamente nel ruolo di assessore alla Cultura che normalmente si incarica di organizzare e gestire il cartellone estivo. Giudizio critico: timorata!
Rivela interessanti retroscena relativi alla cessione e alla possibile acquisizione della Tecnowind da parte di una cordata di imprenditori. Le sue parole chiariscono, almeno in parte, quel che si faticava a comprendere ma poi scivola in un pretestuoso attacco alle banche. Giudizio critico: dimezzato!
Viene riconosciuto fabrianese dell'anno, nell'ambito del Premio di Argignano, grazie alla sua attività di artigiano della carta in una città che, perdendo gli elettrodomestici, forse ritornerà a mettere pure le mani a bagno nella cellulosa. Giudizio critico: proiettato!
Il parroco di Melano ottiene un grande successo di partecipazione alla fiaccolata per il lavoro di lunedì sera che lo propone sulla scena come animatore di solidarietà tra città, lavoratori e comunità dei fedeli. Giudizio critico: ispirato!
5 luglio 2013
Synergo su Tecnowind rimanda ed è un po' vivere e un po' morire
Rimandare è un po' morire, ma forse ci sono anche casi in cui, andreottianamente, un problema rimandato è mezzo risolto. E' quel che è successo oggi, in occasione dell'assemblea dei soci della Tecnowind, che deciso di non decidere e di rimandare ogni decisione sul futuro a martedì prossimo. Di fatto, ogni giorno che passa serve soltanto ad aggravare le condizioni dell'azienda ma di certo oggi l'assemblea dei soci aveva la possibilità concreta di mettere in liquidazione la società dichiarandone il fallimento. Questo non è avvenuto e, considerata la posizione sempre più distaccata del Fondo proprietario, si potrebbe vedere nel posticipo di decisione un segnale anche solo minimamente incoraggiante. Rimandare a martedì può quindi essere una sorta di indecisione bivalente: un po' vivere e un po' morire. Le possibili spiegazioni sono soltanto due: ottimisticamente parlando potrebbe trattarsi di una pausa tecnica, di un time out necessario per formalizzare alcuni dettagli, limare condizioni e procedure di cessione dell'azienda al nuovo acquirente e definire le modalità di richiesta del concordato preventivo con prosecuzione dell'attività; se invece si vuole vedere il bicchiere mezzo vuoto, il rimandare a martedì potrebbe non essere altro che la rappresentazione plastica di uno stato di incertezza che riguarda il Fondo Synergo che, da quel che si mormora e si vocifera, non avrebbe ancora chiarito quali siano le sue reali intenzioni rispetto al se e al come procedere alla cessione della Tecnowind. Non è quindi facile decodificare quanto sia realmente accaduto nell'assemblea dei soci, ovvero se siamo di fronte a un semplice aggiornamento tecnico o a un posticipo che nasconde un dubbio amletico del Fondo sul "che fare". In questo quadro emerge, per ora, soltanto un elemento positivo e cioè la volontà dei lavoratori di protestare e produrre, di organizzare un presidio per fare pressione sui decisori e, nel contempo, mantenere in funzione le linee di produzione. Siamo quindi ancora in un contesto interlocutorio, che lascia aperti spiragli ma che propone anche elementi di fondata preoccupazione. Se martedì si dovesse profilare e formalizzare un accordo di cessione dell'azienda e di richiesta di accesso al concordato preventivo in bianco, ciò vorrà dire che sarà garantita la continuità aziendale, anche alla luce di una visione del concordato preventivo inteso dal legislatore come strumento di tutela dell’interesse pubblico della produzione e dell’economia, e di salvaguardia del lavoro praticata attraverso il mantenimento dell'operatività d'impresa. Ma in questo quadro è bene che i lavoratori e i cittadini siano anche consapevoli di almeno due questioni fondamentali: la prima è che l'acquirente dovrà generare una redditività sufficiente ad abbattere il debito e dovrà farlo in tempi brevi. Ciò significherà interventi dolorosi sui livelli occupazionali e sulla produzione italiana, a probabile vantaggio dello stabilimento cinese e di quello rumeno, e un riposizionamento di mercato legato alla ricerca di un maggiore utile industriale, ossia un inasprimento della concorrenza con gli altri produttori fabrianesi ad oggi diversamente posizionati rispetto a Tecnowind. E quando il mercato vive una fase di contrazione e di negatività la lotta per la difesa e per l'acquisizione delle quote di mercato diventa una vera e propria guerra ad elevata intensità. Insomma, rimettersi in sella mixando ricapitalizzazione e congelamento dei debiti può sembrare una buona prassi e una scelta lungimirante, ma occorre anche tenere conto che ogni azione genera una reazione perchè i settori produttivi sono sistemi dove ogni parte condiziona e incide sull'altra. E la reazione dei concorrenti, che possono interpretare il concordato come una sorta di concorrenza sleale, potrebbe essere quella di spingere su banche e fornitori per strappare condizioni commerciali e di accesso alle forniture per certi versi "concordatarie". Il rischio è la cannibalizzazione tra produttori sul territorio. E notoriamente tra molti litiganti qualcun altro gode.
