24 maggio 2012

L'Apocalipto Olfattivo del Divora Monnezza

Quando da piccoli, dopo ore di appelli e capricci, ci portavano finalmente al giardino pubblico, i genitori, sempre pronti al pistolotto morale e umorale, ci indicavano col dito puntato, quasi fossero moniti edificanti, alcuni cartelli piantati sui vialetti. Tra i tanti ne ricordo sempre e soltanto uno: non calpestare le aiuole. Forse per la feroce bocconata di vocali che ci costringeva a ingoiare o forse perché le aiuole incutevano rispetto, come una cosa troppo delicata e preziosa per essere abbandonata alle pedate irrispettose dei bimbi o al calco largo di una ruota di bicicletta Graziella. E così siamo cresciuti assaliti da questi precetti minimi, con un senso del decoro che era, innanzitutto, condivisione di cose belle da godere assieme agli altri per pura assenza di proprietà individuale. La domanda che mi sono sempre posto è la seguente: ma quel bischero a cui è venuta l’idea di piazzare un Divora Monnezza avanti alle Poste Centrali era uno che da piccolo calpestava aiuole, ci cagava sopra e mandava a farsi fottere la mammina fresca di permanente? No, perché diciamocelo…ci vuole una fantasia addestrata alla burla maleducata e una cultura da simpatiche canaglie per abbellire il centro storico con un contenitore che si riempie di lische di pesce, ossi di pesca e  ritagli di nervo bovino. Nelle piazze delle città normali ci sono piccole fontane e, se vale male, qualche minuscolo segno di natura, che fa sempre tanto cultura. Qui, da dieci anni, ci si dedica al miasmo, alla fetida nasata, a quel sottofondo di rancido evoluto che accompagna il breve tratto di strada che affianca questo monumento ai caduti dell’olfatto. Così monumentale da essere circondato da rassicuranti catenelle e da un rialzo piastrellato che punta a evidenziarne la nobiltà e l’onore rispetto alle cose circostanti. Ma il rito del dio Puzzone trova il suo culmine d’estate, verso le tre del pomeriggio, quando la calura fa fumare l’asfalto ed è una delizia per pochi e sceltissimi eletti sorbire, in solitudine, il denso afrore di ammine e molte altre leccornie esalate dal carbonio quadrivalente. Col tempo ci siamo abituati a questo Apocalipto sensoriale e pian piano la polemica è scemata, tanto che Topesio Paglialunga, l’assessore lungo e smilzo che ci ha costretti a differenziare pure il cerume delle orecchie e i peli del culo, non ha mosso un dito per eliminare lo scempio olfattivo, che, ironia della sorte, è stato beffardamente collocato a ridosso di un negozio di profumi. Così tanto per confondere le idee e le narici. Ora, in attesa che dal ventre sagramolesco escano, festanti, i nuovi Visitors in tuta da assessori ci sembra giusto chiedere al Sindaco di smontare quell’orrore metallico e di restituire quello spicchio di centro storico ai suoi naturali odori. Prima che quel piccolo ecomostro diventi una metafora azzeccata del nuovo corso politico inaugurato da Giancarlone nostro.
    

2 commenti:

  1. immagino di si...ma forse, non sai quanto c'è costato, quel bell'aggeggio...
    se fosse utilizzato per plastica, lattine, o vetro, forse non puzzerebbe tanto...
    all'idea di rottamarlo, mi viene la pelle d'oca, visto che potrebbero farci pagare anche lo smaltimento del ferraccio...magari, trovargli un'uso un po' meno nemico del pubblico decoro, potrebbe essere un'idea non troppo malvagia...
    piuttosto...ti servono 4 pilomat?
    _______________
    G.R.

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  2. Il posto è quello giusto, così appena uno entra a Fabriano ha già l'idea del posto in cui si trova...

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