23 aprile 2012

Se la politica è merda...magnate de meno!

Questa campagna elettorale passerà alla storia come la più noiosa del dopoguerra, una natura morta d’autore. Le vecchie campagne a “ferro e fuoco” sono pezzi d’archeologia: strade tappezzate di santini, di foglietti, di lettere alle famiglie, di volantini incandescenti. E intorno alla carta, che girava e rigirava di mano in mano, l’afrore ascellare dei militanti e dei candidati: ogni voto una trincea da conquistare, ogni parola al passante una probabilità di consenso in più, ogni avversario un pericolo da azzannare e combattere con una mano di pelo sullo stomaco. E poi le polemiche a mezzo stampa, i sarcasmi studiati, i colpi sotto la cintura al limite della querela, lo studio ossessivo dell’avversario, dei suoi vizi, delle sue debolezze e dei suoi scheletri nell’armadio. Insomma sangue e sudore sparati dal ventilatore. E poi, la sera, bevute tra avversari, nottate infinite a scagnarare e un gioco di sensazioni che sembrava trascinare tutto e tutti in una sorta di orgia collettiva del consenso e della democrazia. Girare la città e pensare alla politica in questi giorni smuove emozioni quanto un gregge di pecore che attraversa la strada: plance elettorali mezzo abbandonate, manifesti con faccioni spenti da 2 novembre, candidati che si avvicinano carichi di stupoto (lo stupido filosofico in format civitanovese), slogan da rinnovo del mandato condominiale, sindaci in pectore che si evitano per evitare di mostrare il fianco. Proprio come diceva un’anziana signora al figlio un po’ tarato che andava dalla fidanzata: non farti vedere troppo e troppo a lungo perché più ti vedono e più si vedono i difetti. Ecco siamo arrivati esattamente a questo e a confronto il match Carmenati - Sorci del 2007 fu una guerra punica vera. Mi ricordo la sera del loro confronto televisivo prima del ballottaggio: facce tese che si guardavano in cagnesco, Carmenati gonfio come un oste di Certaldo, Sorci scazzato itterico con la mano imprigionata in un continuo sobbalzo. Una partita vera, tesa, furente. Sono passati cinque anni e sembra di stare al Ballo delle Debuttanti: tutto galateo, palle mosce stile febbre alta, intelligenze a chilometro zero e programmi che somigliano ai consigli di Frate Indovino sulla coltivazione della patata gialla. E, ovviamente, manco uno straccio di comizio, con quel palchetto sempre vuoto avanti a Palazzo Chiavelli, giusto per ricordare ai distratti che ci sono le elezioni. Il comizio, un tempo, distingueva il politico vero dal moscecone, l’oratore dall’imbranato, quello con la stoffa dall’ultimo arrivato, il passionale dall’ometto destinato a sparire. Ci sono mille aneddoti sui comizi. Anche a Fabriano, dove si racconta che un oratore comunista locale, preso dalla foga, chiuse la sua performance gridando: “Costruiremo il socialismo dovesse costarci montagne di ossa e fiumi di sangue”. Adesso ossa e sangue sono spariti e abbondano pennette, arrosti misti e caraffe di vinello scadente. Già perché la campagna elettorale è diventata una fiera della ristorazione collettiva, con le idee che invece di passare dal cervello attraversano il cavo orale, arrivano nella pancia ed escono dal culo. E poi ci si lamenta se arriva qualcuno e dice che la politica è solo merda!!!
    

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