Tutta la vertenza in una Carovana Lenta
La sintesi più brillante dell'incontro tra Indesit, sindacati e Ministro dello Sviluppo economico l'ha fornita Vincenzo Gentilucci, segretario dei metalmeccanici UIL, affermando che l'unico risultato significativo emerso dal primo round del Tavolo nazionale è stata la sua riconvocazione per il 16 luglio. L'aggiornamento del la riunione dopo due settimane non è casuale ma funzionale a un obiettivo non dichiarato: silenziare, per quanto possibile, la vertenza e smussare tutti gli angoli di un conflitto segnato da una progressiva escalation. La sensazione è che i sindacati abbiano fiutato il trappolone e per tutta risposta hanno proclamato uno stato di agitazione permanente - da qui al 16 di luglio -, comprensivo di nuovi scioperi a gatto selvaggio, modalità che tanto ha scosso e adirato il management marchionnesco di Indesit Company, e di altre manifestazioni di conflittualità creativa. Su questo versante è stata annunciata una carovana lenta di automobili di lavoratori che, martedì prossimo, si recherà a passo d'uomo da Fabriano ad Ancona, con destinazione la sede dell'Assemblea Regionale delle Marche, dove si terrà un Consiglio aperto sul caso Indesit. Plaudire alla singolarità anche mediatica dell'iniziativa è semplice e rassicurante, ma occorre anche essere consapevoli che la carovana lenta pone un problema: non certo di legittimità sindacale dell'iniziativa ma di opportunità e consenso. Fino ad oggi, infatti, la battaglia dei lavoratori Indesit si è sviluppata con successo perché ha seguito alcune regole fondamentali di riformismo sindacale: tenere il conflitto rigorosamente all'interno del perimetro dell'impresa, sviluppare forme di protesta capaci di incidere sui conti dell'azienda e di far saltare i nervi al management, nazionalizzare la vertenza, ricercare in tutti i modi di costruire una relazione di empatia e di solidarietà con la città e con i fabrianesi, a partire da quelli non coinvolti direttamente nella vertenza, e spostare dalla parte dei lavoratori soggetti fondamentali di orientamento del consenso come la Chiesa locale. Questa azione unitaria, lungimirante e corale ha consentito di ottenere un risultato importante: fare della questione Indesit - come ha sottolineato il Segretario Generale della Cisl Raffaele Bonanni - un simbolo stesso della permanenza dell'industria manifatturiera nel nostro Paese. La carovana lenta, invece, incrina questo felice equilibrio di alleanze, di consenso e di protesta perché sposta il conflitto fuori dall'azienda, scaricandone alcuni effetti perturbativi e di disagio sui cittadini: rallentando lo spostamento dei lavoratori pendolari, complicando la circolazione automobilistica, generando code. Ogni lotta ha il suo tempo e usare le strade per protestare è tipicamente della fase iniziale, quando è necessario alimentare l'effervescenza dello scontro. Oggi un sindacalista dovrebbe rispondere soltanto a una domanda: in questi preciso momento della vertenza un cittadino che smadonna in macchina, sotto il sole d'estate, perché è imbottigliato in una coda sarà un cittadino solidale che plaude e sostiene la vertenza o uno che si orienterà istintivamente alla maledizione e al vaffanculo? Su questo tema, che potrebbe apparire banale e secondario, esiste una lunga e articolata riflessione sindacale perché vige ancora, in alcuni ambienti, l'idea primordiale - sedimentata in modo particolare nelle federazioni dei trasporti e in certe realtà del sindacalismo di base - che provocare disagio ai cittadini sia uno strumento di pressione negoziale quando esso, invece, è soltanto il modo migliore per indebolire la politica delle alleanze e regalare alla controparte un'inattesa e preziosa comprensione da parte dei cittadini. Insomma, in questa fase di isolamento della Indesit sarebbe opportuno muoversi con delicatezza e circospezione - candidi come colombe e astuti come serpenti -, come se si fosse in una cristalleria ed evitando quella vertigine dionisiaca, da conflitto creativo a tutti i costi, che darebbe all'appena risvegliato sindacalismo pedemontano un non so che di velleitario e dannunziano davvero poco funzionale agli obiettivi di questa difficile vertenza.
4 luglio 2013
Fu città stato degli Oblò ora è senza corona e senza scorta
| Foto di Repubblica.it |
Foschi cieli su Tecnowind
Fosco Celi non è una previsione metereologica o una constatazione di maltempo ma un dirigente della Tecnowind. Per i quotidiani un giorno è il direttore del comparto cappe e il giorno dopo il Presidente della società ma per noi semplici osservatori - magari capisciotti ma non certo sprovveduti - è l'uomo che ha chiarito alcuni elementi relativi al futuro della Tecnowind e alla possibilità che essa venga acquisita e salvata da un imprenditore marchigiano. I punti fermi, rimarcati da Fosco Celi, sono estremamente utili per comprendere lo stato dell'arte, ma contengono anche un'omissione totale sul deficit di gestione dell'azienda la cui responsabilità non può essere scaricata sulle banche, perché è come se in una famiglia sempre in rosso la colpa dell'indebitamento non fosse della famiglia stessa e delle sue scelte di consumo ma di chi gli presta i soldi per campare e a un certo punto si stanca di buttarli via perché non vede il minimo segno di ravvedimento. Si diceva dei dati certi e vale la pena, appunto, ricordarli e commentarli allo stesso tempo: il Fondo Synergo non è disposto a ricapitalizzare ma è pronto a vendere la sua quota al valore simbolico di un euro. Celi presenta questa volontà del Fondo semplicemente come un dato di fatto, ma essa significa una cosa molto chiara e cioè che è la stessa proprietà attuale della Tecnowind a sostenere che l'azienda è praticamente priva di valore. Al punto da essere messa in vendita allo stesso valore di un cornetto Algida. proseguendo nella disamina c'è da dire che Fosco Celi che ha pure spiegato perché Tecnowind non ha
