6 giugno 2013

Quelli che...givamo tutti a magnà giù da Merlò

Consentitemi un piccolo sfogo cerchiobottista. Ieri abbiamo picchiato duro su Indesit per il metodo antichissimo e per i contenuti apocalittici delle sue scelte ma va ricordato - onde evitare facili divisioni tra buoni e cattivi - che quel che sta accadendo a Fabriano è stato anche il frutto di un sistema ramificato, che ha conosciuto complicità, consenso e collateralismi diffusi a partire da una classe operaia che non era classe ma ceto e zoccolo duro del microcosmo merloniano e della sua lunga durata. Il sistema imprenditoriale locale, insomma, ha molte colpe ma non è il solo colpevole. In questo senso, mentre leggevo le notizie relative al Piano Indesit, ho ripensato a una visita di qualche settimana fa alla Chiesa di Santa Lucia di Serra San Quirico. Un gioiello di ori e di stucchi, una sintesi del barocco marchigiano che vale la pena visitare e di cui mi sono tornate in mente le cinque tele con le storie della Santa, dipinte dal pittore veneto Pasqualino Rossi. Già, perché la vergine siracusana non è soltanto protettrice degli occhi ma pure dei metalmeccanici. Una categoria produttiva che sta sparendo da Fabriano, come sparì il lupo dagli Appennini prima del ripopolamento: colpita, braccata e infine abbattuta a colpi di numeri e di ristrutturazioni. Ma un senso di verità e di memoria storica, dopo aver criticato aspramente le scelte della Indesit, ci porta anche a ricordare, appunto, cosa sia stata la classe operaia fabrianese, quali comportamenti abbia assunto e quali complicità abbia ostinatamente coltivato. Come dimenticare ad esempio, eventi simbolo e metafora di un modo di essere degli operai fabrianesi, come le epocali celebrazioni notturne, veri e propri rave party ante litteram, che il 13 dicembre di ogni anno si svolgevano nell'ormai decadente piana di Santa Maria? Le maestranze correvano e accorrevano - richiamate e rapite dal sabba industrialista - a riverire l'apparizione mistica e un tantino asiatica del Patriarca Antonio I°, che contraccambiava il devoto assembramento di oranti e postulanti con tavole imbandite, suini fumanti di interiora calde e finocchio aromatico, concerti dei Pooh e di Jimmy Fontana con la musica piegata come lamiera dall'acustica fordista dello stabilimento, e un fiume di spumanti rigorosamente dozzinali perché così reclamava una classe operaia adorante, obbediente, votante e condannata alla tuta verde invece che alla casacca blu a scanso di equivoci marxisti e rivoluzionari. Il giorno di Santa Lucia era tutto un brulicare di lavoranti in giacca lucida e cravatta fantasia, di consorti tutte messa e messimpiega scolpita in forma di tacchino cotonato e adagiato in testa in posizione natalizia; di capetti riconoscibili per l'inspiegabile e forse distintivo utilizzo di camiceria rosata, demodé ma sempre adatta a rimarcare la congenita stronzaggine. Da appurate rimembranze pare che il Re Mesopotamico assai gradisse l'operaio presentatore/animatore assiso sul palco, così come è certo che la scarica emotiva delle masse urlanti  e d'ascella cipollata corrispondesse, con assoluta precisione, allo scambio augurale di doni: tremila collanine tutte uguali per le signore e tremila portafogli tutti uguali per i signori, come un segno coatto di riconoscimento, l'impronta digitale che tutto rimanda al Grande Oblò, una marchiatura più di possesso che di appartenenza. E di contro un unico regalo alla Divinità Orientale; un dono cumulativo e pesante, un rito sacrificale di evocazione e di eterna subalternità: ori e targhe, targhe e ori. Un evento che col tempo si è fatto mito e rito, espressione di comunità chiuse, sacrificio precolombiano in cui le maschere incaiche venivano rimpiazzate dal pallore dei Metalmeztechi, civiltà nativa consumata ed estinta,  che ha invocato a lungo la sua Divinità Solare, il Dio degli Oblò e l'ostensione periodica del corpo mistico merloniano. La festa di Santa Lucia, con quel furore di carni tremanti, ruminanti e danzanti, è da oggi memoria brutalizzata dalle decisioni di manager d'importazione, archeologia di vizi e costumi che lascia dietro di sé un deserto di roccia e di sabbia senza illusione di oasi. E anche solo per questo, in nome di una impossibile pariglia, sarebbe giusto sfilare a difesa del lavoro e subito dopo sfilare ancora, contro i tarantolati del merlonismo, per una marcia di penitenza e di espiazione dove chiedere scusa, per ogni giorno di complicità, alle generazioni che furono e ai posteri che non sapranno.
    

19 commenti:

  1. Sai che fila di leccatori, servi e conniventi ad intonar il mea culpa ? Ma si sà che in fondo è il vizio Italiano.

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  2. Quanto il fabrianese fosse miserabile era evidente nell'espressione compiaciuta che assumevano i "capetti" a quelle feste....L.S.

