22 luglio 2013

E' il contratto in deroga la via d'uscita per Indesit



Sulla vertenza Indesit è sopraggiunta la canicola, la smobilitazione da anticiclone, il meriggiare pallido e assorto declamato dal grande poeta ligure. I sindacati hanno riattivato il gatto selvaggio nonostante appaia archiviato l’effetto sorpresa e si debba ricorrere a una fantasia che, lentamente, sconfina nei sorteggi e nelle tombole, togliendo alla lotta l’impronta essenziale del dramma per sostituirla con la bonomia e l’effetto ludico degli scioperi articolati. Dopo lo spasimo possibilista dell’altra settimana, quando l’azienda ha intelligentemente lanciato un mosca nel fiume in attesa di un pesce pronto ad abboccare e felice di farlo, si è ritornati alla routine delle azioni interne e a un vago sentore di isolamento e di melassa. Lo stato dell’arte risulta quasi impietoso, se solo ci concede il lusso di uno sguardo spassionato: il sindacato ha commesso un errore strategico, e per certi versi blasfemo, rendendo propedeutico il tavolo di confronto tra il Governo e l’azienda. In questo modo ha delegato la propria autonomia negoziale, rinunciando al fondamento della concertazione intesa come esperienza triangolare tra parti sociali autonome, coadiuvate da un governo impegnato in funzione terza e arbitrale. La questione di fondo è che il sindacato ha sbagliato all'unanimità, facendo coincidere in un unico snodo, ossia nella richiesta di ritiro del Piano da parte di Indesit, l’obiettivo minimo e l’obiettivo massimo dell’azione negoziale. In questo modo FIM, UILM e FIOM hanno rinunciato a contrattare, accettando che fossero i niet di Milani e la moral suasion ministeriale – per la verità esercitata in forma assai blanda – a definire l’agenda e i termini del confronto bilaterale. Inoltre, respingere qualsiasi altra soluzione o accordo, che non sia la piena sconfitta dell’azienda, trasforma ogni soluzione intermedia in un tradimento. Ma contrattare, che piaccia o meno, significa proporre, incalzare l’azienda e il Ministero con proposte che rispondano non solo a esigenze di tutela del lavoro, ma anche a un oggettivo bisogno di rilancio di un comparto produttivo in crisi di competitività e di redditività industriale. Ci sarebbe una parola magica da spolverare e tirare fuori levigata dal bisogno di uscire dall'impasse; una parola magica che contiene un'idea negoziale e una via di fuga possibile: deroga. Se i sindacati vogliono uscire dall'angolo, costringendo la Indesit a una trattativa sul merito e non sulla rigidità difensiva delle posizioni, devono avere il coraggio di riflettere su una deroga dal contratto nazionale, sul modello di Pomigliano. Cosa significa concretamente? Che se il Governo non ha il coraggio politico e le risorse materiali per attivare una politica industriale per il settore degli elettrodomestici, allora tocca ai sindacati proporre una contrattazione di secondo livello, costruita ad hoc e senza i vincoli del contratto nazionale, per consentire a Indesit un recupero di produttività e redditività compatibile con gli attuali livelli occupazionali. Al momento la strategia della Indesit è molto chiara: contratti di solidarietà per gli impiegati, ricollocamento esterno per i dirigenti e ammortizzatori sociali lunghi per gli operai. Ma se per i lavoratori non può essere questa la base di un accordo possibile, allora spetta ai sindacati fare la prima mossa per disincagliare una vertenza ormai imballata e destinata a ruotare sterilmente sui suoi presupposti iniziali. E i temi da trattare sono quelli amari che emergono nei momenti di crisi profonda: orario di lavoro, straordinari, bilanciamenti produttivi, organizzazione del lavoro, recuperi produttivi, cassa integrazione, clausole di responsabilità e di esigibilità del contratto in deroga. C’è ancora nel sindacato qualche ostinato e vigoroso contrattualista che non teme di sparigliare e di riaprire i giochi?
    

1 commento:

  1. Che i sindacati possano prendere spunto da questa vicenda + tutte le altre ad essa legata negli altri comparti della produzione industriale italiana e s'incazzino con la politica centrale affinché diminuisca il costo del lavoro e sfavorisca la fuga all'estero? no eh? Troppo complicato per sigle di 4 lettere ombra di una qualsivoglia bandiera rossa?
    Certe volte mi domando se interessi a qualcuno cercare di salvare un popolo da morte certa o condurlo verso la terapia del dolore... tutti belli anestetizzati dalla droga degli ammortizzatori sociali. Peccato che prima o poi la droga finisce. E dopo? Ce volemo pensa' per tempo o non ce ne frega na mazza?
    SIAMO UN POPOLO DI DROGATI!
    Per la gioia dei nostri pusher e dei loro magnaccia.
    GC

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