ancora proceduto alla richiesta di concordato: perché l’assemblea
dei soci delibererà soltanto domani l'eventuale richiesta al Tribunale e lo farà soltanto in presenza di una proposta di acquisto comprensiva di due milioni e mezzo di euro di aumento di capitale, più altri
dodici milioni di euro a storno di parte del debito di 27 milioni che l’azienda
ha contratto con le banche. Diversamente si potrebbe profilare il fallimento. Ma Fosco Celi fa anche dell’altro e cioè accusa
direttamente le banche di porre ostacoli all'accordo con i nuovi possibili investitori in un contesto in cui l'azienda è ha abbondanza di ordini da evadere. E arriva al punto di affermare che le banche preferiscono perdere 27 milioni piuttosto che anticipare fatture per 5,5 milioni di euro. Ora, sappiamo bene che le banche aprono l'ombrello quando c'è il sole e lo chiudono quando piove, ma non sono di certo aziende che possono permettersi lussi di questo genere, visto che il loro funzionamento è regolamentato da direttive europee, da leggi nazionali e dalla vigilanza della Banca d'Italia. E siamo di nuovo al buonsenso del padre di famiglia, che dovrebbe spiegare, innanzitutto, cosa è accaduto in casa propria prima di scaricare le colpe su soggetti esterni. E il buonsenso genera inevitabilmente domande: come è stato
possibile che la Tecnowind giungesse a una esposizione bancaria di 27 milioni di euro?. Da quali attività - ordinarie o straordinarie - deriva questo livello di indebitamento? E' un complotto delle
banche o il frutto di una cattiva gestione aziendale? E' vero o meno che il prezzo medio di vendita delle cappe Tecnowind è lontano anni luce da quello medio di settore? Gli ordini di cui, ad oggi, dispone l'azienda contengono un utile industriale significativo? Il fatturato per dipendente è allineato o no a quello delle altre aziende concorrenti, visto che denota un elemento fondamentale della capacità di generare reddito d'impresa ossia una maggiore o minore produttività? Non sono domande oziose ma elementi strategici di comprensione della realtà su cui è giusto che si interroghino tutti: lavoratori, cittadini e istituzioni locali.
3 luglio 2013
Indesit: il nulla di fatto e la clessidra
La prima sessione del tavolo romano delle trattative su Indesit si è chiusa con un nulla di fatto. Le parti hanno confermato le proprie posizioni e ciò significa che la Indesit non solo non intende recedere dai suoi propositi di delocalizzazione, ma punta espressamente a umiliare i lavoratori e il sindacato. Il tavolo è stato aggiornato al 16 luglio, ossia fra due settimane. Giusto qualche giorno dopo lo sciopero generale di settore che vedrà Fabriano epicentro della mobilitazione e della protesta. Che si profilasse un nulla di fatto, in verità, lo si era capito già questa mattina quando il Governatore Spacca aveva fatto sapere, attraverso un post pubblicato su Facebook, di essere a Bruxelles. Segno che erano tutti preventivamente informati del fatto che oggi ci si sarebbe soltanto annusati e ritrovati in un terrificante dialogo tra sordi. Un primo giro fallimentare risolto a colpi di diplomazia perchè come sanno anche i più ingenui quando la sostanza non offre spone e non delinea finestre negoziali concrete si ripiega tatticamente nella valorizzazione del metodo. E l'elogio del metodo, con ogni probabilità, diventerà la spiegazione rassicurante di questo primo confronto interlocutorio e la versione ufficiale con cui rimuovere dalla scena un fallimento che non è il caso di sbandierare troppo rumorosamente. Il problema è che aggiornare il tavolo al sedici luglio significa buttare nel secchione dell'indifferenziata due settimane preziose, con la certezza che, nel frattempo, non ci saranno fatti nuovi e di rilievo a modificare la scena. Si tratta quindi di un vuoto assai difficile da colmare a colpi di sciopero, di presidi e di blocco dei TIR diretti in Polonia. Anche perchè il tempo inesorabilmente scorre e riunire un tavolo ogni due settimane significa arrivare ad agosto senza neanche l'ombra di un accordo o di una disponibilità di massima. E agosto vuol dire vacanza del Governo, del Parlamento, dei Ministeri e dei tavoli ministeriali, oltre che una disattenzione di massa da parte dell'opinione pubblica. A quel punto la tensione sociale e sindacale non potrà che precipitare repentinamente e a settembre sarà un lavoro di tombolo riattivare uno spirito conflittuale e di lotta dopo la lunga e soporifera pausa agostana. Insomma la clessidra ha cominciato a far scendere la sua polvere sottile e purtroppo il tempo stavolta non è nemmeno galantuomo perchè il tic tac è tutto a favore dell'azienda che punta a sbaragliare la resistenza entro la fine di settembre. C'è quindi bisogno di un fatto eclatante che trovi concretezza da qui alla fine di luglio, qualcosa che abbia la forza di costringere le parti a tagliare i tempi della negoziazione e a mettere il tavolo di fronte a un fatto compiuto impossibile da rimuovere o da ignorare. Ed è su questo che potrebbe verificarsi anche una frizione deleteria tra la volontà di lotta del sindacato territoriale e il desiderio di chiudere la vertenza limitando i danni del sindacalismo nazionale. Molto dipenderà dai lavoratori, da come terranno desta la lotta e da come si porranno, individualmente e collettivamente, di fronte a una ipotesi di occupazione che a questo punto non sembra più così impossibile e remota.