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  3. Ad appendice di un articolo che strillava che i partecipanti all'ultima Magnalonga fossero stati 1.500 vi era scritto a penna: "L'importante è magnà, al resto pensa Merlò".

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  4. Vero!! era al Bar Centrale e gli ho fatto anche una fotografia!!

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  5. Spiegatemi, perché non capisco, cosa ci fosse di male nelle cene di Santa Lucia a Santa Maria. Ricordo ancora la gioia e l'orgoglio di mio nonno, umile operaio che partecipava a quelle cene e tornava felice col suo regalo-premio, in serie come gli elettrodomestici che si producevano, ma comunque un segno di un'appartenenza e di una gratitudine che all'epoca avevano ragione d'esistere.

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  6. Non c'era nulla di male ci mancherebbe! Dico solo che quel sistema è crollato anche grazie a quel senso di appartenenza che non era alla città ma all'azienda e al padrone. Cose del passato che producono effetti anche oggi

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  7. una visione inutile quella di questo post, non capisci Miura la dimensione del problema ne tanto meno le ripercussioni sulla vita delle persone e sul futuro di questo paesotto, perdere il lavoro per un gioco di profitto e produzione non si può ridurre a millantare e recriminare una cena di fine anno, il consenso è stato estorto tacitando nell'ignoranza per anni una intera popolazione, il fabrianese e gli abitanti delle frazioni sono stati resi consapevolmente succubi e produttive esistenze votate al profitto ed ora che in polonia e in turchia la terza generazione dei merloni ha ritrovato le stesse condizioni sociali ed economiche che fecero la fortuna di aristide merloni se ne vanno abbandonando una collettività al proprio destino, facendo infrangere sugli scogli dell'incertezza il futuro e le speranze di migliaia di famiglie e delle future generazioni, è ora di chiedere il conto a chi non ha mai voluto riconoscere il valore della nostra società artefice della ripresa ed in primo piano opera del rilancio economico, gli operai hanno ceduto all'impresa della famiglia merloni non solo dal lunedì al sabato ma hanno dato le notti i sabati e le domeniche si sono spaccati la schiena per le consegne si sono feriti le mani lungo le catene e ci hanno rimesso in salute per correre dietro alla produzione, alla fine della fiera cosa ha ricevuto la città?

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    1. leggo in ritardo, ma una domanda è sacrosanta: Chi glielo ha fatto fare a subire il potere merloniano? Non era obbligatorio per nessuno mendicare un posto dai Merloni, non raccontiamo favole postume...

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    2. BRAVISSIMO !!! Mo chi ha mendicato s'attaca a sto cazzo !!!

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  8. quando sono stato eletto consigliere comunale nel 1990 la dc prese, con voto segreto, 17 consiglieri comunali su trenta. Merloni divenne sindaco con un numero mostruoso di preferenze. Sinceramente non mi ricordo estorsioni ma molto molto consenso, con figli assunti, mogli assunte, nipoti e cugini assunti in cambio di voti. Quindi cortesemente evitiamo di occultare quel passato che ancora impedisce ai giornali in questi giorni di fare i nomi dei proprietari della Indesit al posto dei quali si evocano sistematicamente generici manager. Il sistema merloniano ha avuto un massiccio consenso operaio. Dirlo non è un disonore ma un modo per tirare una riga. Questa città è stata massacrata dalle lavatrici altro che benessere!

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  9. continui ad addossare una responaabilità alla popolazione che non trovo vuoi giustificare una connivenza ideologica per far sentire meno il peso delle responsabilità alla terza generazione, no non è corretto, è vero non abbiamo avuto un eroe non c'è stato nessuno che si è opposto perché era impossibile opporsi

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  10. Credo di essere stato abbastanza severo in questi giorni nei confronti della famiglia Merloni e a difesa dei lavoratori fabrianesi. Non voglio dare colpe figuriamoci! Vivo qui e ho due figli piccoli a cui cerco di trasmettere l'amore per queste terre. Sul fatto che non si sia opposto nessuno non sono d'accordo. Comunque al di là dei dettagli credo che condividiamo una sofferenza profonda e un'amarezza che forse per la prima volta sta facendo di questa città una comunità. E forse non tutto il male viene per nuocere

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  11. il danno alla comunità c'é il risarcimento devrà essere previsto se investono 65milioni di euro in turchia e prevedono di assumere in turchia 5000 persone vuol dire che l'azienda vuole espandersi e la zavorra è Fabriano Comunanza Caserta tu pensa solamente a quanti maggiori benefici trarranno da questa operazione minore costo del lavoro, investimenti in automazione, altri incentivi. E chiedono la cassa integrazione allo stato e gli ammortizzatori sociali, ma qui vogliono la moglie ubriaca la botte piena e l'uva giu la vigna, non ti sembra troppo?

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  12. Pezzo davvero molto bello e duro che strappa anche qualche (amarissimo) sorriso. Complimenti.

    Un ex favrianese di brevissima residenza.

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