Il rischio melina al tavolo Indesit
Oggi, a Roma, si apre il tavolo
sulla Indesit e comincia a serpeggiare, tra i lavoratori, il timore di
possibili mediazioni sul numero degli esuberi. Secondo i sindacalisti locali la
dimensione reale degli esuberi sarebbe, infatti, nettamente inferiore rispetto
a quanto fino ad ora sostenuto dall'azienda. E questo sovradimensionamento
potrebbe essere il gancio pianificato di un’operazione da manuale con l’azienda
che spara altissimo, fa quadrato a lungo sul numero in eccesso per connotarlo
come punto strategico e poi ritorna alle dimensioni reali del problema,
spacciando il ridimensionamento degli esuberi per una disponibilità negoziale
sofferta e dolorosa ma condita di umanesimo manageriale. In questo modo
l’azienda conseguirebbe comunque i suoi obiettivi di taglio e delocalizzazione
e il sindacato potrebbe, a sua volta, dichiarare di aver limitato i danni e di
non aver abdicato al proprio ruolo di tutela dei lavoratori. Si tratta, per
ora, di uno scenario ipotetico, che non trova conferma in nessuno dei segnali
lanciati dalle parti. Di certo è un errore illudersi circa la reale volontà del
Governo di intervenire sul caso Indesit, perché è probabile che abbia ragione
chi sostiene che, per il Ministero, il tavolo Indesit è soltanto un tavolo in
più e, quindi, una rogna in più da affrontare e risolvere. Un dato di partenza compensato,
in parte, dalla presenza del Ministro delle Attività Produttive Zanonato che,
in quanto ex Sindaco, è perfettamente in grado di comprendere le profonde
connessioni tra difesa dell’occupazione e tutela dei territori coinvolti. C’è
solo un punto fermo: ci vorrà molto tempo non solo per riannodare i fili del
dialogo tra le parti, ma anche per ritagliare uno spazio di intervento del
Governo. Innanzitutto perché le posizioni iniziali sono incompatibili con
qualsiasi ipotesi di accordo - da un lato il sindacato che chiede all'azienda
di cambiare radicalmente il Piano; dall'altro la Indesit ridotta a un unico e
continuo niet, frutto di una vera sindrome di Marchionne che sta
condizionando le posizioni assunte dal management –, ed è proprio questa
distanza siderale che impedirà al Governo di svolgere la sua opera di moral
suasion sulle parti senza schierarsi apertamente da una parte o dall'altra
facendo saltare ogni possibilità di azione concertativa. Il problema per i
lavoratori Indesit è quindi come tenere accesa la protesta, mentre è in un
corso una trattativa inevitabilmente lunga e snervante, senza che prevalgano
stanchezza, rassegnazione e riflusso. Per tenere alta la tensione servono
energie e risorse umane ma più di tutto una città che, come con la fiaccolata
dell’altra sera, fa circolare energie. La stanchezza e la solitudine, in questo
specifico frangente, sono i due veri nemici dei lavoratori. Assai più di Milani
e dei silenzi di MPM.
2 luglio 2013
La tegola Ardo su tutti noi
Il 25 luglio 2012 sui quotidiani
venne pubblicata la notizia relativa alla decisione del Tribunale di Ancona di
nominare un perito con l’obiettivo di verificare la correttezza delle modalità
di vendita della Ardo al Gruppo JP Industries. Questa azione era una delle
azioni possibili generate dal ricorso presentato da un pool di banche, esposte
con la Antonio Merloni per circa 180 milioni di euro, che chiedevano
l'annullamento della vendita, perché essa sarebbe avvenuta sottostimando i
valori di mercato e quindi azzerando la possibilità, per gli istituti bancari,
di recuperare i crediti evitando, quindi, di metterli a bilancio come
inesigibili. Da questo punto di vista è bene ricordare che stiamo parlando di
un gruppo che nel 2007 esprimeva un fatturato consolidato di 850 milioni di
euro, 10 siti produttivi e circa 5.000 dipendenti e che l’acquisizione della
Ardo da parte di JP Industries – comprensiva di 210.000 metri quadri di
superfici coperte - comportò un esborso complessivo di poco più di 13 milioni
di euro, di cui 10 cash più tre di crediti precedentemente vantati. La perizia,
dopo una lunga e approfondita valutazione da parte del consulente, è stata alla
fine consegnata e depositata. E attenzione: trattasi di perizia non di parte ma
disposta dal Tribunale, ossia dal soggetto terzo deputato a decidere. E la
perizia sostiene che la vendita fu sottostimata di almeno quattro volte il
valore effettivo di vendita. Questa valutazione, che è squisitamente tecnica,
costituisce uno strumento di supporto rispetto alla autonoma decisione del
giudice, che, ovviamente, potrebbe anche ritenere equa e corretta la vendita di
Ardo a JP Industries. Ma il buonsenso lascia presagire una decisione del
Tribunale coerente con quanto emerso e riconosciuto dalla perizia perché è raro
che un Tribunale smentisca una perizia da esso stesso disposta. Il che significa
che i settecento assunti in JP, come nel Gioco dell’Oca, ritorneranno come in
passato ad essere dipendenti Ardo, al pari dei “sommersi” che non hanno beneficiato
della riassunzione da parte di JP Industries. Il problema sorgerà nel caso in
cui Porcarelli dovesse fare ricorso rispetto a questo eventuale pronunciamento
del Tribunale, perché si aprirebbe una fase di transizione, una sorta di limbo
giuridico, in cui sarà davvero difficile capire cosa accadrà ai lavoratori e
come si potranno ricollocare all'interno del quadro degli ammortizzatori
sociali. In attesa di un altro pronunciamento che, magari, contraddirà quello
del Tribunale, riaprendo tutti i giochi e rimbalzando duramente sulla pelle dei
lavoratori. Quel che è certo è che sul territorio sta per atterrare un’altra
tegola pesantissima. Al peggio non c'è mai fine
Indesit sempre più forte e sempre più sola
C'erano circa 1.500 persone alla fiaccolata di ieri sera e quello che doveva essere un evento a forte impronta religiosa è diventato una manifestazione di popolo tout court. Ed è la prima volta che la città si schiera, in modo netto e corale, dalla parte dei lavoratori in questo conflitto sociale che si focalizza su Indesit ma coinvolge tutto il sistema d'impresa e di lavoro locale. Forse, senza rendersene conto, ognuna delle persone che sfiaccolavano lungo il tragitto stava compiendo un chiaro rito psicologico: il parricidio, ovvero l'uccisione simbolica di una dinastia quasi medicea, che ha goduto di consenso unanime, che non ha conosciuto congiure dei Pazzi e che invece di allevare i Botticelli e i Poliziano -ossia la cultura - ha forgiato e foraggiato capetti, lecchini, cortigiani e spie, sapientemente orchestrati dall'odore e dal colore dei soldi. I nonbastisti, ovvero quelli che qualsiasi cosa si faccia si poteva fare d'altro e di meglio, invece di soffermarsi sul doloroso risveglio dei fabrianesi, hanno ironicamente contestato il tragitto, perché la manifestazione - a loro parere - si sarebbe dovuta concludere non a Melano ma a Bellaluce, dove risiede la Sacra Famiglia. Ma se fosse chiaramente emerso l'intento conflittuale si sarebbe fatto il contropelo a una città di sentimenti moderati e culturalmente introversa e paciosa, che avrebbe percepito la notte dei fuochi come una riedizione modernizzata della congiura contro i Chiavelli. Costruire il consenso significa invece far cambiare campo a forze inerti e contrarie e fare realisticamente i conti con la cultura, la mentalità e i retaggi di una popolazione. E la fiaccolata è diventata manifestazione di popolo proprio perché non ha urtato i sentimenti collettivi, con la Chiesa a fungere da garante e cerniera del passaggio di campo, in una città storicamente cattolica e da sempre rispettosa dei poteri costituiti. Adesso quel che conta è capire come questa "manifestazione inutile" possa impattare sulla vertenza. Secondo l'opinione di un altissimo uomo di potere, a cui ho strappato una confidenza, la fiaccolata farà molto male perché il Piano Indesit era stato concepito dando per scontati due fondamentali elementi di clima e cioè che i lavoratori avrebbero scelto la via della rassegnazione e del silenzio e che la città sarebbe rimasta sostanzialmente indifferente. Il primo tassello era saltato subito, con la durissima reazione dei lavoratori e del sindacato; il secondo si è frantumato ieri sera, grazie alla trasversalità politica e sociale dei partecipanti. Questo non vuol dire che l'azienda farà marcia indietro, ma di certo l'ampiezza e l'organicità del dissenso sanciscono l'isolamento della Indesit Company. Per queste ragioni la trattativa al tavolo nazionale sarà lunga e travagliata, dato che la politica reagisce non quando si pone un problema ma se sente che scricchiola il sistema di consenso che ne legittima l'esistenza. Insomma la fiaccolata non cambia le carte in tavola ma di certo ne complica il giro. E Indesit stamattina appare sempre più forte e sempre più sola.
1 luglio 2013
Cambia la lotta e forse MPM sbotta
I lavoratori della Indesit, nel corso di un’assemblea
tenutasi oggi, hanno deciso di sciogliere il presidio al magazzino centrale
dello stabilimento di Melano. Si tratta di una scelta di natura
“sospensiva”, su cui ha sicuramente pesato la decisione distensiva della
Indesit di remunerare la giornata di venerdì scorso, quando i dirigenti
dell’azienda optarono per un’azione estrema, immotivata e tartufescamente
camuffata come la serrata parziale. L’impressione è quella di un bisogno di
decompressione, di un cessate il fuoco a tempo determinato siglato dalle parti,
senza bilateralità di accordi, per calmare gli animi in vista dello sciopero
del 12 luglio e per non compromettere il clima del tavolo nazionale. Un tavolo
aziendale e non settoriale, dove si discuterà solamente del destino della
Indesit e quindi al netto di una riflessione a tutto campo sulle politiche
industriali necessarie per mettere in sicurezza il settore degli
elettrodomestici. Comunque vada è sempre più evidente che l’esito della vertenza
non si deciderà a Fabriano ma a Roma e questo cambia anche il ruolo e la
funzione della protesta sindacale che nella nostra città va avanti dai primi di
giugno. Lo sciopero a gatto selvaggio e i presidi notturni sono, infatti,
battaglie sindacalmente impegnative e umanamente dispendiose, ma del tutto interne al
conflitto e quindi a basso grado di richiamo e di coinvolgimento esterno. Ciò
significa che questa tipologia di mobilitazione è più adatta quando lo scenario
decisionale è localizzato in prossimità dei luoghi in cui si concretizza la
lotta e meno efficace se la sede decisionale si sposta, anche
fisicamente, in un altro contesto. In tal caso – e sembra questo il trend
contrattuale della vertenza Indesit – la mobilitazione locale diventa un’azione
di supporto, orientata da una specifica necessità: fare pressione, stressare
psicologicamente il tavolo nazionale, scongiurare il rischio di un clima di
contrattazione spassionato e asettico, dare la sensazione anche mediatica
di una intera comunità pronta ad esplodere. Siamo quindi di fronte a un
dinamismo che fa evolvere la situazione e, di conseguenza, modifica anche il
profilo della lotta. In questo quadro, naturalmente mobile, c’è un solo punto
fermo: non esiste disponibilità a modificare i contenuti di fondo del Piano
Indesit perché essi, secondo l’azienda, sono la garanzia della competitività
futura del gruppo; un gruppo assediato da competitors giganteschi in cui la
produzione di elettrodomestici è una business unit tra le tante, i cui
risultati si collocano in una logica complessiva in cui, all'interno del portafoglio
delle attività, è possibile avvalersi di sinergie e compensazioni. Opportunità
che Indesit non può esprimere in quanto, in toto, multinazionale degli
elettrodomestici senza diversificazione settoriale. L’esigenza posta
dall'azienda - a mettercisi con tanta buona volontà - potrebbe pure sembrare strategicamente sensata, ma c’è il legittimo e fondatissimo sospetto che non sia sufficiente tagliare 1.425 persone (e sottolineo persone non
esuberi) per competere alla pari coi giganti che presidiano il settore. Ed è per questo
che c’è pure chi sostiene che quella prevista dal Piano sia soltanto la prima
ondata, cui faranno seguito nuove pene e nuovi frustatori. ma paradossalmente potrebbe essere proprio questo il crinale sottilissimo - del tutto legato ai diversi scenari di competitività del gruppo - che spiega alcune voci che hanno cominciato ad attecchire voci dando per possibile,
e forse anche probabile, un intervento a breve di Maria Paola Merloni, da quel che si
dice poco propensa ad adattarsi al ruolo di capro espiatorio e sempre più dubbiosa sull'evoluzione della vicenda Indesit. Ma questo è un campo minato in cui è molto più saggio farsi scudo con lo scetticismo di San
Tommaso che affogare in qualche entusiasmo infondato e passeggero come quelli che abbiamo visto buggerare uomini delle istituzioni sul caso Tecnowind.
Tecnowind: il valzer di Sagramola
Di seguito riporto tre interventi. Il primo è tratto dal mio post sulla Tecnowind pubblicato sabato
mattina. Un intervento che ha suscitato la reazione sprezzante e infastidita del Sindaco che, senza citarmi ma con riferimenti inequivocabili, ha derubricato le mie
posizioni - in verità assai puntuali - senza entrare nel merito, ma dandomi del capisciotto, epiteto
che a Fabriano viene utilizzato per delegittimare e ridimensionare chi pensa di
capire molto e non capisce nulla. Il problema è che si parlava di una questione
occupazionale drammatica, come è quella di Tecnowind, e dare del capisciotto
a chi esprime legittime opinioni e sviluppa deduzioni tecniche e di buonsenso è non solo sbagliato ma anche po' sciocco. Specie se a farlo è il primo cittadino. E tanto più quando a distanza di 48 ore quello stesso Sindaco, che mi ha dato del
capisciotto, è costretto, quasi per intero, a riprendere le tesi del mio intervento, tanto duramente contestato. Un contrordine messo nero su bianco dal
Corriere Adriatico. Di seguito quindi troverete uno stralcio del mio post,
l’accusa ad personam del Sindaco e il giro di valzer di oggi. Insomma, sono felice ed onorato di essere un capisciotto.
Che in questo caso non è chi non capisce niente ma soltanto uno che prova a
dire quelle verità che gli omertosi detestano.
Purtroppo la situazione di
Tecnowind era assai più drammatica di quel che lasciavano intendere i
barbatrucchi e le corone d'alloro e, proprio in queste ore, si scopre che
l'azienda non ha ancora presentato al Tribunale la documentazione
necessaria per l'accesso al concordato preventivo e per attivare lo sblocco
della liquidità. I trionfatori di due settimane fa stamattina dichiarano di
essere stupiti e di non riuscire a comprendere le ragioni di questo ritardo. In
verità il problema del ritardo si comprende benissimo perché a mancare non è la
fotocopia di un atto o una marca da bollo ma il Piano industriale, ossia
il documento di indirizzo strategico sulla cui base procedere al
concordato preventivo e all'eventuale sblocco della liquidità. Perchè i
debiti verso i fornitori non si possono congelare per sport, così come è
improbabile che le banche sblocchino la liquidità soltanto perchè ammaliate
dalla barba di Sagramola. Ma perché non c'è un piano Industriale? (…)E la
valutazione del Piano Industriale non è un corollario o un'attività di
complemento ma un'azione propedeutica all'accettazione stessa del
concordato preventivo da parte del Tribunale. Questo significa che la
situazione ritorna esattamente al punto in cui era due settimane fa: per
produrre servono materie prime, per comperare le materie prime occorre
liquidità, anche se derivante da crediti smobilizzati. Ragion
per cui se vuoi produrre devi pagare le materie prime in contanti perché
nessuno "regala credito" ad aziende in gravi difficoltà, e quindi sei
hai soldi le compri altrimenti nisba e ti accontenti di una produzione a
singhiozzo. Ma se produci a singhiozzo perdi mercato, perché i clienti
hanno bisogno di continuità negli approvvigionamenti e non di forniture una tantum.
(Gian Pietro Simonetti sabato 29 giugno 2013 ore 11 su Bicarbonati)
VICENDA TECNOWIND
Tanti sanno tutto, in alcune
letture di blog o commenti mi sembra di capire che i "capisciotti"
sono in aumento strepitoso, a chiacchiere sono fortissimi. Noi non siamo ancora
riusciti a far dire la verità a tutti gli interessati per questo abbiamo
chiesto in accordo con il sindacato il tavolo regionale: tutti presenti dove
nessuno si possa nascondere ributtando la responsabilità su qualcun altro. Per
quanto mi riguarda non ho mai strombazzato vittorie, non è il mio stile, mi era
stato richiesto di fare un incontro con le banche per una soluzione sul
finanziamento del circolante e l'ho ottenuto. Ma ai lavoratori uscendo ho detto
che era solo un primo passo, non avevo dato false aspettative, non credo in una
politica taumaturgica, non ho illuso nessuno. Da settembre cerco di dare una
mano a Tecnowind nei rapporti con il sistema bancario e so quanto gli stessi
fossero critici. Ora non spetta certo a me o per meglio dire alla politica
presentare un piano al giudice che consenta la continuità e quindi la prededuzione
delle erogazioni bancarie che sono quelle assicurate con l'accordo in Comune.
Discorso complicato che i "capiscotti" hanno già risolto, io ancora
no. Ma non smetto certo di cercare una soluzione, perché come ho detto al
giudice mi stanno a cuore le persone. (Giancarlo Sagramola Facebook. Sabato 29 giugno 2013 ore 21.39)
Ci siamo impegnati con grande
determinazione fin dalle prime avvisaglie di e sembrava che, una volta trovato
l'accordo con gli istituti bancari, sarebbe stata emessa liquidità operativa a
sufficienza. Invece, sono poi emerse altre questioni di carattere
giuridico-amministrativo che la proprietà non aveva fatto conoscere in
precedenza, per cui adesso è necessario che Tecnowind presenti un piano
industriale e una certificazione che attesti che il lavoro dell'azienda
garantisce i creditori. Insieme ai sindacati abbiamo ripetutamente sollecitato
la proprietà, ma stiamo ancora aspettando. Servono soluzioni vere, perché
Tecnowind ha molti ordinativi, ma sta lavorando a scartamento ridotto". "Sono
molto perché, in mancanza di chiarezza, tutto diventa più difficile. Non avevo
illuso nessuno, beninteso, poiché ho sempre detto che l'accordo trovato poco
più di due settimane fa con le banche costituiva solo un primo passo, sebbene
importante, di un percorso che poi però si è fatto improvvisamente in salita,
non certo per colpa nostra. Ora, tocca all'azienda fornire gli opportuni
chiarimenti sul perché di questo stallo, dopo che avevamo anche sensibilizzato
il Tribunale sulla possibilità del concordato". (Giancarlo Sagramola,
Corriere Adriatico 1 luglio 2013)
30 giugno 2013
Le pagelle della settimana
Giancarlo Sagramola voto 3
Invece di amministrare scrive una filippica contro l’autore di questo blog, colpevole di un’opinione a lui non gradita sul caso Tecnowind, dimenticando che un Sindaco non polemizza con privati cittadini. Giudizio critico: rancoroso!
Maria Paola Merloni voto 4
Continua il suo silenzio sul caso Indesit. Ma se è comprensibile come azionista è intollerabile come parlamentare che rappresenta l’intera nazione. E fino a prova contraria Fabriano è ancora Italia. Giudizio critico: vanitoso!
Gianmario Spacca voto 5
Sul caso Indesit si muove senza sosta per favorire una soluzione che salvi la città, il territorio e la sua carriera politica. Un attivismo frenato di colpo da Fratelli d’Italia che lo accusa di avere un conflitto di interessi sul caso Indesit Giudizio critico: affondato!
Angelo Tini voto 6
E’ il grande artefice della vendita di immobili di proprietà comunale tra cui spiccano i circa 400 mila euro richiesto per l’acquisto del Bar Centrale! Una pioggia di cifre, senza alcun contatto con la situazione economica della città. Giudizio critico: giocherellone!
Franco Silvestrini voto 7
Aggredito da due giovani fabrianesi che cercano di rapinarlo riesce, nonostante i colpi subiti, ad allarmare il vicinato e poi a riconoscere i giovani aggressori, prontamente arrestati dalla Polizia di Stato. Giudizi critico: eroico!
Stefano Balestra voto 8
Da decano degli operai Indesit prende la parola prima della Sfida del Maglio, nella serata conclusiva del Palio di San Giovanni Battista, per chiedere alla città di essere solidale con i lavoratori della Indesit. Giudizio critico: Emblematico!
29 giugno 2013
L'onore di Squinzi e le parole ritrovate
Nei giorni passati ci si è molto interrogati sul silenzio di Confindustria sulla vertenza Indesit. E in molti hanno interpretato la posizione defilata dell'associazione degli imprenditori come una sorta di peccato di omissione rispetto alla drammatica situazione economica e occupazionale del nostro territorio. In realtà era assai difficile - se non impossibile - per la Confindustria regionale, e più ancora per quella della provincia di Ancona, assumere una posizione di esplicito dissenso o rimarcare una netta presa di distanza dal principale gruppo industriale marchigiano: sia in quanto soggetto che si presume versi una consistente quota associativa sia perchè Andrea Merloni è stato scelto per affiancare, col ruolo di Vicepresidente, il neopresidente di Confindustria Ancona Claudio Schiavoni. Insomma, pretendere che Confindustria aprisse il fuoco sul più importante dei suoi associati era un po' come chiedere alla Fiom di abbandonare i lavoratori Indesit al loro destino. Ma ieri ad Ancona è arrivato Giorgio Squinzi, il Presidente nazionale di Confindustria. Squinzi è un imprenditore del nord, attento ai problemi della produzione e agli effetti deflagranti di una questione occupazionale e sociale sempre più grave e irrisolta. Con le sue parole, pronunciate in occasione dell'assemblea dei soci di Confindustria, Squinzi ha, in qualche modo, tolto dall'imbarazzo i suoi sodali marchigiani sulla questione Indesit. Lo ha fatto calibrando i toni e scegliendo la via diplomatica del dire lasciando intendere: "Spero si possano trovare soluzioni che non danneggino i lavoratori e che non distruggano l'occupazione nel nostro Paese." Sono parole sicuramente morbide e levigate ma si focalizzano sulla centralità del lavoro e dei lavoratori e non certo sulle economie di produzione a cui fa appello il management Indesit per giustificare le proprie scelte. Una soluzione della vertenza Indesit che non distrugga l'occupazione nel nostro Paese - ossia a Fabriano e a Teverola - può esistere solo se viene rimesso in discussione il tema degli esuberi, perchè ogni lavoratore computato come "di troppo" nei processi produttivi è oggettivamente un frammento di distruzione del lavoro che si attua nel nostro Paese. Ciò significa che Confindustria, al massimo livello, non condivide la linea dura dell'azienda, il ricorso alla serrata, l'indisponibilità a trattare sugli esuberi e l'obiettivo sempre più dichiarato di delocalizzare lasciando alla collettività e agli ammortizzatori sociali la sepoltura dei morti e la cura dei feriti. Si tratta di un pronunciamento politico di grande rilievo che, fino ad ora, non sembra essere stato colto dagli osservatori e dai diversi soggetti coinvolti nella vertenza Indesit. Più di questo, realisticamente, da Confindustria non si poteva pretendere anche perchè uno Squinzi vestito da Landini o col fervore di un Cremaschi sarebbe apparso assai poco credibile, sia per i suoi associati che per la controparte. Non a caso si viene riconosciuti come interlocutori forti e affidabili quando si ascoltano gli altri restando se stessi e non quando si gioca a compiacere la controparte, magari fingendo di averne fatto propri i sentimenti e le posizioni.
Tecnowind: patacche e pepite
28 giugno 2013
Gatti selvaggi e rappresaglie
La Indesit delle relazioni industriali costruttive, dei dieci piani di morbidezza, delle scelte ponderate e concertate è sparita stamattina con la decisione di chiudere gli stabilimenti di Melano e Albacina. Ufficialmente si tratta di una scelta dovuta a un problema di approvvigionamenti generati dagli scioperi a gatto selvaggio di questi giorni. In realtà si gioca sulle mille pieghe della lingua italiana che, essendo come la pelle dei coglioni, consente di denominare difficoltà di approvvigionamento delle linee produttive ciò che si configura come un vero e proprio lock-out, una serrata non apertamente dichiarata e riconosciuta. I sindacati, in un comunicato congiunto, hanno parlato di comportamento antisindacale dell'azienda. Si tratta di una posizione solo formalmente dura ma necessaria per coprire mediaticamente il nuovo scenario e pianificare una risposta efficace. In realtà, e i sindacati lo sanno benissimo, non siamo di fronte a un semplice comportamento antisindacale, ma a un vero atto ostile, scioccante e inatteso, che spazza via - come una folata di tramontana chiarificatrice - la prima fase di questa vertenza, basata su un conflitto a bassa tensione, su scaramucce sostanzialmente componibili. Il vertice della Indesit, con l'intuito animalesco e sopraffino di chi si gioca una partita strategica che deve soltanto essere portata a termine e vinta, ha compreso appieno che con gli scioperi a gatto selvaggio si concludeva la parabola del buon metalmezzadro conciliante e che il conflitto avrebbe compiuto un salto di qualità totalmente inedito per il nostro territorio. E consapevoli che chi picchia per primo picchia due volte hanno deciso di affondare repentinamente la lama nel burro, confidando sull'effetto spiazzante della mossa a sorpresa e sulla convinzione che uno scontro al calor bianco possa mettere a repentaglio la tenuta sindacale, fiaccare la volontà di lotta dei lavoratori e disarticolare l'azione unitaria delle maestranze. Fortunatamente, come scrissi qualche giorno fa, la componente campana e casertana dei lavoratori Indesit è sul piede di guerra e ha subito promesso un salto di qualità nel livello della protesta. In questa Guernica sociale, di cui la guerra dei nervi è componente fondamentale, sarà decisiva la posizione dei colletti bianchi che, in una eventuale radicalizzazione dello scontro, rischiano di trovarsi in mezzo, come vasi di coccio tra i vasi di ferro. Ma sarà centrale anche la tenuta dell'unità sindacale che è l'unico, vero argine al rompete le righe dei lavoratori. E l'effetto formicaio impazzito, il tutti a casa, l'8 settembre di Albacina e Melano è ciò che trasformerebbe la delocalizzazione Indesit in una marcia trionfale e e l'approdo in Polonia uno sbarco in Normandia. In gioco, a questo punto, c'è una scelta difficile: o si contratta o si occupano fabbriche e uffici. Tertium non datur. E non ci saranno prigionieri. Oggi siamo tutti Fiom, Fim e Uilm. Ma per favore, fate mettere in soffitta quella terribile t-shirt.
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